PROLOGO parte 2
IL PRIMO CAVALIERE DEL TEMPO:
ADALWIN DE KRHONNES
Il ricercatore si alzò, fradicio e sconvolto. Si sedette guardandosi intorno costernato. Controllò la tuta in cerca di uno strappo o qualcosa che potesse indicargli che una sostanza gli aveva indotto uno stato di allucinazione, ma non trovò squarci. Si mosse e tutto il corpo obbedì agli stimoli senza problemi. Si alzò e fece qualche passo: nessuna incertezza. Riuscì a respirare senza problemi. Sentì di nuovo il panico dargli alla testa. Era morto? Era finito in un aldilà sconosciuto? Ma ben presto si rese conto di trovarsi da qualche parte, ancora in carne ed ossa.
Forsennato l'uomo si allontanò dal laghetto. Camminò tra giovani alberi che costellavano quel piccolo anfratto cercando di orientarsi, sentendo il panico investirlo man mano che il tempo passava. Tornò al laghetto, disperato e stanco, e si sedette in silenzio. Si prese la testa tra le mani e si maledì per aver deciso di tornare al vecchio laboratorio, che si era trasformato in un nuovo incubo.
Dopo un lungo momento, dove l'unico suono era il respiro affannato dell'uomo, l'inventore cercò lentamente di tornare in sé. In quanto uomo di scienza, non ammetteva che ciò che stava osservando non avesse una spiegazione razionale. Tornò ad osservare la realtà sconvolgente che lo circondava e con maggior calma, e uno strano senso di familiarità lo pervase, come se quel posto non fosse così sconosciuto, e per un momento non realizzò la verità ancora più scioccante. Si trovava in una piccola valle, circondata da alti monti. Il laghetto era al centro di una grossa radura, ricca di vegetali e alberelli che però non erano troppo cresciuti per via del terreno roccioso su cui erano nati. L'uomo alzò gli occhi per osservare le guglie, le rocce e i picchi circostanti come se custodissero la risposta che cercava. Finalmene si accorse che erano le montagne su cui si trovava erano le stesse che poco tempo prima aveva scrutato tra le nuvole temporalesche dalla finestra del laboratorio. La radura era la stessa su cui era stata costruita la base scientifica, tutto sembrava lo stesso, ma tutto era diverso.
- Non è possibile...- l'uomo si alzò di scatto e cominciò a guardare con occhi nuovi tutto ciò che lo circondava.
- Oh mio Dio...- si lasciò sfuggire a fior di labbra. Si incamminò verso il punto in cui sapeva aprirsi un sentiero naturale e ne trovò una parvenza, a conferma della sua ipotesi. Il bosco non era diverso da quello che poche ore prime aveva attraversato. Mancavano la base stessa, il tempo minaccioso e il villaggio lungo il torrente a fondovalle, ma più osservava il paesaggio e più sapeva che cosa stava vedendo. Ancora sotto shock, cominciò a camminare nervosamente avanti e indietro, incerto se credere di essere solo diventato pazzo, o di essere effettivamente dove credeva di essere.
Mentre camminava la mente del ricercatore lavorava furiosamenti alla ricerca di una spiegazione. Era sempre più convinto che nel laboratorio abbandonato fosse rimasto qualche residuo del suo esperimento. Grazie all'esplosione, doveva essersi aperto un varco spazio-temporale che lui, cadendo in acqua, aveva accidentalmente attraversato. In quel momento doveva trovarsi in un'altra dimensione, sebbene il mondo fosse estremamente simile a quello da cui era giunto, doveva essere un tempo diverso. Dopo aver concluso questo pensiero tornò al laghetto da cui era emerso, deciso a testare la sua teoria. La prova di una possibile soluzione l'aveva rincuorato e calmato a sufficienza da ragionare in modo più razionale.
