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Capitolo 8 - Menzogne


Italia, Bologna.
Colli bolognesi.

Skye le aveva detto che sarebbe stata una piccola festa e fortunatamente, appena arrivata sulla soglia di quella villa, aveva potuto constatare che fosse la verità. Tirò un sospiro di sollievo, consapevole del fatto che le persone presenti le conoscesse già tutte, o quasi.
Era lì solo per la sua amica, perché tutto aveva voglia di fare quella sera, fuorché uscire e relazionarsi con gli altri.

Durante il resto della settimana passata a Monte-Carlo, aveva deciso di tornare a casa dal fratello. Le cose tra loro erano decisamente migliorate rispetto ai giorni precedenti, eppure restava comunque un attrito, che per gli altri era impercettibile, ma per i due sembrava essere un burrone troppo grande da colmare. Max aveva promesso che avrebbe parlato con suo padre, ancora però non lo aveva fatto. Diceva che Jos continuava a rimandare, non avendo mai un attimo di tempo libero. E lei non sapeva se credergli. Non sapeva se fosse il padre a rimandare o lui, per timore di affrontarlo. Un dubbio che non aiutava nel vivere quel loro rapporto fraterno in pace, come invece si erano ripromessi.

Jourdan provò a pensare che quella serata sarebbe stata un bene per entrambi, avrebbero staccato dalla routine del Principato e si sarebbero divertiti, spegnendo pensieri e dubbi che gli assillavano la testa. Ma non riusciva lo stesso a togliersi l'idea che, l'unica cosa di cui probabilmente aveva davvero bisogno, fosse stare da sola. Rilassarsi e prendersi il suo tempo per riflettere in modo sano su tutta la situazione che la circondava. Ma sapeva che tanto non sarebbe comunque stata in grado di farlo, senza farsi subito sopraffare dai suoi pensieri cancerogeni.

Max e Jourdan, dopo aver ispezionato a fondo con lo sguardo ogni cosa che li circondava, si decisero ad entrare dentro quel casolare, andando subito alla ricerca di Skye. Una ricerca che fu più breve del previsto, dal momento in cui la ragazza gli balzò davanti quasi subito. «Siete arrivati, finalmente!» esclamò, abbracciando prima una e poi l'altro. «Non fatemi gli auguri, perché ormai lo sapete, sono fermamente convinta che porti sfortuna» si raccomandò, come aveva già fatto con qualsiasi altro presente.

La ragazza aveva deciso di organizzare quella festa di mercoledì, così da non ingombrare nessuno dei suoi amici. Dato che la maggior parte di loro erano piloti, non avrebbe potuto festeggiare si sabato, il giorno in cui davvero compiva gli anni, perché si sarebbe dovuta limitare a qualcosa di estremamente veloce, incastrato tra il giorno delle qualifiche e quello della gara. Sarebbe stato più stressante che piacevole, per chiunque di loro. Ecco perché aveva scelto di farlo un pochino prima, così da non condizionare nessuno.
Aveva affittato una grande villa, sperduta sui colli bolognesi e si era preoccupata di addobbarla come meglio preferiva. Ci teneva tanto al suo compleanno, amava festeggiarlo, a differenza della sua amica, che il giorno in cui toccava a lei, quasi scappava per evitare qualsiasi tipo di cerimonia.

Jourdan e suo fratello ricambiarono il saluto, passando poi a fare lo stesso anche con tutti gli altri invitati. Charles la strinse in un abbraccio, Pierre le lasciò un bacio sulla guancia e Daniel le regalò il suo splendido sorriso. E mentre quest'ultimo iniziava già a scherzare con il fratello, a loro si unì anche Lando, dopo averle rivolto un veloce e disinteressato: "Ciao" seguito da un cenno della mano.

«Mi sembra assurdo non aver mai trovato un'occasione prima di questa per presentarti come si deve il mio compagno di squadra» le parlò Charles, affiancato da un altro ragazzo che lei aveva spesso intravisto nei circuiti.

«Piacere, Carlos» allungò una mano verso la sua direzione.

«Jourdan» rispose lei, sorridendogli in modo gentile. Era bello, dai lineamenti puliti e adulti. Aveva dei folti capelli scuri, che rispecchiavano perfettamente le sue origini mediterranee e delle labbra alquanto carnose. A primo impatto, le sembrò simpatico, anche se un po' perso nel suo modo, dato che, mentre Charles le parlava, il suo sguardo si fissava in un punto indefinito della stanza. Come se si fosse completamente smarrito nei suoi stessi pensieri, una cosa che anche a lei capitava di fare spesso.

Il monegasco gli diede una leggera gomitata sul braccio. «Hai capito?» chiese poi, mentre l'altro riportava l'attenzione su di lui.

Carlos scosse la testa. «No, scusa, mi ero distratto un attimo» confessò, nonostante fosse già ben chiaro. «Cosa stavate dicendo?»

«Ho detto che domenica farà il tifo per noi» ripeté, venendo poi subito interrotto dalla ragazza.

«Non l'ho mai ammesso» saltò su. «Questo dipenderà se Max riuscirà a farmi arrabbiare o meno entro il giorno della gara» scherzò.

