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I need to know, you won't let go.

Mi soffermai a guardare il paesaggio. Di sera, il mare, era così calmo. Riuscivo a sentire la sua serenità, lo si capiva dal lento infrangersi delle onde sulla sabbia. Non c'erano persone pronte a rovinare le splendide spiagge, i bambini non schizzavano acqua. C'era solo un'assoluta tranquillità che avrei voluto durasse per sempre.
Anche se ero in vacanza da ormai un paio di settimane, già ero stanca dello stress che ogni giorno caratterizzava le mie giornate. Mi piaceva andare al mare, ma non mi piaceva la gente. Mi piaceva passeggiare per strade con gli auricolari e ascoltando Craig David, ma non mi piaceva la gente.
Sin da piccola, stare a contatto con altre persone non mi piaceva così tanto. Mi sentivo perennemente in soggezione, avevo quasi paura che potessero farmi del male. Come mio padre, che mi aveva abbandonato tra le grinfie di mia madre che non faceva altro che bere e drogarsi dalla mattina alla sera. Come i miei nonni, che mi avevano lasciato quando non ero ancora in grado di capirne il perché. Come i miei 'amici'. Come il mio ex fidanzato. Come me stessa.
Dopo l'ennesima delusione, avevo deciso di dare un taglio netto alla mia vita. Avevo deciso di cambiare, radicalmente. Avevo fatto crescere i capelli, cambiandone però il colore. Avevo deciso di cambiare città, compagnia, scuola, obiettivi. Avevo lavorato sulle mie passioni, avevo lavorato sul mio carattere, diventando più forte o almeno facendolo sembrare agli altri.
Perché dentro sapevo, che non sarei mai cambiata. Dentro sapevo che sarei rimasta la Sofie Callen di sempre.

Sofie.
Un nome così normale per una persona così complicata.

Mi strinsi su me stessa, sentii il silenzioso venticello freddo serale pizzicarmi le braccia scoperte. Faceva piuttosto freddo quella sera, il pomeriggio aveva piovuto per cui non c'era il caldo afoso come nei giorni precedenti. Forse è anche per questo che non c'è nessuno adesso, pensai.
Mi piaceva la solitudine, lo stare da sola e il poter pensare in pace, senza distrazioni. Senza rumori, senza musica, senza nessuna voce oltre alla mia. Era una bellissima sensazione quella di non dover dar conto a nessuno se non a te stessa, mi sentivo protetta e sapevo di proteggere il mio prossimo da un amaro destino.

Dal sapere che l'amore che dai, mai lo riceverai dalle persone a te care.

Avevo smesso di amare e di dare amore, da molto tempo ormai. Non volevo affezionarmi per poi rimanerci male dopo l'ennesimo abbandono, per cui avevo deciso di non tentare nemmeno di farmi nuovi amici nella mia nuova città. Forse l'unica persona di cui non sarei mai riuscita a fare a meno, era il mio tatuatore.
"Hei, che ci fai tutta sola?" un ragazzo mi si avvicinò, sedendosi poi sullo scoglio accanto al mio.
"Preferisco godermi la natura che la festa" risposi senza nemmeno guardarlo. Lo sentii avvicinarsi.
"Se qui da molto?" mi chiese ancora.
"Intendi in vacanza?" gli chiesi di rimando, portando le ginocchia al petto.
"Sì. Ti ho vista oggi in piscina, ma stavi sempre per conto tuo così pensavo che non ti fossi ancora ambientata" mi rispose, e solo in quel momento mi soffermai a guardarlo.
Gli occhi color nocciola brillavano quella sera, sotto la luce della luna. Il naso all'insù, piccolo e proporzionato gli dava un'aria dolce. Le sue labbra erano carnose, sembravano abbastanza morbide e quando si rese conto che lo stavo osservando a fondo, le sue labbra diedero spazio ad un sorriso. Non mi lasciai trasportare da quel sorriso e continuai ad osservarlo. Aveva i tratti del viso ben delineati, anche se comunque sembravano esser stati disegnati a matita da una mano morbida dai tratti molto tenui. I capelli, corti, dello stesso colore del grano si intonavano perfettamente col colore della sue pelle, chiara, dalla quale però si sorgeva un accenno di abbronzatura sulle gote.
Le sue spalle erano larghe, non eccessivamente muscolose, così come il suo corpo che sembrava allenato ma proporzionato.
Era senza ombra di dubbio un bel ragazzo. Ma io non mi lasciavo abbindolare dai ragazzi. O dalla gente in generale.
"A dire il vero sono qui da un po', oggi sono due settimane" gli dissi riprendendo a guardare il panorama che mi si poneva dinanzi. La luna era alta in cielo ed era così affascinata dal mare che aveva deciso di affacciarsi per poterlo osservare meglio creando così un riflesso luminoso nell'acqua cristallina. Proprio nell'esatto momento in cui scrutai con lo sguardo l'immenso oceano, due delfini uscirono fuori dall'acqua restando in aria per pochi secondi prima di tornare ad essere sommersi dal mare.

Mozzafiato.