Se la sua ipotesi fosse stata corretta, significava che aveva un modo per tornare a casa. Inoltre, significava che il suo progetto era stato infine un successo, in qualche modo. Non poteva ancora dire come mai, ma se fosse riuscitoa tornare a casa avrebbe ricominciato la sua ricerca. Ma una cosa alla volta.
L'uomo osservò il pelo dell'acqua increspata lievemente dall'aria che correva sempre in quell'angolo di montagna. Guardava quella pozza e si chiedeva quale fosse il modo miglior per approcciare il salto. Come poteva attivare il Varco? Quali erano le sue regole? La casualità con cui aveva scoperto quel passaggio non gli permetteva di sapere come controllarlo. Non sapeva se sarebbe arrivato dall'altra parte, e poi se una volta tornato sarebbe riuscito a passare di nuovo in quella dimensione. Non aveva controllo e la cosa lo terrorizzava, ma aveva anche rianimato la sua voglia di capire di spiegare e ricercare la sua macchina del tempo.
Senza darsi tempo di pensarci ancora troppo decise che il modo migliore per testare quel passaggio era con un tuffo, la cosa che poteva replicare meglio la sua rovinosa caduta. Il ricercatore prese una breve rincorsa e poi si gettò a occhi serrati dentro l'acqua. L'impatto questa volta fu meno traumatico, dato che sapeva cosa stava facendo ed era ancora fradicio dalla caduta di prima. Una volta infranto il pelo dell'acqua aprì gli occhi da dentro la sua tuta e vide la luce svanire man mano che a bracciate decise cercava di riemergere.
Il buio della notte lo avvolse mentre si arrampicava fuori dal cratere nel laboratorio. Si accasciò con sollievo sul cemento crepato del pavimento e sorrise estasiato all'idea di essere tornato indietro alla base scientifica.
Il giorno era lo stesso, il temporale si stava ancora sfogando sulla montagna. Si tirò in piedi osservandosi come se non riconoscesse il suo corpo, ma alla fine non notò nessun cambiamento. Osservò lo specchio nero di acqua davanti a lui con un'infinita serie di interrogativi che lo attanagliano. Voleva tornare dall'altra parte un'altra volta ancora, per sapere se avrebbe trovato di nuovo la radura e la giornata di sole. Voleva scoprire se tutto fosse stato una sua allucinazione oppure se avesse veramente viaggiato nel tempo. Quanto lontano era andato nel passato o nel futuro? Solo esplorando l'altrove oltre il portale avrebbe potuto scoprirlo. Ma il pensiero di gettarsi di nuovo nell'ignoto lo terrorizzava. Non era pronto e ormai era tardi. L'inventore era esausto e rinunciò per il momento a proseguire nella sua esplorazione. A malapena riusciva a realizzare che cosa fosse successo e aveva bisogno di tempo per organizzarsi. La prossima volta che sarebbe tornato sarebbe stato pronto. Si sarebbe attrezzato meglio e avrebbe esplorato il mondo oltre il Varco e avrebbe riattivato il suo progetto.
~~~
Esplorando il passato
Saint-Augustine, Francia
Anno del signore 807
L'inventore era tornato. Lasciò il laghetto a passi decisi, ormai abituato alla sensazione di viaggiare nel tempo. Era vestito con un abito comodo e portava una bisaccia con attrezzatura da viaggio. Aveva studiato per mesi il Varco spazio-temporale che aveva scoperto. Aveva attraversato da una parte all'altra innumerevoli volte ormai e aveva capito che la chiave era infrangere lo specchio d'acqua. Ormai solo più i piedi si bagnavano, l'unica differenza della completa immersione era che il passaggio da una dimensione all'altra procurava uno strano formicolio. Aveva cercato di capire in quale tempo fosse finito e se ogni volta cambiasse, ma aveva presto realizzato di trovarsi in epoca medievale ogni volta, e il tempo scorreva in quell'epoca alla stessa velocità che nel mondo moderno. Non era riuscito in nessun modo ad influenzare o controllare il viaggio nel tempo, né il luogo né la data. Ciò lo aveva frustrato non poco, dato che il suo obiettivo era inizialmente quello di presentare alla Confederazione un varco funzionante come aveva promesso ormai diversi anni prima. Tuttavia, più esplorava il nuovo mondo dove era finito, più si convinceva che non era un bene connettere le due diverse epoche. Troppo alto era il rischio di influenzare la storia e cambiare il futuro. Ancora non era stato in grado di determinare che tipo di risvolti la sua stessa esistenza avrebbe potuto avere. Per questo motivo non aveva ancora interagito con nessuna persona, benché gli fosse capitato di osservarne da lontano nei suoi mesi di esperimento e studio. Oggi però avrebbe compiuto quel passo: avrebbe incontrato la gente del passato.