L'amico fece aleggiare una mano. «Ovviamente terrai per tuo fratello. Ma se devi scegliere un team, non vorrai mica lasciare indietro quello del tuo migliore amico e del suo simpaticissimo compagno» le fece notare, con un'espressione ovvia.

Jourdan rise, ma prima che uno dei due potesse aggiungere altro, Carlos recuperò il cellulare dalla tasca dei pantaloni eleganti. «Devo rispondere» li avvisò, guardando però in faccia solo Charles.

«Chi è?» gli domandò quest'ultimo, facendosi serio, allungando il collo per scorgere qualcosa sullo schermo del telefono.

«Lascia stare» tagliò corto lo spagnolo, per poi allontanarsi a grandi falcate, sotto lo sguardo severo dell'amico, che faticò ad abbandonare la sua figura. Evidentemente c'era qualcosa che non andava, ma le sembrò un qualcosa che concernesse solo Carlos e non riguardasse Charles in prima persona, perciò preferì evitare di indagare.

I due si spostarono più verso il centro di quella casa, andando a prendere qualcosa da bere e iniziando a conversare un po' tra loro e un po' con gli altri. Si stava dimostrando una serata piacevole e anche abbastanza tranquilla, gli invitati non erano tanti e tra loro, Lando decise di posizionarsi dietro la console da DJ, iniziando a mettere della musica, dando il via alle danze.

A quanto aveva capito, il pilota della McLaren sembrava avere parecchi hobby al di fuori del mondo delle corse. Amava la fotografia, il golf, i videogiochi e la musica. Gli piaceva tenersi impegnato e proprio recentemente aveva iniziato a suonare, quando gli si presentava l'occasione, dietro quella console. Ed era anche bravo, doveva ammetterlo.

Ad un tratto, si era ritrovata a venir trascinata da Skye nel mezzo di quel grande salotto, ora adibito a pista per ballare. Decise di non opporre resistenza, iniziando a muoversi a ritmo di musica assieme alla sua amica, mentre anche altri facevano lo stesso. Ritrovandosi ben presto a ridere per le mosse che Daniel e Max assieme stavano compiendo, intrattenendo praticamente tutti. Jourdan si stupì per l'ennesima volta, di come, in presenza di quel ragazzo, suo fratello cambiasse, lasciando da parte il solito scudo che erigeva davanti alle persone ed essendo semplicemente se stesso. Mettere a proprio agio chiunque, era una condizione del tutto naturale per Daniel.

La musica continuava a scandire il tempo con i suoi bassi e i piedi di Jourdan, stretti in quei tacchi alti, iniziavano a chiedere una pausa. Si allontanò dal centro del salotto, dirigendosi verso la cucina, per versarsi un bicchiere d'acqua e riposarsi un po'. Una volta dentro quella stanza, si accorse della presenza di un'altra persona.

Una ragazza, che non aveva mai visto prima, era seduta su uno dei ripiani, intenta a parlare al telefono in modo abbastanza animato. Aveva dei lunghi capelli castani, ondulati, caratterizzati di tanto in tanto da naturali sfumature più color miele e una frangetta tagliata con cura. Aveva dei grandi occhi marroni, messi in risalto da un trucco del medesimo colore e delle labbra carnose, coperte da un sottile strato di rossetto.

Era vestita in modo decisamente diverso rispetto agli altri, più casual. Con un semplice pantalone a zampa nero, una canotta e un blazer del medesimo colore. Niente accessori e ai piedi portava degli stivaletti dalla para alta. Sembrava inoltre avere qualche anno in più rispetto a lei. Jourdan le rivolse un semplice sorriso di cortesia, che l'altra ricambiò, non smettendo però di parlare al telefono.

La modella si avvicinò all'isola della cucina, recuperando una bottiglia d'acqua che vi era poggiata sopra e versandosene un'abbondante quantità in un calice da vino. «Alan, ascoltami. Il progetto, così com'è, non va bene» inevitabilmente si ritrovò ad origliare la conversazione di quella ragazza, dallo strano accento. «Perché non è ciò che hanno chiesto i clienti. Volevano un edificio per la loro nuova sede a Sydney, sono stati molto chiari sui dettagli. E tu invece gli stai dando solo la tua visione, senza tener il minimo conto della loro» insistette, facendola interessare sempre di più a quel discorso.

«Sì, Alan, me lo ricordo il mio posto. Sono una semplice dipendente del tuo studio, non smetti mai di ribadirmelo. Ma ciò non toglie che possa anche io far sentire la mia opinione» protestò, alzando di poco il tono di voce. «Ho ragione e tu lo sai» puntualizzò, per poi sorridere in modo ironico. «No, caro. Sai cosa ti dico? Che mi hai stancato, me ne vado io» Jourdan non poté fare a meno di voltarsi leggermente verso di lei, ormai del tutto incuriosita da qualunque cosa stesse accadendo. Perché aveva intuito che l'argomento di tale conversazione potesse essere proprio un delle sue più grandi passioni.

