Capitolo 12 (parte 1)
NATALE
Natale
Confederazione Europea, anno 2027
I primi due giorni delle vacanze natalizie per Ambra tenere la mente occupata fu facile tanto quanto distrarsi. Quando non studiava, passava il tempo con i fratelli a ridere e scherzare, ad insegnare a Tommy come pronunciare bene le parole, a dare fastidio a Siria, in un noioso ma rassicurante circolo di attività quotidiane. Il pensiero dei suoi amici lontani la sfiorava solo ogni tanto. Cercava di non pensare a Catherine, concentrandosi su Stephen e Rowan e ogni tanto si chiedeva che cosa stessero facendo.
La neve aveva cominciato a cadere sempre più abbondante e li teneva bloccati a casa. Non era una cosa che le dava fastidio, anzi, aveva modo di passare tempo con la sua famiglia. Tuttavia la calma che permeava quei giorni venne bruscamente interrotta dallo squillo stonato del telefono.
Ambra stava riordinando i libri, mentre aspettava che la sua cioccolata calda si raffreddasse un po'. Era andata a rispondere prima Siria, poi sua mamma, poi lei. La sorpresa e poi lo shock la invasero quando dall'altro capo del telefono una voce familiare l'aveva implorata, invano, di dirle dove si trovasse Stephen. La mamma del ragazzo era una donna cagionevole e dolce che però era in grado di sopportare anche il fardello più pesante. Ambra non l'aveva mai sentita così sconvolta, e questo la spaventò ancora di più. Stephen era scomparso. Nessuno sapeva dire dove fosse andato, né perché. Ambra sentì le sue viscere contorcersi per la preoccupazione, aveva un cattivo presentimento. Ripensò all'assassino che avevano incontrato qualche tempo prima. Non poteva immaginare che Stephen fosse stato vittima di qualche altra imboscata. Non poteva accettare di perdere anche lui. Non dopo Catherine.
Ma Stephen era scomparso davvero.
Non bastarono tutte le sue congetture per trovare il suo migliore amico. Conoscendo gli avvenimenti dell'autunno cominciò a temere per se stessa e la sua famiglia. Avrebbe voluto andare a trovare Rowan ma non se la sentiva di uscire di casa. La prima settimana di vacanza fu costellata da chiamate e convocazioni nella caserma dei Falchi Neri. Venne aperto un caso di scomparsa, ma tutti sapevano che dopo poco più di un mese la cosa sarebbe stata dimenticata. Ambra era distrutta.
Andrea era andato a trovarla e insieme avevano pianto e si erano confortati. Non avevano gioito delle giornate di neve, di festa. Nessuna delle due famiglie festeggiò la Vigilia e l'unico regalo che veramente desiderarono per la mattina di Natale fu che il giovane Stephen tornasse a casa sano e salvo.
Ambra solitamente amava le giornate grigie in cui i grandi fiocchi danzavano in una lenta e inesorabile discesa. Si prendeva un blocco per disegnare, si preparava una tazza fumante di tisana o cioccolata e si accucciava sul davanzale del salotto tra due cuscini.
Natale si presentò come una di quelle giornate. L'albero decorato era stato posto in mezzo alla cucina, ben in vista e, ai suoi piedi, lei e i suoi fratelli avevano trovato un pacchetto colorato a testa. Babbo Natale quell'anno era passato. Era la prima volta dopo tanto tempo, forse per rallegrare l'atmosfera triste di quelle giornate. La gioia per quei doni infatti cancellò per un momento la tristezza e permise a tutti di godersi quella giornata.
Tommy aprì il suo regalo per primo, con gli occhi luccicanti per la meraviglia e la gioia. Siria fu la seconda e lei la terza. Quando prese in mano la sua scatola rettangolare, lunga e stretta, ricoperta di carta verde, la fissò come se fosse stata la cosa più preziosa presente in quella casa. Fu un'emozione unica scoprire il suo contenuto e per poco non scoppiò per la gioia quando tra le mani si ritrovò una penna d'oca, corredata da una boccetta di inchiostro nero.
- Vi piacciono i vostri regali? - fu la domanda agitata di loro padre. Tutti e tre si voltarono con occhi adoranti verso l'uomo che si ritrovò stretto in un grande abbraccio.
