Capitolo 14 (parte 2)
SCONFITTA
Libeth si ritrovò più soddisfatta del previsto per come era andato l'incontro con Ambra. Quella ragazza aveva fegato. Almeno quella faccenda si stava risolvendo bene.
Il cortile di quella scuola era particolarmente accogliente, protetto e intricato. Notò con stupore, mentre lo attraversava pensierosa, che molti punti erano addirittura abbandonati, non curati. Fissò il cielo per un secondo, verso ovest il sole era sempre più basso. Sebbene fossero ancora le quattro di pomeriggio, in inverno era così: buio.
Uscì dai cancelli della scuola diretta verso la sua auto, sperando di poter tornare a casa in fretta e guardare il telegiornale, ma quando finalmente raggiunse il suo parcheggio, trovò ben tre uomini in giacca e cravatta ad aspettarla.
- Stavamo cominciando a pensare che avessi deciso di andare a casa a piedi...- esordì David esasperato.
Libeth non poté far altro che stringersi nelle spalle, poco allegra per la loro improvvisa comparsa poiché significava solo una cosa: niente poltrona, niente pizza da asporto, niente tisana, niente serata telegiornale.
Era appena stata reclutata per andare di persona nella Casa Consiliare Continentale. E avrebbe dovuto farlo con il suo tailleur rosa prosciutto. Travis le sorrise con lo stesso sguardo stanco e affranto e la invitò a salire in macchina.
- Siamo diretti alla stazione aeroportuale di Tayrus. Da lì con uno di quegli aerei veloci andremo a nord- spiegò David prendendosi la responsabilità di guidare. Libeth gli diede le chiavi e non protestò.
- Sapete già qualcosa dei conteggi? - indagò a mezza voce e Travis sospirò pesantemente, - Al momento, stiamo perdendo- comunicò con tono greve.
- Lo sapevo... - commentò acida, sentendo il pranzo di poche ore prima rivoltarsi nello stomaco.
- Il Consiglio non sarà contento, come facciamo? Come faremo? Non possiamo permettere che gli inglesi invadano anche l'Oltre. Non possiamo permettere che ci sovrastino anche su questo fronte...- protestò con la guancia appoggiata al finestrino.
- Da soli abbiamo poche speranze di farcela. Nessuno dei mezzosangue vuole aiutarci fino a quando non avremo la Stella. I Puri, nemmeno in quel caso... che la luna ci protegga dal buio della notte...- esalò David che gettò uno sguardo di intesa con il suo compagno, rimasto in silenzio fino a quel momento.
Travis annuì e Libeth sbuffò correndo con gli occhi lungo le gambe, fino alla caviglia dove era spuntato il suo marchio, piccolo, nascosto, ma potente. Scosse la testa mentre l'auto li portava velocemente verso l'aeroporto.
- Spero che tutto si risolva per il meglio...- commentò. I tre uomini annuirono.
- Temo che la speranza sia l'unica cosa che ci rimane purtroppo...- rispose David con tono lugubre, senza contribuire a migliorare l'umore di nessuno.
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Ambra tornò a casa con la stessa atona espressione che la caratterizzava in quel periodo. Non aveva più la forza per contrastare le emozioni, né per mostrarle. In pullman una ragazzina allegra, probabilmente una del primo anno, si era seduta vicino a lei e aveva provato a intrattenere una conversazione, ma nonostante i tenaci tentativi, aveva dovuto arrendersi.
Ambra non era in vena di socializzare con nessuno. Aveva la mente talmente piena che in qualche modo era allo stesso tempo bloccata e in costante movimento. Aveva cercato di apparire padrona di se stessa, con Rowan a scuola, con Libeth in biblioteca, ma la verità era che a malapena riusciva a sostenere il peso di ciò che aveva appena affrontato. Si chiese come Stephen avesse reagito, come avesse potuto abbandonare tutto, una mattina d'inverno. Lei sarebbe stata in grado di fare lo stesso? No, probabilmente. Allora si chiedeva perché un assurdo istinto la spingesse a pensare a come avrebbe potuto essere compiere una scelta del genere. Perché in qualche modo sentiva di voler credere a ciò che Rowan le aveva detto? Perché immaginava di partire? I suoi genitori cosa avrebbero pensato? E Siria? E Tommy?
