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Capitolo 33 - fuga

ALIS' POV
Avete mai sentito quella sensazione che vi attanaglia lo stomaco e vi fa venire il vomito? Avete mai sentito quella sensazione che vi fa sentire come se state precipitando nel vuoto? Avete mai sentito quella sensazione di impotenza, di sconfitta che ti fa perdere la voglia anche solo di provarci un ultima volta? Ma d'altronde, senza dolore come possiamo conoscere la gioia?
Il mondo non è un ufficio esaudimento desideri: dobbiamo accontentarci di ciò che abbiamo, di ciò che riceviamo. Non avremo mai una vita perfetta, non troveremo mai l'amore perfetto, non avremo mai una famiglia perfetta, non avremo mai una casa perfetta perchè la perfezione non esiste, è solo una minchiata di stereotipo che introduciamo nella nostra testa. Mi piace quel vestito? È perfetto. Mi piace quel ragazzo? È perfetto. Mi piace quella casa? È perfetta. Ma, mia madre mi diceva da piccola "non è nella perfezione che le cose acquistano un senso, bensì nel caos". E sebbene fossi nella più totale confusione, nel più totale caos, le cose non avevano un senso preciso, anzi, erano ancora più complicate, ancora più complesse.
La normalità è sopravvalutata: tutto ciò che facciamo quotidianamente ci sembra così noioso, così appunto quotidiano, che solo quando perdiamo questa routine capiamo che in realtà era molto importante per noi e costituiva, nel suo piccolo, la nostra felicità giornaliera.
Ryan era la mia normalità.
Ryan era la mia routine.
Ryan era la mia piccola grande felicità giornaliera.
Era perchè ora non c'è più.
Infiniti messaggi gli avevo inviato, infinite chiamate avevo provato e mai una volta che mi avesse risposto.
Aveva fatto ciò che temevo di più: mi aveva abbandonato al mio destino. D'altronde cosa mi aspettavo? Che rimanesse da me, comprasse una casa per noi, mi chiedesse di sposarlo e crescere il figlio con me? No.
Puttanate, tutte puttanate.
Eppure una piccola parte di me ci aveva sperato e ci sperava tutt'ora. Speravo ancora di vedere la porta del mio appartamento spalancarsi e rivelare il ciuffo corvino di Ryan, oppure speravo di vedere il mio telefonino illuminarsi improvvisamente e rivelare un suo messaggio. Mi bastava anche solo un semplice 'ciao ragazzina'.
La speranza era l'ultima a morire, ma la mia sarebbe stata morta e sepolta a breve.
Non riuscivo a smettere di incolpare ciò che avevo nella pancia, provavo un odio talmente profondo che sarei stata in grado di farmelo cavare. Sarei stata in grado di abortire. Ma non potevo farlo. Perchè, alla fine, mio figlio (o mia figlia) era tutto ciò che mi rimaneva di lui, tutto ciò che mi rimaneva del mio paradiso privato con Ryan.
Accarezzai il mio ventre e immaginai di 'toccare' ciò che avevo nella pancia. Non sapevo neanche io per certo che cosa avessi: un bambino o una cosa?
<<Ehi cosa>> dissi rivolgendomi alla mia pancia mentre ero seduta con la schiena appoggiata alla testiera del letto <<mi senti?>> picchiettai un po' con le dita, anche se la mia attenzione era attratta dal cellulare sul mio comodino in attesa che si illuminasse. Lo presi, lo sbloccai, ma non c'era nessuna notifica. Sbuffai e tornai a giochicchiare con la pancia che aveva iniziato a crescere. Non era ancora visibile agli altri, spesso mettevo maglie larghe, ma quando, dopo la doccia, mi osservavo allo specchio, si poteva notare la crescente 'protuberanza'.
Chissà se sarai maschio o femmina, forse devo iniziare a pensare al nome;
Però magari a Ryan farebbe piacere scegliere con me...
Ma chi sto prendendo ingiro, a Ryan non frega un cazzo!
Mi ero ripromesso che non avrei pianto per quello stupido, ma ogni volta non riuscivo a trattenere le lacrime e le forze sparivano in me. Mi sentivo debole, mangiavo poco, ma per poter tenere in vita mio figlio ero costretta ad inghiottire cibo che non volevo.
Cindy e Liam mi erano vicini, erano sempre al mio servizio e spesso mi invitavano a mangiare con loro: ma non sapevano che ciò mi faceva morire dentro ancora di più. Vederli felici, vederli ridere e baciarsi mi spezzava il cuore in ancora più pezzi di quanto non lo fosse già. Era gelosa di ciò che loro avevano e che io avevo perso: tutto ciò mi era stato strappato dalla vita ingiusta. Io desideravo solo essere felice con Ryan. Pensavo di essermi finalmente ripresa, di essermi creata finalmente un'altra vita dopo Taylor, ma qualcuno lassù doveva avercela con me.
Ancora non avevo il coraggio di togliermi il suo regalo di compleanno: toccavo sempre quel bellissimo cuore zirconato, nella speranza potesse rimanere sempre intatto a differenza del mio vero cuore che era morto insieme alla scomparsa di Ryan.
Cindy mi aveva anche invitato a passare l'ultimo dell'anno con lei, ad andare nel Maryland a conoscere la sua famiglia, e sebbene l'idea mi allettasse molto, non volevo crearle disturbo. Avevamo quasi litigato per decidere sul da farsi ed era stato l'unico momento in cui avevo riso dopo una settimana, l'unico momento in cui mi ero permessa di liberare finalmente la mente da ogni pensiero, soprattutto da lui.
Ovviamente i miei genitori non mi avevano contattato, e ciò lo presi come un segnale di mancato rimpatrio. Evidentemente non mi volevano con loro a Natale e a Capodanno.
Ci saresti dovuta andare con lui -mi ricordò la mia coscienza stronza. Mi ricordavo benissimo quel giorno nella caffetteria: gli avevo promesso che avremmo passato il Natale insieme, da amici o non. D'altronde lui mi aveva ospitato per il Thanksgiving day e ciò era il minimo che potessi fare. Sfortunatamente, quella promessa non si sarebbe mai avverata.

