Capitolo 16 - Aria di cambiamenti
Regno Unito, Inghilterra.
Brackley.
Uscì dal simulatore, raggiungendo gli ingegneri che lo stavano attendendo. «I dati sono molto buoni, Lewis» lo rassicurarono subito. «A te come è sembrato?» gli chiesero, impazienti di sapere se quegli aggiornamenti alla vettura, che avevano in programma di far debuttare al Gran Premio di Silverstone, potessero essere azzeccati in tutto e per tutto.
«Funzionano. La macchina sembra decisamente più stabile» confermò, felice del lavoro fatto.
A differenza dell'anno precedente, la monoposto con cui aveva iniziato quella stagione era decisamente competitiva, tanto da permettergli di ritornare in corsa per il mondiale. C'era sempre però un margine di miglioramento e in questo caso risiedeva nella comodità di guida. Lewis, assieme al team, aveva lavorato per capire come apportare qualche piccola modifica, che rendesse la vettura ancora più stabile. In modo da permettere, a lui e al suo compagno, di alzare meno il piede in curva e recuperare dei preziosissimi secondi.
Perché quello sport era così, parecchie volte si giocava tutto sui decimi, sui millesimi. Erano proprio quelli che facevano la differenza durante una qualifica e potevano assicurare ad un pilota la pole position. Ed erano importanti anche in gara, in quanto, sommati giro dopo giro, andavano a creare un gap tra le varie macchine.
Lui quell'anno aveva un solo obbiettivo: vincere. Riprendersi quell'ottavo mondiale che già sarebbe dovuto essere suo. Ecco perché voleva che tutto fosse quanto più perfetto possibile.
Toto si avvicinò a lui, ponendogli una mano sulla spalla. «Li portiamo a Silverstone?» domandò, riferendosi agli aggiornamenti.
«Fateli testare anche a George in questi giorni, così da avere pure la sua opinione a riguardo» rispose, dimostrando per l'ennesima volta un grande spirito di squadra, una cosa che lo contraddistingueva rispetto a qualsiasi altro pilota. «E poi per me possiamo farli debuttare al Gran Premio di casa» confermò la sua positiva visione a riguardo.
Dopo la gara in Canada, quell'anno, secondo il calendario, toccava a quella che si teneva in Inghilterra, -per l'appunto allo storico circuito di Silverstone- paese natale suo e anche del suo teammate, George. Era quindi un Gran Premio importante per loro e per il team, che regalava sempre tantissime emozioni. E, dopo la stagione passata, trascorsa a secco di vittorie per lui, aveva una particolare voglia di tornare a trionfare anche in casa sua.
«Lewis» lo richiamò Toto, prima che potesse lasciare la stanza del simulatore. «Resta nei paraggi. Susie dovrebbe atterrare a Luton tra una mezz'oretta e Jack non vede l'ora di salutarti» lo informò, avvisandolo del fatto che sua moglie e suo figlio stessero arrivando. Il piccolo aveva un debole per Lewis, lo considerava come uno dei suoi eroi. Era cresciuto guardandolo correre, sia in televisione che dal vivo. E, sin dal primo momento in cui il padre glielo aveva fatto conoscere, si era affezionato parecchio, non solo al pilota, ma anche alla persona che era.
L'inglese sorrise. «Non mi muovo finché non arrivano» decretò, per poi uscire dalla stanza e andarsi a cambiare. Indossò gli abiti con cui era arrivato, quella mattina, alla sede operativa di Brackley. Nulla di troppo impegnativo, un jeans dal taglio baggy, con alcune toppe di diverse fantasie cucite sopra e una maglia leggera, a maniche lunghe, del suo merchandising.
L'anno precedente aveva avuto l'idea di iniziare a produrre alcune collezioni di vestiti. La moda era una delle sue passioni e già con il team si cimentava per creare cappellini, felpe e magliette con il suo numero e il logo Mercedes. Aveva quindi riflettuto sul provare a farlo anche in modo autonomo, creando una linea di vestiti, dal taglio casual o sportivo, da poter vendere ai fan. Così aveva realizzato il suo brand, chiamandolo "Plus44", facendo uscire le varie collezioni in occasione di alcuni Gran Premi, lasciando i vestiti acquistabili online, o in store appositi, solo per quei tre giorni di gara.
Da subito, tale iniziativa aveva funzionato bene, producendo molto interesse e molte vendite. In più, era davvero soddisfatto delle sue creazioni, alle volte fatte anche in collaborazione con altri stilisti.
Dopo essersi vestito, si diresse verso l'uscita dell'edificio dall'aspetto moderno, volendo stare un po' all'aria aperta, approfittando di quelle giornate di sole estivo che l'Inghilterra regalava. Appena fuori, si rese conto di come facesse decisamente più caldo rispetto a quando era arrivato lì la mattina presto. Perciò si spostò in un punto riparato dall'ombra, osservando il piccolo ruscello che scorreva qualche metro più avanti.
La sua attenzione venne attirata da un rumore di passi, che lo fece voltare alla sua sinistra, incontrando da subito la slanciata figura di Esteban. Lo guardò confuso, non riuscendo proprio a capire il perché della sua presenza lì. E l'altro pensò di rispondere mostrandogli ciò che teneva tra le mani. Due macchinine, di quelle telecomandate, le stesse che da piccolo lo avevano fatto appassionare alla guida e alla Formula 1. Lewis, a quel punto sorrise, iniziando ad andargli incontro.
«Lo so, tecnicamente non potrei essere qui» disse Esteban. «Ma, ero ad Enstone per una piccola riunione con il team e quando sono uscito avevo bisogno di schiarirmi le idee. Ho iniziato a guidare senza una meta e mi sono ritrovato qui» spiegò, stringendosi nelle spalle larghe. «Quando ti ho visto fuori, ho pensato di fermarmi» concluse, tirando le labbra sottili in un sorriso che faceva intravedere i denti.
«E quelle?» Lewis indicò le due macchinine.