Era più che turbata, ma decise di cercare il più possibile di non pensarci. Non avrebbe fatto altro che stare in guardia, stare a casa, al sicuro. Libeth e Rowan avrebbero dovuto trovare il modo per parlare con i suoi e convincerli. Lei sarebbe partita solo con il loro permesso.
Una volta a casa, si trovò in cucina con sua sorella e sua mamma. Stavano cucinando la cena, fianco a fianco: friggevano e affettavano e rimestavano talmente concentrate che quasi non si accorsero del suo arrivo. Le salutò con il miglior sorriso che riuscì a mostrare e andò a sedersi sulla poltrona di suo papà, direttamente di fronte alla televisione che era accesa, in attesa dell'inizio del telegiornale.
- Ciao tesoro, come è andata oggi?- domandò sua mamma. Ambra bofonchiò una risposta affondando sempre di più nei cuscini. Siria le balzò addosso con un gran sorriso caldo e confortante.
- Che cosa hai fatto a scuola?- domandò costringendola a rispondere, distraendola almeno in parte.
Il capo famiglia fece il suo ingresso come una bufera di neve, in compagnia di un turbine di energia, saltelli e gridolini eccitati: Tommy. Tutta la famiglia era pronta per la cena. Tutti si sedettero, avvolti in un clima piacevole e rilassante. Poi una ridondante melodia annunciò i titoli tanto attesi della giornata.
- Molto bene... vediamo che cosa è successo di buono nel mondo- esordì loro padre seduto a capotavola, non senza una certa vena ironica.
Tutti ascoltarono tranne Ambra che seguì le immagini veloci con sguardo disinteressato. L'unica cosa che notò fu che, coloro che li avrebbero rappresentati al Consiglio Continentale, portavano giacca e cravatta rossa.
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Le spalle di Libeth e Travis crollarono dopo pochi istanti nello stesso momento come se i due Viaggiatori fossero stati una sola persona. In realtà ciò che li univa in quel momento erano i sentimenti, potenti, soverchianti. La sconfitta bruciava i loro animi stanchi e abbattuti: avevano perso. Questa era l'unica consapevolezza che entrambi cercavano di accettare ed elaborare. Avrebbero dovuto annunciarlo al generale, ma soprattutto al Delfino. E alle truppe delle Forze della Luna, a tutti i francesi.
David e Charles continuavano a scuotere la testa sconsolati, cercavano conforto l'uno nella presenza dell'altro. Gli ambasciatori e tutti coloro che avevano partecipato, tutti i Viaggiatori che avevano deciso di offrirsi come candidati erano disperati e in più afflitti dal peso del senso di colpa che ingiustamente portavano. Fu una serata di silenzio. Non fu la grande festa che tutti avevano ardentemente sperato. Gli inglesi avevano deriso la loro misera condizione in un discorso diplomatico e abilmente redatto. Il popolo era felice nonostante tutto, ignaro della sua condizione. Ma era ancora troppo presto per valutare la situazione.
- Che cosa faremo ora?- fu la legittima e attesa domanda di un Viaggiatore. Travis si passò una mano sul volto.
- Adesso aspettiamo la loro prossima mossa, ma dobbiamo stare attenti. Per ora possiamo ritenere prioritario il controllo e le indagini sul Varco. L'addestramento delle reclute è la seconda priorità. La terza è continuare a fare quel che abbiamo sempre fatto e cercare di limitare l'azione dei Rappresentanti durante le sedute Continentali. Nonostante tutto siamo ancora dentro- disse con voce stanca, ma ancora abbastanza autoritaria da mettere ordine al vociare dei presenti e a rassicurarli.
Libeth sospirò invidiandogli quella particolare caratteristica, ma fu felice di non dover essere lei la comandante dei Viaggiatori. Fu infatti libera di tornare a casa, sebbene la aspettassero un paio di ore di volo e altrettante di macchina. Non andò di corsa, si prese del tempo per digerire quella pesante giornata e mettere in ordine le idee. Presto sarebbe tornata a casa con Rowan e Ambra e al pensiero sorrise. Avrebbe rivisto i suoi commilitoni, i suoi allievi, il suo generale, il Consiglio e forse anche il principe Charles. Sarebbe stata una buona pausa per riprendersi da quel caotico e disordinato Oltre. Quando arrivò in aeroporto la notte era fonda, si imbarcò su uno degli ultimi voli per Tayrus e dopo un movimentato decollo, finalmente poté concedersi il lusso di dormire. Mentre gettava un ultimo sguardo fuori dal finestrino e osservava la sede del Consiglio Continentale, pensò che avrebbe dormito più tranquilla con uno dei suoi peluche.