"Se venuta da sola?" mi chiese ancora.
"Sì" risposi solamente. Un altro delfino uscì fuori dall'acqua con un salto, facendomi sorridere.
"Come mai?" continuò con le domande.
"Scusami, ma sono domande da fare? Di certo non vengo a sbandierare a destra e a manca il perché di ciò che faccio o non faccio" risposi acida, ma continuando a guardare il paesaggio.
"Volevo solamente sapere qualcosa di te" mi soffermai a guardarlo con la coda dell'occhio.
Il suo profilo, al chiaro di luna, era davvero da togliere il fiato. Il suo viso sembrava fatto di porcellana, nonostante avesse così tante imperfezioni e avesse quel colorito roseo che lo faceva sembrare più piccolo di quanto fosse.
"Non sai nemmeno il mio nome" biascicai, stringendomi le gambe al petto. Avevo fatto male ad indossare dei pantaloncini, avevo la pelle d'oca.
"Io sono Justin,- mi poggiò qualcosa sulle spalle – e tu?" guardai le mie spalle coperte da una giacca in lino bianca.
"Sono Sofie" gli sorrisi, stringendomi la giacca sulle spalle. Aveva un buon odore, mi ricordava tanto l'odore che aveva mio papà quando usciva da sotto la doccia.
"Ti piace osservare?" annuii.
"Soprattutto paesaggi così speciali" socchiusi gli occhi, inspirando a pieni polmoni l'aria salmastra e lasciando che il vento mi scompigliasse i capelli.
"Non ti mettono tristezza?" mi girai a guardarlo.
"Perché dovrebbero?" gli chiesi io, sorprendendo addirittura me stessa. Non mi piaceva fare domande ad altre persone, non ne trovavo la necessità. Eppure, per quanto stupida quella domanda fosse, gliela feci. E me ne stupii.
"Perché secondo me, paesaggi così li puoi osservare bene solo quando sei da solo. E la solitudine mette tristezza" mi si avvicinò, ritrovandosi sulla mia stessa roccia. Deglutii.
"Dipende dai punti di vista" sussurrai più a me stessa che a lui, accarezzandomi i capelli lunghi.
"Perché?" le sue gambe cominciarono a dondolare, sorrisi.
"A me piace la solitudine. Mi fa star bene" sussurrai ancora e, involontariamente, gli dieci una risposta anche alla domanda che mi aveva fatto precedentemente circa il perché del fatto che stessi in vacanza da sola.
"Quindi mi stai dicendo che non ti piace la mia compagnia?" lo guardai inclinando la testa di lato e, senza rendermene conto, sorrisi.
"Ti ho calciato a calci nel sedere?" smorzò una risata, scuotendo la testa.
"Però vorresti" si leccò le labbra, per poi osservarmi. "Vero?"

Quella domanda mi mise in confusione. Voglio davvero mandarlo via a calci nel sedere? pensai, corrugando le sopracciglia. Infondo non stavo male, anzi. Mi piaceva le sensazioni che mi dava, a pelle riuscivo a capire che era diverso e in quei pochi minuti in cui avevamo parlato era riuscito a farmi sorridere più di quanto sorridessi solitamente durante la settimana. Erano emozioni nuove, che non avevo mai provato. Non mi ero mai aperta così tanto con una persona, anche se non gli avevo praticamente detto nulla di me.
Per cui "No" gli risposi. "Mi piace la tua compagnia" gli dissi sincera. Sul suo viso apparve un sorriso, che servì ad illuminare ulteriormente la serata. "Ma non ti esaltare, cowboy, questa sera non ho la luna storta. Stasera è piena, vedrai che quando la luna comincerà ad oscurarsi e a scomparire anche il mio umore andrà con lei"
"Ma non dimenticarti che dopo ci sarà la luna nuova. Il tuo umore potrà risorgere con lei" mi bagnai le labbra con la lingua. Sorrise.
"Dipenderà tutto da te" dissi semplicemente, alzandomi e porgendogli la giacca.
"Dove vai?" mi chiese, prendendo la giacca e guardandomi con le sopracciglia corrugate.
"Vado con la luna" mi girai e cominciai a camminare verso l'entrata dell'hotel.
"Ma è ancora alta in cielo, dobbiamo godercela finché possiamo!" urlò di rimando, alzandosi e venendo verso di me.
"Se restassi ancora un po' rischierei di addormentarmi infreddolita sullo scoglio" accennai un sorriso, continuando a camminare.
"Allora permettimi di accompagnarti alla tua suite" mi chiese, piazzandosi davanti al mio corpo.
Lo osservai, ancora una volta, con attenzione. I suoi occhi, scrutavano invece me. Non mi piaceva essere guardata dagli altri, soprattutto dalle persone che non conoscevo. Eppure, essere guardata da lui, mi piaceva. I suoi occhi, al chiaro di luna, erano diventati dello stesso colore dell'ambra, mentre il suo sorriso era così smagliante che fece sorridere anche me.
"Va bene" gli dissi solamente e, in silenzio, entrammo all'interno della hall dell'hotel in cui alloggiavo e in cui, probabilmente, alloggiava anche lui. "Ti piacciono gli ascensori?" mi avvicinai all'ascensore.
"Sono claustrofobico" si grattò la tempia e sembrava quasi imbarazzato. O nel panico.
"Alloggio all'ultimo piano, vuoi che saliamo a piedi?" gli chiesi, abbastanza preoccupata. Sapevo cosa voleva dire avere una fobia e non volevo che potesse star male a causa mia. Non così presto almeno.
"Preferisco soffrire per qualche minuto piuttosto che rotolare per le scale" il ragazzo al mio fianco sorrise entrando nell'ascensore, lo seguii.
"Tranquillo, non respirerò" risi leggermente, poggiando il pulsante con su impresso il numero 15.
Justin deglutì e chiuse gli occhi, evidentemente impaurito dalla situazione. Così senza preavviso e senza pensarci due volte perché altrimenti avrei avuto ripensamenti, gli presi la mano stringendogliela forte. Si rilassò sotto al mio tocco leggero ma deciso, mi sentivo quasi responsabile di quel suo malessere per cui dovevo e volevo fare qualcosa. E stranamente, mi rilassai anch'io.
Verso l'undicesimo piano, strinsi la presa.
"Non respirare e non mi lasciare" sussurrò, quasi imbarazzato. Con le labbra serrate, annuii trattenendo un sorriso. Mi faceva quasi tenerezza.
Una volta arrivati al quindicesimo piano, mi girai verso Justin notando il pallore del suo viso. Non appena si aprirono le porte dell'ascensore, corse fuori ed io ripresi a respirare.
In ogni senso.