Il ricercatore si avviò lungo il sentiero che scendeva a valle con l'animo in agitazione. Dopo qualche chilometro di bosco giunse infine a un tracciato sterrato più battuto. Una straducola che curva su curva percorreva il fondovalle e scendeva lentamente verso le colline, e poi verso la pianura. Aveva percorso quella strada ormai molte volte, avanti e indietro in cerca di indizi. Alcuni aspetti erano come in epoca moderna, soprattutto le cime delle montagne, ma altre cose erano completamente diverse, dalla strada al fiume, ai campi lavorati oltre la fine degli alberi. Ogni tanto, un piccolo cippo di pietra spuntava sul bordo a segnare le distanze, e contandone il numero sapeva esattamente quanta strada mancasse alla civiltà.
Quando il sole giunse al suo zenit, un rumore di zoccoli gli giunse distinto alle orecchie. La strada, che ormai aveva percorso per qualche ora, in quel punto curvava e non permetteva di vedere chi stesse arrivando. Con il cuore in gola l'inventore si rese conto di non sentirsi ancora pronto ad affrontare la gente del passato. La sua osservazione non gli aveva dato più di un paio di indicazioni su che usi e costumi ci fossero in quella zona. Deviando dalla strada andò come d'abitudine a nascondersi dietro alcuni cespugli. Non avendo avuto più tempo per nascondersi, sperò che fosse sufficiente a passare inosservato. Due destrieri candidi che portavano sulle loro groppe due dame dagli abiti colorati e distintamente medievali si avvicinavano tranquilli nella sua direzione. Sperò che in fretta lo superassero e proseguissero. Tuttavia, decisero di fermarsi proprio a pochi metri di distanza da lui. Le due donne, di cui non distinse bene i volti per via dei veli che scendevano leggeri dai loro copricapo, rimasero immobili ad osservare il paesaggio intorno a loro, come in attesa. Il viaggiatore si sentì allo scoperto, sapeva che i cespugli dietro cui era appostato non erano un riparo sufficiente. Una dama smontò da cavallo con un movimento aggraziato e fluido e si diresse a piccoli passi proprio verso di lui, come una piccola Nausicaa alla ricerca di Ulisse. In un attimo l'inventore si ritrasse, ma i loro sguardi si incrociarono e seppe che ormai era stato visto.
- Monsieur?- chiamò la dama allungando una mano nella sua direzione.
- Mademoiselle Eloise, s'il vous plaît, faites attantion...- disse l'altra donna, a giudicare dalla voce la più anziana, forse la dama di compagnia.
L'inventore nascosto nella boscaglia, sconcertato dall'atteggiamento della damigella si sentì comunque costretto ad uscire nella strada, spinto dalla sua radicata curiosità. Dopotutto era lì perché sapeva che se avesse voluto risposte, avrebbe dovuto cercare il contatto della gente del posto e non scappare.
- Quel est votre nom?- chiese la fanciulla senza badare agli ammonimenti della compagna. Dietro il velo si rivelò un sorriso delicato.