«Hai capito bene, invece. Me ne vado, il mio talento è sprecato nel tuo studio» e con quelle parole chiuse la telefonata, abbandonando poi, con poca cura, il cellulare sul ripiano in marmo sul quale era seduta. «Fanculo» disse, saltando giù e tornando a poggiare i piedi sul pavimento. Si avvicinò alla modella, allungando il collo. «Ti stai facendo un cocktail per caso?» le chiese.

Jourdan si voltò del tutto verso di lei, sorpresa da quella domanda. «Uhm, no. Solo acqua per me» le mostrò il bicchiere in vetro, riempito di quel liquido trasparente.

«Scelta saggia, in effetti. Ma mi sono appena licenziata dal mio lavoro, qualcosa di alcolico mi sembra inevitabile da buttare giù» parlò più con se stessa che con lei, andando infine a recuperare una bottiglia di vodka.

«Oh... mi dispiace» commentò Jourdan, non sapendo bene che altro dire.

L'altra fece spallucce, iniziando a prepararsi uno strano cocktail, mixando vari tipi di alcolici con un soft drink. «Sì, anche a me spiace aver sprecato tutto questo tempo dietro a quel coglione del mio capo» rispose per tanto. «Ex-capo sarebbe meglio dire ormai» alzò il bicchiere verso di lei e la modella si ritrovò a fare lo stesso con la sua semplice acqua. «Fanculo ad Alan e a tutti i capi stronzi» annunciò quel brindisi, per poi buttare giù una generosa quantità di quella bevanda. Jourdan, senza nemmeno capire il perché, la imitò, bevendo a sua volta.

«In ogni caso, piacere, io sono India» si presentò, non lasciando cedere nemmeno per un attimo la sua parlantina. Allungò la mano e l'altra la strinse in modo deciso.

«Jourdan» rispose, facendole sgranare gli occhi.

«Jourdan» ripeté il suo nome, poggiando il bicchiere, come se avesse appena ricevuto una sconvolgente informazione. «Sei la sorella di Max, la famosissima modella, giusto?» fu in quel momento che ogni nervo della ragazza si mise sull'attenti e la sua espressione si fece estremamente seria. Non conosceva quella ragazza, eppure lei sembrava sapere bene chi fosse invece.

Per un attimo, la paranoia di potersi trovare davanti ad una giornalista, si fece spazio nella sua mente. Ma poi, India placò ogni suo dubbio. «Daniel mi ha parlato spesso di te. Dice che fai impazzire il suo amico Max e che ti è molto grato per dargli fastidio quando lui è lontano» Jourdan aggrottò le sopracciglia, sentendosi ancora più confusa. «Danny ha dimenticato di presentarci prima. Io e lui siamo cresciuti assieme, praticamente è come se fossimo fratelli. Anche se in realtà non abbiamo alcun tipo di parentela» spiegò, dandole qualche delucidazione, mentre gesticolava con le mani.

La ragazza annuì, decisamente più tranquilla. «È sempre un piacere infastidire Max» scherzò, ridendo e facendo fare la stessa cosa anche a lei. «Quindi sei australiana anche tu?» le chiese, comprendendo la provenienza dell'accento nella sua voce.

«Esattamente. E anche santa, perché sopporto quel disgraziato di Daniel sin da quando sono nata praticamente» le fece presente, rivelandosi sempre più simpatica. «Perciò, sei davvero una modella di fama mondiale come mi ha detto?» domandò, poggiando gli avambracci sulla superficie dell'isola.

Jourdan assunse un'espressione abbastanza confusa. «Sì...» tentennò, portando l'altra a fissarla in modo interrogativo. «Scusa, è la prima volta in cui mi capita che qualcuno non sappia già chi sia» confessò, cercando di comprendere come quella cosa la facesse sentire.

«Non ti offendere, ma non mi interesso minimamente al mondo dell'alta moda. Diciamo che preferisco uno stile un po' meno impegnativo» guardò l'abito color grigio chiaro, tempestato di piccoli punti luce, che Jourdan stava indossando, decisamente in contrasto con l'abbigliamento più informale che portava lei.

La ragazza fece aleggiare una mano. «Non preoccuparti, sapere che c'è ancora qualcuno che non mi conosce, mi fa tirare un sospiro di sollievo» ammise, riuscendo finalmente a comprendere le emozioni che stava provando. «Tu che lavoro fai?» le girò la domanda, incuriosita da ciò che le avrebbe potuto rispondere. «O, facevi» si corresse poi.

«Io sono un architetto e una designer, al momento disoccupata però» rise, bevendo poi un altro sorso dello strano drink che si era preparata. Alla modella si illuminarono gli occhi, la sua intuizione primaria si era rivelata giusta, quella ragazza faceva proprio il lavoro che lei aveva sempre sognato per se stessa.

Non la conosceva, eppure, dopo quella piccola informazione, sentiva di invidiarla parecchio.
Ma non voleva dare spazio alle sue emozioni, non era il momento per farlo. Non era il momento per fare un salto indietro nei ricordi, l'ultima volta che era capitato, nel bar di quell'hotel, con Lewis, non era finita bene. Si trovava in una casa piena di gente, praticamente nel mezzo del nulla, non avrebbe avuto alcuna via di fuga, se le sue emozioni avessero deciso di iniziare ad incasinarle ancora di più la mente. Doveva mandare giù il groppo che le si era formato in gola e fare finta di nulla. «Ah, deve essere parecchio interessante» si limitò a commentare, fingendo di non sapere molto su quel mondo.

