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Capitolo 1 - Adrenalina

𝑺𝑬𝑫𝑰𝑪𝑰 𝑨𝑵𝑵𝑰 𝑫𝑶𝑷𝑶

Bahrein, Manama.
Circuito di Manama.

«È una lunga e triste storia dimenticata a memoria»

L'adrenalina gli scorreva pura nelle vene, mescolandosi con il sangue e decidendo il ritmo del suo battito cardiaco.
Quante volte aveva provato quella sensazione?
Aveva perso il conto ormai.
Eppure, sembrava sempre nuova per i suoi nervi.

Il primo semaforo si accese, brillando con quella luce rossa. Il rombo dei motori gli arrivò dritto alle orecchie. Anche il secondo e il terzo semaforo presero vita. Sentiva sotto il piede il pedale dell'acceleratore e ciò gli dava sicurezza. La quarta luce rossa sembrò illuminargli lo sguardo. Assottigliò gli occhi, osservando la pista completamente libera, che si estendeva davanti agli occhi. Prese un profondo respiro, stringendo il volante con le dita coperte dai guanti neri. Il quinto semaforo si accese. La concentrazione era al massimo, le luci diventarono verdi e poi si spensero di colpo.

La gara era iniziata.

Ed era proprio in quei momenti in cui ogni cosa attorno a lui svaniva. Non esisteva più nulla, se non la sua macchina e quella pista asfaltata che avrebbe dovuto percorrere per un numero prestabilito di giri.

Era ciò per cui era nato, correre in Formula 1.
E lo dimostrava ogni qualvolta in cui si sedeva su quella vettura.

Lanciò uno sguardo allo specchietto retrovisore, aveva fatto una buona partenza, scattando velocemente e distaccando già da subito i suoi avversari.
Tornò a concentrarsi su ciò che aveva davanti: una macchina.
Era stata una buona partenza, ma non era bastata per prendersi la prima posizione già da subito.

Quell'auto, la conosceva così bene ormai. Apparteneva alla persona con cui, anche quell'anno, avrebbe combattuto per conquistare il titolo mondiale.

Scalò le marce e diminuì la velocità della sua monoposto, affrontando quella curva che prevedeva prima una virata a sinistra e subito dopo una a destra. Chicane le chiamavano nel suo ambiente di lavoro, non erano le sue preferite, perché la macchina aveva bisogno di andare piano e lui, invece, amava la velocità. Amava poterla spingere al massimo su un rettilineo, sentire il sangue aumentare il suo flusso, vedere il paesaggio solo come una veloce successione di immagini indistinte. Ma non si lamentava, in pista affrontava ogni cosa, indipendentemente dalle sue preferenze.

Iniziò il suo tredicesimo giro su cinquantasette totali. Aprì il contatto radio con il suo team. «Le gomme sono ancora perfette» li avvisò, così da confermagli la prima strategia che avevamo concordato: quella di due pit stop, salvo imprevisti.

«Okay, Lewis. Ricevuto» rispose Bono, il suo ingegnere di corsa. Si chiamava Peter Bonnington e quei due, con il tempo, avevano creato un gran bel rapporto. Senza di lui, probabilmente non avrebbe potuto raggiungere tutti i suoi traguardi.

Sperava che nulla arrivasse a sconvolgere i loro piani. In quella gara partiva secondo e il suo obbiettivo era quello di arrivare primo. Se nessuno avesse commesso errori, provocando incidenti e se nessuna macchina avesse avuto problemi, allora, il piano che aveva concordato con il suo team avrebbe potuto funzionare.

Ma non c'erano mai certezze durante quelle corse, ogni cosa, in qualsiasi momento, sarebbe potuta accadere.
In più, il circuito sul quale si trovava, quello di Manama, situato nel deserto del Sakhir, in Bahrain, era rinomato per il modo in cui metteva alla prova le gomme. Lui era bravo, il migliore, nell'evitare il più possibile il deterioramento degli pneumatici, ma non poteva contare solo su quello. Non con quelle alte temperature e con il vento che trasportava sabbia e detriti sulla pista.