«Le avevo nel bagagliaio» rispose, facendolo ridacchiare. Esteban era una di quelle persone che considerava come suo amico, in griglia e anche fuori da essa, nonostante non si vedessero quasi mai in occasioni che non riguardavano il lavoro. La Mercedes, otto anni prima, lo aveva preso nel suo programma per giovani piloti, appoggiandolo e successivamente procurandogli un contratto per uno dei team che allora correva in Formula 1.
Da quel momento, iniziò la sua carriera nella massima categoria, facendosi notare per la sua ottima guida. Anche se, troppo spesso questo importante particolare passava un po' in sordina, per via del fatto che fosse al volante di auto che non gli permettessero di esprimere al massimo il suo talento. Ma riusciva comunque a fare esperienza e, cosa più importante, aveva realizzato il suo sogno di correre in Formula 1.
Negli anni cambiò alcuni team, finendo anche a fare da terzo pilota per la stessa Mercedes, dove imparò più di quanto potesse mai immaginare. Ritrovandosi in un top team, con ottimi ingegneri, meccanici e un team principal invidiato, passò ogni suo giorno ad osservare e imparare. Stando particolarmente a contatto con i due piloti principali, instaurando un rapporto di amicizia proprio con Lewis.
I due andarono d'accordo sin da subito, fermandosi a parlare spesso, ridere e scherzare tra loro. L'inglese insegnò tanto ad Esteban, sul modo di guidare e soprattutto sulla visione complessiva di una gara, dandogli più di qualsiasi altra persona o esperienza avesse mai fatto. E tutto ciò che imparò, lo mise poi in pratica quando, l'anno successivo, sempre grazie a Mercedes, firmò un contratto per Alpine, allora chiamata ancora Renault, per la quale tutt'oggi resta ancora il pilota di punta.
Il rapporto tra loro non era cambiato, nonostante il suo passaggio in un altro team, Lewis ed Esteban restavano ottimi amici. E quando il francese aveva bisogno di qualche rassicurazione, era sempre da lui che andava. Esattamente come aveva scelto di fare anche quel giorno.
«Fammi vedere» l'inglese allungò il braccio, attendendo che l'altro gli porgesse una delle macchinine. Esteban lasciò tra le sue mani quella dal colore verde scuro, tenendo per sé l'altra, arancione. Lewis ispezionò le ruote, facendole girare un po' con la spinta delle dita, per poi annuire convinto. «Mi piace» ammise, recuperando anche il telecomando e avviandosi assieme a lui nel parcheggio del quartiere operativo di Brackley.
Sapeva che, dal momento in cui era arrivato fino a lì, doveva essere perché aveva bisogno di qualcosa. Ma decise di non chiedere, aspettando che fosse l'altro a rivelargli il reale motivo dietro quella visita. Iniziarono a giocare con quelle macchinine telecomandate, posizionandole sull'asfalto e accendendole. Le fecero girare un po', senza tener conto di un vero e proprio percorso.
«Sei eccitato per il tuo Gran Premio di casa?» gli domandò, facendo fare una piccola impennata alla macchina.
«Come ogni anno» rivelò Lewis, alzando lo sguardo verso il ragazzo, che lo sovrastava con la sua altezza, avendo un po' di centimetri in più rispetto a lui. «Tu?» chiese di rimando.
Esteban fece spallucce. «Non è la mia gara di casa, che tra le altre cose nemmeno sarà in calendario quest'anno» gli fece presente, con un certo disappunto nella voce. «Ma se c'è da correre, io sono sempre felice» ammise, fermando la sua macchinina. Rimase per qualche secondo con lo sguardo fisso nel vuoto, per poi scuotere la testa e riprendere a giocare.
Lewis aggrottò le sopracciglia, avendo ormai capito chiaramente che qualcosa lo stava turbando. «Facciamo così» incalzò, prendendola molto alla larga per cercare di farlo parlare. «Te lo ricordi il circuito del Paul Ricard?» sapeva che la risposta poteva essere solo che positiva.
«A memoria» confermò fiero.
«Bene, allora immaginati questo sassolino come la linea di partenza» lo indicò con il piede, per poi mostrargli da quale lato le macchine sarebbero state rivolte. «Passiamo sotto quelle auto lì, uscendo con una curva, fingendo che sia Le Beausset e poi ripartiamo dal via» spiegò meglio la sua idea. «Tre volte, il primo che arriva al traguardo, alla fine di questi giri, vince» lo guardò con un sopracciglio alzato.
«Ci sto!» esclamò, posizionando la sua macchinina accanto a quella dell'amico. Lewis contò a ritroso da tre a uno, per poi far partire quella piccola gara amatoriale. Fecero girare le auto giocattolo alla massima velocità, riproducendo su quell'asfalto anonimo le curve e i rettilinei del Paul Ricard. Completarono il primo giro, con Esteban in testa, per poi intraprendere il secondo, durante il quale Lewis decise di utilizzare un'altra tecnica, riuscendo a superarlo.
Amava giocare con le macchine telecomandate, gli ricordavano la sua infanzia, quel momento in cui tutto era iniziato. Lo riportava a congiungersi con le sue radici, con quei piccoli attimi spensierati che viveva da bambino, quando non si preoccupava dei soldi che non bastavano, di chi lo prendeva in giro e del modo in cui in molti lo isolavano. In quei momenti pensava solo a far andare il più veloce possibile quell'auto giocattolo, domandandosi come dovesse essere se dentro ci fosse lui a guidarla, invece che limitarsi a controllarla tramite i tasti del telecomando.
Pure ad Esteban piaceva giocare con quel tipo di macchine. Non era nata grazie a quelle la sua passione per la guida e il suo sogno di correre in Formula 1, ma, anche a lui ricordavano dei momenti felici della sua infanzia. Come quei pomeriggi passati sul tappeto del salotto, a sfidarsi con la sua migliore amica su chi sarebbe stato in grado di farle andare più veloci. Per poi udire le puntuali urla di sua madre, quando una di quelle auto andava a scontrarsi con i mobili. Lei ribadiva ad alta voce come non volesse che si giocasse con quegli aggeggi in casa e loro due scappavano in giardino ridendo, cercando di nascondere le prove.
