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Capitolo 25 - Sono Io


Stati Uniti, New York.
Manhattan.

Fece scorrere le dita su quella carta dal retro decorato da disegni geometrici rossi su sfondo bianco. La voltò, scoprendone il numero, il segno e il colore.
L'asso di picche, nero.

La fece rigirare tra l'indice e il medio, piegandola leggermente, donandole quella leggera curva che le sarebbe servita per impilarla sopra le altre. Portò lo sguardo sulla piccola costruzione che iniziava a prendere forma. Aveva creato una base di cinque carte, sopra alle quali ne aveva impilate altre, andando a scalarle di numero. Aggiunse la terza e ultima di quella fila che stava costruendo, facendo attenzione ad adagiarla con cura, evitando movimenti bruschi.

Era incredibile come quei semplici gesti riuscissero a rilassarla a tal punto da farle scordare ogni cosa che la circondava. Se ne stava chiusa in quella stanza dall'aspetto per lo più asettico e si limitava ad impilare le carte le une sopra le altre, dando vita a quei castelli. Non pensava a ciò che avrebbe fatto da lì a poco, aveva semplicemente la mente del tutto vuota, concentrata solo sui movimenti che stava compiendo.

«Iniziamo tra cinque minuti» quella voce femminile ruppe ogni armonia che si era creata all'interno della bolla in cui si era chiusa, costringendola a tornare nel mondo reale, portandola a fare un movimento brusco, che distrusse quel castello ancora prima che potesse essere ultimato. Jourdan prese un profondo respiro, osservando le carte ora sparse, senza logica, sulla superficie del tavolo bianco.

Alzò la testa, volgendo lo sguardo verso la donna che se ne stava sulla soglia della porta aperta. Pauline le rivolse un sorriso, per poi muovere qualche passo in avanti. «Sei sicura di volerlo fare?» le chiese, con tono quasi materno.

La modella si perse a riflettere su quella semplice domanda. Era volata fino a New York, tenendo segreto, praticamente a chiunque, il vero motivo per cui era lì.
Giorni prima del Gran Premio d'Ungheria, si era accordata con Pauline, chiedendole aiuto per poter mettere in atto ciò che aveva in mente. La donna aveva acconsentito, senza però essere al corrente di ogni dettaglio, sapendo solo che avrebbe dovuto organizzarle un'intervista, esclusiva con Vogue, in uno dei suoi studi di New York. Le aveva solo detto che avrebbe voluto mettere un punto al suo passato, facendo finalmente sentire anche la sua versione dei fatti. E alla fotografa era bastato per accettare.

Pauline aveva sempre pensato che Jourdan avesse sbagliato a nascondersi in quel modo, sparendo da ogni radar, dopo lo scandalo che era venuto fuori sul suo conto. Non aveva dato a se stessa e agli altri la possibilità di spiegarsi a sua volta, lasciando che l'unica voce in campo fosse quella dell'uomo che, in tale relazione, era colpevole tanto quanto e anche più di lei. Ecco che, allora, viste queste premesse, non ci aveva pensato su un secondo di più per acconsentire ad aiutarla. Ora però, vedendola lì in quella stanza, da sola, intenta a giocare con le carte e costruire dei castelli, si chiedeva se fosse davvero il caso di riesumare tutta quella storia, adesso che sembrava star passando nel dimenticatoio e lei stava, piano piano, riprendendo in mano la sua vita.

«Sì» rispose Jourdan, cercando di convincere anche se stessa. Sapeva di non poter più rimandare, ma se si fermava a pensare alle conseguenze che sarebbero scaturite dopo quell'intervista, un po' le mancava l'aria. Avrebbe rivissuto la stessa situazione che le si era parata davanti quando quello scandalo su di lei e il marito della sua stilista era venuto fuori. Giornalisti ovunque, paparazzi, articoli, gossip, voci interminabili, domande, insinuazioni, sentenze che sarebbero state pronte a travolgerla sin dal momento in cui quelle telecamere si fossero accese. Solo che, questa volta, avrebbe trascinato con sé anche altre persone. Era inevitabile.

La sua copertina di Vogue, in confronto, sarebbe sembrata una notizia da niente. Qualsiasi cosa avesse fatto in quegli ultimi anni sarebbe sembrata una notizia da seconda pagina, rispetto a tutto quello che avrebbe rivelato da lì a poco. «Bene, allora andiamo» dichiarò Pauline, incitandola con uno sguardo. Da quando si erano viste, non avevano accennato parola riguardo l'uscita del giornale e della sua foto in copertina, entrambe sapevano che non sarebbe stato il momento giusto per discuterne. Nonostante la fotografa stesse fremendo dalla voglia di chiederle se fosse stata contattata da qualcuno. E lei doveva tenere a freno la sua curiosità per domandarle come mai avesse scelto una sua foto, rischiando in quel modo. Ma, tempo al tempo, c'erano altre cose da affrontare, prima di passare a tale argomento.

Jourdan fece ingresso in quella stanza caratterizzata da una parete quasi completamente vetrata, che donava una vista mozzafiato sul panorama di New York. Tutto era già stato perfettamente posizionato, le luci, le telecamere, i microfoni e quelle sedie stile regista. Più si addentrava e più si rendeva conto che era reale. Stava davvero per rivelare al mondo intero ogni cosa riguardante il suo passato. Ogni cosa che era contenuta in quei fascicoli con cui Rob l'aveva ricattata. Avrebbe messo fine, in quel modo, alla situazione che la vedeva incastrata con il giornalista, battendolo sul tempo e rendendo pubblico tutto, facendolo però tramite la sua voce, avendo così la possibilità di raccontare quella che era la realtà dei fatti, senza storpiarla a favore dei gossip.

Se le persone avessero scelto di dipingerla come la cattiva, lo avrebbero fatto per decisione loro, basandosi su quelli che erano i fatti, senza essere traviati da notizie manipolate apposta per portarli a pensare ciò che Rob voleva.

«Ciao, Jourdan. Io sono Angie, piacere» quella donna, di qualche anno più grande di lei, si presentò. «Pauline mi ha spiegato cosa dobbiamo fare oggi e volevo dirti che, vista l'amicizia e il rapporto lavorativo che mi lega a lei, sarò a tua completa disposizione» si dimostrò da subito disponibile a prendere parte al suo piano. «Ti intervisterò io oggi, facendo null'altro che da spalla rispetto a ciò che tu vorrai dire» aggiunse, mettendo in chiaro come non fosse lì per ostacolarla, solo per aiutarla, come aveva promesso alla fotografa.

«Grazie» le disse, stringendole la mano che le aveva allungato, per poi rivolgere il suo sguardo a Pauline, esprimendole la sua gratitudine per l'aiuto che le stava dando.

«Accomodati pure sulla sedia di fronte a te» gliela indicò, prima di prendere posto su quella dal lato opposto, di modo che così si guardassero in faccia. «Iniziamo» decise poi.