«Max entrerà in pit al prossimo giro» lo avvisò Bono, notando i meccanici della Red Bull, la scuderia per la quale guidava l'olandese, iniziare a prepararsi.

«Posso tenere le gomme ancora per un po'» rispose, sicuro di se stesso. La sua idea era quella di staccarsi il più possibile dalle macchine che stavano dietro di lui. Aumentando la distanza, avrebbe perso meno posizioni una volta fermato per il pit-stop.

Compì ancora cinque giri, prima di sentire nuovamente la voce del suo ingegnere. «Virtual safety car, Lewis. La macchina di Perez ha avuto un problema» si preoccupò subito di mantenere il limite di velocità, in attesa che l'auto di Checo venisse rimossa dal punto in cui si era fermata e la bandiera gialla venisse così tolta.

Quello era l'inconveniente che avevano messo in conto. Un inconveniente che però, quella volta sembrava girare a loro favore. Avevano in mente due soste e la virtual safety car gliene regalava una gratuita. «Okay, Lewis. Box, box, box» lo richiamò Bono, avvisandogli di imboccare la via della pit-lane appena gli fosse possibile.

La gara ripartì e l'adrenalina tornò a scorrergli nelle vene. I giri calavano e la fine di quella corsa si faceva sempre più vicina. Alzò giusto un attimo gli occhi verso il cielo, notandolo colmo di stelle. Amava correre in notturna, l'atmosfera che la sera regalava a quei circuiti era impagabile. Sembrava quasi di star vivendo in una realtà onirica.

Si fermò ancora, ritrovandosi cinque posizioni sotto la testa della gara. «Okay, Lewis. È il momento dell'hammertime» la voce di Bono lo fece sorridere furbamente. Quelle erano decisamente le sue parole preferite.

Premette il piede sull'acceleratore, sentendo il motore andare su di giri. Amava quei momenti, in cui spingeva la macchina al limite e correva più forte che poteva. Da lì prendeva il suo soprannome: The Hammer, il martello.
Effettuò il primo sorpasso, salendo in quarta posizione. Attraversò il rettilineo del terzo settore, scalando abilmente le marce e rallentando per affrontare quella curva abbastanza dolce.

Sorpassò la macchina di Sainz, pilota Ferrari, e poi andò all'attacco del suo compagno. Si guadagnò un giro veloce, prima di guadagnare anche la seconda posizione, lasciandosi alle spalle Leclerc.
Adesso gli mancava solo una macchina.

Sei giri alla fine e un obbiettivo da conquistare. Amava le sfide.
Spinse nuovamente sull'acceleratore, recuperando terreno. Il tempo sembrava scandito dal suo battito cardiaco, strinse con presa salda il volante, imboccando un'altra curva, quella volta più insidiosa. Si ritrovò sul rettilineo del secondo settore, ormai era attaccato al suo avversario.

Spalancò l'ala posteriore, attivando il DRS, rendendo l'auto più aerodinamica e veloce. Lo affiancò, controllò la vettura come se fosse un'estensione del suo corpo, non commettendo nemmeno un errore. Max lo stava osservando da tempo nello specchietto retrovisore, controllando ogni sua mossa. Quando lo vide avvicinarsi a lui, si spostò nella sua direzione, allargando la traiettoria e restringendo la sua. Lewis assottigliò lo sguardo, lanciandogli una veloce occhiata tramite la visiera del casco. Poi sorrise, prima di alzare il piede dall'acceleratore e lasciarlo andare, evitando un possibile contatto.

«Non compromettere la gara all'ultimo giro» sentì la voce di Bono tramite la radio.

«No, non preoccuparti» lo rassicurò. L'inglese aveva scelto di rallentare, non perché pensasse di non poterlo sorpassare, ma perché voleva lasciarlo con il dubbio che quell'anno non si sentisse pronto a lottare come nelle stagioni precedenti, in cui i loro scontri avevano dato spettacolo. Max e Lewis, in poco tempo, avevano creato una rivalità rinomata, tra i piloti quanto tra i vari fan di quello sport. Essa era caratterizzata principalmente dall'aggressività e dalla fama di vittoria che entrambi avevano. Cosa che li spingeva sempre ad osare, ostacolandosi il più possibile. A volte, dimenticando del tutto le conseguenze e sfiorando anche possibili tragedie.