«Sì, anche se, stressante sarebbe l'aggettivo più adatto» commentò di rimando, terminando quel suo drink. «Te ne intendi di architettura?» le chiese tutto d'un tratto.

Jourdan abbassò lo sguardo per qualche secondo, maledicendola per averle posto quella domanda e maledicendo se stessa per aver scelto di restare lì ad ascoltare quella conversazione telefonica. Come spesso capitava, con le sue stesse mani si era spinta in una situazione decisamene scomoda. «No» tutte menzogne, che la costringevano a sorridere, mentre in realtà l'unica cosa che avrebbe voluto fare sarebbe stata urlare, davanti a quei ricordi che le scorrevano veloci nella mente. Incontrollabili ricordi di quando da bambina aveva scoperto la sua passione, di quando aveva occupato tutti quei momenti nel tempo, costruendo castelli di carte, per poi farli crollare, sempre con un bieco sorrisetto sul volto.

Crollavano come era crollato il suo sogno, la sua vita. Nulla restava più in piedi, si adagiavano al suolo inermi. Dopo essere state castelli, diventavano niente più che semplici fogli disegnati, senza spessore. Ed era esattamente così che si sentiva, ogni giorno della sua vita. Quando si guardava indietro e perdeva il conto degli errori commessi, quando i rimpianti e i rimorsi diventavano difficili da sopportare e i pensieri opprimenti.
Lei era proprio come quelle carte, un tempo erano state qualcosa di più, avrebbero potuto esserlo ancora, ma, alla fine, erano di una fragilità che nessuno sapeva maneggiare per davvero e la loro caduta era inevitabile.

India aggirò l'isola della cucina, recuperando il cellulare e raggiungendo il lato sul quale si trovava la modella. Inaspettatamente, le poggiò una mano sulla spalla, facendola quasi sussultare, strappandola dal suo mondo di carte e pensieri. «Va bene, Jourdan. È stato un piacere conoscerti. Ci si rivede in giro da qualche parte, magari» la salutò così, per poi uscire dalla cucina, prima ancora che potesse ribattere.

La ragazza si passò una mano sul volto, emettendo un gemito frustrato. Avrebbe voluto porle così tante domande sul suo lavoro, invece era stata costretta a tenersele dentro, fingendo addirittura disinteresse per quell'argomento. Perché sapeva di non essere in grado di controllare le sue emozioni, faticava a farlo in situazioni del tutto normali, in quel caso, trovandosi davanti alla realtà del suo sogno infranto, sarebbe stato impossibile tenerle a bada. Se si fosse sbilanciata, allora esse sarebbero straripate, trascinandola nella spirale di ricordi tristi e pensieri deleteri, che la facevano agire in modo del tutto sbagliato.

«Oh, eccoti» Charles si affacciò dalla porta della cucina. «Max è andando a prendere la torta per Skye, vieni» la incitò con un gesto della mano. Insieme, si avviarono verso le porte finestre che portavano in giardino. Fuori, l'atmosfera era calma, nel mezzo di quell'erba rigogliosa e di quelle alte piante, il suono dei grilli accompagnava le conversazioni dei presenti. Notò una piscina, abbastanza grande e un tavolo in legno con sopra diverse bottiglie di vino, piatti e posate. Il porticato sotto il quale si trovavano, era adornato con lucine rotonde che illuminavano tutta l'area circostante, aiutate anche da piccoli faretti.

Max arrivò, tenendo tra le mani una grossa scatola dal colore rosa antico, che poi poggiò delicatamente sul tavolo. «Direttamente da una pasticceria di Maranello. Charles garantisce che è la migliore, quindi, se così non dovesse essere, prenditela con lui» si rivolse a Skye, che stava alternando continuamente lo sguardo esaltato da lui a quella scatola.

«Sarà la torta migliore della tua vita» si intromise il monegasco, sicuro delle sue parole.

«Non vedo l'ora di scoprirlo» rispose la bionda, iniziando poi ad aprire quella scatola, svelando il dolce che vi era dentro. Jourdan si avvicinò all'amica, rivolgendole un sorriso e aiutandola nel tagliare la torta, composta da pan di Spagna, crema, panna montata e frutti di bosco. Lo porzionarono per ogni invitato, distribuendolo mano a mano.

Prima che tutti potessero iniziare a mangiare, Daniel però decise di aprire bocca. «Tanti a-» ma venne immediatamente interrotto da Skye.

«No, no, no!» esclamò, muovendo un dito per enfatizzare le sue parole. «Niente auguri, niente canzoncina prima di sabato, il giorno reale del mio compleanno» ribadì ancora.

L'australiano mise un finto broncio, che venne sostituito da una risata, quando India, accanto a lui, gli tirò una piccola sberla sul retro della nuca. Si girò verso di lei, dicendole qualcosa che però, a Jourdan fu impossibile sentire. E poi andarono avanti a ridere e parlare tra loro, mostrandole quanto fossero davvero legati e dando una prova concreta alle parole che quella ragazza le aveva rivolto poco tempo prima in cucina.