Nonostante tutto, le vacanze finirono troppo in fretta. Ambra si svegliò il sette gennaio senza nessuna voglia di alzarsi. Non solo perché l'idea di dover affrontare di nuovo eserciti di professori severi non la entusiasmava, ma anche perché sapeva che a scuola non ci sarebbero stati né Stephen né Catherine ad aspettarla.
Con grande forza di volontà decise comunque di alzarsi dal letto per prepararsi e uscire. Ma se raggiungere l'autobus fu difficile, trovare la forza per entrare a scuola fu ancora più arduo.
La classe era sempre la stessa, disordinata e triste, sebbene i muri colorati costituissero un ottimo elemento di decorazione e di distrazione. La cattedra era sempre in un angolo sopra ad un palco di legno scricchiolante, i banchi a coppie di due erano tornati invasi da astucci e quaderni. Aereoplanini di carta così come palline spuntavano già da tutte le parti e il vociare assordante di venti persone, intente a raccontarsi i migliori aneddoti delle loro vacanze, rendeva l'atmosfera caotica.
Nessuno sembrava essersi accorto dell'assenza dei suoi amici.
Ambra entrò senza guardarsi troppo attorno, puntò dritta al suo banco per sedersi e cercare un attimo di tranquillità. Per il momento nessuno aveva dato segno di aver notato neppure lei. Sospirò e si guardò intorno. C'era qualcosa che non andava in quel quadro così familiare.
La campanella di inizio lezione suonò e, puntuale come un orologio svizzero, la professoressa fece il suo ingresso.
La donna dagli occhialetti a forma di cuore sarebbe stata la prima ad avere il piacere di reintrodurli nel mondo scolastico, e non si fece pregare per farlo. Subito li costrinse ad un'attenzione forzata, diede loro numerosi esercizi e strillacciò, solo per riprendere a caso alcuni dei suoi compagni.
Ambra si stava annoiando a morte e nel momento esatto in cui lo realizzò, capì che cosa non funzionasse in quella mattinata: anche Rowan era assente. Nessuno dei suoi amici si era presentato. Tanti campanellini d'allarme cominciarono a suonare nella sua testa. Uno strano presentimento la convinse a rimandare la preoccupazione al dopo. Si ripromise che sarebbe passata a casa del giovane subito dopo la scuola. Ma più ci pensava più si convinceva che non poteva essere solo una coincidenza.
Alla fine delle lezioni si ritrovò da sola, in piazza. Guardava le persone passarle di fianco, troppo occupate per accorgersi di lei. A passo svelto andavano avanti e indietro, ignare, concentrate su se stesse e i loro piccoli mondi, senza mai fermarsi un attimo per guardarsi intorno.
Si sedette su una panchina e dopo qualche istante di esitazione, provò a fare una telefonata, provò a chiamare tutti, uno alla volta. Nessuno dei due ragazzi era raggiungibile, così a lei non rimase che una sola persona con cui poter parlare.
Sulla schermata del vecchio cellulare lampeggiava il nome di Catherine mentre suonava a vuoto. Dopo i tre bip consueti, un messaggio vocale, tanto inatteso quanto poco confortante, le annunciò : "il numero è inesistente". Le crollarono le spalle per lo sconforto e affondando il viso nella sciarpa si chiese che cosa fosse successo ai suoi amici, dove fossero spariti tutti, perché l'avessero lasciata da sola senza dirle nulla.
Si sentì abbandonata. Le era già successo altre volte, numerose, che qualcuno la lasciasse indietro. Per quello non amava stringere nuove amicizie. Credeva che Steph e Catherine sarebbero stati con lei per sempre, che le sarebbero bastati. Poi era arrivato Rowan, con la sua aria strana, i suoi modi di fare, i suoi segreti, e con lui tutto era cambiato. Sentì che una sorda rabbia si stava insinuando nel suo animo, crepato ormai. Si alzò ascugandosi gli occhi che erano diventati lucidi e si ricompose. Raccolse la cartella e si avviò verso la fermata del pullman per tornare a casa.