"È la prima volta che entro in un ascensore e arrivo al quindicesimo piano. Penso che con te avrò tante prime volte" disse, aspettando che aprissi la porta.
"Che ne sai? Magari non ci sarà mai una prossima volta"
"Allora farò sì che le prossime volte saranno la prima volta"
Morsi il labbro inferiore e, involontariamente, curvai gli angoli delle labbra verso l'alto.
"Vuoi qualcosa da bere?" gli chiesi, aprendo il mini frigo e prendendo una birra al limone per me.
"Pensavo che fossero i ragazzi a voler far ubriacare le ragazze per poi potersele portare a letto" gli passai una birra, che prese velocemente.
"Ognuno ha i suoi metodi" risi leggermente per poi uscire dalla stanza ed entrare nella terrazza, seguita da Justin.
"Certo che hai un bel lavoro per poterti permettere una suite del genere" passò la lingua sulle labbra "Ma penso che chiunque in questo hotel abbia un bel conto in banca dato che la camera meno costosa sta cinquecento dollari a notte"
"Tu di cosa ti occupi?" gli chiesi, sorseggiando la mia birra.
"Sono un cantante, ed è strano che tu non mi conosca" rise, portandosi una mano tra i capelli corti. "Però è una bella sensazione sapere che con te posso ricominciare da zero" disse.
E quella frase mi lasciò piuttosto perplessa. Non volevo che pensasse che potesse esserci un domani tra di noi, non volevo dargli illusioni. Non sapevo nemmeno io cosa ne sarebbe stato di me, il tunnel in cui ero entrata era troppo buio e volevo superarlo da sola senza trascinare nessuno con me. Come avevano fatto i miei genitori.
"In effetti avevo notato una certa somiglianza con quel ragazzo che canta What Do You Mean. Mi hanno tradito i capelli" cercai di cambiare discorso. Mi sedetti su un divanetto, Justin al mio fianco. Uno strano calore irradiò il mio corpo al contatto della mia pelle con la sua.
"Ho voluto dare un taglio netto alla mia vita. E ai capelli in contemporanea"
"Perché?" incuriosita, mi girai verso di lui.
"E tu mi dirai perché ti piace la solitudine?" deglutii. Anche se la mia mente diceva che non dovevo continuare a stare con lui, il mio corpo capì male i messaggi.
"Sì" gli risposi. Lasciando spiazzata anche me.