- Je m'appelle Adalwin De Krhonnes - rispose il ricercatore con voce stentata. Era molto tempo che non si rivolgeva a qualcuno che ignorasse la sua identità. Soprattutto, non in francese. La Confederazione aveva sparso notiziari in tutta Europa sull'incidente che aveva causato, così che tutti lo riconoscevano come lo scienziato pazzo della macchina del tempo. Non aveva più parlato con nessuno della sua vecchia vita e ancor meno aveva diffuso la sua nuova scoperta. Gli ultimi mesi li aveva passati praticamente in isolamento preso dallo studio, tra casa sua e il vecchio laboratorio. Provò una strana sensazione nel rivelarsi a quella fanciulla.
- Je suis un érudit... mais je viens de loin... de très loin...- aggiunse. Si avvicinò di qualche passo mostrandosi inoffensivo, per quanto fosse un uomo ormai quarantenne, dall'aria poco medievale, poco francese e molto sospetta.
Mademoiselle Eloise sorrise di fronte al suo strano accento moderno, e questa ingenuità lo colpì. Stava per aggiungere altro, ma un gruppo di cavalieri sbucò al galoppo proprio in quel momento, li raggiunse e li circondò. Questa pattuglia lo allontanò dalle due dame e lo minacciò con le proprie armi tenendolo a distanza. Adalwin Krhon sentì la pelle d'oca e un brivido freddo di paura, ma cercò di non mostrarlo troppo, distraendosi osservando con interesse scientifico quegli uomini dalle facce scure e pericolose, e i loro cavalli, imponenti e scalpitanti.
- Qui êtes-vous? - gli domandò un uomo barbuto puntandogli contro una lancia. Ma la fanciulla, di nuovo sul suo cavallo bianco, intervenne prima che l'inventore potesse rispondere. Con un sorriso rilassato ed elegante portò la sua cavalcatura tra l'inventore e la lancia del cavaliere, sucitando allarme in tutti i soldati.
- Baissez vos armes, il est le voyageur qu'on attendait- disse la dama calma, e il suo tono sicuro e sereno rassicurò in parte le guardie.
- Quest'uomo verrà con noi al castello. Mio padre lo attende - spiegò la dama in francese ai soldati e questi, sebbene con aria diffidente, accettarono i suoi ordini senza protestare.
Adalwin si trovò così stretto tra due ali di destrieri, pungolato dalle lance dei soldati, ma illeso. Seguì i cavalli lungo la strada per un'ora ancora di cammino, fino a quando davanti ai suoi occhi comparve un piccolo borgo medievale. Alte palizzate di confine di legno separavano il cuore del borgo dalla campagna, le casette erano addossate l'una all'altra, e un piccolo castelletto sorgeva discreto in cima alla motta. C'era poca attività a quell'ora del pomeriggio. Forse tutti erano fuori a lavorare nei campicelli del circondario. I suoi occhi di uomo moderno osservarono il paesaggio cercando come spugne di assorbire ogni dettaglio. Non si era mai spinto così lontano oltre il Varco. Gli sembrava di trovarsi immerso in un set cinematografico.
- Monsieur Adalwin... venite- lo invitò con tono affabile la giovane dama, una volta giunti al borgo.
La gente che incontravano lungo la loro ascesa verso il castelletto si spostava dal passaggio e offriva piccoli inchini in direzione di Mademoiselle Eloise. I loro occhi si soffermavano con curiosa timidezza su di lui, ma sfuggivano al suo sguardo prima che potesse incrociare il loro.
- Vi dò il benvenuto nel paese di Sainte-Augustine. Mio padre, Arnot Jacquemin, padrone di queste terre, vi darà ospitalità- disse Eloise, riportando la sua attenzione su cosa lo aspettava, guidandolo verso l'ingresso del castelletto dopo esser scesa da cavallo.
Adalwin la seguì senza indugiare, felice di allontanarsi dalle guardie, trepidante per la prospettiva di incontrare un vero signore medievale.
- Vi ringrazio immensamente- disse rivolto a Mademoiselle Eloise.
- Ringrazierete mio padre quando lo incontrerete- rispose con un sorriso.