Erano momenti gioiosi, spensierati, intrappolati nel passato, che ora non gli sembravano altro se non malinconici ricordi, pronti a rammentargli come tutto, ad un certo punto, fosse andato a rotoli.
Prima che potessero completare il tracciato immaginario per la seconda volta, le macchine si scontrarono e quella di Lewis uscì di pista. L'inglese si girò verso il ragazzo, mettendo le braccia sui fianchi, mentre lui cercava di fare finta di niente. «Se fossimo stati in una gara, almeno cinque secondi di penalità non te li avrebbe tolti nessuno» gli fece notare, fingendosi arrabbiato.
«Scusa» alzò le mani, non lo aveva fatto apposta e Lewis lo sapeva. Si incamminarono assieme, per andare a recuperare la macchinina verde, che nel frattempo si era allontanata di qualche metro, ribaltandosi su un fianco. La cercarono con lo sguardo, trovandola non molto lontano, adagiata sull'erba rigogliosa, che costeggiava la strada principale di accesso al quartiere operativo della Mercedes.
Una strada che, proprio l'anno prima, di comune accordo con la città di Brackley, il team aveva deciso di nominare: "Lauda Drive" in onore di Niki.
Gli occhi scuri di entrambi si posarono su quel cartello dallo sfondo bianco e la scritta nera a caratteri cubitali, sostenuto da due pali incastonati nell'erba sottostante. Avevano scelto di dedicargli proprio quella strada, quell'entrata che portava all'edifico della sede, dando al nome di Niki Lauda il compito di accogliere le persone che lavoravano o visitavano la fabbrica. Lui, che per anni era stato uno dei maggiori e più importanti condottieri di quella squadra, la stella più luminosa che sapeva sempre quale fosse la via giusta da prendere, adesso rappresentava anche il primo biglietto d'ingresso allo stabile.
Esteban poggiò una mano sopra al cartello, arricciando le labbra. Lo aveva vissuto meno rispetto a Lewis, ma, da quando era entrato nel programma della Mercedes, non si era mai perso nemmeno una delle preziosissime parole che avevano lasciato la bocca di Niki. Lui, come tutti gli altri, era consapevole della sua grandezza, dell'enorme valore che aveva come persona e come pilota.
«Incredibile che siano già passati quattro anni da quel giorno» commentò, abbassando la testa, ricordando dolorosamente il momento in cui era venuto a sapere che Niki non c'era più. «La sua mancanza si sente ovunque» aggiunse, guardandosi poi attorno, come se sperasse di poter scorgere lui e il suo cappellino rosso da qualche parte, pur consapevole che sarebbe stato impossibile.
Anche Lewis poggiò una mano su quel cartello, chiudendo gli occhi per pochi secondi. «In qualche modo, è lo stesso sempre con noi» disse, credendo fermamente che, dovunque fosse, Niki riservasse sempre uno sguardo alle persone che gli erano state care durante la vita.
Esteban avrebbe voluto pensarla allo stesso modo, ma non riusciva a concretizzare quell'idea. Non aveva la positività di Lewis, la sua capacità di vedere oltre la situazione, quella mentalità alle volte un po' mistica, che lo portava a credere a cose che agli altri sembravano assurde, che però poi gli permettevano di raggiungere i suoi obbiettivi. Lui non riusciva ad essere così, l'unico modo in cui era in grado di sentire Niki ancora vicino, era tramite i ricordi che conservava nella sua mente.
«Ricordi quando, prima di ogni test, ti guardava dritto negli occhi e diceva: "La cosa più importante per capire come va una macchina è il culo."» citò una frase che spesso ripeteva, che magari poteva sembrare senza alcun senso e invece di senso ne aveva molto di più di quello che uno poteva credere. Se lavoravi con Niki, eri in grado di capire perfettamente a cosa si stesse riferendo, perché aveva questa genialità fuori dal comune nel riuscire a comprendere un'auto e nell'essere in grado di migliorarla sotto ogni singolo aspetto. Durante la sua carriera, aveva imparato che era proprio il sedere, che poggiava sul sedile, a fornire la stragrande maggioranza delle risposte necessarie a qualche perplessità sulla vettura. Ed era questo che insegnava sempre anche ai suoi piloti, lo stare attenti ai dettagli.
Lewis si ritrovò a sorridere. «Ti metteva una mano sulla spalla, ti puntava un dito contro, ti fissava dritto negli occhi, completamente serio e poi ripeteva questa frase» andò dietro a quel ricordo. «Mi è impossibile sedere su una qualsiasi auto senza far caso a tutto ciò che percepisco tramite questo semplice gesto» confessò, facendo annuire in modo vigoroso l'amico.
«Chi non lo conosceva pensava anche che fosse antipatico. Non potevano essere più fuori strada di così» decretò Esteban, sapendo quante persone, erroneamente, lo avevano etichettato in quel modo. Certo, Niki aveva una mente analitica, che lo portava a mettere al primo posto il ragionamento e in secondo i sentimenti altrui. Anche quando risultava essere fin troppo schietto però, aveva comunque sempre ragione. Magari sbagliava i modi, ma mai le sue intuizioni. E alla fine bastava conoscerlo meglio, per comprendere che quelle prime impressioni negative fossero sbagliate.
«Le storie più divertenti e incredibili le ho sentite da lui. Sembrava sempre che avesse vissuto un centinaio di vite» precisò l'altro, dando ragione alle parole dell'amico e ricordando le molteplici volte in cui si era ritrovato ad ascoltare qualche racconto del passato di quello straordinario pilota. I voli di ritorno a casa o di andata verso un circuito, con Niki non erano mai stati noiosi.
Ci fu qualche secondo di silenzio, durante i quali, il francese osservò di sottecchi l'altro pilota. «Com'è correre senza di lui?» gli domandò, essendo consapevole dell'importanza che Niki aveva dentro quel team, della profonda amicizia che lo legava a Toto e del modo in cui era sempre stato un grande mentore per Lewis.
Quest'ultimo si mordicchiò leggermente l'interno guancia, riflettendo sulla questione che gli aveva posto. «Ci ho fatto l'abitudine ormai» ammise, con un'espressione triste. «Ogni tanto, quando scendo dall'auto, dopo una gara, spero ancora di poterlo vedere mentre mi aspetta, per dirmi con un semplice gesto se è felice o meno del lavoro che ho fatto» Esteban sapeva bene a cosa si stava riferendo.