Un sorriso apparì sulle sue labbra, prese un sorso dalla birra al limone che gli avevo dato e cominciò a parlarmi di lui, della sua vita, di come si sentiva oppresso in quell'ultimo periodo, di come i media continuavano a decretare sbagliata ogni cosa che faceva o diceva, di come la sua persona stesse cambiando e di come avesse cercato invano per anni di cambiare ma di come fosse troppo debole per farlo. Mi raccontò di come le sue fans gli fossero state vicine, di quanto avesse dovuto lottare per poter risalire a galla e del sostegno che lo aveva aiutato nella sua impresa. Mi raccontò che non fu facile per lui affrontare la situazione, ma che ugualmente aveva lottato con tutto sé stesso. Mentre parlava, io restavo in silenzio. Gli accarezzavo la mano di tanto in tanto per dargli conforto soprattutto nei momenti in cui sembrava più sconfortato, gli sorridevo ogni qual volta mi guardava. Era bello poterlo ascoltare, era bello sapere che in quel momento poteva liberarsi dal male che portava dentro parlando proprio con me. Non mi era mai successo di aiutare qualcuno anche solo facendolo parlare, era una sensazione che mai avevo provato e che avrei voluto provare ancora.
"Vorrei tanto avere un briciolo della tua forza" confessai, accarezzandogli un braccio.
"Perché dici così? Mi sembri una tipa piuttosto forte" mi strinse la mano con la quale gli stavo accarezzando il braccio.
"Hai mai sentito parlare dell'apparenza?" annuì.
E cominciai a parlargli di me, delle mie sensazioni, della mia vita, dei miei perché. Gli raccontai dell'abbandono di mio padre e di quello di mia madre, della mia infanzia sofferta e della rabbia che provavo ogni qual volta pensavo ai maltrattamenti che subivo ogni giorno. Gli raccontai del senso di abbandono che avevo sviluppato quando quelli che definivo miei amici mi avevano lasciato e che si era accentuato quando il mio ex fidanzato mi aveva tradita con la mia ex migliore amica per poi lasciarmi sola come un cane. Gli avevo raccontato del cambiamento che avevo voluto attuare nella mia vita, lasciando il posto in cui vivevo, cambiando colore dei capelli, cambiando obiettivi, passioni, vita. Cambiando me. Mi tremavano la voce, le mani, i denti. La testa non voleva saperne di lasciarmi stare, continuava a mandarmi le immagini che mi avevano tormentata per anni. Piansi. Piansi l'anima quella sera. Sul petto di uno sconosciuto, che però era riuscito a farmi sentire talmente sicura da farmi aprire del tutto e completamente. E il tutto, in così poco tempo.
Quando finii di parlare, Justin non disse nulla. Rimase in silenzio, con un braccio sulle mie spalle, ad accarezzarmi i capelli mentre io, invece, continuavo a tenere la testa sul suo petto accarezzandoglielo. Non sapevo il perché del mio rimanere in quella posizione, sapevo solo che stavo bene e che non volevo assolutamente spezzare quel legame che si era creato tra di noi.
Deglutii e, inconsapevolmente, chiusi gli occhi e mi strinsi al suo corpo.
"Grazie" gli sussurrai.
"A te di avermi dato l'opportunità di entrare nella tua vita, anche se sicuramente domani mattina mi caccerai a calci in culo" mi accarezzò i capelli, la schiena, le spalle.
"Forse però potrei usarti come cuscino" tirai su col naso, nel momento stesso in cui curvai verso l'alto gli angoli della bocca.
"Da quel che vedo, potresti usarmi proprio come letto" aprii gli occhi e mi soffermai sul suo viso. Con un movimento della testa, indicò le mie gambe e mi stupii nel notare che fossi seduta proprio in braccio a lui. Nemmeno mi ricordavo di aver compiuto quel gesto e dell'essere arrivata a sedermi su lui.
Arrossii, ma non mi scomposi. Restai ferma e in silenzio, coccolata dalle sue carezze sulla schiena e dal battito regolare del suo cuore che quella sera proprio non voleva lasciarmi andare.

In poco tempo, mi addormentai. E quella sera, per la prima volta dopo anni, non mi svegliai durante la notte urlando a causa degli incubi, ma sognai di vivere il resto della mia vita con un ragazzo dagli occhi color nocciola che era riuscito ad entrare nel mio cuore in pochissime ore.

-

Il mattino seguente, mi ritrovai sul mio letto, ancora vestita con gli abiti che avevo la sera prima. Ero da sola in camera e un po' ci rimasi male, ma alla fine me lo aspettavo. Tutti andavano via prima o poi, una volta scoperto il mio passato.
Mi alzai dal letto e mi avviai al balcone, notando che il sole era alto il cielo. Sarei potuta andare in piscina, o al mare, anche se non ero propriamente dell'umore giusto. Sospirai e mi avviai al bagno, facendomi poi una doccia ed eliminando ogni traccia di emozione, ogni traccia di ricordi, di senso di benessere. Essenzialmente, eliminai ogni traccia di ciò che avevo provato la sera precedente. L'acqua fredda riuscì a farmi rimanere con i piedi per terra, infatti non immaginai nulla di diverso dalla realtà. Velocemente mi asciugai, indossai un costume bianco con dei ricami in oro ed uscii dal bagno, sussultando nel notare che sul mio letto era seduto un ragazzo.
"Che ci fai tu qui?" gli chiesi, portando una mano sul cuore.
"Sono stato al ristorante, ho preso la colazione" mi indicò un carrettino con su varie e deliziose cose da mangiare "Pensavo di riuscire a tornare prima del tuo risveglio, ma evidentemente sei piuttosto mattiniera" mi sorrise, avvicinandosi al mio corpo. Intrecciò le nostre dita, dandomi poi un bacio sulla gota.
"Che ore sono?" gli chiesi, morendomi il labbro. Avevo una dannata voglia di stringerlo tra le mie braccia, ma ero troppo orgogliosa per poterlo fare.
"Nemmeno le otto" mi scostò una ciocca di capelli ancora bagnati dal viso "Ieri sera ti sei addormentata e non volevo lasciarti sola, così ti ho portata a letto e sono stato ad osservarti tutta la notte, sono rimasto al tuo fianco" involontariamente, sorrisi. "Io non ti lascio più adesso" sussurrò, prima di stringermi tra le sue braccia.

Mi beai, tra le sue braccia. Uno strano senso di protezione e di affetto mi pervase, non avevo mai provato sensazioni del genere con un semplice e quasi del tutto inutile abbraccio, ma in quelle poche ore che ero stata con lui avevo capito che nulla di ciò che per me era normale con Justin dovesse per forza esserlo.
Le sue parole, sussurrate con una tale dolcezza, mi fecero battere il cuore così forte che quasi me ne spaventai. Non mi batteva mai così forte il cuore, ero talmente indifferente che quasi mi sembrava di non averlo un cuore.