«Okay, siamo in onda tra, tre, due...» contò l'uomo dietro la telecamera, prima di far loro un gesto con la mano, dando il via ufficiale a quell'intervista.

Angie rivolse un mezzo sorriso alla macchina da presa, che in quel momento stava inquadrando solo lei. «Spettatori di Vogue, state per assistere ad un'intervista straordinaria, che porterà luce sulla vita di una delle celebrità più chiacchierate di sempre» introdusse. «La verità oggi verrà fuori, ogni cosa riceverà una spiegazione, tutte le domande in sospeso avranno la loro risposta» proseguì, contribuendo a creare suspense, mentre il numero degli spettatori aumentava, sui social, sui siti online e sugli schermi televisivi. L'aveva già sentita nominare come giornalista, ma non ci aveva mai lavorato assieme in nessuna occasione prima di quel giorno. Era una giovane donna, sulla quale il team di Pauline aveva puntato, avendo riconosciuto in lei grandi doti.

Anche Jourdan, a sua volta, si rese conto della professionalità con cui parlava e si muoveva. Del modo in cui la sua personalità riuscisse ad attirare l'attenzione su di lei, senza però rubarla alla persona che andava ad intervistare. Si passò una mano nei corti capelli biondi, prima di proseguire con la presentazione. «Senza indugiare oltre, voglio quindi dare il benvenuto a Jourdan Reed» concluse, lasciando che la telecamera allargasse il campo visivo, riprendendola.

La modella evitò di guardare direttamente in essa, rivolgendo invece i suoi occhi alla giornalista. «Grazie, Angie» si limitò a dire. Sentiva il battito del suo cuore aumentare le pulsazioni e la sudorazione dei palmi delle mani iniziare a divenire incontrollata. Nonostante ciò, utilizzò la stessa tecnica che metteva in atto quando sfilava su una passerella: indossava una maschera, una corazza e andava via dritta, fingendo di essere sola, guardando solo davanti a sé.

«Allora, Jourdan, c'è un punto preciso da cui vuoi iniziare?» le chiese, accavallando le gambe che quel tubino nero le lasciava scoperte per metà.

La ragazza annuì. «Dopo quanto successo, ho sempre preferito prendere le distanze dal mondo reale, stare in silenzio e nascondermi. Solo recentemente ho capito quanto io abbia sbagliato nel perseguire questa scelta. Ho tutto il diritto di raccontare la mia versione dei fatti e fornire un secondo, importante, punto di vista» intavolò, per poi deglutire e prendere un lungo respiro. «Negli ultimi mesi, si è tornato a parlare di me. Dopo che sono ricomparsa, ponendo fine alla mia totale assenza durata un anno, il mio nome è stato subito associato ad un mondo al quale mai prima si era trovato all'interno» fece un'altra piccola pausa.

«Parli della Formula 1?» ne approfittò la giornalista.

«Esatto» confermò. «Si è tornato a scrivere e parlare tanto del mio conto. Inizialmente sono stata etichettata come la nuova fiamma di Verstappen, poi sono diventata la possibile ragazza di Gasly. Si è speculato sul fatto che stessi puntando a uno dei due piloti Mercedes, per poi decidere che ad interessarmi tra i due fosse Hamilton. Infine, è stato aperto un dibattito su questo fantomatico triangolo che si sarebbe creato tra me, Max e Lewis e che avrebbe così riacceso la loro rivalità in pista, vedendomi come la miccia che aveva scatenato il tutto» riassunse velocemente i tanti articoli usciti sul suo conto, sin dal momento in cui era stata vista entrare in quell'hotel in Bahrein assieme all'olandese.

L'intervista era appena iniziata, eppure stava già venendo seguita da ogni parte del mondo, da ogni genere di spettatore. In particolare, chi si era imbattuto nella diretta televisiva, mentre si trovava comodamente sdraiato sul divano in salotto, era proprio Lando. L'inglese, a casa di Max, per mettere a punto le ultime cose prima della partenza, programmata per il giorno successivo, per la vacanza che avevano organizzato, stava scorrendo i canali sulla tv, aspettando che l'amico lo raggiungesse dopo essere andato in cucina per prepararsi uno spuntino. Aveva poi smesso di cambiare canale, quando aveva riconosciuto la ragazza sullo schermo.

«Ehi, Max!» lo richiamò, fermandolo prima che potesse addentare quel sandwich. «Cosa ci fa tua sorella in televisione?» il ragazzo lasciò ricadere il panino nel piatto, abbandonandolo lì, mentre a grandi falcate si dirigeva verso il divano.

Si sedette con poca grazia sopra di esso, costringendo Lando a mettersi più composto, per fargli spazio. Corrugò la fronte, sentendo il respiro farsi mano a mano più corto, mentre si rendeva conto di quello che sua sorella era andata a fare a New York. Non erano gli unici che dal Principato stavano seguendo quella diretta, anche Charles stava facendo lo stesso. Il monegasco era stato interrotto, in quello che sarebbe stato il suo ultimo allenamento per un po' di giorni, dal suo telefono che aveva iniziato a vibrare incessantemente nella tasca dei pantaloncini. Aveva così stoppato la sua corsa, recuperandolo e trovando quella miriade di messaggi da parte di Skye.

Gli aveva inviato il link di un sito, scrivendo poi, più volte, di aprilo subito. Concedendosi una pausa e dando spazio alla sua curiosità, il ragazzo ci aveva cliccato sopra, aprendo così quella diretta nel sito di Vogue. E la sua reazione, che aveva comportato confusione, fronte corrugata e realizzazione, non era stata poi diversa da quella avuta da Max.

Nel frattempo, sempre più persone si ritrovavano ad incappare in quell'intervista. Tra queste, anche Pierre, in quel momento nella sua casa a Milano, intento a cercare di chiudere delle valigie che aveva, senza alcun dubbio, riempito troppo, si era fermato per donare la sua attenzione allo schermo della tv. E lo stesso aveva fatto Lewis, avvisato da Miles di andare subito sul sito di quel giornale per vedere cosa stava succedendo. L'inglese, a Londra, per passare alcuni giorni con la famiglia, prima di partire con gli amici, non se l'era fatto ripetere, mettendo un attimo in pausa il gioco che stava facendo con i nipoti e donando la sua attenzione a quella diretta.

«Il punto è che questi non sono altro che gossip, voci costruite apposta per far parlare, ignorando del tutto la realtà dei fatti» sostenne la modella.

«E qual è la realtà dei fatti?» domandò allora la giornalista.

La gamba sinistra di Max aveva preso a muoversi incontrollata, dominata dal nervosismo che si era del tutto impossessato del suo corpo. Restava in silenzio, sentendo lo sguardo di Lando passare, in modo quasi meccanico, dallo schermo del televisore a lui, cercando di non perdersi nulla. Restava in silenzio, ma nella sua testa stava urlando ininterrottamente una frase: "Non dirlo".