Dopo ogni corsa, Niki aspettava Lewis vicino al podio, era un rituale imprescindibile. Lo attendeva, cercandolo con gli occhi, finché i loro sguardi si incrociavano e in quel momento, se il pilota aveva fatto un buon lavoro, lui si toglieva i cappello. Un gesto che potrebbe sembrare semplice, senza valore, ma che in realtà celava un profondo significato.
Lauda, da dopo l'incidente che gli aveva sfigurato il viso, era solito tenere sempre in testa quel cappellino rosso, diventato, con il tempo, il suo segno distintivo. Non lo toglieva spesso, solo in occasioni degne di nota, come quelle. Era un gesto che, senza bisogno di parole, significava: "Sono fiero di te" per il lavoro che Lewis aveva svolto in pista.
Quando invece il pilota inglese faceva degli sbagli, perché non aveva valutato bene tutta la situazione che lo circondava, allora, Niki, nel momento in cui incrociava lo sguardo con il suo, si strofinava le dita assieme, mimando il gesto dei soldi. Era un modo scherzoso per dirgli: "Ridammi il mio denaro" riferendosi a tutto ciò che investiva per garantirgli sempre l'auto migliore. Questo secondo scenario, però, capitava alquanto di rado.
«Alla fine, bisogna imparare ad accettare il fatto che lui non potrà mai più essere fisicamente lì, o da qualsiasi altra parte. Si deve andare avanti e cercare di fare sempre il meglio possibile, onorando così tutto il suo duro lavoro» concluse quel discorso.
E fu dopo tali parole che Esteban si decise finalmente ad aprirsi sul reale motivo della sua visita. «Invidio un sacco il modo in cui riesci sempre a vedere il lato positivo» gli disse. «Vorrei esserne capace anche io» aggiunse, sospirando pesantemente.
«In cosa vorresti vederlo?» chiese curioso.
L'altro fece spallucce. «Beh, ipotizziamo che potrebbe esserci la possibilità che ti cambino teammate e in squadra arrivi una persona con la quale non vai d'accordo e con cui però sarai costretto a lavorare a stretto contatto. Riusciresti a vedere il lato positivo anche in una situazione del genere?»
Lewis ponderò attentamente quella questione, sapendo che la riposta non sarebbe stata semplice da dare. «Sempre ipotizzando che questa cosa accada, no, non sarebbe per niente facile lavorare accanto a qualcuno con cui vado poco d'accordo, come ad esempio, Max» puntò lo sguardo dritto nel suo. «Per te quale sarebbe l'equivalente di Verstappen?» domandò, alzando un sopracciglio.
«Gasly» rispose, senza pensarci su nemmeno un secondo.
L'inglese se lo aspettava, era chiaro agli occhi di tutti che Esteban e Pierre non andassero affatto d'accordo, nonostante fossero cresciuti assieme. E forse, nessuno meglio di Lewis poteva capire il loro punto di vista, dal momento in cui lui stesso si era ritrovato in una situazione simile. Quello che era il suo migliore amico, con il quale era maturato, condividendo il sogno di correre in Formula 1 e le tappe che li avevano portati fino a realizzarlo, si era poi trasformato, in modo improvviso, in un estraneo, quasi un nemico, un grande rivale con il quale si scontrava sia dentro che fuori la pista.
Non sapeva quali fossero le motivazioni che avevano portato Ocon e Gasly a litigare, nessuno le sapeva, perché i due non le avevano mai esplicitate. E, cosa ancora più assurda, faticava a comprendere persino le motivazioni che avevano portato lui e il suo amico a litigare fino a togliersi il saluto. Quindi, gli venne il dubbio che forse non doveva essere la persona più adatta per dispensare consigli su quel tipo di situazione.
«Aspetta un attimo, c'è questa possibilità?» decise allora di indagare meglio, venendo colto di sorpresa davanti a tale notizia.
«Era un'ipotesi. La stessa che questa mattina, Otmar mi ha messo davanti agli occhi, nel caso in cui l'Alpine non dovesse chiudere alcun contratto con qualche pilota dell'academy, per la prossima stagione» si spiegò meglio.
Lewis annuì, cercando di fare ordine nella sua mente. «Se dovessi cercare il lato positivo in una situazione del genere, ti direi che magari sarebbe ciò che serve per poter chiarire e sistemare i rapporti» decise di rispondere, anche se sapeva bene che era facile dirlo, molto meno metterlo in pratica.
«Bisogna però voler sistemare le cose, per far sì che questo possa accadere» gli fece notare, incrociando le braccia al petto.
«E tu non vuoi?» domandò. Ma, prima che potesse rispondere, un'auto, che stava entrando in quel vialetto, li interruppe.
La macchina si fermò e una delle portiere posteriori si aprì, rivelando Susie e Jack. Il piccolo non perse tempo, correndo subito verso Lewis, che lo sollevò, prendendolo in braccio, facendolo sorridere contento. «Eccolo qua» disse, scompigliandogli i biondi capelli tagliati a caschetto.
«Ciao, Lewis» anche la donna li raggiunse. «Esteban, che sorpresa vederti qui» si rivolse poi all'altro pilota, poggiandogli una mano sull'avambraccio.
«Ecco, Susie, a proposito di questo, fingi di non avermi mai visto» si raccomandò, facendola ridere.
«Nessuno saprà niente» spostò una ciocca di capelli chiari, come quelli del figlio, dietro l'orecchio. «Vero, Jack?» domandò poi anche a lui, che subito annuì convinto, mettendosi le mani sugli occhi, fingendo di non aver visto nulla.
Esteban sorrise. «Grazie» recuperò le due macchinine telecomandate. «E grazie della chiacchierata» si voltò verso Lewis.
«Figurati, se hai bisogno ancora, sai dove trovarmi» gli disse, prima che raggiungesse la sua auto e andasse via velocemente. L'inglese tornò allora a concentrarsi sul bambino, che aveva poggiato la testa sulla sua spalla. «È andato bene il viaggio?» guardò Susie. La donna stava osservando lieta, per poi annuire. Prima che potesse confermare anche a parole, Jack li interruppe.