"Quindi cosa si mangia?" gli chiesi, staccandomi e regalandogli un sorriso. Uno di quei sorrisi che di più veri non ce n'erano.
"Non so cosa ti piace magiare la mattina, per cui per andare sul sicuro ti ho portato un paio di fette di torta al cioccolato, un po' di frutta, dei biscotti e del succo di frutta" elencò gli elementi presenti sul carrettino che aveva portato con sé in camera, per poi girarsi verso di me "Per te va bene oppure vuoi che scenda a prenderti dell'altro?"
"Justin, è tutto perfetto" gli strinsi la mano, guardandolo intensamente negli occhi. "Grazie" gli dissi sincera, portandolo poi verso un tavolino "Pesavo fossi andato via, sai?"
"Non avrei mai potuto"
"Perché no?"
"Perché non posso. Desideravo parlare con te dal primo momento in cui ti ho vista, mi hai subito Incuriosito e nel momento in cui mi hai rivolto la parola, quasi non ci credevo. Ieri sera però non solo mi hai parlato, ma ti sei anche aperta con me, proprio con me. Mi hai aperto il tuo cuore, entrando di conseguenza anche nel mio di cuore. E adesso non voglio più lasciarti andare, perché so che hai bisogno di qualcuno, so che hai bisogno di me. Non dico ciò perché mi fai pena, io voglio sul serio stare al tuo fianco. Il tuo essere mi trasmette tranquillità, pace. Sto bene con te" abbassò lo sguardo, puntandolo verso le nostre mani. "Non posso lasciarti andare. Non voglio farlo"
"Adesso parli così, nemmeno mi conosci, Justin.." sussurrai io, portando la testa sul suo petto.
"Ti conosco abbastanza per capire che avevo bisogno di una persona come te al mio fianco" mi strinse a sé.
"Prima o poi andrai via anche tu, sei un cantante no? Andrai in tour e mi lascerai ugualmente. Perché dovrei farti entrare nella mia via, se so che quando andrai via lascerai un gran vuoto?" deglutii, sentendo la sua presa sempre più forte.
"Ti porterò con me. Tu sei una scrittrice, per cui non hai bisogno di un ufficio ma semplicemente di un computer e di fantasia. Farò di tutto pur di stare al tuo fianco. Te lo prometto, Sofie. Basta solo che mi dai l'opportunità di viverti" sussurrò al mio orecchio, provocandomi miriadi di brividi lungo la spina dorsale.

Non sapevo cosa dirgli, cosa rispondergli. Non volevo trascinarlo con me nel mio tunnel infestato, era una persona così bella e solare e non avrei mai potuto fargli un torto simile. Però sapevo di aver bisogno di qualcuno, di una persona che mi amasse e che mi volesse bene sul serio per poter tornare ad essere felice. Per poter tornare ad essere me, a sorridere. Sapevo che avevo bisogno di lui, proprio di lui, di quel ragazzo che era diventato in poche ore la mia luna, perché aveva illuminato quell'arco di tempo che avevamo passato insieme della mia vita buia, automa, scialba, senza colori e senza amore. Amore, una qualità dominante, un sentimento ormai nel mio cuore inesistente senza il quale semplicemente non vivevo come dovevo. Dovevo dare un taglio alla sofferenza.
Dovevo ricominciare ad essere felice.
Dovevo ricominciare a vivere.
Dovevo ricominciare ad amare.

"Ti dimostrerò quanto importante sei diventata per me" sussurrò un'ultima volta, prendendomi la mano e trascinandomi al tavolo. Non risposi, mi limitai ad osservarlo e a pensare a quanto bello fosse.
Dopo aver mangiato, insieme ci avviammo verso la piscina dato che era anche andato a mettersi il costume poco prima, oltre a prendere la colazione. Restammo tutta la giornata insieme, non tanto a parlare ma semplicemente a farci compagnia, a compensare a vicenda il vuoto che si era creato nei nostri cuori col passar del tempo. E così anche il giorno dopo, e quello dopo ancora. Passò un'intera settimana e non avevamo fatto meno di vederci un solo giorno. Sembrava quasi che stare vicini fosse diventato essenziale, fosse di vitale importanza.

Sembrava quasi che la mia anima fosse legata alla sua e che funzionasse solo nel momento in cui connettevo il mio corpo al suo anche solo attraverso l'incrocio tra le nostre dita.

Desideravo passare con lui ogni attimo della mia esistenza, anche perché potevo definirla tale solo se stavo con lui. Senza di lui non esistevo, sopravvivevo.

Justin era un amore nei miei confronti. Era dolce, era premuroso, era empatico, era amorevole. Era diventato ormai una prassi quella di darmi un bacio sulla fronte prima di andare a dormire accompagnato da una frase tanto banale per molti, ma fondamentale per me: I won't let go.

Il tempo continuò a passare e volò anche un'altra settimana. Era ormai un mese che mi trovavo in quell'hotel e quella sarebbe stata la mia ultima notte lì, così come sarebbe stata l'ultima notte di Justin. Ero riuscita a legare solo con lui durante quell'intero mese e non mi dispiaceva, stare in sua compagnia era le parte che preferivo della giornata. Anche se praticamente solo la notte non ci vedevamo, mi mancava da morire e non vedevo l'ora di rivederlo. Avevo passato le due settimane più belle di tutta la mia vita, e a dirla tutta morivo dentro a causa della nostra imminente separazione.
Justin quel pomeriggio sembrò accorgersene del mio cambio d'umore e del mio essere così pensierosa. Anche se aveva assistito ai miei peggiori scleri e mutamenti d'identità in sole due settimane, non mi aveva mai vista così triste. E sinceramente, non sapevo neanch'io perché quel malessere era così forte.