«Tutti mi conoscono con il nome di Jourdan Reed, ma ad esso manca un pezzo» il fratello si passò una mano sul volto. «Jourdan Reed Verstappen, questo è il mio nome completo» dichiarò, mentre Max scuoteva la testa incredulo. Quell'informazione, mantenuta per anni segreta, era diventata ora di dominio mondiale. «Reed era il cognome di Lauren, mia madre. Mentre, beh, Verstappen è il cognome di Jos, mio padre. E ovviamente anche di Max, mio fratello» spiegò esaustivamente, nel caso in cui qualcuno ancora avesse qualche dubbio.

«Porca troia» imprecò Lando a bassa voce, poggiando la schiena al divano e scivolando un po' più in giù su quei cuscini.

«Non ci posso credere» commentò Max, continuando a scuotere la testa con incessante negazione. «Non può averlo fatto davvero» aggiunse poi, parlando ormai solo con se stesso.
Lo aveva tenuto all'oscuro di ogni cosa, gli aveva detto che sarebbe andata a New York per lavoro e ora, per puro caso, la ritrovava a sostenere un'intervista in diretta mondiale in cui rivelava il legame famigliare che c'era tra di loro. Aveva agito completamente alle sue spalle, non avvisandolo minimante, come se lui non avesse voce in capitolo in quella storia. Aveva deciso tutto lei, lasciandolo indietro e allo stesso tempo portandolo a fondo assieme a quelle verità.

Avrebbe voluto solo spegnere il televisore e iniziare a colpirlo ripetutamente, dando sfogo alla rabbia che stava montando sempre di più dentro di lui. Eppure non ci riuscì. Non fu in grado di distogliere l'attenzione da quell'intervista, spingendosi a seguirla fino a in fondo. Così come chiunque altro stava continuando a fare.

«Quindi, ci stai dicendo che Jos, tuo padre, ha tradito sua moglie con Lauren, tua madre. Corretto?» chiese la giornalista, ricapitolando il discorso fatto dalla modella.

Jourdan annuì convinta. «Non ho mai saputo molto su mia madre. E ancora oggi non mi interessa sapere di più delle informazioni che sono già in mio possesso» specificò. «Non so dove sia, cosa faccia o se sia ancora viva. Lei non mi ha mai cercata, dopo avermi lasciata fuori casa di Jos, quando ero ancora nulla più che una neonata. Perciò non ho interesse nel recuperare i rapporti facendo il primo passo» aggiunse, dando una maggiore spiegazione alle sue affermazioni.

«Quindi sono stati Jos e Agnes a crescerti» commentò Angie. «Ma allora come mai questa tua parentela con la famiglia Verstappen non è mai venuta fuori?» domandò, volendo far luce su quel punto.

«Fino a quando compì otto anni, crebbi in quella casa in Olanda, assieme a Max. Eravamo inseparabili, ci volevamo bene e ci sostenevamo a vicenda, in quella nostra infanzia non proprio comune» iniziò a raccontare. «Max, da subito è stato obbligato da Jos a seguire le sue stesse orme e diventare un pilota. E a quanto pareva, io, in quella situazione, ero di troppo. Un peso per mio padre e un distrazione per mio fratello, che aveva bisogno di concentrarsi al massimo sullo sport» rivivere quei ricordi e quelle emozioni non era facile per lei. Ma non lo era nemmeno per Max, che stava ancora osservando quell'intervista dalla televisione. «Così, un giorno, Jos e sua moglie posero fine al loro matrimonio e si accordarono decidendo che io avrei seguito Agnes, in America» prese un profondo respiro. «Io e mio fratello non ci sentimmo e non ci vedemmo più. Crescendo come se non ci fossimo mai conosciuti. Almeno fino a due anni fa» concluse.

Charles aveva ormai completamente abbandonato il pensiero di proseguire nella sua corsa, scegliendo di sedersi su uno di quegli scogli che dividevano la passeggiata dal mare, continuando a seguire l'intervista. La ragazza stava riassumendo il modo in cui erano andate le cose, dando finalmente una spiegazione alla maggior parte degli articoli usciti su di lei in quegli ultimi tempi e, soprattutto, spiegando il perché della sua improvvisa presenza su quelle piste. E non era che all'inizio della miriade di cose che avrebbe dovuto dire.

«Eravamo solo dei bambini» riprese a parlare, dopo una breve pausa di qualche secondo. «Non capivamo cosa stava succedendo, perché ci avevano divisi. Non capivamo perché non potevamo vivere un'infanzia normale, come chiunque altro. Dovendo invece seguire ogni cosa che i nostri genitori ci imponevano. Dovendo seguire un sogno che non avevamo nemmeno potuto scegliere» si stava prendendo la libertà di parlare anche per Max. Sapeva che non era giusto, non aveva però potuto fare altrimenti. Lui non si era mai dimostrato propenso a raccontare la verità sulla loro famiglia e lei non poteva più aspettare, messa alle strette da Rob e dal suo ricatto.

E, anche se il fratello non era lì con lei, per confermare ogni sua parola, sapeva bene che ciò che stava dicendo era esattamente quello che anche lui pensava. Solo che, a differenza sua, non aveva il coraggio di ammetterlo. Non avrebbe mai dato voce ai suoi pensieri, riguardo al fatto che la carriera da pilota gli fosse stata imposta e non l'avesse scelta. Era stata un obbligo che, a lungo andare, era diventato la sua normalità. Ma, se ci rifletteva bene, quello non era mai stato il suo sogno. Non aveva mai nemmeno capito cosa volesse davvero fare, perché era stato costretto e aveva continuato a costringersi a pensare con la testa del padre, a fare ciò che lui avrebbe voluto facesse.

Dopo quell'intervista, lei non sarebbe stata di certo la sola ad essere perseguitata da ogni tipo di giornalista. Anche Max sarebbe, inevitabilmente, finito al centro di ogni riflettore, così come Jos e Agnes. Jourdan aveva appena scatenato una perfetta bufera mediatica, che avrebbe di certo interessato una grandissima fetta di pubblico mondiale.

«Fare la modella, quindi, non era il tuo sogno» dedusse la giornalista.

«Non è mai stato un segreto. L'ho sempre ammesso. Questa volta, però, ho finalmente fornito una spiegazione del perché» precisò, sistemandosi la manica di quella camicia bianca che stava indossando.

«Che cosa avresti voluto fare?» domandò allora Angie.

Jourdan sorrise appena. «Non parlo dei miei sogni infranti» rispose. Quel giorno avrebbe rivelato ogni segreto sul suo passato, solamente uno avrebbe potuto tenere per sé: che cosa avrebbe desiderato fare da grande.

«E tuo fratello Max, nemmeno lui allora voleva fare il pilota da quello che hai detto. È un qualcosa di sorprendente per qualcuno che, se non erro, è il campione in carica in Formula 1» constatò la giornalista, non riuscendo a lasciare stare quella rivelazione, lasciandosi andare ad una deformazione professionale e provando ad indagare oltre. «Cosa avrebbe voluto fare allora?» aggiunse.

Il pilota sgranò gli occhi, sentendosi tirato in ballo in quel modo. L'intervista andava avanti, eppure lui non riusciva comunque a capacitarsi di ciò che la sorella stava facendo.

