Capitolo 1 (parte 2)
MISSIONI SU DUE FRONTI
Borgo a sud, Francia
Anno del signore 1427
La cappella della chiesa era stata scelta appositamente per quell'incontro.
Il cavaliere inglese e la spia francese avevano appuntamento lì, nell'oscurità e nel segreto di quella notte.
Il borgo addormentato era quieto. Le ombre scure delle case tremavano al passare delle nuvole nel cielo, illuminato dalla luce fulgida della luna. I grilli nei campi lasciavano al sonno l'eco dei loro canti confondendo e ogni tanto il richiamo lontano di un gufo riecheggiava nel buio denso della campagna lontana. La sagoma scura di un uomo solcava il selciato del sagrato con passo sicuro e accorto. La porta della piccola cappella laterale si spalancò per lasciarlo entrare e una breve falce di luce, proveniente da una candela, illuminò lo spiazzo circostante. L'uomo, nascosto il viso con il mantello, entrò. In un gesto abituale si segnò il capo di fronte al crocifisso di legno appeso al muro frontale di quell'angusta stanza.
- Bentrovato Monsigneur, è stato un viaggio gradevole?- chiese l'anziano che l'aveva accolto in un francese semplice. Il suo volto rugoso, illuminato dalle fiamme, si piegò in un sorriso.
- E' stato un viaggio lungo e in terra nemica- rispose l'uomo inglese abbassando leggermente il cappuccio, rivelandosi in parte al suo ospite.
- Spero ne sia valsa la pena...- aggiunse con tono quasi minaccioso, con un forte accento anglosassone.
- Oh Monsieur... il vostro re sarà entusiasta di questa informazione- esordì la vecchia spia.
Celius sospirò impaziente accarezzando l'elsa della spada. Gesto che non sfuggì allo sguardo del suo informatore, da buona vecchia volpe qual era.
- Signor cavaliere, non indugerò. Ciò che ho da dirvi però non è facile da credere- disse il vecchio ma il cavaliere lo incoraggiò con un cenno.
- Il mio re vuole ascoltare ciò che hai da dire. Io ascolterò per lui- disse.
Il vecchio allora gli si avvicinò, con fare losco, accostandosi la candela al viso, rendendo la sua espressione una smorfia inquietante.
- Conoscete l'Ordine dei Cavalieri del Tempo? - lo interrogò. Conoscere quel tassello era fondamentale per cogliere appieno la portata della sua informazione. Celius si lasciò sfuggire un sorriso affilato e fece un cenno di assenso. La vecchia spia continuò.
- Se lo conoscete, allora saprete il peso che esso ha avuto in questa guerra. Se non fosse stato per i Cavalieri, la Francia sarebbe già caduta da tempo nella mano della corona d'Inghilterra. Sono la fonte di forza delle ultime resistenze francesi. Eliminate loro, eliminerete ogni ostacolo per la Sua Maestà, il giovane Enrico VI. Ma la parte più importante riguarda un'antica leggenda e una profezia. Il loro più grande segreto. - Disse il vecchio interrompendosi, allungando le mani. In una mano teneva un rotolo, l'altra era vuota, in un'avida richiesta.
Il cavaliere inglese trattenne l'impulso di usare la forza e contrariato tirò fuori dal mantello un piccolo sacchetto di monete. Lo lasciò cadere tra le dita ossute dell'informatore e lo incitò a continuare con uno sguardo tagliente. La considerò un'ammonizione e la spia colse il messaggio.
- Il Delfino, se così ancora possiamo chiamarlo, è supportato da un esercito diabolico. Le mie conoscenze non sono molto dettagliate al riguardo, ma posso affermare che tra i ranghi dei Cavalieri del Tempo vi siano creature non umane, orripilanti storpiature della sacra natura. Eretici praticanti di culti profani, maghi e streghe, mostri in parte animali e uomini e donne che sono comparsi dal nulla, da un mondo infernale. Le leggende che riguardano l'Ordine parlano spesso di un passaggio, un varco capace di rigurgitare soldati quando ne hanno più bisogno. E' grazie a questi trucchi che i francesi non hanno ancora ceduto... - disse l'anziano in un sibilo, gli occhi saettanti.
Celius assorbì con calma tutte le parole della spia, cercando di dare loro un senso logico.