"Cosa farai quando tornerai a casa?" gli chiesi, staccandomi dall'abbraccio e guardandolo negli occhi.
"E tu? Cosa farai?" mi accarezzò la schiena dolcemente, per poi stringermi le mani.
"Comincerò il mio nuovo libro, penso.." sussurrai abbassando lo sguardo. Dopodiché, lo rialzati ancora una volta.
"Io invece penso di lavorare al mio nuovo album. Anche se ho già scritto un po' di tracce, un album non si tiene su con sole sei canzoni" gli accarezzai il viso.
"Se sono tue, sono perfette" gli dissi sincera.
"Questa sera allora sarai contenta di ascoltare un mio nuovo inedito" si leccò le labbra, io annuii. "Bene. Allora dopo cena, aspettati una sorpresa" mi abbracciò ancora. Amavo i suoi abbracci.
"Puoi darmi qualche informazione o è tutto top secret, agente 00Bieber?" mi allontanai, avvicinandomi verso il mare.
"Tutto top secret signorina. Tra qualche ora scoprirà tutto" mi raggiunse. "Adesso sei pronta alla lotta?"

Non ebbi nemmeno il tempo di girarmi, che Justin cominciò a schizzarmi con l'acqua. Rimasi basita per qualche secondo, ma quando mi resi conto di ciò che era appena successo ricambiati con una buona dose d'acqua e risate. In pochi secondi me lo ritrovai a pochi centimetri da me, mi prese a sacco di patate poggiandomi sulla sua spalla e corse, corse sulla riva, girando di tanto in tanto su sé stesso, facendo finta di buttarmi giù. Io urlavo, gli picchiettavo la schiena, mi dimenavo. Quando si decise a mettermi giù, ovviamente non lo fece con delicatezza, ma mi gettò con tutta forza in acqua. Dato che era abbastanza alta, feci finta di annegare e Justin si precipitò da me per soccorrermi. Mi prese per un braccio, mi avvicinò a sé e proprio in quel momento saltai e posizionai le mie mani sui suoi capelli, spingendolo verso il basso.
"Sei proprio un infame" sussurrò risalendo a galla. Risi. "Ma sei l'infame più bella che io abbia mai visto"
Arrossii e mi girai, sperando che Justin non mi avesse vista quando in realtà mi aveva vista eccome. Infatti mi abbracciò da dietro e restammo in quella posizione per minuti interminabili.
Come sempre, il pomeriggio passò in un batter d'occhio. Ci salutammo solo per poterci lavare e preparare per la serata, che mi aveva detto sarebbe stata speciale, eppure io non facevo altro che sentirmi male.
A breve Justin sarebbe andato via. A breve saremmo tornati alla nostra vecchia vita ed io non volevo assolutamente farlo. Volevo continuare a vivere per sempre e felice con lui, stare insieme tutto il giorno, passare attimi indimenticabili.. Non volevo che andasse via.
Cercai di scacciare l'ansia e l'angoscia preparandomi. Indossai un semplice abito bianco con delle rose in blu chiuso in vita da una cinta abbastanza grande, dello stesso colore dei fiori. Décolleté bianche e borsa del medesimo colore resero il mio outfit completo. Truccai leggermente i miei occhi, indossai del profumo e uscii da quella che sarebbe stata la mia camera per l'ultima notte. Quando entrai in ascensore, ricordai della prima volta che avevo preso l'ascensore con Justin. Durante quei pochi minuti, non avevo respirato solo perché avevo paura che potesse avere un attacco di panico derivante dalla claustrofobia proprio a causa mia. Mi scappò un sorriso al ricordo.
Una volta essere uscita dall'ascensore, attraversai la hall e l'uscita dell'hotel, avviandomi così al ristorante all'aperto. Justin sarebbe arrivato per le otto, mancavano ancora una decina di minuti. Mi sedetti al nostro tavolo e lo aspettai, continuando a pensare a quanto mi sarebbe mancato.
Lui viveva a Los Angeles, io a Manhattan. Lui era un cantante, io una scrittrice. Lui girava il mondo a causa del suo lavoro, io creava realtà diverse nelle mie storie dallo studio di casa mia.
Non avevamo nulla in comune, se non la voglia di stare insieme, la voglia di viverci.

"Buonasera, signorina" quello splendido uomo dagli occhi color nocciola a cui stavo pensando, mi su piazzò davanti. "Mi aspetti da tanto?"
"Solo pochi minuti" gli risposi, donandogli uno dei miei sorrisi più veri.
"Sai vero che dovrai aspettarmi ancora?" mi chiese. Corrugai le sopracciglia.
"Perché?"
"Lo vedrai" si abbassò per potermi dare un bacio sulla fronte, dopodiché sparì lasciandomi sola ancora una volta.

Sospirai, ma mi incuriosii quando udii il suono di una chitarra partire dalla cucina.
Tutti si fermarono, i camerieri smisero di portare i piatti a tavola e i musicisti smisero cantare e suonare. Le luci vennero spente, ne rimase accesa solo una al centro della sala, ovvero il punto in cui Justin si fermò dopo essere uscito dalla cucina. Corrugai ancora di più le sopracciglia, sempre più incuriosita. E quando ricordai della conversione avuta lo stesso pomeriggio, in cui Justin mi aveva esplicitamente detto che mi avrebbe fatto ascoltare la sua nuova canzone, la curiosità crebbe ancora di più.