~~~
Conca
Anno del Signore 1427
Stephen si terse la fronte con un fazzoletto e si fermò un attimo, nel punto in cui il sentiero si faceva più alto, per osservare a valle che cosa lo attendesse. L'allenamento fino a quel momento non aveva mai previsto una sortita fuori dai confini della Conca e per lui uscire di lì era sinonimo di pericolo ed eccitazione. Da quando incredibilmente era finito in un mondo medievale martoriato dalla guerra, era cambiato.
Non era ancora passato molto tempo dal suo arrivo, forse tre settimane? Eppure sembrava che lì il tempo scorresse diversamente, che fosse più lento. In quel breve periodo, aveva imparato a conoscere e rispettare i suoi superiori e la nazione che aveva deciso di soccorrere era diventata la sua nuova casa. Aveva studiato con grande interesse la storia di quella guerra e lo confortava sapere che la parte per cui aveva deciso di battersi sarebbe stata quella vincente. Aveva scoperto così tante cose nuove e accettato quell'assurda situazione così profondamente, che quasi stentava a riconoscersi. Quando si ricordava come fosse stata la sua vita sei mesi prima. Solo ogni tanto ancora, come in quel momento, si faceva venire il dubbio. Aveva fatto bene a lasciarsi tutto alle spalle? Aveva fatto bene a rischiare?
La maggior parte delle volte la risposta era sì e quello bastava a farlo avanzare. Anche in quel momento, mentre studiava la valle sotto di lui, mentre scrutava il bosco stringendo tra le mani il suo arco di legno, si disse che ce l'avrebbe fatta, che sarebbe tornato a casa più forte. Avrebbe protetto tutti, la sua famiglia e Ambra.
Avanzò di qualche passo e vide di fianco a lui, a pochi metri di distanza, Daniel che faceva lo stesso. Poco oltre anche Martha e Yolant e altri compagni avanzavano guardinghi pronti a difendersi o ad attaccare. Avevano un compito molto semplice: recuperare un cervo, che i cacciatori avevano abbattuto. Quella preda sarebbe stata la loro cena.
Si mossero lentamente lungo il crinale. Non dovevano andare molto lontano, non avrebbero dovuto metterci più di un paio di ore.
Il cielo invernale era freddo e grigio, il bosco era silenzioso e avvolto da un candido strato di neve che attutiva i loro passi. Con tutti i sensi all'erta, oltrepassarono il crepaccio scavato dal fiume e nel farlo, si ricordò la prima volta che l'aveva attraversato: aveva avuto la nausea a causa delle vertigini.
Il crepaccio era un'estesa crepa nel terreno, larga una decina di metri, che tagliava in due la valle. Era ciò che rendeva la Conca un posto sicuro, separata dal resto del mondo e inespugnabile: protetta su tre lati dalle pareti delle montagne e dal crepaccio sul lato che dava verso la pianura. Era uno dei pochi posti ancora sicuri del regno di Francia. Gli inglesi non si erano ancora avventurati tanto a sud e raramente si avvicinavano alla zona, poiché erano consapevoli che fosse impossibile attaccare un luogo del genere, se non dall'alto.
Stephen si sistemò la faretra cercando di concentrarsi di più su quello che stava facendo, senza perdersi troppo. Sentiva il sangue nelle vene pompargli nelle orecchie e sentiva caldo, nonostante la temperatura rigida.
Daniel gli fece segno di aumentare il passo e lui eseguì senza fiatare.
D'un tratto però, lo stesso ragazzo ordinò a tutte le reclute, una cinquantina di giovani, di fermarsi e tornare indietro, lentamente. Si chiese per quale assurdo motivo stessero facendo ritorno al campo, ora che erano quasi arrivati, poi una ventata di aria gelida portò con sé un distinto brusio di voci, ma soprattutto, un sottile ed inebriante profumo di carne arrosto. Capì immediatamente quale fosse stata la preoccupazione del loro capitano: la loro cena era già stata servita, e non a dei tipi qualunque.
La paura cominciò a farlo rallentare, incespicare, mentre vedeva gli altri avanzare cadeva sempre di più nel panico. Una pattuglia di borgognoni era a poche decine di metri da loro, oltre gli alberi, e se li avesse scoperti, sarebbe stato un disastro.
Daniel continuava a dare comandi muti a destra e a sinistra, e non si fermò fino a quando non li ritenne abbastanza lontani. Proseguirono per mezz'ora, senza indugi e senza intoppi, a parte la cena ormai perduta. Tutto sarebbe andato bene, se mezza pattuglia di francesi traditori non fosse stata ancora in giro.