Jourdan alzò le mani, fermandola. «Questa è una domanda che andrebbe fatta a lui» precisò, guardandola seria. «Io non so se fare il pilota fosse sempre stato il suo sogno, avrà sicuramente avuto il tempo di rifletterci durante tutti questi anni. Ma è una cosa di cui non mi ha messa al corrente. So solo che sin da quando ha iniziato a camminare, Jos lo ha introdotto nel mondo dei motori e da lì non ci sono state altre scelte» con decisione pose fine a quella digressione tirata in ballo dall'altra donna.

La giornalista annuì, non lasciandosi scoraggiare, trovando velocemente un'altra domanda da porle. «C'è, invece, qualcosa che vuoi chiarire su quello scandalo che ti ha portata ad isolarti per più di un anno?»

Parlare della sua infanzia, in confronto, era stato una passeggiata. Aprirsi e raccontare pubblicamente ciò che era accaduto, ogni cosa che aveva portato e comportato quella relazione, le risultava un passo decisamente grande da compiere. Più grande di quello che sarebbe stata in grado di fare. Si sentiva come davanti ad uno strapiombo, costretta a saltare per raggiungere l'altra parte, sapendo già in anticipo che non ce l'avrebbe fatta, che sarebbe precipitata. Eppure, sarebbe stata un'azione che avrebbe compiuto comunque.

Proprio come fatto poco prima, e per una quantità di volte ormai innumerevoli, il castello di carte che aveva costruito, con un gesto della sua stessa mano, sarebbe stato distrutto e si sarebbe dovuto ricominciare tutto da capo per averne uno nuovo.

«Non ero nulla più che una ragazzina. Una ragazzina arrabbiata e triste, che si è fidata di un uomo che credeva sincero e gentile, ma che poi si è rivelato un bugiardo manipolatore» intavolò, contraendo la mandibola. «Quando ho chiuso ogni rapporto con Agnes, volevo solo provare a vivere la mia vita in modo normale. Avere un attimo di respiro. Il modo in cui la notizia è venuta fuori, però, mi ha scagliato al centro di ogni voce, portando qualsiasi manager e agenzia a contattarmi, per offrirmi di lavorare sotto il loro nome» ancora una volta, avrebbe dovuto rivivere, tramite i ricordi, quelle esperienze traumatiche, che per sempre l'avrebbero segnata.

«Lui mi era sembrato l'unico davvero interessato a me, il solo che non sembrava volermi solo per un guadagno. Chiaramente stava fingendo, io non sono stata in grado di accorgermene in tempo» scosse leggermente la testa, spostando lo sguardo sui suoi mocassini in pelle nera laccata.

«La colpa non è tua, Jourdan» ci tenne a puntualizzare la giornalista, donandole sostegno.

La modella tirò le labbra in un sorriso amaro. «Sì, me l'hanno detto in tanti» ricordò quella sera sul molo di Vancouver, assieme a Lewis, quando si era sentita talmente al sicuro da lasciarsi andare e rivelare tanto sul suo passato. Lui era stato uno di quelli che ci aveva tenuto a ricordarle che, ciò che quell'uomo le aveva fatto, non era colpa sua. «Ciò comunque non cambia il passato» aggiunse, mentre un pensiero continuava a sbattere contro le pareti della sua mente,

Come poteva non essere colpa sua se aveva scelto di seguirlo, se aveva deciso consapevolmente di portare avanti quella relazione nonostante sapesse del suo matrimonio. Come poteva non essere colpa sua se era stata lei stessa a prendersi per mano e accompagnarsi giù in quel burrone.

«Agli occhi del mondo, quando la notizia è venuta fuori, io sono apparsa quasi come l'unica cattiva della storia» era arrivato il momento di rivelare anche quella verità. «Ricordo il modo in cui la gente mi descriveva: l'ingrata puttana che aveva voltato le spalle alla stilista che aveva costruito l'intero marchio su di lei» citò le esatte parole che aveva letto e si era sentita rivolgere fino alla nausea. «Ed è vero, sapevo del loro matrimonio, ne ero perfettamente consapevole, non dirò mai il contrario. Sapevo che ciò che stavo facendo era sbagliato, non ho mai avuto dubbi su questo» puntualizzò.

Se c'era una cosa in cui eccelleva, era l'essere sempre consapevole degli errori commessi. Non si nascondeva dietro a delle scuse e non si arrampicava sui vetri. Né con gli altri, né con se stessa. E soprattuto in questo caso, non aveva mai cercato di trovare scappatoie per alleggerirsi la coscienza.

«Permettimi una domanda. Ma allora perché, se eri consapevole di tutto ciò, lo hai fatto lo stesso?» si intromise la giornalista, non riuscendo a capire il senso delle sue azioni, dopo tali parole.

Jourdan si mosse a disagio sulla sedia, sapeva che ormai non avrebbe più potuto rimandare, il suo passato era venuto fuori e ora anche la sua vita più privata lo avrebbe fatto. «Perché, inizialmente, ero davvero convinta che tra noi ci fosse qualcosa di speciale, che lui mi amasse. Poi però, andando avanti con il tempo, ho compreso che quello non era amore, ma abuso. Qualcosa di estremamente tossico, da cui avrei dovuto allontanarmi» spiegò, deglutendo subito dopo, cercando di mandare giù il groppo che le si era creato in gola.

«Però non ti sei allontanata fino a che la notizia è divenuta di dominio pubblico. Come mai?» Angie proseguì con quella striscia di domande, lasciando che il suo lato da giornalista prendesse, di nuovo, il sopravvento.

Per Jourdan, quella volta, non parve un problema. «Oh, nessuno di voi ha idea di quante volte ho provato a farlo. Ma lui non sentiva la mia voce, non gli interessava dei miei no, di quello che volevo io» scrollò le spalle. «Non importava quanto mi opponessi, se glielo chiedessi gentilmente o se gli urlassi contro. Se versassi lacrime o lo ignorassi. Nulla importava, se non tenermi al guinzaglio per un suo mero tornaconto personale» non era chiaro a nessuno che stava seguendo quell'intervista, se nel tono della sua voce trasparisse tristezza, rabbia, rimpianto o dolore. Nei suoi occhi però, apparivano tutte assieme quelle emozioni.

Lewis, attraverso lo schermo del suo computer, non faticò a notarlo.
L'aveva guardata spesso in quelle iridi azzurre, che diventavano mare, cielo o ghiaccio a seconda di come si sentiva. E in quel momento, il modo in cui si stava mettendo alla prova, raccontando episodi tanto dolorosi del suo passato, aveva fatto sì che quegli occhi diventassero un mare in burrasca, dominato da un cielo plumbeo.

Nonostante avesse già sentito, direttamente da lei, la maggior parte delle cose che, ora, stava rivelando al mondo in quell'intervista, non poteva fare a meno di restarne colpito. Aveva scoperto il perché la sua parentela con Verstappen non fosse mai venuta fuori prima, una domanda alla quale non aveva mai trovato risposta da solo. In più, risentire ciò che aveva passato durante la relazione con quell'uomo, non mancava di lasciarlo con una strana sensazione nel petto.