"Buonasera a tutti!" urlò Justin, sorridendo. Sorrisi anch'io. "Questa è la mia ultima notte qui, in questo meraviglioso hotel. La mia è stata una permanenza breve, ma allo stesso tempo mi ha fatto incontrare delle persone stupende" Justin posò il suo sguardo su di me, così come altre persone in quella stessa sala "Questa canzone dedico a lei" continuò. Molte persone in quella sala si girarono verso di me, sapevano che avevo con lui instaurato un rapporto piuttosto intimo nelle ultime due settimane. Mi sentivo in soggezione, ma non mi interessava.

Justin mi aveva appena dedicato una canzone.
Justin mi aveva scritto una canzone.

"Everybody gets high sometimes, you know. What else can we do when we're feeling lo? So take a deep breath and let it go.. You shouldn't be drowning on your own" la sua voce echeggiò nell'aria, accompagnata dal suono della sua chitarra. "And if you feel you're sinking, I will jump right over into cold, cold water for you. And although time may take us into different places, I will still be patient with you. And I hope you know I won't let go. I'll be your lifeline tonight. I won't let go. I'll be your lifeline tonight" inutile dire il trucco si sciolse del tutto non appena capii il significato delle parole che mi aveva appena dedicato. Mi si avvicinò, continuando a cantare e a guardarmi negli occhi. Anche i suoi erano velati da un leggero strato trasparente, proprio come i miei. L'unica differenza, era che quel sottile strato trasparente nel mio caso si era trasformato in vere e proprie lacrime che non smettevano di solcare il mio viso.
Continuò a cantare,senza smettere di guardare me. Solo me. A fine canzone, ci fu un applauso generale. Io invece mi alzai e,correndo,mi catapultai tra le braccia di Justin.
"Non ci credo" sussurrai incredula, piangendo sulla sua camicia bianca.
"Non credi a cosa?" mi chiese Justin, stringendomi sempre più.
"Mi hai scritto una canzone" tirai su col naso "Mi hai scritto una canzone" sussurrai ancora, staccandomi dal suo corpo e guardandolo negli occhi.
"I won't let go" disse semplicemente, asciugandomi le lacrime "E sappi che non appena tornerai a casa, domani, non avrai neanche il tempo di preparare le tue cose che ti farò sequestrare. Ti porterò in tour con me e non accetto un no come risposta. Voglio che tu sia al mio fianco. Ed io voglio essere al tuo fianco. Non voglio starti lontano, Sofie. Voglio essere il tuo oggi, il tuo domani. Voglio essere il sorriso sulle tue labbra, proprio come tu sei diventata il sorriso sulle mie. Avevo bisogno di una persona con te al mio fianco. Come amica, confidente, compagna. Ti voglio con me. E so che tu mi vuoi con te. Per te salterei nell'acqua ghiacciata, ti tirerei fuori dal freddo della tua vita e ti scalderei con le mie braccia. E voglio portarti con me, ovunque io vada. Voglio fare questa pazzia. E non mi interessa di ciò che diranno i media, i fan, gli oppositori. Ti voglio al mio fianco. E so che anche tu mi vuoi al tuo." mi accarezzò il viso, guardandomi attentamente negli occhi "Non voglio lasciarti andare. Sarò la tua ancora di salvezza, stasera e per sempre"

Sussurrò ancora una volta, sotto lo sguardo attento di tutti.
Lasciai da parte gli sguardi, lasciai da parte i bisbigli, lasciai da parte i flash dei telefonini. E lo abbracciai, con tutto l'amore che possedevo.
Non avrei mai immaginato che sul serio il giorno successivo mi avrebbe fatta sequestrare a casa mia. Rimasi piacevolmente sorpresa dal vedere Ryan Butler e Chaz Somers venire a casa mia. Portai con me due valigie grandi ed una valigia più piccola, sapevo che sarei stata via quasi due mesi e mezzo e volevo avere le mie comodità. E per comodità intendevo libri, foto ricordo, computer, quaderni per gli appunti, penne, matite, evidenziatori. Avevo già in mente qualche idea per il mio nuovo libro e avevo bisogno di poter appuntare le mie idee per poter rendere tutto perfetto. Infondo, il libro avrebbe parlato di Justin.