Dopo aver versato anche da bere nei bicchieri, ogni invitato iniziò a gustare quella torta. «Oh, mio Dio» biascicò Pierre, parlando con la bocca piena. Charles lo fissò con uno sguardo soddisfatto, per poi voltarsi verso Max, attendendo una sua reazione.

«Sì, okay, è davvero buona» ammise l'olandese, ricredendosi sul fatto che in un paesino piccolo come Maranello potesse esserci una pasticceria in grado di fare così bene i dolci. Non gli aveva detto il perché, ma per qualche motivo ci teneva particolarmente che quella torta fosse fatta al meglio.

Mano a mano, tutti si persero via a parlare gli uni con gli altri. E, mentre Carlos e Lando si allontanavano un po' dal gruppo, presi da un discorso che sembrava aver bisogno di più tranquillità e privacy, Jourdan si ritrovò ad estraniarsi dalla conversazione che stava avendo con i suoi amici.

Un secondo prima li stava ascoltando parlare del weekend di gara, che da lì a poco i piloti avrebbero dovuto affrontare e un secondo dopo si era ritrovata con lo sguardo perso, a fissare un punto indefinito tra le scarpe di Charles e dei ciuffi d'erba del giardino.

La sua mente sembrava non volerla lasciare in pace, impedendole di godersi quella che doveva essere una piacevole serata, riportandola costantemente nel passato. Facendole ricordare le volte in cui aveva provato a far sentire la sua voce, dicendo ad Agnes cosa avrebbe voluto fare davvero, parlandone con i manager e con quelle persone delle quali si circondava, che fingeva fossero amici. Nessuno però l'aveva mai ascoltata. E forse, nemmeno lei si era mai ascoltata per davvero, perché se l'avesse fatto, se si fosse presa cura di se stessa, tanti sbagli avrebbe potuto evitarseli.

Ma ormai era tardi. Il passato non poteva cambiarlo e sul futuro non aveva alcuna certezza.
«Vado ad appoggiare questo» disse ai suoi due amici, interrompendoli, mostrando quel piatto ormai vuoto. Senza aspettare una risposta, si allontanò, lasciando distrattamente sul tavolo ciò che aveva in mano, per poi proseguire, incamminandosi nella direzione opposta alla loro.

Si fermò in un lato appartato di quel giardino, vicino alla piscina, sedendosi su una delle poltrone da esterno che erano presenti in quel punto. Recuperò una sigaretta dalla piccola borsa che portava a tracolla, dentro la quale ci stava a malapena il pacchetto e l'accendino. Se la infilò tra le labbra, dando fuoco al tabacco e aspirando il fumo che uscì dal filtro.

Puntò gli occhi sulla costruzione davanti a sé. Era una bella casa, in stile classico italiano, forse di concezione un po' vecchia, con quei dettagli arrotondati e il colore giallo spento. Ma non le dispiaceva, apprezzava il tetto non del tutto spiovente, coperto da tegole di cotto e quelle grondaie in rame, che donavano un punto di luce.

Ne studiò ogni particolare, riconoscendolo e articolandolo nella sua mente, attingendo alle conoscenze che negli anni aveva acquisito, sfogliando pagine e pagine di quei libri sull'architettura. Manuali che comprava e poi abbandonava, a prendere polvere, su una delle librerie della casa che possedeva a New York. Erano ciò che più di tutti le ricordava in modo concreto che nella vita aveva fallito nel rendersi felice.

"Quante scelte sbagliate pensi di poter fare ancora?"

Si domandò nella sua mente, facendo un altro lungo tiro da quella sigaretta. Non sapeva darsi una risposta, ma sapeva che avrebbe commesso degli altri errori. Perché era inevitabile per chiunque farli, soprattuto per lei.

«Ti va un po' di compagnia?» quelle parole la portarono ad alzare la testa, facendo scontrare il suo sguardo con la figura di Pierre. La fissava con la testa leggermente piegata su di un lato, mentre se ne stava in piedi davanti a lei, in attesa di una riposta.

Jourdan si limitò ad annuire, per poi spostarsi un po', facendogli spazio su quella poltrona, che per due risultava più stretta del previsto. «Che ci facevi qui da sola?» le chiese, guardandola di sottecchi. Secondo lui, aveva bisogno di stare per conto suo, per riordinare qualsiasi pensiero le stesse passando per la testa. Secondo Charles, invece, che poco prima gli aveva detto di raggiungerla, aveva bisogno di parlare o quanto meno distarsi, non di stare isolata da chiunque altro fosse presente.

«Volevo solo fumare una sigaretta in pace» ammise e in parte era anche vero, ma c'era molto di più sotto.

«Perché mi sa tanto di cazzata?» ragionò, conoscendola ormai abbastanza per capire che quell'espressione priva di emozioni che, di tanto in tanto, si dipingeva sul viso, in realtà era solo una maschera per la tristezza. «Credo invece che stessi cercando di scappare da una situazione che ti stava mettendo alla prova emotivamente» non aveva idea di quale potesse essere, ma era chiaro che qualcosa l'avesse turbata.