Lewis arrivava da due stagioni difficili, una che l'aveva segnato profondamente per il suo finale e l'altra che gli aveva impedito di rialzarsi dopo la delusione, costringendolo a tenere la testa bassa e ricoprire il ruolo della comparsa nella lotta al mondiale. Con quel gesto, che aveva stoppato il suo sorpasso non appena Max si era spinto più verso di lui per ostacolarlo, aveva lasciato credere al suo avversario di non essere ancora pronto. Come se non si fosse ripreso del tutto e avesse bisogno di qualche gara in più per riacquistare la sicurezza necessaria.

Ma non era affatto così. Se c'era qualcosa cosa che quei due anni difficili gli avevano lasciato dentro, quella era proprio la voglia di vincere e la rabbia. Dopo tutto il tempo passato in Formula 1, aveva però imparato una grande virtù: la pazienza. E sapeva bene come usarla. Nonostante aspettasse da più di un anno di salire sul gradino più alto del podio, Lewis decise di rimandare il suo riscatto, giocando una carta, una specie di jolly che gli sarebbe poi tornato utile più avanti.

Tagliò la linea del traguardo, conquistandosi il secondo posto, la stessa posizione dalla quale era partito. Si abbandonò ad un sospiro, godendosi i festeggiamenti e i gesti di esultanza da parte dei tifosi presenti, li salutò con una mano, continuando a girare in pista.

«Bravo, Lewis. Hai fatto davvero un'ottima gara. E non temere, la macchina continua a rispondere molto bene, presto arriverà il momento» quella volta non fu Bono ad aprirsi via radio con lui, bensì Toto Wolff, teamprincipal della Mercedes e ormai suo stretto amico.

Era la prima gara della stagione e la sua auto sembrava rispettare le aspettative del team. Quel senso di ansia, che lo aveva attanagliato durante tutti quei mesi, sembrava affievolirsi. A differenza dell'anno prima, avevano una monoposto competitiva, in grado di farlo lottare per il mondiale e di non lasciarlo dietro a guardare come uno spettatore passivo.

«Grazie, Toto. È stato un ottimo lavoro da parte del team, grazie ragazzi» fermò la macchina nel parcheggio apposito, scendendo velocemente. Saltò giù felice, correndo subito da alcuni membri del suo team che lo aspettavano dietro le transenne.

L'adrenalina stava lentamente svanendo e la stanchezza iniziava a farsi sentire. Aveva perso parecchi liquidi e non vedeva l'ora di poter reidratarsi a dovere. Sentiva la tuta nera leggermente sudata, ma quei fastidi erano leniti dalla gioia di sentire un concreto ritorno tra le sue mani.

Andò a pesarsi, per poi finalmente togliersi il casco e sorseggiare dell'acqua. «Complimenti, bella gara» batté il pugno a Max, stringendolo in un mezzo abbraccio, che lui ricambiò, aggiungendo una pacca sulla spalla.

Non erano amici, non potevano definirsi tali, ma non erano nemmeno veri nemici. Erano semplici rivali in quello sport in cui ognuno correva per vincere. Scavando sotto al rancore, agli spiacevoli ricordi, alle parole dure che si rivolgevano a vicenda e alle frecciatine, c'era anche rispetto. Non lo ammettevano, ma entrambi un po' si ammiravano.

Lewis era diventato una leggenda, fuori e dentro la pista. E Max aveva un talento da poterlo portare ad essere un suo degno successore. Ciò che gli mancava, quello che ancora doveva imparare, era ad avere testa, la giusta mentalità da vincente.

Entrarono assieme a Leclerc, il pilota monegasco, pupillo della Ferrari, che si era conquistato un bel terzo posto in quella gara, nella sala per la preparazione al podio. Indossarono i cappellini ufficiali, osservando il grande schermo che mandava in onda alcuni fotogrammi della corsa appena compiuta. «Hai rischiato con quel sorpasso» commentò Max, riferendosi ad una piccola parte della gara di Charles.