"Quindi tu sei la famosa Sofie Callen? La scrittrice di 'The Storm', 'Look in my eyes, what did you see?' e di 'We can fly to never neverland'?" mi chiese Chaz, una volta essere atterrati a Los Angeles. L'aria calda pizzicò il mio viso.
"Esatto" annuii, prendendo la valigia più piccola. Morivo dalla voglia di rivedere Justin.
"Ho sempre voluto chiederti una cosa" mi girai verso Ryan "Perché hai fatto morire Freedom?" sbottò, sorrisi.
"Me lo chiedono in molti, sai? Molti pensano che io sia stata ingiusta, altri invece che dovevo risparmiarmi quella parte. Io invece penso che l'amore, quello vero, viene fuori solo nelle situazioni più difficili da sopportare. Lui avrebbe potuto trovarsi un'altra donna, rimpiazzare la sua amata Freedom perché infondo, a trentacinque anni si è ancora giovani. E invece no. Ha deciso di dimostrare ancora una volta il suo amore verso sua moglie. Un amore forte, inspiegabile, insormontabile. Un amore vero, più forte addirittura della morte. Volevo puntare su questo. Molti matrimoni, al giorno d'oggi, finiscono a causa di una qualsiasi scemenza quando invece dovrebbe essere solo la morte, e neanche, a mettere un freno. Volevo far capire ai miei lettori che l'amore vero esiste" mormorai tra me e me, cercando di creare frasi di senso compiuto invano. Avevo altro per la testa. E per altro, intendevo Justin "Quindi siete miei lettori?"
"Io ho tutti i tuoi libri a casa" Chaz mi sorrise "Sono contento che Justin abbia fatto colpo su di te, ho sempre voluto conoscerti per chiederti delle informazioni in più sulle tue storie" annuii.
"Quando vuoi" mi strinsi nelle spalle, sospirando "Casa di Justin è distante?"
"Siamo quasi arrivati" mi rassicurò Ryan.
"Non vi vedete da nemmeno un giorno e già non sapete stare distanti l'uno dall'altra" mormorò Chaz poggiandomi un braccio sulle spalle.
"Forse perché siamo fatti della stessa sostanza" sussurrai tra me e me.
Immaginando il viso di Justin. E il suo sorriso.

Quando arrivammo a casa sua, mi stupii dalla grandezza del posto in cui viveva. Anche se era un cantante di fama mondiale pieno di soldi, non avrei mai pensato potesse permettersi una villa del genere. Io avevo un misero appartamento all'ultimo piano di un grattacielo in centro a Manhattan, lui aveva un vero e proprio villaggio turistico con tanto di piscina e teatro. Quando varcai la porta di casa, sentii subito due braccia avvolgermi. Due braccia tatuate che riconobbi come quelle di Justin.
"Sei qui" sussurrò, accarezzandomi la schiena.
"Tu hai mantenuto la tua promessa" sentenziai, guardandolo negli occhi.
"Quando ho chiesto a Chaz e Ryan di venirti a prendere perché io non potevo non hanno perso tempo" si girò verso i suoi amici "Vero ragazzi?"
"Vero. Adesso scusaci JB, ma la piscina ci aspetta" sbottò Ryan, togliendosi la maglietta e correndo verso una porta vetrata che dava sul giardino.
"Hei, aspettami, non voglio fare il terzo in comodo!" urlò Chaz, seguendo Ryan. Risi con Justin alla scena.
"Sono simpatici" mi staccai dal suo corpo, prendendo poi le mie valigie.
"E sono anche dei cascamorti con le ragazze" Justin mi prese dalle mani le due valigie più grandi.
"E quindi?" mormorai, seguendolo su per le scale.
"E quindi tu sei mia adesso. Non voglio che ti portino via da me" esclamò, poggiando le valigie in camera sua. Camera sua.
"Nessuno mi porterà via da te, Justin" gli presi la mano, guardandolo poi negli occhi "Neanche me stessa"
"Lo so" mi accarezzò il dorso della mano col pollice, tenendo lo sguardo basso "Ci tengo davvero a te. Altrimenti non ti farei dormire in questa stanza, con me. Non voglio stare lontano da te neanche per un minuto" si avvicinò al mio viso, lo guardai dal basso.
"E allora non farlo" sussurrai, sentendo il battito cardiaco sempre più forte.
"Non lo farò" sussurrò ancora. Avvicinandosi sempre più.

Fino a lasciarmi un dolce e tenero bacio sulla fronte.
E poi uno sul naso.
E poi uno sulle labbra.

"Non voglio correre, ma con te mi sembra quasi inevitabile" mi portò una mano sul suo petto. Il suo cuore batteva forte.
"E chi ti dice che io voglia andare piano, Justin?" incrociai i nostri sguardi "Sono stata chiusa in una bolla per troppo tempo, mi sono creata uno scudo, una barriera, per eliminare tutto ciò che aveva a che fare con i rapporti umani. Avevo paura di stravolgere la mia routine, il mio benessere.. anche se in realtà, tanto bene non stavo. Fino al tuo arrivo, però. Da quella notte, ho ricominciato a vivere" confessai, abbassando lo sguardo "E avevi ragione. Ti voglio al mio fianco. Giorno e notte" gli accarezzai il collo, per poi poggiare la mia testa sulla sua spalla. "Ho bisogno di te"
"Ed io ho bisogno di te"
"E' una promessa, questa?"
"E' un promessa"
"E non mi lascerai mai andare?"
"Solo che tu non lascerai mai andare me"
"Io non lo farò. Non posso farlo"
"E allora non lo farò neanche io"

Lo guardai negli occhi, mi immersi in quel mare dorato e mi addentrai al suo interno sentendo il cuore battere forte.
Finalmente avevo trovato qualcuno di cui fidarmi.
Finalmente avevo trovato la mia guida.
Finalmente avevo trovato la mia pace.
Con lui.

Come on, come on, save me from my rocking boat. I just want to stay afloat. I'm all alone.And I hope, I hope someone's gonna take me home, somewhere I can rest my soul.I need to know you won't let go.   

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