Non gli importava che il vecchio avesse ragione o meno su tutto ciò che aveva riportato, quello che gli importava era trovare indizi. Era andato lì per sapere quale fosse il punto debole dei francesi per poterli sconfiggere definitivamente, e ora dell'Ordine e aveva la pergamena di un'antica profezia, gli era sufficiente. Di lì in avanti avrebbe indagato da solo e dunque considerò concluso quell'incontro.
Vedendolo pronto ad andarsene però, il vecchio sorrise nervoso, si agitò scuotendo la testa.
- Monsigneur, ve ne andata già? Ho molte altre informazioni, se solo voleste... Ecco sono disposto, alla metà del prezzo... aspettate! Non andate...- disse l'uomo in un mugolio sempre più irritante. L'avidità del francese lo disgustava. Per un gruzzolo di monete era disposto a vendere il suo popolo, la sua patria e il suo onore. Questo lo rendeva meno rispettabile di un cavallo. Anche un destriero sapeva essere un miglior compagno.
Celius sospirò e ignorando il suo informatore uscì. Forse aveva solo sprecato tempo prezioso con quell'uomo, ma in ogni caso al duca di Bedford avrebbe fatto piacere ricevere qualche nuova notizia. Il francese lo accompagnò sul sagrato cercando di vendere ancora qualche informazione, ma quando si rese conto dell'evidente disinteresse del suo cliente, fu svelto ad allontanarsi nei vicoli bui, dileguandosi nella notte. Celius attese che il suono stentato dei passi del vecchio scomparissero prima di avviarsi anche lui.
Calandosi il cappuccio sulla testa, si allontanò a grandi passi lungo la strada. Il silenzio assoluto della notte fonda amplificava il suono attutito dei suoi stivali sulle pietre. Stringendo nel pugno la pergamena che aveva ottenuto si permise finalmente di rilassare i muscoli tesi delle spalle. Era andato tutto liscio.
Tuttavia, non appena ebbe formulato questo pensiero, un improvviso trambusto poco più avanti lo riscosse. I suoi sensi all'erta, il suo corpo teso come una corda pronto a scattare. Udì distintamente il sibilo inconfondibile di una freccia e per istinto si nascose in un vicolo laterale. Udì un gemito rauco e il tonfo sordo di un corpo e seppe che la freccia non era stata scoccata per lui. Forse non era ancora troppo tardi per fuggire di soppiatto. Per questo, tirò un sospiro di sollievo, ma comunque non mosse un muscolo, rimanendo nascosto.
Solo dopo qualche secondo si sporse nuovamente sulla via buia, che poco prima stava per attraversare. La sagoma riversa del vecchio, anche nell'oscurità, era ben riconoscibile. L'odore metallico del sangue gli arrivò alle narici in una folata, intenso e fresco. Il calpestio veloce di quattro piedi lo mise in allerta e lo riportò nel vicolo, al riparo. Due uomini nascosti da mantelli scuri si avvicinarono al cadavere, per verificare che fosse morto. Guardie? Soldati? Banditi?
L'inglese fece per allontanarsi quando la voce chiara di uno dei due assassini lo bloccò. Il francese che conosceva era stentato ma gli bastò per comprendere qualche brandello della conversazione. In generale, ne colse il senso.
- E' già morto il bastardo?- chiese il primo. L'altro in silenzio osservava il corpo esanime della loro vittima.
- Sì, gli è andata bene. Una morte rapida per uno come lui è un lusso immeritato. Credi che abbia già incontrato l'inglese? Il segreto dei Viaggiatori non deve arrivare alle orecchie sbagliate... dobbiamo avvisare il Generale- disse il secondo prendendo in mano la situazione.
Il cavaliere inglese cercò di far combaciare quei pochi stralci con la versione della spia e non ci mise molto a capire che quegli uomini stavano parlando dello stesso Varco misterioso. Quel passaggio mistico a quanto pareva era reale, e che fosse una diavoleria o meno, ne avrebbe parlato con il re. Ma prima avrebbe dovuto lasciare quel paese da vivo.