Essere a conoscenza di quei dettagli, gli faceva comprendere sempre di più come mai avesse determinati comportamenti; in passato, ma anche nel presente. Il suo non fidarsi, il modo in cui cercava sempre di mantenere le distanze, di privarsi di qualcosa a prescindere, quegli sguardi più attenti, esaminatori, la riservatezza volta a proteggersi. Ogni cosa prendeva senso grazie a quell'intervista.

E non solo per lui, che aveva potuto conoscerla sotto determinati ambiti, anche per il mondo intero, che, invece, non la conosceva affatto.

«Quando provavo a mettere un punto, mi minacciava, mi ricattava e allora io non potevo fare altro che abbassare la testa e andare avanti in quel modo» rispose alla domanda della giornalista, riportando l'attenzione di chiunque su di sé. «Avrei potuto fare di più? Forse. Ma non ne sono stata in grado, non avevo libertà di manovra, non ero lucida per poter riflettere a dovere e pensare ad una qualche soluzione plausibile» scrollò le spalle.

«Non eri lucida?» chiese Angie.

«Ho avuto parecchi problemi con l'alcol e con le droghe, penso che chiunque ne sia al corrente. Problemi che esistevano già prima che lo conoscessi, ma che con lui si sono accentuati» con tutti gli articoli e le foto uscite, che la ritraevano palesemente ubriaca, non stava dicendo nulla di nuovo. Mancava però un dettaglio importante, che nessun giornalista si era mai premurato di controllare. «Come ho detto, la cosa che più gli interessava era avermi sotto controllo. Farmi restare in quel perenne stato di stordimento, che quelle sostanze mi procuravano, rendeva il tutto decisamente più facile per lui» un dettaglio che avrebbe finalmente reso noto. «Si premurava che non mi perdessi nemmeno un after party, una festa o un evento di quel genere. Era sempre attento a far sì che il mio bicchiere non si svuotasse mai e a persuadermi a buttare giù qualche pasticca.»

La sua mente non era stata presente per la maggior parte del suo passato, troppo annebbiata da quelle sostanze. Nonostante ciò, dei flash di ricordi, che quasi le sembravano solo il frutto di un brutto sogno, erano tornati, durante gli anni, a bussare alle porte della sua memoria. Erano ricordi annebbiati, che però le bastavano per farle comprendere come fossero sempre andate le cose.

Ogni tanto si rivedeva seduta su uno dei divanetti di quei locali, con la vista disturbata dalle luci stroboscopiche e la testa che le scoppiava per via della musica. Si rivedeva lì, stanca, dopo una giornata di lavoro, con lui accanto. Gli chiedeva di andare a casa e come risposta riceveva sempre la stessa frase: "La serata non è ancora finita. Prendi questo che ti sentirai meglio." Dopo quelle parole, sempre lo stesso gesto, un bicchiere o una piccola pasticca rotonda le venivano portati alle labbra. E allora tutto si appannava, la sua mente si annebbiava e i ricordi sparivano.

Aveva perso il conto di tutte le volte in cui, i giorni successivi ad una festa, ritrovava delle sue foto in rete o sui giornali, le guardava e non ricordava assolutamente di aver compiuto tali azioni.

«Questo è terribile, Jourdan. In tutto e per tutto, durante quegli anni hai subito degli abusi. E per quanto avessi commesso l'errore di intraprendere una relazione con un uomo, sposato con la donna che ti aveva messo come volto principale del suo marchio, ciò non deve minimamente sminuire quello che hai passato. Che lui ti ha fatto passare» saltò su Angie, tenendoci a mettere in chiaro tale precisazione. Un qualcosa che agli occhi di chiunque era sempre rimasto celato e che invece, ora, forniva delle spiegazioni a moltissimi eventi che l'avevano vista protagonista. «Oltretutto, hai parlato anche di minacce e ricatti, vuoi spiegarti meglio sotto questo punto di vista?» domandò, volendo fare luce anche su quella questione.

La modella si prese qualche secondo, osservando lo sguardo di supporto che Pauline le stava lanciando e cercando di farsi forza per affrontare anche quell'ultimo ostacolo. «Approfittava spesso di quei momenti in cui la mia mente non era presente, per assicurarsi di avere sempre una leva su di me» si allungò verso il tavolino che aveva accanto, recuperando quel fascicolo poggiato sulla sua superficie. Il fascicolo che lo stesso Rob le aveva lasciato tra le mani quel fatidico giorno. «Aveva delle mie foto, scattate in momenti decisamente intimi» iniziò a sfogliarlo, fermandosi quando i suoi occhi si posarono su quelle polaroid. Le estrasse, tenendole impilate in modo ordinato tra le mani.

Prese un profondo respiro, prima di sporgersi dalla sedia e lasciarle alla giornalista davanti a lei. Angie le osservò, premurandosi di non rivelarle alle telecamere. «Sei sicura di volerle mostrare?» le chiese, appurando come quelle immagini la ritraessero non solo in momenti di intimità, ma anche in momenti in cui non era consapevole che le stessero venendo scattate.

«Se non lo faccio, lo farà qualcun altro dopo questa intervista. E se queste cose devono venire fuori, voglio essere io a renderle pubbliche. Mi riguardano e non ho più intenzione di lasciare il comando della mia vita in mano ad altri. Risponderò delle mie decisioni e dei miei errori» ancora una volta, si stava riferendo in particolare a Rob. Senza che chiunque altro lo sapesse, gli stava inviando quei messaggi. Voleva essere certa che non potesse avere più niente per tornare a disturbarla.

La giornalista, a quel punto, annuì, per poi spostare il tavolino che a sua volta aveva accanto, mettendolo di poco davanti a lei. Porse la bottiglietta d'acqua e il bicchiere ad un suo assistente, liberandolo del tutto. Adagiò quelle polaroid sopra la sua superficie, lasciando che la telecamera le inquadrasse. Gli scatti che ora tutto il mondo stava osservando, ritraevano la modella in diverse occasioni, tutte però accomunate dall'intimità di un momento che sarebbe dovuto restare privato.

Jourdan, per la maggior parte delle volte, si trovava stesa su un letto dalle lenzuola bianche. In alcune indossava della lingerie, in altre appariva senza reggiseno e in altre ancora veniva ripresa da dietro, completamente nuda. Vi erano scatti del viso, in cui non era difficile intuire che non fosse propriamente lucida. Gli occhi erano spenti, con lo sguardo sempre perso, cerchiati da profonde occhiaie o caratterizzati da un rossore persistente. Ogni tanto i capelli le ricadevano disordinatamente sul volto, altre volte le venivano tirati indietro da una mano che però restava nascosta.