«Lewis, Lewis, la mamma in aereo mi ha detto che ci fermiamo per tutto il weekend» lo informò, saltellando, costringendolo a rafforzare la presa con la quale lo stava tenendo in braccio. Jack era un bambino molto pacato e timido, ma quando si trovava in presenza del pilota, si sentiva talmente contento al punto di scordarsi cosa fosse la timidezza.
«Ah sì? Vedrai la gara dal vivo quindi» si avvicinò al suo viso e il bambino poggiò la fronte contro la sua.
«Sì! Ti vedrò correre dal vivo» esclamò felice. «E forse papà mi lascerà anche stare dentro ai box con lui» aggiunse, staccandosi di poco e battendo le mani assieme.
Il pilota sentì una stretta al cuore, invaso dalla contentezza di quel bambino e dal modo in cui parte di essa fosse proprio grazie a lui. «Allora correrò ancora meglio di quello che so fare» asserì. «Solo per te» gli toccò la punta del naso con l'indice, osservando il sorriso di pura gioia che gli increspò le labbra.
Jack si girò verso sua mamma, cercando lo sguardo della donna, volendo essere certo che avesse udito anche lei le parole che il pilota aveva appena detto, quasi come se fosse incredulo e avesse bisogno di una conferma da qualcun altro, per essere certo di non essersi immaginato tutto. Susie aveva sentito bene e non poteva essere più grata a Lewis per il modo in cui stava rendendo felice suo figlio.
I tre si avviarono verso l'entrata dell'edificio, diretti da Toto. Mentre il pilota era intento a scambiare altre parole con Susie e Jack, non si accorse minimamente del suo cellulare che stava ricevendo una chiamata. Se non fosse stato in silenzioso e privo di vibrazione, lo avrebbe di certo recuperato dalla tasca dei pantaloni e avrebbe scoperto quale nome stava illuminando lo schermo.
La telefonata che perse, era da parte di Sebastian. Quando, qualche minuto dopo, se ne accorse, provò subito a richiamarlo, ma quella volta fu lui a non rispondere. Solo alcuni mesi più tardi, Lewis scoprì che, se avesse risposto a quella chiamata, forse qualcosa sarebbe potuto essere diverso, rispetto al modo in cui andò realmente.
Principato di Monaco.
Monte-Carlo.
Che ogni occasione, per Skye, fosse buona per darle una scusa e chiamare i suoi amici, organizzando qualcosa, ormai era chiaro a tutti. Un paio di giorni prima, infatti, li aveva avvisati della sua idea di fare una cena a casa sua, dato che i genitori sarebbero stati via per lavoro durante tutta la settimana. Ecco che allora, quella sera, si erano ritrovati tutti da lei, pronti a passare una serata assieme.
L'edificio in cui abitava la ragazza, era arroccato su una delle colline proprio sopra la spiaggia del quartiere Larvotto. La vista dalle vetrate, che costeggiavano tutto il salotto ad open space con la cucina, era a dir poco impagabile. E, dal balcone che si estendeva per tutto il perimetro anteriore, oltre al mare e alle luci della città, si aveva un'ottima visuale del palazzo nel quale abitava Lewis. Era proprio quest'ultimo che Jourdan stava osservando, estraniandosi per qualche secondo dalle conversazioni dei suoi amici.
Non era riuscita ad impedirsi di pensare a lui durante quei giorni. Dopo quella serata al molo di Montréal, le era capitato più spesso di quanto si sarebbe immaginata, di lasciare che la sua mente si concentrasse su quell'uomo dal carisma e dalla sensibilità spiccata. Il giorno seguente a quella sera, entrambi avevano fatto ritorno a casa, in due posti differenti però. Jourdan era atterrata a Monte-Carlo, mentre Lewis, a Londra.
Anche se non si erano più visti, era capitato che si scambiassero qualche veloce messaggio. Il pilota le aveva chiesto se fosse arrivata e lei aveva ricambiato la domanda. Poi lei gli aveva inviato l'ennesimo articolo che era uscito su loro due, con una foto che li ritraeva mentre lasciavano assieme quell'hotel, sottolineandogli come fossero stati fortunati riguardo al fatto che almeno nessuno li avesse riconosciuti al luna park.
"Max Verstappen o Lewis Hamilton?
Jourdan Reed, in Canada, sembra aver fatto la sua scelta!"
Questo era il titolo introduttivo, che sicuramente aveva richiamato a sé parecchia attenzione, centrando appieno l'obbiettivo del giornalista che lo aveva scritto.
"Avvistati mentre lasciavano l'hotel a Montréal, dopo la gara, in tarda sera.
Poco tempo fa, a Monte-Carlo, avevamo visto Jourdan parlare con Lewis e poi dirigersi nel box di Max. Ora sembra aver fatto una scelta.
Che la rivalità tra Hamilton e Verstappen sia destinata ad espandersi anche fuori dai circuiti?"
Così continuava, gettando altra benzina sul quel focolare di voci che si alimentavano sulla base del falso triangolo amoroso tra lei e i due piloti. La risposta, da parte di Lewis, era arrivata dopo qualche ora, tramite una serie di messaggi.
"E tu che pensavi che l'idea dei miei travestimenti non avrebbe mai funzionato."
"Comunque, se posso dire, hai fatto la scelta giusta."
"Il prossimo passo sarà quello di presentarsi ad un circuito con del merch Mercedes, tanto il mio cappellino ce l'hai ancora, no?"
"Così poi sì che la scelta giusta sarà davvero completa."
Jourdan si era ritrovata a sorridere davanti a quegli sms, scuotendo la testa per il suo modo di scherzare e punzecchiarla allo stesso tempo. Non commentò il riferimento al cappellino, non volendo dargli la certezza che ancora lo conservasse, nonostante esso si trovasse ben nascosto dentro il suo armadio.
"Smettila, stupido. È mio fratello, non c'è nessuna scelta da fare."
