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Capitolo 1 - Coming out

Socchiusi gli occhi avvicinando le mani alle orecchie per coprirle. Non sapevo per quanto ancora mia madre e mio padre avrebbero continuato ad urlare. Si davano colpe l'un l'altro, ma la verità, è che era solo colpa mia. Arriva un certo punto della tua vita, dove si capiscono molte cose. Indipendentemente dall'età, si riescono a scoprire parecchie cose nuove su sé stessi. Ho 18 anni, e sono già 2 anni che tengo nascosto un segreto anche più grande di me. All'inizio negavo l'evidenza, spaventato da una cosa nuova che non riuscivo a controllare, e più cercavo di manovrare questa novità più essa si ribellava, mettendomi a volte nell'imbarazzo più totale. Dopo quella fase c'è stata 'l'accettazione'. Non riuscivo ancora a capire come fosse successo, eppure era così e avrei dovuto imparare a conviverci. Non ho mai avuto il coraggio di parlarne con nessuno, o almeno, fino ad oggi. Credo sia stato lo sbaglio più grande che ho fatto, ma avevo bisogno di togliermi questo peso, avevo bisogno di confidarmi con qualcuno, ma se avessi saputo prima che la reazione fosse stata questa, forse me lo sarei tenuto dentro ancora per un po', anche se avrei rischiato di esplodere come una granata a frammentazione. Mia madre era passata da un improvviso calo di zuccheri ad una crisi di nervi in meno di due secondi. Mio padre era bianco come un cadavere e credo che abbia perso anche l'uso della parola. Nel frattempo, mi sono dileguato in camera mia, aspettando che passi la tempesta che aleggia su questa casa. Fare coming out è stata la cosa più difficile che ho dovuto affrontare nei miei 18 anni di vita. Sentivo che era il momento nonostante io stesso avevo ancora dei dubbi riguardo la mia sessualità, ma era vero, ero attratto dai ragazzi e non potevo farci niente.
Improvvisamente il portatile che stava sulla scrivania acceso, mi avvisò dell'arrivo di una notifica. Mi avvicinai a passo lento, come se anche la mia voglia di fare qualsiasi cosa fosse stata risucchiata dagli scleri dei miei genitori. Vidi che la finestra era aperta su una chat di "Secrets", un sito dove si poteva restare nell'anonimato più totale, e dove ormai ci passavo parecchie ore durante la giornata. Lessi velocemente il contenuto del messaggio.

_Dollface_ :
Hey ragazzo strano, allora, come l'hanno presa i tuoi?

<<Luke Archibald Mason, torna immediatamente qui!>> la voce di mia madre rimbalzò su ogni parete della casa. Odiavo quando mi chiama con l'intero nome. Lasciai la chat in sospeso e deglutì prima di raggiungere di nuovo i miei genitori. Varcai la soglia del piccolo salotto, dove mio padre se ne stava ancora inespressivo e seduto sulla sua poltrona di pelle marrone, ormai consumata dagli anni, e dove mia madre camminava avanti e indietro freneticamente mentre si torturava le unghie della mano destra con i denti. La bellissima donna che mi aveva donato la vita, puntò i suoi occhi azzurri nei miei, ma purtroppo in quelle iridi, non sentivo più il calore e il senso di protezione che riuscivano a trasmettermi fino a qualche ora fa. Ora c'era solo ribrezzo nel suo sguardo mentre mio padre non aveva nemmeno il coraggio di sollevare la testa. Ecco, ciò che temevo di più, stava succedendo sotto i miei occhi.

<<Senti, tu sei proprio sicuro di questa cosa?>> continuò lei nel modo più gentile possibile. Annuii semplicemente, dando così la possibilità a mia madre di continuare con la raffica di domande. <<Come te ne sei accorto?>>

Spalancai gli occhi, non poteva avermelo chiesto sul serio. Ma quando la guardai, capì che era più che seria. <<Mamma per favore.>> sbuffai cercando di farle capire il mio disagio, ma lei continuò imperterrita. 

<<Tesoro, io e tuo padre abbiamo il diritto di saperne di più se vogliamo affrontare questo problema.>>

Cosa?!

<<Problema? Sul serio?>> alzai il tono della voce in preda al nervosismo. Se mi sono confidato con loro è stato per cercare un supporto, qualcuno con cui parlare liberamente per capire ogni sfaccettatura di me stesso, ma ora mi rendo conto, che non sono loro le persone su cui posso contare. Mia madre si strinse nelle spalle imbarazzata e fu in quel momento che mio padre riprese vita. Si alzò dalla poltrona e la raggiunse mettendole poi una mano sulla spalla.

<<Luke, potresti lasciarci un po' da soli?>> mi chiese mio padre senza nemmeno guardarmi in faccia. Incedibile, prima mi chiamano e poi mi dicono di lasciarli soli!

Meglio così, non sarei riuscito a reggere un'altra umiliazione attraverso i loro sguardi. Me ne tornai in camera mia e andai a sedermi di fronte al portatile. Presi qualche secondo prima di rispondere.

x_StrangeBoy_x :
Un disastro. Scusa ma ho bisogno di stare un po' da solo.

Chiusi il portatile e inclinai la testa verso l'alto. Mi passai una mano sulla faccia più per disperazione che per altro. Mi alzai di scatto, infilai una felpa e misi il cellulare in tasca. Avevo bisogno di una boccata d'aria, in quella casa ormai mancava ossigeno.