«Sì, stavo quasi per andare fuori pista» rispose, asciugandosi il volto con un'asciugamano bianca. «Lewis, negli ultimi giri sei stato impeccabile» si voltò per guardarlo.

Loro due, invece, potevano considerarsi amici. Anche se il primo pilota Mercedes non era solito frequentare gli altri fuori dai circuiti, provava una forte simpatia nei confronti di Charles. Gli aveva detto più volte quanto talento avesse nel guidare e che avrebbe fatto tanta strada. Lo vedeva un po' come il suo protetto, un ragazzo più giovane di lui, con tanta voglia di prendersi tutto ciò che sin da bambino aveva sempre desiderato. In più, era una persona gentile, alle volte anche fin troppo e capitava che qualcuno si approfittasse di questa sua caratteristica.

Lo ringraziò, sorridendo genuinamente e complimentandosi a sua volta, prima che li chiamassero per salire sul podio. Annunciarono i loro nomi, facendoli sentire in tutto il circuito. Chiamarono Leclerc, lui e infine Verstappen. Lewis si accomodò sul gradino riservato al secondo arrivato e si tolse il cappellino, pronto per sentire l'inno del pilota e del team per il quale aveva vinto.

Osservò le persone sotto quel podio, il suo team, alcuni tifosi che filmavano il tutto con i loro cellulari e i giornalisti. Allungò lo sguardo sin sulla pista, dove l'asfalto era sporcato dai segni degli pneumatici. Le luci la illuminavano e sembravano mescolarsi con le stelle nel cielo scuro. Mentre correva non era riuscito a vedere bene lo spettacolare paesaggio che il deserto offriva, ma in quel momento se lo stava godendo tutto.

I premi vennero consegnati e poi fu la volta di aprire le bottiglie di champagne. Con uno schiocco, i tappi saltarono e i tre presero ad innaffiarsi a vicenda con quel costoso alcol. Lewis si concentrò prima a far ricadere alcuni spruzzi sul pubblico sottostante, per poi dedicarsi ai suoi due compagni. Erano ormai fradici quando fecero tintinnare insieme le loro bottiglie, per poi berne un sorso.

Vincere o salire a podio, dava la giusta ricompensa a tutti i loro sforzi. Ogni pilota era lì con quello scopo. Correvano, mettevano a rischio la loro vita ogni volta che scendevano in pista e puntavano alla vittoria, a lasciare il loro nome nella storia di quello sport, che di grandi ne aveva visti tanti, ma mai abbastanza. Guidare a quei livelli era una passione che trascendeva il pericolo, era ciò di cui avevano bisogno.

I festeggiamenti sul podio giunsero al termine e Lewis salutò gli altri due, per poi recarsi nel motorhome del suo team. «Grande lavoro questa sera» Toto si congratulò con lui, lasciandogli un'amichevole pacca sulla spalla. Era un ottimo manager, determinato, attento, calcolatore al punto giusto. Sapeva il fatto suo e soprattutto era in grado di giocare in quel mondo comandato dall'astuzia.

«Grazie, Toto. Il team ha fatto davvero un ottimo lavoro con strategie e pit-stop» rispose, sorridendo felice. «A che ora pensavi di partire domani?» gli chiese poi.

L'uomo si sistemò la polo a maniche corte, che era solito indossare per presentarsi ai circuiti. «Entro le nove della mattina, voglio passare più tempo possibile con Susie e Jack, prima di essere completamente sommerso dal lavoro» confessò. Ogni volta che parlava di sua moglie e di suo figlio gli si illuminavano gli occhi. Solo tramite il suo sguardo si poteva comprendere quanto li amasse e quanto fossero importanti per lui.

Lewis pensava molto alla sua vita privata, al fatto di costruirsi una stabilità anche sotto quell'aspetto. Gli sarebbe piaciuto e ormai, a trentotto anni, sarebbe stato più che pronto a sistemarsi emotivamente. Il fatto era che, prima di tutto, per lui c'era lo sport. La Formula 1 occupava il gradino più importante delle sue priorità e non era semplice trovare una persona che accettasse quella devozione verso le corse.