- Per ora, lascerò che i servi vi aiutino a prepararvi. In seguito, saranno loro a condurvi nella sala delle udienze- disse prima di lasciarlo nuovamente solo.
Adalwin si sentì smarrito. La familiarità con cui l'aveva accolto la giovane donna lo aveva quasi distratto dalla reale condizione in cui si trovava. Aveva studiato per anni una macchina del tempo, ma non si era mai preparato all'eventualità di finire per davvero nel passato o in un altra dimensione. Pensando a questo, vide comparire dal cortile due giovani ragazzini, forse dodicenni, che con sorrisi ossequiosi lo guidarono verso i locali degli ospiti.
Sopportò senza lamentarsi tutti i preparativi in vista del colloquio con il signore francese. Cercò di collegare l'abbigliamento ad un'esatto periodo storico, ma non fu sicuro della sua deduzione. Lo avevano rivestito di abiti ruvidi e scomodi, ma non aveva avuto scelta.
Sospirò finendo di chiudere i lacci della tunica, si infilò gli stivali che gli avevano procurato e accettò la mantella che uno dei due ragazzini gli porse. Fu felice di non avere uno specchio per vedere quanto sembrasse ridicolo. Prese un profondo respiro e quando si sentì pronto, fece un cenno ai paggetti che con solerzia gli mostrarono la via verso il centro del castello.
L'edificio non era molto grande, non era nè alto nè pieno di stanze. Lo rincuorò sapere che avrebbe potuto orientarsi bene anche da solo.
Si fermarono in una piccola stanza. Era completamente spoglia, se non per una delle pareti che invece era occupata interamente da un portone. I paggi gli fecero segno di attendere mentre silenziosamente andavano ad annunciarlo. Non ci misero molto a tornare, spalancarono la porta e gli fecero segno di entrare. Il ricercatore varcò la soglia con timore quasi reverenziale, osservando con meraviglia gli arazzi appesi e l'arredo semplice e accogliente della sala.
- Bienvenue, Monsieur Krhon- disse una voce chiara e tonante dal fondo della stanza.
Il suo sguardo si fissò sulla figura distante di un uomo sulla cinquantina. La prima cosa che lo colpì fu la barba candida e ben curata, poi lo sguardo incerto, per via di un tic, e la grande bocca, aperta in un sorriso accogliente. L'uomo era vestito semplicemente, ma aveva anche un mantello bordato di pelliccia e una spada ben in vista al suo fianco. Era stato lui a parlare: Arnot Jacqueline. Al suo fianco era comparso un secondo uomo, vestito con una tunica lunga, alto e magro, più giovane, dai tratti quasi femminili. Era rimasto immobile, impassibile e silente. Doveva essere il "mago" che la fanciulla aveva citato.
- Avvicinatevi-. Arnot lo invitò con un gesto della mano.
- Posso offrirvi del vino? Mi sembrate provato, avete fatto un lungo viaggio? Spero non vi abbia troppo turbato l'approccio diretto di mia figlia nell'avvicinarvi. Non voglio che vi sentiate a disagio. Oggi siete mio ospite. - proseguì il signore.
Adalwin per non sembrare scortese e attirare ire indesiderate, accettò con un inchino il boccale di vino che gli era stato offerto. Dopotutto, dopo un improbabile salto nel tempo, un po' di spirito non gli avrebbe certo fatto male.
- Vi ringrazio per avermi accolto nella vostra casa. Vostra figlia mi ha incontrato lungo il cammino e mi ha trattato con grande cortesia. I vostri servi sono stati altrettanto gentili- rispose arrangiando il suo francese meglio che poté. Arnot Jacqueline versò vino anche per sé e per l'altro, senza smettere di sorridere.
- Mia figlia ha questa abitudine di portare qui tutti i pellegrini che trova per strada, ma oggi è stata una circostanza particolare. Messer Allan... - disse Arnot indicando il giovane con la tunica al suo fianco, - ...ha previsto il vostro arrivo in una profezia- disse.
