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EXTRA: CAPITOLO I

Avevo cinque anni quando cominciai a sviluppare la mia passione per l'arte: vagavo da sola per gli immensi corridoi della reggia di famiglia soffermandomi ad ammirare gli immensi quadri e arazzi costosissimi che pullulavano sulle pareti. Li trovavo molto più affascinanti delle pistole. All'epoca l'attenzione dei miei genitori era ancora canalizzata sull'istruzione di mio fratello maggiore, quindi nessuno aveva notato la mia malsana attrazione verso tutto ciò che faceva di una persona un'artista. Col tempo, però, il mio desiderio di libertà di pensiero era cresciuto, mio fratello Corey era rimasto ucciso dopo lo scioglimento della pace tra le bande ed io ero entrata nel mirino del clan come prossima erede. Ma per quanto i miei genitori ci si accanissero, la mia passione continuava a crescere con me, mutando forma, colore e consistenza, ma mai scomparendo del tutto.

L'arte per me era importante come l'aria, e riusciva sempre a ricordarmi che non tutto nell'animo umano è da buttare: come avrebbe mai potuto un uomo brutale dipingere qualcosa come la Gioconda? Ci doveva per forza essere qualcosa da poter salvare.

Quando però arrivò la famigerata scelta del college, arrivò anche il momento di affrontare i miei genitori. Loro volevano che mi preparassi a continuare ciò che mio padre aveva iniziato, seguendo così le orme di mio nonno, del mio bisnonno, del mio trisavolo e così via.
Io, però, non ero ancora pronta, avevo bisogno di vivere per l'arte. Avevo bisogno dell'arte per vivere.
E la scuola artistica era il mio piccolo punto di salvezza e di sfogo dal mondo di merda che mi circondava.

Quando i miei genitori avevano ceduto, ero al settimo cielo, quasi mi erano comparse agli occhi le lacrime per la felicità: avevo finalmente ottenuto l'opportunità di staccare la spina dalle rigide regole che vigevano nella casa del boss della malavita e di poter dedicarmi alla mia immensa passione.
Ancora incredula che la mia famiglia mi avesse concesso un tale privilegio, ero tutta esterrefatta per l'avventura che avrei iniziato, ma appena arrivata al college tutto il mio entusiasmo era scemato.

Bellamy Blake. Bellamy Blake era lì, come per ricordarmi che non sarei mai potuta sfuggire a ciò che ero davvero.

Mi ricordavo perfettamente di lui, dei suoi occhi grigi nei quali da bambina mi piaceva perdermi, delle sue camice sempre stirate e delle sue mani giganti. Era molto più alto dall'ultima volta in cui l'avevo visto, ma la sensazione di smarrimento che la sua presenza mi procurava era la stessa. Perché l'ultimo figlio di uno dei boss più importanti di Detroit era iscritto ad un college per le belle arti?

Potrebbe farti la stessa domanda idiota.

E, come se la situazione non fosse già abbastanza comica, eravamo perfino in stanza insieme. Tra tutti i ragazzi che potevano capitarmi perché proprio Blake? Ero confusa e arrabbiata con l'intero universo che sembrava avercela a morte con me: la fortuna non avrebbe mai girato dalla mia parte. Per una volta che ero riuscita a prendermi una pausa dalla mia vita, che ero riuscita a costruire un muro tra me e il mio clan, il nemico aveva bussato alla porta esitante di entrare. Se i miei genitori lo avessero saputo, sarebbe rimasto ben poco di quel suo volto enigmatico e attraente.

<<Non ci posso credere>> farfugliai tra me e me, continuando ad osservare Bellamy dalla soglia della nostra stanza. Mi faceva già schifo chiamarla così.
<<Roxanne>> disse lui facendomi alzare lo sguardo verso i suoi occhi cupi <<tra tutte, proprio la figlia di quello?>>. Entrai come una furia nella stanza, buttai sul pavimento vuoto la mia valigia e con una mossa repentina estrassi un coltello mission mpk10 dalla tasca dei jeans puntandolo alla gola del mio coinquilino: lui, preso in contropiede, rimase immobile a scrutare i miei occhi verdi alla ricerca di qualcosa.
<<Per prima cosa quello sarebbe mio padre>> presagii, continuando a tenere il coltello puntato alla sua gola e avvicinandomi alla sua faccia in segno di sfida. Non mi faceva paura, ma quella vicinanza mi procurava un non so che allo stomaco. <<quindi>> continuai <<chiamalo di nuovo così e uno dei miei proiettili ti rovinerà quel bel faccino che ti ritrovi.>>. Sorrisi per niente divertita e allentai di un pelo la presa, sperando che il nemico avesse colto il mio messaggio. Non c'era traccia di timore nei suoi occhi, d'altronde nei clan eravamo abituati a non aver paura di fronte a qualsiasi scenario, persino la morte.
<<Secondo>> ripresi a parlare <<neanche a me fa piacere stare in camera con te, ma non permetterò che un coglione rovini il mio sogno>>. Detto ciò, mi allontanai da lui come se non fosse successo niente, raccolsi la mia valigia abbandonata a terra e mi diressi verso la porta della mia stanza che si trovava dall'altra parte dell'abitazione rispetto a quella di Bellamy.