Aveva avuto una sola relazione stabile e duratura nella sua vita, che aveva visto la fine quando la sua fidanzata dell'epoca gli aveva chiesto di smettere di correre per creare una famiglia. Una richiesta che lui non aveva accettato e che ancora, nonostante fossero passati più di dieci anni, non avrebbe accettato.
Ecco perché da quella rottura in poi aveva prediletto le relazioni occasionali o le frequentazioni senza impegno.

«George» richiamò il suo compagno di squadra, un giovane ragazzo pieno di talento, il più adatto a prendere in mano il posto di primo pilota che lui avrebbe lasciato vacante una volta deciso di ritirarsi. «Torni nel jet con noi domani?» domandò.

Il ragazzo ci pensò su un secondo, ancora arrabbiato con se stesso per quella quinta posizione. Si era dovuto accontentare dopo uno stupido errore fatto durante un sorpasso, che l'aveva costretto ad andare lungo e perdere così parecchio tempo. «Sì» rafforzò le sue parole con un cenno della testa.

«Allora siamo noi, più Bono, James, Angela e Valtteri» contò Toto. «Bene, ragazzi. Chiudo le ultime cose e ci vediamo domani» si congedò.

I due rimasero soli in quell'ufficio. «Vai subito in hotel?» George lo osservò, riflettendo su quella domanda.

«Mi sa, faccio una doccia veloce qui e poi vado. Non ho voglia di restarmene in giro» ammise, facendo spallucce e lasciando fuoriuscire dalle sue labbra uno sbuffo.

«George, è la prima gara della stagione e hai fatto una grande prestazione» lo rassicurò, poggiandogli una mano sulla spalla.

Aveva ragione. Ma avere un compagno come Lewis gli metteva parecchia pressione addosso. Da piccolo lo aveva sempre ammirato, sperando di arrivare un giorno al suo livello. Al livello di una persona che nel suo primissimo anno in Formula 1 aveva eguagliato e anche superato piloti che avevano molta più esperienza di lui e che non aveva vinto il titolo mondiale per un solo punto. La stessa persona che nel suo secondo anno, quel titolo alla fine lo aveva conquistato e che aveva poi battuto quasi ogni record che fosse mai stato raggiunto.

E gli mancava solo il più importante da battere, quello che ora si spartiva con un'altra leggenda di tale sport, Michael Schumacher.
Aveva sette titoli mondiali e quell'anno puntava all'ottavo.

Non era semplice essere il compagno di squadra di un uomo che sin dall'inizio aveva scritto il suo nome a caratteri cubitali nella storia della Formula 1. Anche se Lewis, nonostante tutti i successi, rimaneva una persona sempre disponibile e gentile. Gli dava consigli, lo aiutava e non avrebbe potuto chiedere un mentore migliore.

«Hai ragione. Ma lo sai che non mi accontento» gli disse.

«E fai bene» facendogli un occhiolino, lasciò la stanza, pronto per lavarsi, vestirsi e tornarsene in hotel.

Quando uscì dal motorhome, affiancato dalla sua fisioterapista, nonché amica fidata, Angela, notò subito un certo sgomento. Ai cancelli del circuito c'era una grande ressa di gente, che solitamente, lì nel deserto del Sakhir, non si vedeva.

«Strano» commentò la donna, fermando l'auto appena dietro quella che bloccava l'uscita, attorniata dai giornalisti. «Hai idea di cosa succeda?» gli chiese poi, voltandosi appena per guardarlo.

«No. Siamo sempre gli ultimi ad uscire, di solito non c'è quasi più nessuno a quest'ora» ragionò, osservando la macchina davanti alla loro, cercando di capire di chi fosse.

Alcuni giornalisti spinsero, oltrepassando la sicurezza e anche la loro auto. Riapparsero poi assieme a Max, cercando di fargli foto e di strappargli qualche risposta alle loro domande. Lewis aggrottò le sopracciglia, già era strano vedere tutte quelle persone a quell'orario, ma, vederle cercare il pilota olandese in tale modo, lo era ancora di più.

