I Owe You
La morte si era aggrappata lui, cingendolo in un solo attimo e attanagliandolo con dolore sordo, così sordo da farsi saturo, inconsistente. Il buio era stato momentaneo e presto era mutato in spente forme farraginose, subito dopo in immagini leggermente nitide e più simili ai fotogrammi di una comune esperienza onirica.
Le palpebre si erano fatte leggermente tremule prima di dischiudersi e permettere alle iridi cerulee di codificare il mondo ultraterreno. Sherlock Holmes, reciso l'ultimo confine posto dall'esistenza, era incappato in un ambiente non molto dissimile da quello offerto dalla sua Terra.
Londra era rimasta Londra, una babilonia confusa e ospitante un flusso continuo di anime in cerca di meritata pace. Il sole era perennemente presente e diffondeva corone di raggi al di sopra delle ciminiere e sulle strade trafficate dallo scorrere ordinato di belle macchine dalla lucente carrozzeria.
I parchi non erano mai stati così smeraldini e brulicanti di morbidi petali color pastello. Il cibo era sempre ottimo, l'aria era buona, incontaminata dal consueto inquinamento terrestre, e Sherlock non era ancora riuscito a concepire il perché di tutto ciò.
Perché rendere Londra il Paradiso Terrestre?
Quell'oscuro circo di crimini e sollazzo che era la capitale inglese si era estinto per permettere la conoscenza di una metropoli completamente purificata dal male, dall'omicidio o dalla gloriosa follia.
Solo sorrisi e gentilezza, sorrisi e gentilezza.
Sherlock era riuscito a conoscere l'odio, l'odio scaturito da una morte prematura e ingiusta, l'odio nei confronti del Paradiso, o meglio, il proprio inferno personale. I giorni tutti simili, i saluti da parte degli sconosciuti si erano dimostrati una tortura subdola e indefettibile.
Persino Baker Street era cambiata, tramutandosi in un appartamento cristallizzato in un ordine insopportabile, contraddistinto da carta da parati impossibile da stracciare, mobilio di legno profumato. Il teschio era scomparso, era inesistente. Esisteva solo il silenzio. Il silenzio e la solitudine.
"Io sono sbagliato, io mi sento sbagliato qui..."
I pensieri di Holmes corsero e ben presto compresero che i peccati hanno ombre, e il Paradiso era pieno di ombre. Pochi giorni e nella Londra buona le bieche notizie si diffusero: era Holmes la tessera sbagliata del puzzle, il solo criminale.
Un giornale spiegazzato era buttato sul sedile di quella che, nel suo mondo, era nota per essere la poltrona del grande Sherlock Holmes, consulente investigativo, ed era stato lasciato aperto su un articolo il cui titolo riportava il nome del detective:
"Sherlock Holmes colpisce ancora, un'altra vittima accertata".
Poche parole inchiostrate in un articolo lungo due pagine intere, che lo ritraevano come unico portatore di caos e malvagità in quella Londra che avrebbe dovuto essere un luogo di pace per tutti. Sherlock non riusciva a credere a quanto stava leggendo, e forse per questo stringeva con forza la carta tra le dita, come per renderla più vera, più concreta. Si sedette sulla propria poltrona, pelle nera e lucida ad accogliere quella che i giornali e le voci comuni descrivevano come un'anima nera, incarnazione del male stesso.
"Si sbagliano, io non sono questo."
Più leggeva e più si rendeva conto di essere di fronte a delle menzogne. Di certo non era mai stato il massimo della purezza, né della gentilezza, o della bontà. Ma non avrebbe mai rubato. Non avrebbe mai ucciso. Non avrebbe mai messo in pericolo la vita di nessuno. Lui li combatteva, quei crimini, non ne faceva parte. John avrebbe potuto confermarlo.
"John..."
Il detective alzò gli occhi e lì, davanti a sé, trovò il compagno d'avventure, John Watson. In piedi, imperterrito, lo guardava con occhi arrabbiati e biasimanti.
«Come hai potuto fare una cosa del genere?»
«John, io...»
«Mi fidavo di te!»
L'ex-soldato iniziò a gridare, a non voler sentire ragioni. E quelle sue urla confusero ancor di più Sherlock.
«Pensavo che tu fossi dalla nostra parte. Ti ho sempre difeso, e protetto, mentre tu...»
«Non sono stato io, John!» Il detective balzò in piedi, gettando a terra il giornale con un gesto stizzito. «Io non ho mai fatto niente di tutto ciò! Come puoi solo credere ad una cosa simile?!»
«Sei un bugiardo!» sputò il medico, schifato. «Non posso più fidarmi di te. Non di nuovo», si avvicinò a Sherlock, puntandolo minaccioso con l'indice. «Ti ho creduto già una volta, Sherlock, e avevo tutta l'Inghilterra contro. Non farò di nuovo questo errore.»
L'ufficio di Mycroft era quello di un tempo, sempre lindo e pulito quanto un sala operatoria appena rimarcata dallo strusciare di profumati composti naturali. I libri, stipati nel liscio legno lucido, erano molti, ma non fonte di sporcizia: nessuna particella era rimasta incastrata tra le pagine, o nei minuscoli angoli presenti all'interno di quello spazio ampio, molto austero nelle sue decorazioni.
