Capitolo 2: Esprimi un desiderio
Erano le 21:21
Espimi un desiderio
Fu il primo pensiero di mia madre e chissà quale fu il desiderio, forse aveva immaginato di poter essere per sempre felice e giovane, proprio come lo era in quel preciso istante, ora, minuto.
Sempre. In eterno.
Qualsiasi pensiero avesse in quel momento liberato nell'universo, aveva preso forma e certo si stava plasmando in un modo molto particolare perché avrebbe cambiato per sempre lei, ma soprattutto me. Avrebbe segnato la mia vita, tutta la mia futura esistenza. Sì, perché quella sera, a quella dannata ora, in quella maledetta stradina verso casa... dopo aver passato una giornata perfetta, proprio mentre mia madre stava camminando tranquilla e ignara del resto del mondo accanto a lei, totalmente beata nella sua felicità e con un'espressione quasi ebete, ingenua e genuina; così senza neanche accorgersene e letteralmente in una frazione di secondo... tutto cambiò. Un agguato nel buio. Uno scintillio giallo-rosso. Dolore. Realizzó quasi subito che un vampiro la aveva aggredita alle spalle, aveva afferrato il suo collo, lo aveva storto con violenza e rapidità inaudita per poi affondare le zanne nella pelle candida e calda; era stato un attimo, meno di un gelido brivido e i canini avevano perforato il muscolo, teso allo spasmo, e in fine raggiunto la vena. Un male inconcepibile pervase mia madre e una sensazione orribile la rapí perché sentiva chiaramente il sangue sgorgarle via dal corpo e con esso la sua forza e vitalità. freddo. Ora sentiva freddo. Credeva di morire, ormai non sentiva più nulla: tutto sbiadiva e svaniva via, lentamente, sempre più lentamente... proprio come il suo sangue che se ne andava via da lei per nutrire qualcos'altro o qualcun'altro e invece all'improvviso quelle sensazioni cessarono.
"Va tutto bene..." sentì sussurrare e delle braccia calde e forti la presero e soressero.
Doveva credere a quella voce così famigliare? Oppure no? No, la risposta era certamente no perché sentiva appena quella dolce stretta che teneva il suo corpo lontano dal suolo, sentiva così poco il tepore che cercava di trasmetterle
"non provare ad abbandonarmi piccola stupida..." riuscì a sentire e poi più nulla.
Il vuoto.
L'oblio.
L'oscurità.
Il resto della storia me lo raccontò mio padre, perché era lui quella voce famigliare, quelle braccia forti e calde. Tutte le volte che mi parla di questa parte assume sempre un'espressione strana, come se volesse scusarsi con me, come se si senrisse in colpa per quello che aveva contributo a farmi. Ma non era colpa sua e io lo sapevo, sapevo che in quel momento non pensò a nulla se non a salvare la vita di mia madre e quello che provò in quel dannato momento glielo leggo negli occhi ogni singola volta, mi dice sempre "ho sentito che mi stava morendo tra le braccia e così l'ho abbandonata per un momento, sentivo ancora l'odore di quel maledetto vampiro, sapevo che il suo sangue l'avrebbe guarita e anche se mi ripugnava l'idea che per un po' di tempo avrebbe avuto in circolo una parte di quell'essere... lo raggiunsi e in qualche modo con la forza della disperazione gli squarciai la gola. Le feci bere il sangue che avevo raccolto..." e ogni volta, sempre in questo punto, si blocca. Le parole sembrano non voler uscire dalla sua bocca e quando lo fanno sono dei macigni "non potevo sapere che era già troppo tardi... morì col sangue di quel vampiro in circolo e si trasformò nell'essere che più odiavo" poi di solito mi guarda, guarda ciò che era rimasto di quella sera, guarda la ciccatrice mal rimarginata di una ferita che non aveva potuto o voluto evitare di creare. Perché non poteva sapere, non solo che era troppo tardi per mia madre, ma anche che io c'ero già. Ero un piccolo embrione, ancora non si erano accorti della mia presenza, ma ero lì: proprio dove la vita comincia ed ero per metà lupo: un magnifico lupo si nascondeva già dentro di me in attesa di essere liberato e mi faceva crescere più velocemente di un normale essere umano ma, quando mia madre venne aggredita, aggredirono anche me. Eravamo una cosa sola o meglio eravamo perfettamente collegate, in un certo senso eravamo in rapporto speculare, proprio come due specchi che si guarano e così, quando il sangue di vampiro entrò in circolo, lo assorbí anche io, esattamente come una piccola spugna e quando morì lo feci anche io.
Un secondo.
Fu solo un secondo e la trasformazione prese atto, ma mentre trasformava mia madre in un essere immortale, trasformava me in un ibrido. La mia parte umana morì, ma il mio lupo era ancora lì: non si era lasciato piegare. E così le due essenze mistiche si fusero e quello che non doveva essere fu.
Ibrido
La prima parola che sgorgó dalle labbra della madre di mio padre (proprio non riesco a chiamarla... nonna). Uscì dalla sua bocca come se fosse una parolaccia, qualcosa di orribile, un rifiuto; vomitó quella parola e me la legò addosso.
Avresti dovuto lasciarla morire... questo disse a mio padre e suo figlio avresti dovuto lasciare che la natura facesse il suo corso
Lui non lo fece: la amava troppo e anche così, in quella nuova forma, si accorse che non avrebbe mai lasciato mia madre. E non lasciò nemmeno me. Avrebbe potuto uccidermi. Uccidere il frutto di quella decisione, ma non lo fece e anzi contribuì a darmi un nome che doveva ricordarmi chi ero. Scarlatta come il sangue, ma appartenente alla tribù dell'alba. Era un concetto strano, il mio nome lo era, io lo ero: ero diversa.
La diversità sarà la tua forza mi disse un giorno capendo il mio disagio. Si, forse lo sarebbe stato.
Spazio autrice :
Buona sera a tutti! Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che seguono, commentano e votano la storia! Grazie di cuore ♡
Detto questo... so di andare a rilento, ma non ho ancora le idee ben chiare! Per ora vi ho dato qualche indizio su come è Scarlett fisicamente e spiegato come mai è un ibrido... ho dato un assaggio insomma del passato della sua famiglia :)
Spero la storia continui ad appassionarvi!
Al prossimo capitolo! ☆
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