Quando era arrivata a quella festa, non aveva perso tempo per scambiare parole con i suoi amici e per divertirsi in loro compagnia. E poi, improvvisamente, il suo umore sembrava cambiato. Anche Pierre, nonostante non fosse una persona che osservava molto, come invece era Charles, lì con lei, ora, si rendeva conto che il suo amico avesse ragione.

«Non lo facciamo tutti alla fine?» si voltò verso di lui, spegnendo poi la sigaretta sul pavimento in piastrellato sotto i loro piedi.

«Cosa?» domandò, non essendo sicuro di dove volesse andare a parare.

«Scappare da situazioni emotivamente scomode» spiegò. «È come un istinto di sopravvivenza latente, insito in tutti noi. Che si accende quando capiamo che qualcosa potrebbe farci del male» continuò, guardandolo di sfuggita.

Pierre scosse la testa. «Non è sempre così, uno è anche costretto ad affrontare tali situazioni prima o poi. Non si può sempre scappare e fingere che il problema non esista.»

La ragazza tirò le labbra in un sorriso divertito, sapendo che le aveva appena servito una controprova su un piatto d'argento. «Esatto!» esclamò, battendo il palmo sulla coscia scoperta. «Quando si è costretti ad affrontare determinate situazioni. Ma sino al momento in cui non lo si è, le si evitano» sostenne, facendogli arricciare le labbra. «L'hai fatto anche tu» aggiunse poi e Pierre iniziò a capire il filo del suo discorso, pentendosi di averlo intavolato.

«Hai affrontato tutto il casino che si è creato con la tua ex ragazza? Tutti i problemi che avevate? O sei semplicemente scappato? E lei non ha fatto lo stesso?» l'aveva appena colpito e affondato.

Il pilota aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse immediatamente, realizzando di non avere alcuna risposta per poter contrastare la sua tesi. Perché Jourdan aveva ragione. «Oh, ti prego, non iniziare» le disse allora, sapendo quanto parlare con lei di determinate situazioni emotive poteva esporre una persona e farla uscire decisamente scottata.

La ragazza, meglio di chiunque altro, comprendeva cosa significava non essere emotivamente stabili, faticare nel convivere con le proprie emozioni e con la propria mente. Perché mai si era presa cura della salute di essa, ricorrendo sempre per sbagliate vie traverse, utilizzando scorciatoie che l'avevano portata solo a peggiorare la situazione. E affrontare con lei quel tipo di discorsi, era sempre come camminare sul filo del rasoio, da un momento all'altro saresti potuto scivolare, restando ferito.

Era brutalmente sincera, non solo con gli altri, ma anche con se stessa, nonostante poi continuasse ad autosabotarsi, pur sapendo di sbagliare. Affrontava quei concetti con una lucidità tale da disturbare chiunque, mettendolo difronte alla dura realtà dei fatti. E Pierre aveva parecchie cose del suo passato che mai aveva scelto di guardare negli occhi e sistemare, parecchie cose dalle quali era fuggito e che avrebbero potuto, da un momento all'altro, tornare a tormentarlo.

«Perché hai tirato fuori quella storia? Perché hai tirato fuori lei?» si portò una mano sul volto, cercando di farsi uscire dalla testa qualsiasi tipo di pensiero che riguardasse la sua passata relazione e quella ragazza che, non importava quanto ci provasse, quanto tempo trascorresse, non riusciva a dimenticare mai del tutto.

Jourdan sorrise divertita. «Per dimostrati che avevo ragione» fece spallucce.

«Fanculo» le rispose, dandole una leggera spinta sulla spalla. «Se ora andrò ad ubriacarmi, per dimenticare questa conversazione, sarà colpa tua» la informò poi, scherzando, sapendo bene di non poter bere troppo, non così a ridosso di un weekend di gara.

Il sorriso della ragazza si trasformò allora in un ghigno furbo. «Io avrei un'idea migliore per farti dimenticare in fretta» si avvicinò al suo orecchio, sussurrandogli quelle parole e lo sguardo di Pierre cambiò radicalmente, facendosi più serio. «Sembra una casa con parecchie camere» continuò, portando gli occhi verso la facciata di quella villa.

Lo stesso fece il ragazzo, per poi poggiarle una mano sulla parte di coscia che quel vestito lasciava scoperta, stringendo di poco la pelle tra le sue dita. «Una potrebbe ospitarci per un po' di tempo» gli morse leggermente il lobo, scendo con le labbra verso il suo collo. «Non credo che qualcuno sentirà la nostra mancanza» aggiunse, lanciando una veloce occhiata al resto degli invitati, tutti presi dalle loro conversazioni.

Pierre strinse maggiormente la pelle delicata di lei tra le dita, quando avvertì la mano della ragazza posarsi sulla patta dei suoi pantaloni scuri. «Arriviamoci in camera però» parlò con voce roca, facendola sorridere.

«Vuoi fare il discreto? Mi alzo prima io, entro in casa e mi raggiungi o-» non la lasciò finire, scattando in piedi, afferrandola per il polso sinistro, facendole fare lo stesso.