Max non era un ragazzo che amava gettarsi in pasto ai giornalisti, non gli piacevano nemmeno le interviste durante le conferenze stampa obbligatorie, figurarsi farsi inseguire da schiere di giornalisti e fotografi.

Non si accorse nemmeno di loro due, salendo il più velocemente possibile sulla sua macchina e chiudendosi nervosamente lo sportello alle spalle, per poi farla partire subito.
Angela imitò quel gesto, uscendo finalmente dal circuito, diretta in hotel.

Non ci misero molto a raggiungere la loro meta. Lasciarono l'auto al parcheggiatore, per poi fare ingresso nella hall sfarzosa. Qui, ritrovarono nuovamente Max, che era arrivato poco prima di loro. Se ne stava al bancone della reception, attendendo che l'addetto finisse di controllare qualcosa sul suo computer.

C'era una novità però, non era più solo, era affiancato da una ragazza.

Una donna dai capelli castani e degli occhi azzurro ghiaccio. Aveva delle lunghe gambe, coperte da un paio di jeans dal taglio largo, che si abbinavano al top a triangolo del medesimo tessuto e alla giacca corta. Ai piedi portava degli stivaletti che la alzavano di qualche centimetro.

Lewis si perse ad osservarla, notando da subito la sua bellezza e mettendoci decisamente più del dovuto a capire chi fosse. Non la conosceva di persona, non ci aveva mai parlato, l'aveva solo incrociata qualche volta ad alcuni eventi di moda ai quali era stato invitato.

Il suo nome era Jourdan, ed era una modella di fama mondiale, conosciuta anche per il suo vizio di commettere decisamente troppe trasgressioni.
Era da un po' che nessuno sentiva parlare di lei. Dopo l'ultimo scandalo del quale era stata protagonista, sembrava essersi ritirata dai riflettori. Non aveva più preso parte ad una sfilata, a un evento o a un after party. Sembrava semplicemente sparita nel nulla.

Eppure, eccola lì, nella hall di quell'hotel, che quasi un anno dopo riappariva per la prima volta in pubblico.

«Ci scusi per l'attesa, Signor Verstappen, ma, anche se solo per questa notte, abbiamo dovuto inserire tutti i dati della Signora Reed» il receptionist passò alcuni documenti alla ragazza, per poi sorriderle cordialmente.

«Nessun problema» rispose lui, sistemandosi meglio lo zaino sulle spalle e iniziando ad incamminarsi verso gli ascensori.

Inevitabilmente, si ritrovò faccia a faccia con Lewis e Angela. Sperava di non incontrare nessuno, era uscito il più tardi possibile dal circuito, sicuro di essere stato l'ultimo. Ma a quanto pareva si era sbagliato.
«Ciao» lo salutò Max, cercando di nascondere l'imbarazzo, fingendo che la ragazza accanto a lui non esistesse.

Un qualcosa che a lei, però, sembrava non stare bene. «Piacere, io sono Jourdan» allungò la mano verso Angela, mentre l'olandese le lanciava un'occhiataccia.

La donna dai capelli biondo platino, legati in una coda alta, si presentò a sua volta, prima che la ragazza porgesse la mano anche verso il pilota inglese. «Jourdan» ripeté ancora il suo nome, scandendo bene ogni lettera.

Gli piaceva il suono di quella parola, il modo in cui per pronunciarla la lingua toccasse il palato, all'altezza del punto in cui iniziavano gli incisivi, rendendolo quasi difficile da dire correttamente. Era un nome particolare, a suo parere perfetto per la persona che lo portava. «Lewis, piacere mio» rispose lui, stringendo quella mano, piccola e dalla pelle delicata, nella sua.

«So chi sei» commentò lei. E lui avrebbe voluto dire lo stesso, ma lo precedette continuando a parlare. «Complimenti per la gara di questa sera» si complimentò poi, sorridendogli in modo quasi ammiccante.