31 dicembre ore 20.00
Il divano mi sembrava così solitario senza lui, mi sembrava così vuoto. Come volevo fosse lì a mangiare con me. Come volevo vedere un film con lui, abbracciati. Come volevo, come volevo...

31 dicembre ore 22.45
Chissà cosa starà facendo ora? Dove sarà? Perchè non mi rispondeva alle chiamate e ai messaggi? Era andato a scoparsi la prima che passava per strada? Conoscendolo sarebbe stato in grado di farlo...

31 dicembre ore 23.50
Mancavano dieci minuti all'anno nuovo e io ero lì a deprimermi come una stupida. Fuori nevicava pure. Che bella la neve: non l'avevo mai vista.
Mi sarebbe piaciuto andare a sciare una volta, magari Ryan mi avrebbe portato a pattinare. Già, Ryan...

La televisione accesa rendeva quella serata ancora più deprimente. Come ogni cittadino americano seguivo il Capodanno a Time Square, strano visto che con mezz'ora di macchina avrei potuto vederlo dal vivo. Lo speaker iniziò il conto alla rovescia e io, invece, iniziai a parlare con mio figlio.
<<10>>
Ehi cosa
<<9>>
So che non sarò
<<8>>
Una buona madre
<<7>>
So che non conoscerai tuo padre
<<6>>
Ma prometto che ti vizierò
<<5>>
Ti tratterò come un principe
<<4>>
O una principessa
<<3>>
Mi manchi Ryan
<<2>>
Mi mancano i tuoi sorrisi
<<1>>
I tuoi baci
<<BUON ANNO!!>> 
Mi manca tutto di te. 

Vedevo le persone gioiose scambiarsi gli auguri, darsi abbracci e baci e bere champagne. Io, però, non riuscivo a condividere il loro entusiasmo. L'unica cosa che riuscii a dire con un piccolo sorriso sulle labbra fu ''buon anno cosa'' riferendomi a mio figlio. Quello fu il nostro primo capodanno insieme. I fuochi d'artificio esplodevano e illuminavano il cielo di New York, colorandolo e rendendolo più gioioso. Andai a letto presto, solo dopo aver augurato buon anno a Liam e a Cindy. Sfortunatamente, non riuscii a trattenermi e scrissi anche un breve messaggio a Ryan nella speranza potesse leggerlo e rispondermi. 

Avevo iniziato il 2017 nei peggiori dei modi. 

***

Mi svegliai presto a causa delle nausee e, dopo essermi fatta una tisana, mi sedetti sul letto con un libro tra le gambe e il cellulare a portata di mano. Proprio non riuscivo a separarmene: avevo paura che Ryan potesse contattarmi da un momento all'altro e io non potessi rispondergli. Era così dannatamente difficile rispondere a un semplicissimo messaggio? Anche un 'hei' mi sarebbe benissimo bastato... 

Alla fine i miei incubi peggiori si erano avverati: Ryan mi aveva abbandonato sola con un bambino in grembo e io avevo perso lui e il suo amore. 
In quel momento mi avrebbe fatto bene una bella passeggiata mattutina tra la neve, così dopo essermi coperta per bene, mi immisi nelle stradine dello studentato. La neve aveva smesso di cadere, ma era rimasta ai lati dei marciapiedi e un gelo leggero continuava ad aleggiare nell'aria. Non c'era ancora nessuno sveglio, la maggior parte degli studenti era tornata dalle proprie famiglie o quelli che erano rimasti si trovavano ancora in coma profondo dalla sera precedente, e una profonda quiete popolava il paesaggio innevato mattutino. Camminavo piano, con una mano sulla pancia al fine di scaldarla e tenere al sicuro Cosa da tutto e da tutti. Un cane randagio mi si avvicinò lentamente e mi gironzolò intorno come se fosse in cerca di cibo: purtroppo non ne avevo perciò dovetti scacciarlo via con qualche gesto della mano. Presi il cellulare dalla tasca e, dopo aver controllato se ci fossero notifiche da lui, mi infilai le cuffiette e misi in riproduzione casuale. Strano a dirsi, le prime due canzoni che ascoltai erano una più triste dell'altra. Poi partì 'Give me your love' di John Newman e una lacrima mi scese involontaria: era la canzone che si sentiva alla prima festa della confraternita a cui ero andata quando Ryan mi aveva salvato "la pelle" scansandomi di dosso quel ragazzo ubriaco. Da quel giorno in poi era diventata una canzone significativa perchè rappresentava l'inizio di tutto. Senza accorgermene mi diressi verso la biblioteca e mi avvicinai al ciglio della strada: ero talmente persa nei ricordi che mi provocava quella canzone che non mi accorsi di aver messo il primo piede sulle strisce pedonali senza aver guardato le macchine. Un rumore più acuto degli altri mi fece girare la testa e, tra le lacrime che ormai mi scendevano sulle guance in grande quantità, riuscii a vedere due fari gialli avvicinarsi velocemente a me prima che fosse tutto buio. 


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Scusate tanto l'assenza ma mi han ritirato il cellulare e ho dovuto finire di scrivere il capitolo sul computer. Perdonatemi gli errori

bacii

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