«Fanculo la discrezione» rispose per tanto, a pochi centimetri dalle sue labbra, per poi iniziare a camminare verso l'entrata della villa. Gli occhi di Charles si posarono su di loro, scorgendoli prima che potessero oltrepassare le porte finestre, intuendo perfettamente la situazione. Si ritrovò a scuotere la testa, alzando gli occhi al cielo, non riuscendo però a trattenere un sorriso.

Il francese salì velocemente le scale, percorrendo successivamente tutto il corridoio, aprendo l'ultima porta sulla destra. Oltre quella soglia si celava la camera padronale e i due non aspettarono un secondo di più per entrare e chiudersi dentro.

Ormai non avevano bisogno di alcun convenevole, erano finiti a letto un numero ragionevole di volte per il quale si sentivano liberi di non avere addosso più alcuna insicurezza. Pierre, infatti non perse tempo, avventandosi da subito sulle labbra della ragazza, trascinandola in un bacio decisamente passionale. Mentre lei prese a slacciargli la camicia che stava indossando, sfiorandogli di tanto in tanto la pelle del petto, ricoperta da quella poca peluria curata.

Jourdan emise un gemito, quando lui le morse inaspettatamente il labbro inferiore, iniziando poi a muovere qualche passo indietro. Le gambe della ragazza toccarono il bordo di quel letto e una leggera spinta le fece perdere l'equilibrio, facendola ricadere sul materasso. Lo guardò dal basso, inginocchiarsi davanti a lei, avvertendo poi la sua mano risalirle la gamba, provocandole alcuni brividi lungo la schiena.

«Queste le teniamo, perché mi piacciono» parlò, riferendosi alle scarpe con il tacco che lei stava portando.

La ragazza rise divertita. «Sei proprio scemo» disse, passandosi una mano tra i capelli e togliendosi alcune ciocche che le erano ricadute sul volto. Pierre si piegò su di lei, riprendendo a baciarla.

Paradossalmente, era proprio durante quei momenti di intimità che entrambi si rendevano conto di come compissero tutto ciò senza il minimo sentimento ad intralciarli. Era stato così la prima volta e mai nulla era cambiato.

Quelle occasionali notti di passione assieme, avevano preso il via qualche tempo dopo che Jourdan aveva iniziato ad uscire assieme a Skye, Charles e altri amici. La prima volta in cui si erano visti, si erano limitati a scambiarsi giusto qualche parola, ma il carisma civettuolo che entrambi sapevano usare, li aveva portati a stuzzicarsi velatamente sin da subito.

Un giorno poi, il gruppo aveva optato per una serata in un locale nel centro di Monte-Carlo. Dopo qualche momento passato a ballare in pista e qualche altro al loro tavolo per brindare, la festa era quasi giunta al termine. Pierre e Charles avevano entrambi bevuto, perciò, rimettersi alla guida era fuori discussione.

Il monegasco optò per il passaggio che Skye gli stava offrendo tramite il suo autista. D'altro canto, il francese aveva scelto di dormire in uno degli hotel accanto a quella discoteca e senza il minimo imbarazzo, aveva chiesto a Jourdan se le fosse andato di fargli compagnia. La ragazza, ragionando a mente lucida, perché a differenza loro aveva bevuto solo due bicchieri di champagne in tutta la sera, si era detta che, dopo tutti quei mesi in cui non aveva avuto un minimo contatto fisico più intimo con nessuno, forse era arrivato il momento di una tregua.

Aveva avuto tempo di conoscere Pierre e le era sembrato una persona del tutto a posto. Certo, forse un po' troppo sfacciato, a cui intrattenersi con le donne piaceva parecchio, ma era pur sempre il migliore amico di Charles e faceva parte del suo gruppo. Per una notte avrebbe anche potuto abbassare le sue difese.

E così era successo. Quella loro prima volta assieme, nella camera di un hotel che poi nessuno dei due aveva mai più visto. Una doccia la mattina seguente, una colazione veloce ed entrambi si erano comportati come se nulla fosse mai accaduto. Amici come prima o forse non proprio, dato che quella notte diede il via ad una serie di scappatelle che facevano sempre comodo ad entrambi. Utilizzavano quei loro momenti di intimità come un qualcosa di lenitivo per tutto ciò che li stressava o preoccupava.

Esattamente come stavano facendo quella sera.
Jourdan non voleva pensare al suo passato disastroso e Pierre voleva togliersi dalla testa le immagini di tutti gli attimi vissuti assieme alla sua ex ragazza.

Il francese intrufolò le sue dita sotto il vestito di lei, non girandoci troppo attorno e andando dritto a toccare il tessuto di quelle mutandine in pizzo che stava indossando. Fece scivolare l'indice sotto di esse, portandola a boccheggiare per qualche secondo, mentre dischiudeva le sue pieghe e le stuzzicava la parte più sensibile del corpo.

Era incredibile come, presi da quel momento, entrambi sembravano estraniarsi da tutta la realtà che li circondava. Come se i problemi svanissero. Ma non era così, era solo l'effetto inebriante del sesso, che li convinceva di essere lontani. Eppure, anche se le loro menti erano concentrate su altro, le immagini dei loro problemi restavano sempre lì, pronte a ripresentarsi non appena l'occasione sarebbe stata buona.