Si allontanò lentamente dalla via cercando una strada alternativa per l'uscita. Sentì indistintamente i due uomini allontanarsi in direzione diversa dalla sua e cercò di tranquillizzarsi. La mano però rimase incollata all'elsa della spada, pronta a scattare al minimo rumore. Un ratto gli zampettò di fronte facendolo trasalire, si immobilizzò con il fiato in gola, sul punto di affondare un fendente sulla piccola creatura. Poco oltre, intravide la sagoma di un terzo uomo, un po' troppo sicuro sulle gambe per essere un ubriaco o un mendicante, e la cosa lo mise in allarme. Sperò con tutto se stesso di non esser stato visto, ma preferì allontanarsi ancora. Sentì dei passi dietro di lui e seppe che lo stava seguendo. Sentì il sudore freddo corrergli lungo la schiena, sentì l'adrenalina attanagliargli le viscere. La spada era pronta per essere sguainata. Cominciò a correre, e i passi dietro di lui fecero altrettanto. Una seconda freccia attraversò il cielo del borgo, questa volta diretta a lui e lo mancò per poco. Ringraziò il cielo e cambiò di nuovo strada, raggiunse la cinta di pali di legno e si arrampicò sulla scaletta della sentinella. Sapeva di aver ben poche speranze, così allo scoperto, sentiva i secondi scivolare lunghi come minuti.
Per miracolo raggiunse la cima della palizzata ancora tutto intero e non ebbe il tempo di pensare a come scendere. Semplicemente saltò, incurante di ciò che fosse al di sotto. Dove un istante prima era la sua testa volarono altre frecce. Atterrò rotolando maldestramente sulla terra fangosa della collina, incredulo e stordito, ringraziò di aver messo solo una leggera cotta di maglia e non un'armatura più spessa.
Sentì la voce aspra del suo inseguitore mentre imprecava arrampicandosi dall'altro lato della barriera di pali. Sapeva di doversi spostare di lì o l'avrebbe ammazzato. Doveva raggiungere il cavallo nella macchia di bosco. Poteva farcela, non era lontano, aveva il vantaggio del buio.
Mosso dall'istinto si alzò ed ricominciò a correre. Gli alberi gli parvero così distanti, ma li raggiunse prima che il francese potesse raggiungere lui. Il suo destriero era lì intorno. Lo raggiunse e con la forza che man mano ritornava dopo il torpore della caduta riuscì a montare in sella. Incitò il cavallo al galoppo con un colpo di speroni e non si voltò indietro.
Il suo re e il Duca di Bedford lo attendevano a nord, e lui aveva un'importante notizia da riferir loro. Erano passati due anni dal suo ultimo incontro, due anni da ogni contatto inglese che non fosse con i suoi uomini. Sperò che ciò che aveva trovato fosse sufficiente a far fiorire, per la sua nazione, i germogli della vittoria.
∽∽∽
Montargis, Francia
Anno del Signore 1427
Il capitano De Dunois bevve un sorso di vino osservando le carte stese davanti a sé e fece una smorfia. Mosse le pedine di legno rosso verso nord e scosse la testa. La loro pedina azzurra del Delfino era a poca distanza da quelle nemiche e la corona del re inglese si trovava dall'altra parte della linea, pericolosamente vicina a loro. Nonostante fossero riusciti a liberare la città di Montargis, gli inglesi continuavano ad avanzare da nord occupando le altre, razziando e distruggendo.
Si massaggiò le tempie cercando di elaborare una strategia che potesse risolvere quella situazione ma nessuna idea gli sembrava attuabile. Quei giorni di quiete l'avevano lasciato più esausto di un giorno in battaglia e la stanchezza non lo aiutava certo a concentrarsi.
Si lasciò cadere sul suo sedile e chiuse gli occhi ascoltando i suoni della città fuori dalla tenda, cercando di riposare un po' la mente.
Un fracasso poco distante e alcune urla di soldati lo misero in allarme, ma non fece in tempo ad alzarsi che un giovane messo si gettò nel suo padiglione. L'irruzione lo sorprese e la sua mano corse istintivamente alla spada che portava al fianco, ma il giovane messaggero non sembrò notare quel gesto e, affannato, impolverato e sconvolto, cercò di raggiungerlo.
-Mio signore! - gridò il ragazzo quasi gettandosi ai suoi piedi. Una delle guardie che l'avevano inseguito fin lì bloccò la sua avanzata trattenendolo da dietro. Il giovane si divincolò, puntando al Capitano che immobile, ancora seduto, osservava la scena. Il messo sembrava sul punto di impazzire. Capì dal suo sguardo che era terrorizzato.