Aveva deciso di rispondergli così. Ma, forse, una scelta da prendere ci sarebbe stata comunque, ad un certo punto.
Max era suo fratello e Lewis, Lewis cos'era per lei? Aveva riflettuto per un po' su quella domanda che si era posta da sola, arrivando alla conclusione che l'inglese fosse un amico con il quale stava facendo conoscenza. Nulla di meno, nulla di più. Cercava di non crearsi alcuna aspettativa, di non guardare avanti, ma di pensare solo al presente. Aveva già tanti cavilli che le assillavano la testa, decisamente non necessitava di preoccuparsi anche di un qualcosa che ancora nemmeno si poteva definire.
«Terra chiama Jourdan» le mani di Charles, che iniziarono a sventolarle davanti al viso, assieme alla sua voce, la riportarono alla realtà, stappandola al ricordo di quei messaggi e ponendo fine al suo osservare quel palazzo dalla finestra.
«Come?» disse, scuotendo la testa.
Il monegasco ridacchiò. «Ti ho chiesto se volevi ancora tonno» ripeté, indicando la teglia che era poggiata sull'isola della cucina.
«Oh, no, grazie» rispose, riprendendo a mangiare ciò che era rimasto nel suo piatto. Le due chef, che si occupavano di preparare sempre da mangiare in casa di Skye, avevano provveduto a cucinare anche la cena di quella sera. Dei filetti di tonno, appena scottati, con guarnitura di semi di sesamo e un contorno di verdure saltate in padella, condite con un mix di salse e spezie orientali. Una vera prelibatezza, di cui Charles e Pierre non si erano privati del bis.
La tavola era stata perfettamente apparecchiata e attorno ad essa, intenti a parlare e scherzare, vi erano seduti tutti. Jourdan si trovava tra Leclerc e Skye, mentre davanti aveva il francese, che sembrava però evitare a tutti i costi di incrociare lo sguardo con lei. Che poi era la stessa cosa che stava facendo anche Max. Il loro rapporto aveva subito un'altra rottura, dopo quel Gran Premio di Monaco, i due faticavano persino a rivolgersi la parola, cercando di sottrarsi ad ogni occasione in cui ciò fosse necessario.
Il fratello non aveva preso affatto bene quegli articoli che erano usciti riguardo la sua rivalità con Lewis e il fatto che fosse una delle componenti di quel presunto triangolo amoroso. Sapeva bene di non farne parte, non sapeva però se qualcosa tra i due stesse comunque accadendo. Li aveva visti parlare più volte, lei era stata beccata mentre lasciava il motorhome Mercedes a Imola, aveva poi preso la sua auto, fermandosi proprio nelle vicinanze del palazzo dove lui abitava e non era tornata a casa per la notte. Infine, adesso veniva fuori che erano anche stati beccati mentre assieme uscivano dall'hotel a Montréal.
Jourdan poteva raccontargliela come voleva, ma qualcosa sotto, tra loro, era chiaro che ormai ci fosse. E lui avrebbe voluto chiedere, però da una parte non voleva sapere e dall'altra era consapevole del fatto che non gli avrebbe comunque detto la verità. Quindi, alla fine, restava in quel limbo.
Terminata la cena, tutti si erano spostati in salotto, accomodandosi un po' sul grande divano a L, un po' sulle due poltrone e un po' sul morbido tappeto. Mentre la televisione faceva da sottofondo, loro continuavano ad intrattenersi parlando. «È così vi dico! Se non ci credete chiamo Daniel, ve lo confermerà anche lui» sostenne Max, cercando di convincerli che la storia, di ormai parecchi anni prima, di loro due che quasi venivano arrestati in Giappone, per un malinteso in un locale, fosse vera.
«A proposito, come mai Danny non c'è?» chiese Jourdan.
«È già in Inghilterra. India, la sua amica, si trovava a Londra per un viaggio e lui ne ha approfittato per recarsi lì prima» rivelò Skye, riportando ciò che lui le aveva detto per telefono, quando aveva dovuto declinare l'invito a quella cena.
La modella annuì, ripensando all'unica volta in cui aveva incontrato quella ragazza, che nella vita faceva l'architetto, che era riuscita a realizzare il sogno che per lei restava chiuso a chiave in un cassetto dimenticato. «Mi hai appena ricordato che domani ho la sveglia alle cinque per prendere quel dannato volo» parlò Charles, esponendo ad alta voce i suoi pensieri. Il Gran Premio di Silverstone era sempre più vicino e i team stavano iniziando a raggiungere la loro meta per cominciare ad organizzare il tutto.
«Perché così presto?» domandò Pierre, strabuzzando gli occhi.
«Perché Carlos è impazzito e ha detto che non voleva arrivare tardi» confessò, alzando gli occhi al cielo. «Tardi per cosa poi, lo sa solo lui» aggiunse, non riuscendo a capire il motivo dietro tale preoccupazione per un eventuale ritardo, quando non avevano in programma nulla per il giorno seguente. Era il suo teammate, era un suo amico, ma ogni tanto faticava a comprendere cosa gli passasse per la testa.
Pierre si alzò in piedi, abbandonando il divano. «Ti penserò mentre starò ancora beatamente dormendo» lo prese in giro, sorridendo e ricevendo in tutta risposta un dito medio. «Vado a prendere dell'acqua» disse poi, avviandosi verso la cucina.
«Aspetta, vengo anche io» saltò su Jourdan, usando la spalla di Charles come appoggio, così da riuscire ad alzarsi più velocemente, dal tappeto sul quale i due sedevano e raggiungere il francese. Arrivata in cucina, aggirò l'isola, recuperando un bicchiere e aspettando che Pierre finisse di versarsi da bere. «Grazie» prese la bottiglia che gli stava porgendo, dal lato opposto di quella superficie in marmo molto chiaro.
Lo osservò bere, mentre continuava ad evitare in ogni modo il suo sguardo. «Mi dici cos'hai?» gli chiese, mantenendo un tono di voce basso, perché, nonostante parecchi metri li dividessero dal resto dei loro amici, si trovavano comunque in un ambiente open space e voleva evitare di farsi sentire.