«Sta tramando contro di noi, giorno dopo giorno», il maggiore dei fratelli Holmes appoggiò le mani sulla superficie della propria possente scrivania, piegando leggermente la schiena, spossata dalla notte insonni. La sua faccia, già senile, si era ridotta a un'espressione stanca e poco adducibile alla Londra paradisiaca. «È troppo intelligente e sta facendo di tutto per gettare del fango su di te.»
«Perché? Tutto questo non ha senso!»
Sherlock cominciò a trotterellare per la stanza, scuotendo la testa e i suoi riccioli disordinati. Le mani circondarono quei ciuffi neri, quasi come a contenere l'estenuante fluire di pensieri di ogni genere.
«Niente qui ha un senso, forse», Mycroft prese il fazzoletto costudito nella propria tasca e cominciò a tamponare le pelle della fronte. Quel finimondo cominciato per mano dell' "altro Sherlock" non era ancora riuscito a morire per mezzo delle forze di chi aveva colto quel subdolo inganno messo in atto da mesi. «Ma noi possiamo dargliene uno!»
Il minore, allora, si fermò dicendo:
«Dimmi, come posso fermarlo?»
Mycroft rimase in silenzio, concentrandosi sul tipo di risposta da esporre. Era giunto il momento di cambiare le regole del gioco.
«Tu come fermeresti te stesso?»
"Come fermerei me stesso?"
Sherlock Holmes passò parecchio tempo a pensare a quel quesito, oltre che ad una possibile risposta. Vagando per le strade di una Londra a lui completamente sconosciuta, in mezzo a persone giudicanti con la sola forza dei loro sguardi arrabbiati e pieni d'odio, si ritrovò ai piedi dell'edificio che, nel suo mondo, lo aveva ospitato ed aiutato nella risoluzione dei casi più disparati: il Barts.
Era lì, ne era sicuro: lì avrebbe trovato la soluzione alla domanda di Mycroft, ogni problema si sarebbe risolto. Quindi, senza indugiare oltre, si precipitò sul tetto dell'edificio, lo stesso che poco tempo prima lo aveva visto protagonista di uno scontro e del proprio suicidio.
Nemmeno il tetto, stranamente, era cambiato: bianco e vuoto come lo ricordava, nel suo mondo, nel suo ultimo incubo. E proprio lì, sul cornicione ad affacciarsi nel vuoto della strada, una figura nera si stagliava, in attesa.
«Sei arrivato, vedo.»
La voce venne trasportata dall'aria, leggera, baritonale come quella di Sherlock. Nemmeno l'orecchio più attento sarebbe riuscito a credere che appartenesse a due individui distinti.
Il vento leggero del pomeriggio fece svolazzare l'impermeabile nero del detective, lo stesso che indossava l'uomo di fronte a lui, entrambi a seguire lo stesso identico movimento, nella stessa direzione. Così i capelli scuri, la sciarpa blu.
«Sapevi che sarei venuto qui.»
«Ovviamente. Come avrei potuto sbagliarmi?»
Sherlock fece un passo avanti, cauto. Attese qualche secondo, aspettandosi che l'altro lui si mostrasse, girandosi. Non accadde.
«Chi sei?», domandò allora, alzando il tono della voce.
Una risata fu la risposta. Un ghigno di iena, inquietante, pieno di scherno. L'uomo tirò indietro la testa, lasciandosi andare all'apparente ilarità di quella sciocca domanda.
«Oh, Sherlock!», sghignazzò poi, scuotendo la testa. «Non è esattamente quello che dovresti chiedermi, non trovi?»
Aspettò un secondo, prima di muovere un piede all'indietro, darsi lo slancio per una piroetta aggraziata e finalmente voltarsi. Mani nelle tasche, testa alta, sguardo arrogante, postura piena di sicurezza. Sherlock si ritrovò a fissare il proprio riflesso senza alcuno specchio.
«Quindi sei stato tu», lo accusò, severamente. «A mettere in giro quelle voci su di me, agendo al mio posto come se fossi un criminale.»
«Andiamo, Sherlock!», rise l'altro, un sorrisetto stucchevole sul volto. «Voglio solo aiutarti a far uscire il vero te.»
«Il vero me?»
«Quello che siamo noi.»
«Ovvero?»
«Oh, be'...», cominciò l'altro. «Sappiamo bene entrambi che tu... non potrai mai essere dalla parte degli angeli.»
E solo allora Sherlock capì, attraverso una secchiata d'acqua gelata.
«No...»
«Dovresti saperlo...» riprese l'altro Sherlock. «che io sono te.»
Lentamente, l'uomo iniziò a muovere il collo, destra e sinistra, destra e sinistra, e ad ogni movimento il suo volto cambiava, deformandosi, fino ad ottenere le sembianze della sola persona che, in qualsiasi mondo, qualsiasi universo, sarebbe stata abbastanza geniale da architettare un tale piano.
Sherlock Holmes avrebbe dovuto aspettarselo: chi altri poteva voler distruggere la sua reputazione, se non il geniale James Moriarty?
«No!»
Holmes gridò, preda, ancora, di uno dei suoi incubi peggiori.
«No, no, no!»
"È tutto un sogno, tutto un sogno..."
Sherlock chiamò a sé ogni forza. Spalancò gli occhi, destandosi dal sogno sul letto di un ospedale.
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