Jourdan ribaltò la situazione, mettendosi sopra di lui e notando come quel vestito fosse decisamente ingombrante per la posizione nella quale si trovavano. «Aspetta, aspetta» lo fermò, prima che potesse attirarla di nuovo a sé. «Non ne voglio rompere un altro per colpa tua» gli fece presente, riferendosi al costoso abito che stava indossando.

Il ragazzo si dipinse un sorrisetto compiaciuto sulle labbra. «Voltati» le disse, facendola scendere dai suoi fianchi. Con le ginocchia puntate sul materasso, Pierre, dietro di lei, le scostò i capelli per poter raggiungere facilmente la zip del vestito. E fu in quel momento che gli occhi di Jourdan si sgranarono.

Le dita del francese le sfiorarono il collo e la sua mente viaggiò da sola, incontrollata, riportandola indietro nel tempo, a quella sera nell'hotel di Miami. Si ricordò subito dell'incontro avvenuto in bagno con Lewis, di come i suoi polpastrelli, dal tocco quasi impercettibile, le avessero accarezzato la pelle, tracciandone una linea immaginaria, lasciandola del tutto senza fiato.

Ciò che stava per succedere con Pierre, non aveva nulla a che vedere con quella che invece era la situazione che aveva riguardato lei e Lewis. E allora perché nella sua testa stava continuando a paragonare quello che aveva provato durante il breve incontro con l'inglese con quello che invece sentiva ora? Perché si stava domandando come mai non stesse avvertendo la medesima scarica elettrica, lo stesso senso di smarrimento e quasi di giramento di testa che lui le aveva provocato con quella minima vicinanza?

Erano troppe domande, troppi dubbi che minavano il piccolo ritaglio di tempo senza pensieri che si stavano prendendo lei e Pierre. E allora decise di velocizzare il tutto, togliendosi quel vestito e lanciandolo ai piedi del letto, si voltò nuovamente verso di lui, che sembrava apprezzare il fatto che non indossasse altro se non quelle mutandine in pizzo bianco.

Mantenendo il contatto con i suoi profondi occhi azzurri, cercò in ogni modo di levarsi dalla testa l'immagine di lei e Lewis riflessa nello specchio di quel bagno dell'hotel. Gli slacciò la cintura e successivamente anche la zip di quegli eleganti pantaloni, ormai decisamente di troppo. «Hai fretta?» le chiese divertito, vedendo il suo repentino cambio nei movimenti.

«Zitto» rispose lei, attaccandosi ancora una volta alle sue labbra e lasciando che nemmeno più una parola ne uscisse. Gli unici rumori che riempirono quella stanza furono dettati dai loro sospiri e dai gemiti di piacere che entrambi si lasciarono scappare.

Pierre, assecondando la volontà della ragazza, scivolò presto dentro di lei, non aspettando un secondo di più prima di iniziare a muoversi con un ritmo cadenzato. E nonostante tutto ciò la stesse aiutando a stare lontana dalla sua mente, quella volta non sembrava funzionare a dovere, perché quando chiudeva gli occhi, le sembrava ancora di avvertire il tocco di Lewis sulla pelle del suo collo. Un tocco che quasi pareva averla scottata, per la prepotenza con cui si era insinuato nelle sue sensazioni.

E poteva raccontare a se stessa e agli altri tutte le menzogne che voleva. Ma quello restava null'altro che l'ennesimo indizio, l'ennesimo motivo che le stava urlando di stare lontano da quell'uomo.
L'ennesimo avvertimento che il suo sesto senso le stava mandando per salvarla e che lei avrebbe, come sempre, ignorato.

🌟🌟🌟

Non dimenticatevi di lasciare una stellina 🙏🏻

Allora, allora, allora, per questo capitolo Lewis è andato un attimo in pausa, non comparendo. Almeno non di persona, perché nei pensieri di Jourdan è stato più che presente alla fine😏
Ma non preoccupatevi, l'inglese tornerà presto ad essere protagonista, in tutti i sensi.

Nel frattempo però, mi sono voluta prendere questo capitolo per poter esplorare anche altri aspetti della storia, riguardanti diversi personaggi. Avevo bisogno di spiegare meglio la "relazione" tra lei e Pierre e il modo in cui era nata. In più, avevo anche bisogno di lasciare qua e là, dei piccoli indizi su chi potrebbero essere le storie successive a questa e cosa potrebbero riguardare👀

La fatidica ex ragazza di Pierre, non è la prima volta che viene nominata. Non avrà un ruolo all'interno di questa storia, ma gliene spetta uno in un progetto che ho in cantiere.
E lo stesso vale per India e per la misteriosa persona che ha chiamato Carlos al cellulare.
Comunque, non vi svelo niente di più, perché io stessa (a parte per quanto riguarda Pierre e la sua ex ragazza) non ho certezze su cosa scriverò in futuro💁🏻‍♀️

Per scoprire cosa succederà, non dovrete fare altro che continuare a leggere😈

Commentate facendomi sapere cosa ne pensate e per qualsiasi cosa non esitate a scrivermi.

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XOXO, Allison💕

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