Pierre alzò un sopracciglio, fingendosi sorpreso. «Niente. Perché me lo chiedi?» domandò di rimando, mettendosi da subito sulla difensiva.
«È tutta la sera che mi eviti» gli fece notare ciò che già era ovvio. «Non mi hai mai rivolto uno sguardo o una parola» aggiunse.
«Non lo so, Jourdan. Sarò solo stanco e non mi andava di prestarti attenzioni» le rispose, contraendo la mandibola. La ragazza non capiva quel suo improvviso modo di comportarsi con lei. Ma, poi, rifletté meglio su quelle parole, venendo colpita da un flashback. La scusa della stanchezza era la stessa che aveva usato lei quando, in Canada, aveva declinato la sua offerta di passare la notte assieme.
Si lasciò andare ad una piccola risata perplessa. «Oh mio Dio, è questo il problema? Quell'articolo?»
Pierre poggiò entrambe le mani sulla superficie dell'isola. «No. Il problema è che mi hai detto una cazzata» alzò leggermente il tono di voce, attirando l'attenzione degli altri tre, che erano rimasti in sala. Jourdan alzò lo sguardo, rivolgendolo ai suoi amici e sorridendo nervosa, fingendo che fosse tutto okay. Aspettò che ritornassero alle loro conversazioni, prima di rispondergli.
«Non ti ho detto una cazzata» puntualizzò, anche se non era affatto la verità. Perché, che fosse stanca restava una bugia, inventata solo per poter restare in camera da sola, a riflettere su tutta la questione che la vedeva protagonista insieme a Rob. E fu in quel momento che si rese conto di come erano andate per davvero le cose.
Avrebbe voluto passare la notte da sola, a cercare di capire cosa fare con le informazioni che Charles le aveva dato. Ma, nel momento in cui aveva incontrato Lewis, si era semplicemente scordata di ogni cosa, ritrovando la voglia di passare del tempo con qualcuno. Nei giorni precedenti, non aveva mai fatto caso a quel dettaglio. Adesso però, che era diventato chiaro ai suoi occhi, si chiedeva come mai erano bastati pochi minuti in compagnia dell'inglese per farle cambiare tutti i suoi piani, quando invece Pierre non ci era riuscito.
«Non è una scenata di gelosia» e non mentiva. «Mi sono solo sentito preso per il culo, dal momento in cui mi hai detto che saresti andata subito a dormire, perché molto stanca e poi invece sono venuto a sapere da un articolo di un giornale di gossip qualunque, che eri uscita con Lewis» spiegò, sporgendosi più in avanti, avvicinandosi a lei. «Il punto non è che sei uscita con lui, noi due non stiamo insieme e siamo liberissimi di vedere chi vogliamo. Però, appunto per questo, non dovresti avere bisogno di dire cazzate. Non a me, almeno» aggiunse, cercando di fare più chiarezza sul suo punto di vista.
«Hai ragione» disse subito. «Ma non volevo prenderti in giro. Ero scesa per fumare una sigaretta e cercavo un punto in cui mi fosse permesso, ho incontrato Lewis, gli ho chiesto informazioni e si è offerto di accompagnarmi in un posto non lontano da lì, dove non avrei avuto alcun problema» spiegò, omettendo parte della verità dietro quella faccenda. «Siamo rimasti un po' fuori a parlare e poi siamo tornati in hotel e io sono andata a dormire. Tutto qui» non era tutto lì, c'era molto altro nel mezzo.
Il ragazzo sospirò. «Okay, è evidente che avessi frainteso» scosse la testa, sentendosi un po' stupido. «Sono il primo a dire di non credere a quegli articoli di gossip montati ad arte e poi ci casco lo stesso» si passò una mano sul volto, accarezzandosi leggermente la barba curata.
«Mi dispiace che tu tu abbia pensato che ti stessi prendendo in giro» nella testa si domandò con quale coraggio gli stava mentendo in quel modo, guardandolo dritto negli occhi. «Ce lo siamo detti sin dall'inizio, nessun impegno, basta solo essere sempre sinceri l'uno con l'altra» e rincarò anche la dose.
"Complimenti."
La voce della sua coscienza la rimbeccò ironicamente, facendola sentire ancora più in colpa per le bugie che gli aveva raccontato, facendogli pensare di essere nel torto sotto ogni punto di vista, portandolo anche a scusarsi. Lentamente, stava costruendo uno di quei tanti castelli che amava fare. Solo che questo era immaginario e non era fatto di carte, bensì di menzogne, dette in primis ai suoi amici, alle persone che le volevano davvero bene.
«Fantastico, ho appena fatto una specie di scenata sulla base del nulla» sorrise divertito. «Non capitava dai tempi di...» lasciò la frase in sospeso. «Sai chi» concluse poi. Jourdan si limitò ad annuire, evitando di dire il nome di quella ragazza, avendo capito benissimo che si stesse riferendo alla sua ex.
Ridendo per quanto accaduto, entrambi tornarono in salotto. Jourdan recuperò il pacchetto di sigarette, uscendo poi in terrazzo. L'aria fresca della sera le colpì il volto. Era ormai piena estate, ma dal mare arrivava lo stesso un po' di venticello la sera e lei ringraziò di avere indosso quel blazer nero, a coprirle la camicia bianca lasciata leggermente aperta. Le gambe, invece scoperte, per via della minigonna che indossava, sembravano non avvertire lo sbalzo di temperatura.
Si accese una sigaretta, aspirando quel fumo cancerogeno, del quale però sembrava non riuscire a fare a meno. Osservò il panorama, lasciando che, ancora una volta, il suo sguardo cadesse su quell'alto palazzo beige vicino alla spiaggia. E, come se l'universo si stesse divertendo a giocare con lei, proprio in quel momento, il suo telefono vibrò nella tasca della giacca. Lo schermo, quando lo prese tra le mani, era illuminato da un messaggio, da parte di Lewis.
"Ci sarai al Gran Premio di Silverstone?"
Questa era la domanda che le aveva posto. «A chi scrivi?» questo invece era il quesito che aveva lasciato le labbra di Skye. L'amica l'aveva raggiunta fuori, avvicinandosi da dietro e sporgendosi oltre la sua spalla, per cercare di scorgere la schermata del cellulare, che lei bloccò prontamente.