Mentre tutto il mondo stava osservando quelle immagini, Max aveva distolto lo sguardo dopo pochi secondi. Aveva realizzato cosa fossero, si era reso conto di cosa stava effettivamente guardando e non era riuscito a farlo oltre. Con il capo rivolto leggermente verso il basso, aveva lasciato che le sue iridi chiare si scontrassero con il tappeto sotto i suoi piedi. Lando, accanto a lui, aveva notato quel gesto e si era sentito in dovere di fare lo stesso, evitando di guardare oltre.

Il fratello non poteva reggere tale vista, gli era bastato osservare una delle foto in cui veniva ritratto il volto della sorella, per avvertire un forte senso di nausea e una sensazione di rabbia talmente forte che quasi faticava a riconoscere.

Li aveva visti quegli occhi del suo stesso colore, confusi, spenti, stanchi, guardare dritti nell'obbiettivo che avevano davanti, senza però rendersi conto di ciò che stava accadendo. Non c'era bisogno che lei spiegasse il retroscena di quelle immagini, bastava osservare i suoi occhi ignari per comprendere ogni cosa.

Ancora una volta si rese conto di come il loro preferire l'omertà, gli uni con gli altri, non avesse fatto altro che allontanarli e creare problemi. In parte, ed già a conoscenza di quelle storie, la sorella gliene aveva parlato, senza peli sulla lingua, in modo del tutto brutale, qualche mese prima. Raccontandogli una piccola parte di tutta la miriade di cose accadute. Ma lui aveva cercato da subito di fermala, non riuscendo ad ascoltare oltre e si era sempre guardato bene dal chiedere altro. Scoprire quegli altri dettagli in quel modo, sotto certi aspetti, gli faceva ancora più male.

Anche chi però già sapeva tutta la storia, venne inevitabilmente colpito da tali immagini. Charles strinse il cellulare tra le mani, fino a farsi sbiancare le nocche. Gli provocava così tanta rabbia prendere sempre più consapevolezza di quello che la sua migliore amica aveva passato. E, con il suo carattere tanto buono, si sentiva quasi in colpa per non esserci stato prima per lei. Nonostante l'avesse conosciuta solo successivamente a quello scandalo e quindi, in ogni caso, non avrebbe mai potuto starle accanto in un periodo in cui lei non era nessuno per lui e viceversa.

Pure Skye provava lo stesso, ripensando inoltre a tutte le parole cattive che il mondo intero aveva sempre speso sull'amica, senza mai mettersi una mano sul cuore e chiedersi se, sotto tutti quei gesti autodistruttivi non ci fosse dell'altro. Si faceva sempre presto a dare aria alla bocca, ci voleva invece molto di più prima di capire che ci si sarebbe dovuti fermare a riflettere prima.

Dal salotto di casa sua, a Milano, Pierre stava iniziando ad avvertire uno strano senso di colpa. Loro due si erano decisamente allontanati negli ultimi tempi e, poco prima della pausa estiva, lei aveva provato a fermarlo, con la chiara intenzione di parlargli. Ma lui l'aveva respinta bruscamente. Charles gli aveva detto di smetterla di dare così tanto peso al suo stupido ego, lo stesso che lo aveva sempre portato a commettere errori, anche e soprattuto nella sua relazione passata. Il francese, però, quel giorno aveva tanti altri pensieri per la testa, dettati dal lavoro e da alcuni avvenimenti che sembravano poter minare un'opportunità che gli si stava presentando.

Così, quando Jourdan gli era apparsa davanti, cercando la sua attenzione, lui aveva lasciato che a parlare fosse il suo nervosismo, ignorandola e respingendola. In quel momento, consapevole di ogni frase udita in quell'intervista, se fosse potuto tornare indietro, si sarebbe tirato uno schiaffo da solo e si sarebbe fermato ad ascoltarla.

Lewis, dal canto suo, non riusciva a capacitarsi di come una persona potesse essere tanto senza scrupoli da approfittarsi in quel modo di qualcun altro. A lui non era mai passato per la mente di comportarsi in tale maniera quando Jourdan, o qualunque altra ragazza, gli si era presentata davanti ubriaca. Anzi, aveva sempre preso le giuste distanze, rifiutando di avvicinarsi e portandola a casa. Perché non era lucida e mai avrebbe compiuto un gesto di quel tipo senza avere il pieno e consapevole consenso.

Quell'uomo, invece, non ci aveva pensato su due volte ad approfittarsene. E ad essere anche il primo a spingerla a bere o ingerire sostanze stupefacenti per annebbiarle la mente. Era un qualcosa che lo faceva rabbrividire e incazzare oltre ogni dire.
Ripensando a tutte le volte in cui lo aveva visto accanto a lei, durante qualche evento di moda passato, gli veniva quasi il voltastomaco davanti alla consapevolezza di ciò che faceva lontano dagli occhi altrui. E se solo lo avesse saputo prima, non ci avrebbe pensato su due volte prima di tirarli un pugno in faccia, allontanando poi Jourdan da lui.

L'aveva conosciuta per davvero però ormai a cose fatte e non poteva cambiare il passato. Poteva solo evitare di metterla in condizione di dover soffrire ancora. Perché ci girava attorno e abbozzava scuse, ma la verità era che a quella ragazza, ormai, ci teneva. Non era più una semplice conoscenza, era diventata una persona con la quale amava passare il suo tempo, che lo faceva ridere, lo incuriosiva, stuzzicando ogni parte della sua mente.

Eppure, nonostante tutto ciò, comunque era stato uno stronzo.
Con quel suo gesto estremamente stupido, dettato dalle sue paure, aveva fatto esattamente quello che non voleva, facendola soffrire e creando una voragine tra loro.

Adesso lei era lì, a New York, da sola a tenere quell'intervista complicata. Mentre lui era dalla parte opposta dell'oceano, a Londra, ad osservarla da uno schermo. Se solo non fosse stato così idiota, avrebbe potuto esserle accanto, offrirle un supporto di cui sicuramente avrebbe avuto bisogno. Invece aveva mandato tutto a puttane e si ritrovava ad essere una delle ultime persone che lei avrebbe mai voluto sentire.

«Usava queste foto e dei video, che non sono in mio possesso, per ricattarmi e obbligarmi a sottostare a ciò che lui voleva. Per questo non sono mai riuscita a chiudere quella relazione, dovendo aspettare che essa venisse resa pubblica dalla stampa, per poter finalmente mettere un punto» tutto era stato spiegato, ogni cosa aveva preso senso. «Un punto che però è andato, in ogni modo, contro di me. Quella relazione era finalmente finita, non dovevo più sottostare al suo volere o avere a che fare con lui. Ma dovevo invece affrontare il mondo intero che mi puntava il dito contro e mi accusava» Jourdan sapeva che, dopo quell'intervista, ancora una volta, si sarebbe ritrovata spalle al muro, davanti agli occhi delle persone.

Non importava aver dato la propria versione dei fatti, fornendo un perché e attenuando di parecchio le sue colpe. Comunque la gente avrebbe parlato, si sarebbe espressa in favore o in sfavore suo, avrebbe commentato quelle foto, con gentilezza o con cattiveria e i giornalisti avrebbero fatto qualunque cosa per trovarla e porgerle qualche altra domanda. Tutto, anche se in modo leggermente diverso, sarebbe ricapitato.

