XXXIV - Epilogo
Cosa dovrei fare?
Ricevere quella lettera, leggerla, era stato paragonabile a una stilettata in pieno petto. Non avevo la più pallida idea di come reagire tanto mi sentivo scossa; fu come se il peso del mondo si fosse improvvisamente spostato sulle mie spalle.
Non piansi neanche per un secondo. Non versai una sola lacrima. Tutto ciò a cui riuscivo a pensare era il fatto di essere stata lasciata e che mi fosse stato detto addio attraverso un mucchio di parole poste una dietro l'altra. Quel vigliacco di Luke non aveva nemmeno avuto il coraggio di dirmele a voce quando ne aveva avuto l'occasione.
Ero persa, smarrita, tanto che mi sembrava di aver imboccato una strada senza uscita, una strada alla cui fine avrei trovato un dirupo. Mi ci sarei volentieri buttata, detto sinceramente. Nulla aveva più senso senza di lui.
Cosa resta di me, ora?
La paura, ecco cosa rimaneva. La paura di cadere, di precipitare nuovamente nel baratro che mi aveva assorbita prima di conoscerlo. Avevo una paura tremenda di aver sprecato mesi e mesi della mia vita provando a costruirmi un futuro, anche con lui magari. Avevo paura di essermi soltanto illusa di poter provare quel tipo di amore e di poterlo addirittura ricevere.
Quale stabilità potrebbe mai darmi la sua assenza?
Avvertii un vuoto nel petto, pronto a risucchiarmi, e gli occhi che via via si inumidirono. Le lacrime, però, restarono bloccate agli angoli impedendomi di vedere nitidamente. Abbassai le palpebre e presi qualche respiro profondo.
Uno, due, tre...
Non stava funzionando. Credetti d'esser diventata incapace di respirare in maniera automatica. Presi allora il cuscino e me lo premetti sul viso per soffocare il grido che, risalendo dalla gola, spingeva per liberarsi.
Dalla mia bocca non uscì neanche un verso. Decisi quindi di rannicchiarmi, in posizione fetale, in attesa che il sonno e la stanchezza mi circondassero nel momento in cui i miei occhi non fossero stati più in grado di stare aperti.
🌺
Tre anni dopo
C'era stato qualcosa di positivo, in tutta quella situazione. Lo devo ammettere, perché a distanza di tre anni potevo tranquillamente affermare di aver visto il groviglio che era diventata la mia vita districarsi e distendersi.
Dopo qualche giorno da quella sera, andai al The Writers' Corner con Candice. Ci sedemmo a un tavolino, una di fronte all'altra, e poco dopo chiesi anche a Elizabeth di unirsi a noi. Avevo bisogno di quanto più sostegno possibile, nonostante tante volte mi fossi rifiutata di chiedere aiuto. Avevo bisogno di entrambe, e in cuor mio sapevo di poter contare su di loro. Ovviamente, sia una che l'altra, erano preoccupate. Candice mi conosceva meglio di quanto credessi e, per quanto riguardava invece Elizabeth, ero sicura che l'incontro che io avevo scordato le avesse dato più informazioni sul mio conto di quanto fosse mai stato nei miei piani.
«Cosa sta succedendo?» mi domandò Liz.
Feci spallucce fingendo noncuranza, ma era palese quanto fossi invece tesa e agitata. «Luke mi ha scritto una lettera» esordii.
Vidi chiaramente Candice strabuzzare gli occhi e, subito dopo, concedersi un sorriso sincero ed entusiasta. «Davvero? Finalmente un ragazzo che sa corteggiare e non dà la propria ragazza per scontata!»
Quel commento ingenuo mi fece attorcigliare lo stomaco e saltare un paio di battiti. Anche Candy cambiò espressione osservandomi, mentre Elizabeth si limitò d'altro canto ad ascoltare.
«Non quel tipo di lettera.» Mi sporsi verso la borsa, posata sul pavimento, ed estrassi da essa il foglio stropicciato che avevo letto e riletto talmente tante volte da farmi venire la nausea. Era chiaro quanto fosse consumato, vissuto, e sorprendentemente non mi vergognai di averci rimuginato sopra così a lungo.
La spiegai e appoggiai sul tavolino, in mezzo a noi tre. Il mio sguardo era basso, a tratti colpevole pur senza ragione, ed ero consapevole di non poter incontrare gli occhi di nessuna delle due se non volevo scoppiare a piangere nel bel mezzo del locale. Eppure, dopo giorni, finalmente mi sentivo pronta a lasciare che i singhiozzi si facessero spazio come valvola di sfogo del dolore che avvertivo nel petto.
Né Liz né Candy osarono parlare. Si passarono la lettera tra le dita e la lessero a turno, ma mantenni la concentrazione altrove pur di non scorgere le loro reazioni. Ero certa che in parte condividessero la mia sofferenza, e che Candice comprendesse a pieno quanto quella questione mi avesse colpita.