«Nessuno, stavo solo controllando i social» fece aleggiare una mano.
Skye le si mise davanti. «Pierre sembrava agitato prima, va tutto bene?» volle sincerarsi.
La modella si lasciò ricadere su una delle poltrone da esterno, lì presenti. «Sì, è stato solo un malinteso» tagliò corto, terminando anche quella sigaretta.
«Dovuto alla tua uscita con Lewis?» lei però sembrava di un'altra idea rispetto la chiusura di quel discorso.
«Hai origliato, vero?» incrociò le braccia al petto, conoscendo già la risposta.
«È stato più forte di me» alzò le mani.
«Lo è sempre» sbuffò, in modo scherzoso.
La bionda si avvicinò a lei, accovacciandosi, così da essere alla stessa altezza. «So che tanto non me lo vuoi dire, ma, qualsiasi cosa stia succedendo tra te e Lewis, hai la mia approvazione» annuì, rinforzando le sue stesse parole. «Insomma, l'hai visto? Sono anni che lo guardo e provo a trovargli un difetto. Non ci sono ancora riuscita» Jourdan avrebbe voluto risponderle che anche lei, ogni volta in cui gli aveva posato gli occhi addosso, ci aveva provato, sempre invano però.
Skye si stava riferendo a difetti basati solo sulla sua fisicità, perché poi in realtà non lo conosceva. Anzi, Jourdan, in quel poco tempo, sapeva molte più cose di lei riguardo quell'uomo. E poteva dire che, nemmeno caratterialmente parlando era ancora riuscita a trovargli un difetto. Con tale consapevolezza tra le mani e il peso di tutti i segreti che stava tenendo, decise di lasciarne andare solo uno, condividendolo con la sua migliore amica, sapendo di potersi fidare del suo conseguente silenzio a riguardo.
«Ci sono andata a letto» disse tutto d'un fiato. L'altra spalancò gli occhi e anche la bocca, quasi cadendo per terra.
«Tu cosa?!» gridò, costringendo Jourdan a farle segno di abbassare la voce. «Tu cosa?» ripeté, quella volta sussurrando. «Ma quando? Lì in Canada? E come è successo? Come è stato?» sparò a raffica quelle domande, senza però lasciarla rispondere. «Lo sapevo che ci avevo visto lungo, sin dall'incontro che avevate avuto quel giorno in spiaggia. E adesso finalmente mi spiego anche quel cappellino della Mercedes nella tua valigia» continuò a parlare. «Che stronza, perché non me l'hai detto subito?» la modella decise di interromperla.
«Calma, una cosa alla volta» placò la sua curiosità. «No, non è successo in Canada, ma a casa sua, dopo il Gran Premio di Monaco. È stata una cosa improvvisa, per niente programmata. Ed è stato decisamente fantastico» rispose a tutte le domande che le aveva posto, ricordando anche le sensazioni paradisiache che aveva provato in quel momento, avvertendone la mancanza.
Skye tornò dritta in piedi. «Questa me la paghi per avermela tenuta nascosta così a lungo» si finse arrabbiata.
«Dove vai?» le chiese, vedendola avviarsi verso la porta finestra.
«A porre finire a questa serata. Tu stasera dormi qui e mi racconti ogni cosa. Soprattutto ogni dettaglio che lo riguarda, così saprò a cosa pensare domani mattina sotto la doccia» le puntò un dito contro.
Jourdan scoppiò a ridere per ciò che le aveva appena detto, scuotendo la testa e portandosi una mano sul volto. A Skye piaceva suo fratello e ormai lo sapeva, ma da sempre aveva questa specie di piccola cotta per Lewis. Una cosa basata solo sull'aspetto fisico, che la attraeva parecchio, in quanto lo considerava uno degli uomini più belli che avesse mai visto. Ed era sempre divertente sentirla parlare di lui, perché sembrava ritornare una ragazzina tredicenne, che si esaltava per la bellezza del suo cantante o attore preferito.
Rimasta sola, la modella si ricordò del messaggio ricevuto. Prese nuovamente in mano il cellulare, fissando lo schermo illuminato, per qualche secondo, prima di decidersi a rispondere.
"Sì."
"Arrivo domani."
Digitò, per poi inviare. Non erano quelli i programmi che aveva in mente, sarebbe andata a Silverstone, ma sarebbe dovuta arrivare venerdì mattina, non due giorni prima rispetto a quello. A quanto pareva, però, per la seconda volta aveva cambiato i suoi programmi, scegliendo di passare più tempo con lui.
🌟🌟🌟
Non dimenticatevi di lasciare una stellina🙏🏻
Finalmente ha fatto la sua apparizione anche Esteban, l'unico che ancora mancava rispetto alla lista di personaggi. Lui e Lewis hanno avuto una conversazione su Niki🤍, che come vi ho detto e potete anche aver capito, è una parte importante di questa storia, soprattutto per quanto riguarda il nostro protagonista.
Esteban però sembrava anche preoccupato riguardo la remota possibilità che Pierre potesse diventare il suo compagno di squadra. Che poi, così remota non è (sì, vi sto dando un altro spoiler rispetto la prossima storia di questa saga sulla F1👀 e tenete anche a mente la migliore amica della sua infanzia che ha citato, così come la ex ragazza di Gasly)
Intanto, l'ennesimo articolo su Jourdan e Lewis è uscito e Pierre non sembra averla presa così bene, dal momento che lei gli ha mentito. Anche se ora i due sembrano essersi chiariti e riappacificati. Gli dirà mai la verità?🫣
Ma, cosa più importante, Jourdan ha confessato a Skye di essere andata a letto con Lewis😚
L'amica, tra l'altro, sembra averla presa molto bene (e come biasimare la sua attrazione verso la bellezza idilliaca di Hamilton).
In tutto ciò, il Gran Premio di Silverstone si avvicina, poterà buone o cattive notizie?
Per scoprirlo non dovrete fare altro che continuare a leggere😈
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XOXO, Allison💕
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