- Monsigneur... -.
Adalwin, confuso, era a corto di parole, ma Arnot gli sorrise comprensivo. Sembrava consapevole di quanto potesse essere sconcertato.
- Monsieur, vi sarete certo chiesto perché una dama abbia condotto al mio cospetto voi, uno straniero, trattandovi con il riguardo che si riserva agli ospiti più importanti. Lasciate che vi dica, e non vi chiedo di accettare subito le mie parole, che noi sapevamo della vostra venuta. Conosciamo il destino che vi lega a questo tempo, e a allo stesso modo, sappiamo delle vostre origini...lontane-.
Arnot Jacqueline contemplò le sue reazioni con occhi attenti e gli si avvicinò quel che bastava per poggiare una solida mano sulla sua spalla. L'inventore sobbalzò al contatto improvviso. I suoi occhi increduli incrociarono quelli gentili di Arnot Jacqueline. Credere alle parole del signore medievale era una pazzia, di questo era certo. Eppure non c'era dubbio sulla certezza dipinta sul volto del cavaliere.
- Monsieur Krhon, non siate turbato. Lasciate che vi spieghi. Avete un grande destino per la Francia e per la storia e noi siamo onorati di accogliervi. Tutto ciò che sappiamo è contenuto in una profezia. E' venuto il tempo che questa si avveri... e dunque voi siete qui - disse Monsigneur Jacqueline. Adalwin comprese solo in parte il significato di quelle parole e non riuscì a nascondere lo sgomento.
- Mio signore, non capisco. Cosa intendete?- domandò smarrito. In quel momento fece il suo ingresso nella sala anche Mademoiselle Eloise, sorridendo raggiante, camminando leggera nei suoi vestiti di velluto.
- Messer Allan, ve ne prego, recitate la vostra predizione- esordì la fanciulla mentre incrociava il suo sguardo. Il giovane uomo con la tunica annuì senza cambiare espressione e si allontanò per recuperare una pergamena.
- Predissi questi accadimenti molte lune fa: "Un uomo di un altro tempo, giunto per proteggere la Francia, fonderà una casata illustre che nei secoli sarà custode del tempo e della storia. L'uomo sarà un viaggiatore, studioso delle cose di mondo; egli sarà guerriero e tutti gli uomini lo rispetteranno e lo temeranno; i suoi discendenti saranno servi e padroni: i sovrani invocheranno il loro nome, i popoli si piegheranno al loro passaggio. L'uomo giungerà dalle montagne e giungerà solo, giungerà da un mondo lontano il primo giorno d'inverno, il settimo anno di regno dell'imperatore..."- recitò il mago con gli occhi socchiusi come se stesse avendo una nuova visione. La sua voce era incredibilmente acuta, diversa da come ci si poteva aspettare, ma non cambiò il significato di quelle parole.
Adalwin rimase immobile nel silenzio della stanza con gli occhi fissi al pavimento, i pensieri in subbuglio.
- Tutto questo è assurdo... - affermò dopo qualche istante, facendo involontariamente un passo indietro per liberarsi dalla presa alla spalla. Monsigneur Jacqueline già conosceva le sue carte mentre Adalwin non aveva idea nemmeno del gioco a cui stessero giocando. Era stato colto completamente di sorpresa e ora non sapeva come reagire. Tutto, da quando aveva lasciato il lago, era accaduto troppo in fretta. Nulla era stato come se l'era aspettato.
- Vedete monsigneur Khron, oggi è il primo giorno d'inverno, il settimo anno di regno del nostro imperatore, mia figlia era partita per cercare l'uomo della profezia, ha trovato voi sul suo cammino. Voi che nulla avete di questo mondo, nè l'aspetto nè lo spirito. Come poteva dubitare della vostra identità? Era destino che oggi ci incontrassimo. Ho sempre avuto fede che in futuro la profezia si sarebbe rivelata veritiera. Messer Allan è un mago potente, saggio conoscitore di molte cose. Se vorrete potrete restare e apprendere da lui ogni cosa.- spiegò Arnot Jacqueline.