«Questo non vuol dire niente» disse e le sue dita trovarono il mio braccio. «È un addio, sì, ma di quelli belli.»
Elizabeth annuì. «Ti sta chiedendo di essere felice, anche senza di lui.»
«Questo è amore» terminò Candice al posto suo. «Vuole la tua felicità, non la sua. Guarda a cosa ha rinunciato per potertela dare.»
«Ma io non sono felice» ribattei. «Non in sua assenza.»
Quanto mi sbagliavo. Nonostante mi ci sia voluto un bel po' per capirlo, Luke mi aveva fatto il regalo più grande che una persona potesse ricevere. Mi aveva dato non uno, bensì due inizi da cui ripartire. Mi aveva fornito le carte da giocare.
Mi aveva insegnato a volermi bene, ad amarmi. Mi aveva ricordato quanto valessi, quanto amore meritassi. Sarebbe stato da stupidi permettere che quella fine azzerasse tutto ciò che c'era stato prima. Glielo dovevo, perché persino lui aveva rinunciato a tanto. A me, solo per potermi dare un futuro adeguato alla persona che ero diventata.
Dovevo essere semplicemente grata che le nostre strade si fossero incrociate, malgrado il destino ci avesse voluti separati. Dovevo essere grata a chiunque lassù avesse permesso che una persona così bella entrasse a far parte della mia vita rivoluzionandola, mostrandomi la luce dove non vedevo altro che buio.
E fu proprio ciò che feci. A fatica, ma non mi arresi mai nei giorni a venire. Avevo Candice sulla quale contare, Elizabeth, Lia, la mia famiglia. Non ero più da sola. Avevo addirittura la combriccola di Luke dalla mia parte, ed era importante per me saperlo.
D'altro canto, come la vita era andata avanti per me, così era stato anche per altre persone. La relazione tra Ashton e Candice andava a gonfie vele e, detto sinceramente, non avevo mai visto la mia amica tanto felice come in quegli anni. Era rincuorante sapere che, almeno una di noi, lo era nel vero senso del termine.
Passavo a fare visita a Elizabeth almeno una volta a settimana e, nonostante la mia insistenza, non volle mai lasciare il suo lavoro al The Writers' Corner. Tempo addietro le avevo proposto di venire da noi, al Mermaid, dato che c'era in campo un progetto non proprio segreto di espansione. Puntavamo ad aprire circa altri tre locali nella zona limitrofa dopo la donazione anonima che avevamo ricevuto il giorno di Natale. Non avevo idea di chi fosse il nostro benefattore, ma era stata una vera e propria manna dal cielo.
E il Mermaid... be', era casa mia. Bob lo era diventato, sua figlia lo era. Erano ormai parte di me e desideravo solo che stessero bene, che vedessero l'ottimo risultato ottenuto grazie ai nostri e ai loro sforzi.
Aaron e mia madre erano molto più tranquilli ora che non avevano nulla di cui preoccuparsi, e solo poco tempo prima mio fratello aveva fatto coming out. Sospettavo che ci fosse qualcosa tra lui e Brandon, ma sentire la sua voce tremolante e contenta al contempo mentre lo rivelava con tanto orgoglio fu un momento che non dimenticherò mai. Mia madre invece stava sicuramente frequentando un uomo, ma dopo la bomba che aveva sganciato su mio padre pensai puntasse a mantenere il segreto il più a lungo possibile. Se era quello giusto, prima o poi ce lo avrebbe detto; su questo non c'erano dubbi. Sperai soltanto che la rendesse felice.
Riguardo a mio padre, d'altronde, non avevo ancora le idee chiare. Ne avevo discusso tante volte con mia madre, con Candice e con Elizabeth, ma non ero mai arrivata a una conclusione definitiva. Da un lato ero convinta che se non mi aveva voluta quando ero appena nata, allora non c'era posto per la speranza; dall'altro, però, mi capitava spesso di interrogarmi su come fosse fatto, se io avessi preso o meno i miei occhi da lui, il colore dei capelli. Mi chiedevo che voce avesse, quale fosse il suo profumo, la piega che assumeva la sua bocca quando sorrideva con sincerità.
Era una dura lotta tra testa e cuore, lo è sempre.
Anche con Luke lo era, eppure ero stata in grado di capire. Tenevo il suo ricordo stretto a me, temendo che potesse scappare nell'arco di un un battito di ciglia, ma questo non mi spaventava più. Era stato un capitolo bellissimo della mia vita, un capitolo che però ero finalmente pronta a chiudere.
Ed ero felice, tanto, perché finalmente riconoscevo il valore di quello che avevo rispetto a ciò che invece avevo perso.
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