«E dopo tutti quegli anni di abusi, non ce l'ho fatta a rispondere all'opinione di chiunque che mi si rivoltava contro. Avevo bisogno di una pausa da tutto, di pace» ammise sospirando, essendo consapevole di come, per tutta la sua vita aveva solo cercato la tranquillità. E più la cercava, più essa se ne guardava bene dall'avvicinarsi a lei. «Così, invece che far sentire la mia versione dei fatti, me ne sono andata lontano da qualsiasi riflettore, cercando aiuto in una persona che non vedevo da più di sedici anni, ma che sembrava l'unica che potesse aiutarmi senza sbattermi una porta in faccia e senza sputarmi sentenze addosso» ripensò a Max e a quel giorno in cui si era presentata da lui.

Dopo aver scoperto dove abitava, si era diretta a Monte-Carlo, abbandonando l'America, senza portarsi dietro nulla di più che non entrasse nella sua borsetta. Aveva atteso, sotto quel palazzo, per ore, non sapendo nemmeno se fosse a casa, sperando che uscisse o entrasse in quello stabile. Quando lo aveva visto, era scattata in piedi, restando però immobile, attendendo che fosse lui ad avvicinarsi. Lo sguardo del fratello era incredulo, quasi spaventato. Inizialmente pensava di aver avuto un abbaglio e solo dopo qualche secondo si rese conto che invece era davvero lei lì davanti a lui.

Ovviamente, come tutto il resto del mondo, era venuto a conoscenza di quello scandalo, chiunque ne parlava a quel tempo. Ma non accennò nulla riguardo tale vicenda, si limitò a chiamarla per nome, volendo accertarsi in tutto e per tutto che fosse lei. La ragazza non disse molto. "Ho bisogno di un posto in cui stare. Solo per qualche giorno. Non avrei voluto disturbarti, Max, ma non avevo nessun altro a cui chiedere." Queste erano state le parole che gli aveva rivolto, con voce tremolante e gli occhi lucidi.

Entrambi si ricordavano perfettamente quel giorno e i successivi. Max non aveva esitato un secondo per farla salire a casa, le aveva mostrato l'appartamento e lei, dopo avergli rivolto un debole sorriso, si era chiusa nella stanza che lui le stava donando. Lì era rimasta, per due giorni interi, lasciando che il ragazzo entrasse solo per portarle dell'acqua e del cibo che però non toccava minimamente. Ci era voluto del tempo per entrambi per abituarsi a quella convivenza, dopo sedici lunghi anni di nessun contatto. Passo dopo passo, le cose erano diventate più semplici e poi erano precipitate ritornando estremamente complicate.

Ed ora, dopo tutto quel tempo, era lì che si ritrovavano. Jourdan a New York, a rivelare ogni cosa senza averlo avvisato. E lui nel Principato di Monaco, ad osservarla con il cuore in gola.

«Lasciai gli Stati Uniti e andai da mio fratello Max, a Monte-Carlo. Rimasi a casa sua, nella tranquillità del Principato, per un anno intero, chiudendomi in una bolla che escludeva il mondo reale. Conoscendo, giorno dopo giorno, persone vicine a lui e al mondo della Formula 1» riassunse di molto tutto ciò che era stato.

«Cosa ti ha spinta ad uscire da quella bolla e ricomparire in pubblico?» Angie si riferiva a quella sera in cui era stata vista fuori dall'hotel in Bahrein, alla sua prima, vera e propria, apparizione pubblica dopo lo scandalo.

Jourdan cercò di trovare le parole più giuste per spiegarsi, ma le risultava parecchio complicato. «Mano a mano che stavo da mio fratello e conoscevo nuove persone, instauravo anche delle amicizie con loro. E, quando, dopo la pausa invernale, la nuova stagione è ricominciata, io mi sono ritrovata sola tra quelle mura di casa. Era un qualcosa che non riuscivo più a reggere, perché, dopo aver passato quei mesi in compagnia, lontana quanto più possibile dalla mia mente, dai miei pensieri e dai miei problemi, ritrovarmi ancora, tutto d'un colpo, in compagnia di essi, fu una botta più dura del previsto» non era semplice riuscire a far comprendere come si era sentita in quel momento. Per farlo appieno, chiunque avrebbe dovuto essere in grado di entrare nella sua testa e percepire ciò che lei aveva percepito. Ma non era possibile.

«Non sono riuscita a sopportarlo oltre i primi sei giorni di solitudine e sono corsa sul primo aereo per il Bahrein, nell'esatto momento in cui sentivo di star per cedere e ricadere in tutte quelle brutte abitudini passate» erano stati giorni difficili, in cui il sonno sembrava solo un lontano ricordo e i pensieri nella sua mente non avevano alcuna intenzione di fermarsi. «Beh, il resto poi, sapranno tutti come è andato, dal momento che ogni mio spostamento e ogni mia mossa è stata documentata con smania dalla stampa» disse piccata. «In modo veritiero o meno» aggiunse, incrociando le braccia al petto.

Pauline, in lontananza, le rivolse il gesto del pollice in su, accompagnandolo da un sorriso dolce. Mentre Angie era ormai pronta per porre fine a quell'intervista.

«Puntualizzo solo un'ultima cosa» saltò su la ragazza. «Non sono venuta qui per passare da vittima o per farmi attribuire il ruolo di martire in questa storia. Gli errori che ho commesso non hanno scusanti, i miei comportamenti sbagliati restano tali, indipendentemente dal resto degli eventi accaduti» sotto sotto, anche se non lo dava a vedere, continuava a pensare che ogni cosa accaduta, sin dal momento in cui era stata separata da Max, era stata colpa sua. Attribuiva a se stessa anche errori commessi da altri, che si erano riversati su di lei. Anche gli abusi subiti da lui.

«Ho voluto fare questa intervista perché non sopportavo più tutte le speculazioni che la stampa aveva ripreso a fare sul mio conto. Era arrivato il momento di dire la verità e prendermi le responsabilità che mi spettano, così come spettano a tutti gli altri in questa storia. Sia per quanto riguarda il mio passato, sia per quanto riguarda quello scandalo» guardò direttamente in camera, rivolgendosi ai diretti interessati, senza nominarli esplicitamente.

Jos, Max, Rob, Agnes, lui, ognuno di loro, dopo quell'intervista, così come lei, non aveva più scampo, niente più modi per fuggire alle proprie responsabilità.
Avrebbero potuto solo affrontarle o farsi schiacciare da esse.

«Grazie per aver scelto Vogue per condividere tutta la verità e grazie per il tempo che mi hai dedicato, Jourdan» la giornalista le rivolse un ultimo sguardo e un ultimo sorriso, prima di porre fine al tutto, ordinando alle telecamere di interrompere la diretta su qualsiasi piattaforma.