Adalwin Krhon non rispose subito. Era davvero sconvolto. Scosse la testa, abbandonò il calice. Stava succedendo davvero troppo, troppo in fretta.
- Signore voi non sapete nulla di me, e io di voi. Come posso credere a ciò che mi dite? - chiese incredulo. Arnot Jaquemin corrugò la fronte.
- Mi dareste del bugiardo, monsieur Krhon? Non vi basta come conferma il vostro viaggio qui? Non era qualcosa che voi stesso avevate previsto? - disse il vassallo francese con una certa sorpresa. L'inventore non seppe più cosa dire.
- Mio signore... non sono come voi. Ho bisogno di pensare, di tempo per capire... Sono un uomo di scienza, mio signore, non credo nelle leggende o nelle profezie. Deve esserci una logica in tutte le cose, e il mio compito è trovarla... - disse sperando di potersi congedare. Arnot annuì accondiscendente, come se per il momento avesse rinunciato all'idea di trasformarlo in un paladino medievale.
- Monsieur Adalwin, sono consapevole della straordinarietà delle mie parole. Non dubito che che sia difficile accettarle. Prendetevi il tempo che vi serve. Ma ricordate, nella profezia è scritto il vostro destino-.
Furono le ultime parole che si scambiarono, si congedarono e Adalwin finalmente poté lasciare la sala. Ripercorse i corridoi fino all'uscita e le guardie lo guardarono passare senza muovere un muscolo. Nessuno cercò di fermarlo. Attraversò il paese per raggiungere le porte e tornare verso le montagne.
- Monsieur Adalwin! Aspettate! Prendete questo con voi-.
La voce di Eloise lo raggiunse quando ormai aveva varcato il confine del piccolo borgo. Adalwin si fermò e si voltò indietro con il cuore scosso da tremiti per la sorpresa. La fanciulla medievale era ferma a pochi passi da lui, con un sorriso lieve e tranquillizzante dipinto in volto. Non era arrivata per fermarlo o aggiungere spiegazioni. Con la stessa eleganza che gli aveva già dimostrato, gli porse un pacchetto di stoffa pulita da cui proveniva un buon profumo di pane. Attese in silenzio che egli accettasse quel dono.
Adalwin allungò una mano tremante per accettarlo.
- Vi ringrazio...- sussurrò con riconoscenza. Si sentiva febbricitante ed esausto, con i nervi a fior di pelle, incapaci di contenere la tensione, lo sgomento e il carico di quell'avventura imprevista. Strinse a sé il pacchetto come un'ancora di salvataggio. Rivolse un'ultima occhiata alla giovane Eloise e infine si decise a tornare sui suoi passi.
- Monsieur Adalwin!-. La voce di Eloise risuonò limpida nell'aria tersa e fredda di quella giornata d'inverno. I suoi passi esitarono qualche istante.
- Tornerete?-.
Quella domanda rimase sospesa e irrisolta. Adalwin non avrebbe saputo come rispondere. Semplicemente, continuò a camminare. Avrebbe avuto bisogno di tempo per recuperare, se mai fosse riuscito a tornare nel laboratorio. Avrebbe avuto bisogno di tempo per riflettere. Solo allora, avrebbe deciso cosa fare.
Cari lettori, capitolo bonus. Così abbiamo il prologo intero:) ecco la fine di questa lunga parte2. Decisamente più lungo della parte1, ma pazienza:'). Che ne pensate?
Credo di aver scritto l'inizio di questa storia almeno un migliaio di volte. Versioni diverse si sono succedute, e nel tempo l'ho ritoccata, corretta e modificata trasformandola in quello che è oggi.
Spero davvero che abbia acceso in voi un po' di curiosità :)
Backtowherewebelong:3
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