Avvertirono i passi lenti dei cavalli appena prima di vederli comparire e non ebbero tempo di nascondersi tutti. Alcuni, come lui, rimasero ben visibili tra i tronchi spogli delle piante e furono subito individuati dai cavalieri. Questi, dopo un attimo di sorpresa, non esitarono a caricare.
Stephen si sentì mancare e crollò sulle ginocchia, le mani tremanti cercavano di incoccare una freccia. Ma mettere in pratica l'allenamento era tutta un'altra cosa in battaglia. Cavalieri come quelli sarebbero stati in grado di sterminarli tutti, lui per primo. La mano che reggeva l'arco tremava come quella di un vecchio, le gambe non accennavano a rispondere. Si sentì invadere dalla disperazione e solo per miracolo riuscì a prendere la mira.
Se fosse stato più calmo, forse sarebbe anche riuscito a colpire l'uomo e non solo il cavallo. Se fosse stato più allenato, sarebbe riuscito ad uccidere un nemico e non se lo sarebbe tirato addosso. Il cavaliere, appiedato dal cavallo ferito e imbizzarrito, sapeva da dove era arrivata la freccia e non esitò a sguainare la spada per andare a scontrarsi con lui. Purtroppo, Stephen era sprovvisto di qualunque arma da taglio che fosse più lunga di una spanna e si ritrovò inerme di fronte ad un guerriero mille volte più esperto di lui.
Per un secondo si sentì come quella sera con Ambra, quando il cacciatore aveva tentato di ammazzarli. Il secondo successivo, seppe che per lui era finita, perché nessuna Libeth sarebbe venuta a salvarlo. Fissò con occhi vacui e terrorizzati la lama che si alzava su di lui, vide Daniel mettersi in mezzo e parare il colpo, ma non vide la freccia vagante che gli trapassò il fianco, lenta e inesorabile. Fissò con stupore il colore familiare del piumaggio, non rosso cremisi ma nero: non era una freccia nemica. Qualcuno dei loro aveva sbagliato mira, a sue spese: ironia della sorte.
Si accasciò a terra, con un gemito, e si strinse il fianco digrignando i denti. Non faceva male tanto quanto si era aspettato, ma non seppe valutare se fosse così per davvero o solo perché i suoi sensi si stavano lentamente facendo più lenti. I suoni gli giungevano ovattati, le grida di paura e di coraggio dei suoi compagni lo accompagnarono per tutto il tempo che rimase così, immobile nella neve, in bilico, nel limbo tra coscienza ed incoscienza.
Sentì qualcuno sollevarlo, trascinarlo, e quello fece male, lo risvegliò un po'. Sentì una voce femminile che continuava a chiedergli perdono, con una voce rotta dal pianto che assunse sempre di più il tono di quella di Ambra.
Colto da una sorta di allucinazione, provò a chiamarla, provò a chiamare la sua amica, che aveva amato e che aveva abbandonato. Sentì le forze scivolargli via insieme al sangue che sgorgava ancora dalla ferita. Sapeva che se qualcuno non avesse fatto qualcosa per lui subito avrebbe fatto fatica a salvarsi. Ci sarebbe voluto un miracolo o una magia.
Lui non voleva morire, aveva ancora molte cose da imparare, doveva diventare forte, tornare a casa, dichiararsi ad Ambra e finire la scuola, come ogni ragazzo normale della sua età.
Ma aveva scelto di continuare la sua vita nel mondo sbagliato, in un mondo a cui credeva di essersi abituato.
I suoi occhi erano ancora aperti, affaticati, vedevano sfuocato, ma non permise loro di chiudersi.
Il tempo aveva smesso di scorrere, lo spazio intorno a lui invece era cambiato, continuava a muoversi vorticosamente, tanto da fargli girare la testa. Percepì un po' di calore, alcune voci. In qualche modo riconobbe Daniel, e seppe d'essere in infermeria.
Sentì qualcuno sussurrargli alcune brevi frasi all'orecchio, poi uno strappo lancinante lo fece urlare di dolore. Seppe che la freccia era fuori, poi perse conoscenza, con le lacrime agli occhi.
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