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Rowan sapeva che Libeth sarebbe tornata di lì a poco. Sbadigliò, stanco di aspettare che finalmente la Viaggiatrice facesse il suo ingresso. Se la immaginava già, assonnata, impacciata nel suo tailleur, gli occhi segnati dalla stanchezza, dallo stress e dalla preoccupazione. Aveva visto al telegiornale i risultati. Avevano perso, per poco, per un soffio. Si chiese che cosa ne sarebbe stato di quelli che vivevano in quel mondo ora che gli anglosassoni erano al governo. Si chiese che cosa ne sarebbe stato di lui e della sua gente se i loro nemici fossero riusciti a occupare il Varco. Sarebbe stato un disastro.
Si sdraiò sul divano e chiuse gli occhi cercando di pensare in modo ordinato a cosa avrebbe dovuto fare; fece un breve riassunto, lo mise per iscritto. Si appiccicò il foglietto di carta sulla fronte e chiuse di nuovo gli occhi. In cima alla sua lista c'era Ambra.
Quando si svegliò di nuovo si accorse che il foglietto non era più al suo posto e che una leggera coperta di pile gli era stata appoggiata addosso. Fu una sensazione strana avere la consapevolezza di essersi lasciato sopraffare dal sonno durante una veglia. Ancora più strano era pensare che Libeth fosse arrivata mentre lui dormiva e, anzichè svegliarlo, lo avesse coperto. Quel gesto, come molti altri che la Viaggiatrice, forse inconsapevolmente, gli aveva rivolto, era parte delle preziose gocce di calore nelle sue giornate e gli ricordavano i giorni migliori della sua infanzia. Libeth gli ricordava sua madre, e nonostante ogni volta lo addolorasse, era anche consapevole che, senza di lei, non sarebbe andato lontano. Scostò leggermente la coperta e si mise a sedere. Si stropicciò gli occhi e sospirò chiedendosi se fosse da solo in casa oppure se Libeth fosse lì da qualche parte.
La cercò e la trovò in camera, addormentata, con il suo pigiama addosso, circondata dai suoi pupazzi. Sembrava dormire tranquilla. La studiò per qualche istante, guardò l'ora e decise di svegliarla. La donna non lo accolse molto bene, ma si alzò dopo un paio di scossoni.
- Rowan... ricorda che c'è modo e modo per svegliare una signora...- ringhiò tutta spettinata, con una luce leggermente inquietante negli occhi. Lui sorrise e annuì.
- Ti preparo la colazione- le scrisse con calma e lei ringraziò stiracchiandosi.
- Oggi è il gran giorno dunque? Non voglio pesare a ieri, devo concentrarmi su Ambra e il cacciatore che la sta seguendo. Rowan tu verrai con me, hai sempre una gran capacità diplomatica... mi servirà... non ho mai fatto nulla del genere- ammise. Rowan annuì con calma, comprensivo. Si alzò dal divano e mise le tazze in lavastoviglie.
- Come pensi di fare? - scrisse sulla sua lavagnetta in cucina.
- Beh... in realtà... non ne ho idea. Non mi sono mai trovata a fronteggiare i genitori di una delle nostre reclute. La richiesta di quella ragazza è piuttosto complicata da eseguire, ma la capisco. Sicuramente non potremo dire tutta la verità... - aggiunse con fare meditabondo. Poi scattò balzando in piedi.
-Molto bene! Andiamo a convincere un paio di genitori possessivi e poco collaborativi a lasciare la propria primogenita nelle mani di due sconosciuti...- esordì afferrando le chiavi della sua macchina e volteggiando fino alla porta. Lo lasciò lì da solo, senza un passaggio. L'unica cosa che aveva imparato ad usare con un motore era la moto. Sbuffò, si fece coraggio, afferrò il casco e si diresse verso la sua modesta due ruote. Chiuse casa, balzò in sella, accese il motore e sfrecciò all'inseguimento della Viaggiatrice.
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