Prevedevo già una difficile, difficilissima convivenza.

Dopo un paio di minuti, con la coda dell'occhio, lo vidi avvicinarsi a me titubante e sorrisi al pensiero di averlo spaventato almeno un po'. Ero già pronta a un suo qualsiasi passo falso o un movimento che mi dicesse 'attenzione' quando le sue parole ruppero la tranquillità della nostra abitazione.
<<Se lo sanno i miei, tu sei morta.>> sussurrò sullo stipite della porta. Non mi girai a guardarlo e continuai a tirare fuori i miei vestiti dalla valigia.
<<Lo stesso vale per te.>> risposi. Ci fu un minuto di silenzio e poi la sua voce roca riecheggiò di nuovo nella stanza. Imprecò.

<<Senti, facciamo così>>. Drizzai le orecchie interessata a quello che poteva propormi e mi girai ad osservarlo attentamente: volevo capire quali fossero le sue vere intenzioni. <<visto che nessuno di noi ha voglia di andare via, non facciamone parola con nessuno. Io lo tengo per me e tu lo tieni per te. Dì qualcosa e sei morta>>. I nostri sguardi erano truci e analizzai velocemente la proposta del mio coinquilino: non avevo voglia di dargli ragione, ma dopo tutti i sacrifici che avevo dovuto fare per potermi iscrivere a quella scuola, non avrei gettato tutto al vento per lui. Era l'unica via d'uscita e non avevo altra scelta. Bellamy mi allungò una mano per sancire il nostro patto e io lo guardai diffidente.

<<Eddai, non ci ho mica sputato sopra>>. La sua battuta alleggerì la tensione tra noi e rilassai i muscoli contratti fino a quel momento. Con un semi sorriso sulle labbra gli strinsi la mano e un brivido mi percorse tutta la spina dorsale.
<<Bene>> continuò lui <<ora che abbiamo stabilito il nostro ''patto'' –mimò le virgolette- possiamo liberarci delle nostre armi. Tutte. Avanti Roxanne, so che sei piena di sorprese>> mi ammiccò maliziosamente e mi venne quasi da vomitare. Che presuntuoso.

<<Non è che ora mi fido ciecamente di te>>. Niente affatto, non mi fidavo per niente di lui, avrebbe potuto uccidermi nel cuore della notte o versarmi del veleno nella pasta e...
<<Ho capito>> disse alzando le mani al cielo <<inizio io>>. Uscì dalla mia camera e dovetti seguirlo in salotto, che non avevo neanche avuto modo di osservare per bene appena arrivata: ero stata troppo impegnata a puntargli un coltello alla gola. Sorrisi a quel buffo pensiero e mi promisi di fare un tour del nostro alloggio non appena finito quella stupida farsa.

Si abbassò accanto al divano e alzò uno dei cuscini grigi. Lo guardai con aria interrogativa non capendo le sue intenzioni. Bellamy sbuffò.

<<Possibile che ti debba spiegare tutto? Le armi. Mettiamole qua sotto>>. Alzai gli occhi al cielo e aspettai. Sospirò rassegnato e iniziò col sfilarsi un coltello ka-bar dagli stivaletti: sapevo quanto fosse difficile separarsi delle proprie armi. Tirò fuori due pistole semiautomatiche dal retro dei pantaloni e un coltello randall 14 dall'interno della giacca che indossava. Mi rivolse uno sguardo facendomi capire che aveva finito ed era, quindi, il mio turno. Estrassi i due coltelli extrema ratio dagli stivaletti, una mitraglietta dal retro dei jeans e una glock 20 da sotto la canottiera.

<<Oh, viaggi abbastanza leggera, mi aspettavo di peggio>>. Mi morsi un labbro e sorrisi alla sua affermazione: non avevo nemmeno iniziato. Presi la valigia e estrassi una borsa da cui feci uscire un M19, un paio di coltelli randall 14, un'altra mitraglietta, un bullpup nuovo di zecca, una pistola semiautomatica, caricatori e boccette di veleno.
Bellamy era sconvolto, mi guardava come se avesse avuto davanti Gesù Cristo e tutti i Santi scesi in terra. In realtà non sapeva che avevo altre armi nascoste che non gli avrei mai dato, giusto in caso di autodifesa. Il mio coinquilino continuava a fissarmi con la bocca aperta ed io gli sorrisi divertita.

<<Che c'è? Dobbiamo stare qui per un bel po'!>>


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