I riflettori si spensero, le persone lasciarono la stanza e lei, presto, si ritrovò faccia a faccia con i suoi pensieri. Lo sapeva, da quel momento sarebbe stata nuovamente al centro di ogni attenzione, avrebbe solo dovuto cercare di non lasciarsi sopraffare e non cedere quella volta.
Ma era decisamente più facile a dirsi che a farsi.

Si alzò dalla sedia, quando Pauline la raggiunse e la strinse in un abbraccio. «Hai fatto un ottimo lavoro. Sono davvero fiera di te per il coraggio che hai avuto oggi» era la prima volta che qualcuno le rivolgeva tali parole e, in quel momento così emotivamente fragile per lei, furono quasi la goccia che fece traboccare il vaso per far sì che i suoi occhi si riempissero di lacrime.

Quando lo schermo della televisione divenne nero, Max ci mise qualche secondo prima di riuscire a riordinare la idee e capire cosa fare. Si alzò dal divano, recuperando il cellulare. Aveva le notifiche di ogni social silenziate, ma sapeva benissimo che il mondo si stava già muovendo per cercare più risposte sia da lui che da suo padre. Ignorò quella questione, rimandandola ad un altro momento. Decise invece di provare a chiamare Jourdan, volendo parlarle, anche se non sapeva bene cosa dirle.

Sotto lo sguardo silenzioso di Lando, lasciò che il telefono squillasse due volte, prima di avvertire la voce registrata della sorella.

"Non posso rispondere, lasciate un messaggio."

Chiuse quella chiamata, passandosi una mano sul volto in modo frustrato. Decidendo poi di rivolgersi ad un'altra persona per avere qualche spiegazione in più.

«Tu lo sapevi?!» domandò subito, non aspettando nemmeno che chi fosse dall'altro capo potesse salutarlo.

«Cosa?» chiese Skye, ancora confusa da quell'intervista.

Max prese un profondo respiro. «Sapevi che Jourdan sarebbe andata a New York a rivelare praticamente ogni cosa?» spiegò meglio la sua domanda precedente.

«Non sapevo proprio niente. L'ho scoperto anche io sul momento» disse la ragazza. «L'unica cosa che mi aveva detto era che sarebbe andata lì per lavoro e ho pensato si riferisse al servizio che aveva fatto qualche tempo fa con Vogue» aggiunse.

Il ragazzo chiuse per un attimo gli occhi. «Ho provato a chiamarla, non mi risponde»

«Ha il telefono spento da ieri sera» gli rivelò.

«Porca puttana» imprecò lui a denti stretti. «Sarà un casino adesso... un casino...» aggiunse poi, quasi sussurrando, parlando più con se stesso che con lei, davanti alla consapevolezza di quello che lo avrebbe aspettato fuori dalle sicure mura di casa sua.

I due non erano gli unici impegnati in una telefonata, perché, presto, anche il cellulare di Lewis prese a squillare, costringendolo ad abbandonare i suoi pensieri e rispondere.

«Che cazzo, amico, hai visto l'intervista?» gli domandò subito Miles dall'altro capo, volendo accertarsi che lo avesse ascoltato, quando, ormai parecchio tempo prima, gli aveva consigliato di farlo.

«Non credo che qualcuno al mondo se la sia persa, sai» rispose ovvio.

«L'hai chiamata?» chiese allora.

Lewis strabuzzò gli occhi. «Non ti ricordi cosa mi ha detto l'ultima volta che ci siamo visti? Non ci vuole parlare con me e soprattuto non ci vorrà parlare ora» sorrise, facendo un cenno a suo nipote, che si era affacciato alla porta della sua stanza, per sapere quando sarebbe tornato a giocare con loro.

Miles sbuffò. «Quanta pazienza che ci vuole con te. Lascia stare tutte le tue intuizioni e convinzioni, che in campo sentimentale sono sempre sbagliate. Chiamala» insistette, per poi chiudere quella telefonata ancora prima che potesse controbattere.

Il pilota ci rifletté su per un po', camminando avanti e indietro in quella camera, prima di decidersi. Cliccò sul suo contatto, facendo partire la chiamata, che però si scollegò subito, facendogli udire quel messaggio registrato, rivelandogli che il telefono della ragazza, in realtà, fosse spento.

Nel frattempo, sotto quel palazzo che ospitava una delle sedi di Vogue a New York, una folla di giornalisti e fotografi si era già radunata. Tutti stavano aspettando che Jourdan uscisse, tutti erano pronti per cercare di porle altre domande, cercando di accaparrarsi l'articolo perfetto da scrivere, magari anche con qualcosa di inedito che nell'intervista aveva omesso.

Peccato però, che nessuno di loro avrebbe ricevuto alcuna risposta. Nessuno di loro l'avrebbe nemmeno vista Jourdan, quel giorno o i successivi.

La modella non uscì dal palazzo fino a tarda sera e quando lo fece, decise di non usare un modo convenzionale. Dal tetto del grattacielo, salì su un elicottero che era lì ad aspettarla, riuscendo così ad evitare chiunque. Durante il viaggio, osservò New York sotto i suoi piedi, con le sue luci e le sue costruzioni mozzafiato. Era incredibile come una città così bella potesse suscitarle tanto odio e tanto amore allo stesso tempo.

Amava quella metropoli per quello che era, per la sua atmosfera, per le opportunità, per ogni cosa che la caratterizzava. E la odiava per tutti i brutti ricordi che la legavano ad essa, ricordi che niente e nessuno avrebbero mai potuto cancellare.

Quell'elicottero si poggiò sul tetto di un secondo palazzo, quello che ospitava il suo appartamento.
Jourdan si chiuse la porta di casa alle spalle, lasciando fuori il mondo intero, al quale aveva appena urlato: questa, sono io.

🌟🌟🌟

Non dimenticatevi di lasciare una stellina🙏🏻

Chi si immaginava che il piano che Jourdan aveva in mente per togliersi dal ricatto di Rob, fosse proprio quello di batterlo sul tempo e rivelare qualsiasi cosa contenuta in quel fascicolo, prima di lui🤷🏻‍♀️

Ma eccoci qua, la verità, ogni verità, è venuta fuori. Finalmente ha dato al mondo intero la sua versione dei fatti e adesso non possiamo fare altro che attendere le conseguenze.

E quali saranno queste conseguenze?
Max non sembra contento della scelta di sua sorella di rivelare ogni cosa alle sue spalle. Jos, invece, cosa pensate potrà dire o fare ora?
I giornalisti parleranno, non si fermeranno, e come ha detto Jourdan, bisogna prendersi le proprie responsabilità o lasciarsi affondare da esse👀

Pare inoltre che la ragazza si sia resa irraggiungibile da tutti. Telefono staccato, chiusa nella sua vecchia casa. Cosa mai potrebbe andare storto?
Ma, soprattutto, Lewis (apparso molto meno in questo capitolo) si rifarà vivo in modo più attivo nel prossimo?

Per scoprirlo non dovrete fare altro che continuare a leggere😈

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XOXO, Allison💕

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