Il ragazzo osservò i suoi occhi, leggermente truccati e dalle lunghe ciglia. I lineamenti del volto sembravano scolpiti nell'alabastro, con quella pelle chiara sporcata solo leggermente da alcune lentiggini.

«Scusateci, ma ora dovremmo proprio andare» intervenne Max, lanciando un'altra occhiata severa alla ragazza, per poi avviarsi verso l'ascensore. «Jourdan!» la richiamò, mentre era ancora intenta a scambiarsi qualche sguardo silenzioso con Lewis.

Lei alzò gli occhi al cielo, borbottando un: "Arrivo." Per poi seguire il biondo dentro quell'ascensore.

Lewis e Angela fecero lo stesso, dirigendosi verso il secondo presente nella hall e attendendo il suo arrivo. «Mi sembra di averla già vista» commentò la donna, schiacciando sul numero del piano che ospitava le loro camere.

«È Jourdan Reed, ha lavorato con tutti i più grandi marchi di moda» rispose lui, facendo chiarezza nella sua mente.

Angela sgranò gli occhi, portandosi una mano sul volto. «È vero, ho capito chi è. Pensavo fosse sparita dopo quello scandalo che era uscito sul suo conto» cercò di ricordare quanto accaduto ormai più di un anno fa.

«Lo pensavano tutti» confermò lui.

«Cosa ci fa qui con Max?» chiese dubbiosa.

«Non ne ho la più pallida idea» ammise sinceramente Lewis.

Con un suono acuto, l'ascensore li avvisò di essere arrivato al loro piano. Le porte si aprirono, rivelando quel corridoio silenzioso. «Buonanotte, Angie» la salutò.

«A domani mattina» rispose lei, per poi prendere la strada opposta.

Lewis continuò sulla sua via, svoltando a destra, diretto verso la sua stanza, desiderando solo stendersi sul letto e dormire. Ma quando aggirò l'angolo, si imbatté nuovamente in quella ragazza.

«Oh» sussultò lui, nel momento in cui quasi si scontrò contro di lei.

Jourdan sorrise appena, lanciando un'occhiata alla porta chiusa della stanza che condivideva con Max, per poi tornare a guardare lui. Un ghigno furbo increspò quelle labbra rosee e Lewis cercò di decifrare la sua espressione, ma non riuscì a capire niente di più. Almeno fino a quando lei si portò un dito alle labbra, facendogli segno di fare silenzio «Shh» sussurrò poi.

Lo sorpassò, camminando furtivamente lungo quel corridoio. Lui si voltò, seguendola con lo sguardo, appena in tempo per vederla estrarre una chiave elettronica dalla tasca dei pantaloni e sgattaiolare in quella che, se non ricordava male, doveva essere la camera di Pierre Gasly, un altro pilota che si sfidava con lui in pista.

Rimase lì ancora per qualche secondo, alquanto confuso dalle situazioni in cui si era imbattuto quella sera, per poi scuotere la testa e proseguire verso la sua stanza.
Non aveva idea di cosa ci facesse lei lì, non aveva idea del perché fosse con Max e non aveva idea del perché fosse entrata nella camera di Pierre.

Aveva una sola certezza, quella ragazza significava guai. E nel loro mondo, i guai non erano mai i benvenuti.

🌟🌟🌟

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Lewis ha fatto la sua entrata in scena, svelando un po' di se stesso e di ciò che fa.
Alcune cose chiare ci sono già: la sua rivalità con Max, la sua determinazione e la sua curiosità (anche se ancora latente) verso Jourdan.

I due si conoscevano già, anche se solamente di vista, ma, a quanto pare, potrebbero ritrovarsi in molteplici occasioni che li porteranno a conoscersi meglio👀

Ci eravamo lasciate con Max e Jourdan che venivano separati dai genitori, ora però, 16 anni dopo, sembrano essersi ritrovati. Cosa sarà successo in tutto questo tempo?
E quale sarà lo scandalo che ha visto la ragazza come protagonista, tanto da portarla a nascondersi dai riflettori?

Ci sono molte domande in sospeso e per scoprire le risposte, non dovrete fare altro che continuare a leggere😈

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XOXO, Allison💕

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