<<Vado a fare un giro.>> dissi mentre passavo di fronte ai miei genitori, che si erano zittiti non appena avevano sentito il rumore della porta della mia stanza. 

Come sospettavo, non mi dissero nulla. In realtà, ero solito fare qualche passeggiata in questo buco di città, il mio momento di pace lontano da tutti. Non la definirei proprio una città, Fayland era più una cittadella dimenticata da Dio, o come la chiamo io, la picolla Silent Hill, con i suoi 3.318 abitanti che credo di non aver mai nemmeno incontrato dato che incontro sempre le solite venti  persone. Mi avviai a piedi verso il cuore di Fayland, ovvero la grande foresta che si trovava proprio al centro della cittadella che prende il nome di Greendale. Quello era il mio angolo di pace, un luogo dove potevo chiudere gli occhi e riflettere, accompagnato dai suoni dell'acqua che scorre nel ruscello fino ad arrivare agli uccellini che cinguettano. Greendale era il posto più conosciuto di Fayland, un orda di turisti ogni anno viene per fare foto e scampagnate.

In dieci minuti raggiunsi la mia destinazione, dove un tronco gigante se ne stava sdraiato sull'erba aspettando che il mio peso gli si posò sopra. Mi sdraiai completamente portando le mani dietro la nuca e chiusi gli occhi. Non pensavo che la mia dichiarazione fosse così mal vista, insomma, avrei capito la reazione della società, su quello ormai non ci si poteva nemmeno più fare affidamento, ma sono i miei genitori, e una parte del mio cuore sperava che avrebbero compreso. Insomma, questo genere di situazioni erano già note nell'Ottocento, come siamo arrivati ad avere così tanti pregiudizi su una cosa come questa. Facendo varie ricerche sull'argomento mi ero soffermato in particolare su una frase che mi ha lasciato di stucco. Dichiarava esattamente "Meglio un figlio drogato che un figlio gay". Oh sì, sei proprio un ottimo genitore se pensi che la droga sia migliore dell'amore, perché sì è di questo che si parla, amore, e ognuno ha il diritto di vivere la propria storia come meglio crede. Personalmente non punto il dito contro nessuno, abbiamo libertà di pensiero ed espressione e il mondo è bello proprio perché è vario no? Mi sorprende solo che nel ventunesimo secolo ci siano ancora queste mentalità così chiuse, che non hanno il coraggio né tanto meno la voglia di affrontare la realtà. Purtroppo lo sapevo, sapevo che sarei stato solo ad affrontare questo cambiamento nel mio corpo, ma va bene così. L'unica persona con cui sono sempre riuscito a parlare è lei, la ragazza della chat, meglio conosciuta come Dollface. Essendo una chat anonima non so il suo vero nome, nonostante chattiamo da più di un anno. Lei è quello che si chiama 'un raggio di sole nell'oscurità'. Sa tutto del mio orientamento sessuale, eppure mi supporta da oltre un anno, senza mai giudicarmi. A volte mi piacerebbe averla qui, sono sicuro che in una situazione come questa sarebbe riuscita a farmi tornare il sorriso. 

Improvvisamente sentii delle risate così mi alzai per cercare di capire da dove provenivano. Iniziai a camminare all'interno della foresta e arrivai vicino al ruscello. Mi nascosi dietro un albero e osservai la scena. Due ragazzi e una ragazza si schizzavano e si divertivano all'interno del piccolo ruscello. Rimasi a fissare i due ragazzi senza maglietta, credo di non aver nemmeno mai guardato una ragazza in quel modo. Ero attratto da quei leggeri muscoli pieni di goccioline d'acqua, e in quel momento pensai a quanto potesse essere strano tutto questo. Senza che me ne rendessi conto avanzai di qualche passo, risultando visibile agli occhi dei ragazzi.

<<Mason, sei tu?>> domandò uno dei ragazzi.

Feci per fuggire ma la voce di quel ragazzo mi costrinse a fermarmi. L'avevo già sentita. Mi voltai e mi avvicinai di più per mettere a fuoco la persona che mi aveva rivolto la parola. Capelli neri ricci, occhi marroni e profondi e un fisico abbastanza invidiabile, non poteva trattarsi di nessun altro se non di Henry Green. Era a capo della squadra di basket al mio liceo. Sollevai una mano e la sventolai per salutare.

<<Vuoi unirti a noi Mason?>>

<<Oh no, stavo solo facendo una passeggiata ma ora devo tornare.>> cercai di restare calmo e continuai a strizzare gli occhi come a coprirmi la visuale, dato che essi continuavano a posarsi sugli addominali di Henry.

<<Come vuoi. Ci si vede.>> mi rivolse un cenno con la mano prima di trattenere il respiro e andare sott'acqua.

Mi voltai e camminai verso casa mia. Ormai erano già le sette e oltre a dover cenare, fuori si era anche già fatto buio. Arrivai a casa, aprii la porta ed entrai, chiudendomela poi alle spalle. Mi avviai verso la mia stanza, ma prima di poterci arrivare venni bloccato dai miei genitori.

<<Tesoro, c'è una persona che vuole conoscerti.>> disse mia madre accarezzandosi un braccio con una mano. Un uomo di mezza età sbucò dal salotto e avanzò verso il corridoio. <<Lui è il dottor Carter Hall. È qui per parlare con te.>> continuò poi indicando l'uomo con una mano. 

Inarcai un sopracciglio confuso. <<Dottore?>> domandai cercando di capire.

<<Ciao Luke, più che un dottore, sono uno psicologo.>>

Uno psicologo? Seriamente?

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