- Mio signore! -. De Dunois non riuscì a rimanere indifferente a quel tono sconvolto e nemmeno all'impazienza di conoscere il messaggio che portava. Fece un cenno alle guardie, che liberassero il messaggero.
- Lasciatelo ... - disse con un tono misurato e deciso.
- Capitano ... -. La guardia sembrava restia ad obbedire, ma bastò un secondo cenno e il soldato lasciò bruscamente la presa. Il giovane cadde sulle ginocchia, tremante e singhiozzante, e si piegò in silenzio.
De Dunois attese inutilmente che comunicasse il suo messaggio, ma non ne sembrava in grado. L'intero essere tremava come una foglia d'autunno, le labbra socchiuse ma incapaci di emettere un suono. Sentì in fondo al petto il presentimento di una cattiva notizia, ma in quel caso, voleva conoscerla subito. Riconobbe lo stemma sporco di terra e sangue sulla casacca: un trio di gigli dorati. Si rese conto con orrore che quello era un messo del contingente reale.
-Parla! -, ordinò alzandosi cercando di nascondere l'ansia. Il messaggero si strinse le braccia intorno al corpo in evidente stato di shock.
Il Capitano gli si avvicinò, si abbassò al suo livello e lo scosse. Solo guardandolo in quel momento notò quanto fosse davvero giovane, poco più di un bambino. Gli appoggiò una mano sulla spalla e quello sollevò lo sguardo impaurito e sperso e infine prese fiato per parlare.
-Mio signore, il Duca di Bretagna, ha ritirato i suoi uomini. Ha tradito... Ha riconosciuto la corona inglese. La compagnia con cui ero ha subito un attacco da parte dei suoi cavalieri- singhiozzò.
- È stato un massacro ... - aggiunse e si aggrappò alle sue gambe. La guardia scattò, per punire la sua impudenza ma, ad un nuovo cenno, fermò la sua mano. C'era altro che il capitano voleva sapere.
- Il Delfino. Notizie dal Delfino? - chiese e gli occhi del messo tremarono.
- Molti sono morti in suo nome, ma il Delfino è salvo. Ha saputo del Duca, si sta spostando verso est, lontano dagli inglesi. Tuttavia non lontano da Orleans. Signore, si teme un'assedio alla città, e se il Delfino dovesse venire catturato... o peggio... - disse con voce tremante. Ma finalmente smise di piangere, riacquistando un po' di dignità. Aveva portato a termine il suo compito.
De Dunois sospirò e tentò di calmare la sua guardia che era ancora al suo fianco con la spada sguainata.
- Dagli un po' di respiro, ha già passato abbastanza ... non vedi? È solo un ragazzino- gli disse e il soldato annuì tornando al suo posto. Il giovane, rosso in viso, aveva gli occhi ancora allucinati e il respiro accelerato.
- Mio signore, gli inglesi sono ovunque... Sono sempre più vicini - disse ancora il messo. Il capitano si liberò dalla sua presa, si massaggiò il mento camminando nervosamente per il padiglione e si girò verso la sua fedele guardia.
- Porta questo poveretto a mangiare qualcosa affinché si riprenda. Poi corri a chiamare La Hire e gli altri. Torna da me subito dopo e porta uno dei falchi messaggeri ... dobbiamo radunare il consiglio e procedere ad un nuovo arruolamento. Le nostre fila si stanno assottigliando di giorno in giorno ... - ordinò con fermezza. Il soldato si chinò e si allontanò verso l'uscita per andarsene.
- Aspetta ... ancora una cosa- lo trattenne indeciso, - Comandate, mio signore- disse il soldato. Il capitano sospirò e si convinse.
- Fa' venire anche Rowan, ho una missione da affidargli ... - ordinò sperando di fare la cosa giusta. Il soldato non rispose ma annuì e silenziosamente scivolò fuori dalla tenda, seguito dal messo ancora tremante.
Appena rimase solo, De Dunois si accasciò sullo scranno e si massaggiò le tempie cercando di concentrarsi.
La guerra non stava procedendo bene.
Fissò di nuovo le carte e spostò di nuovo le pedine. L'esercito di Francia era sempre più piccolo, gli uomini sempre più stanchi e a breve avrebbe dovuto rendere conto del loro operato al suo re, o meglio al Delfino.
La situazione era disperata e doveva trovare una soluzione al più presto. Aveva bisogno di tempo, ma non ne aveva.
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