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XXXII



Risveglio

L'unico fatto che spezzò l'illusione di essermi svegliata nella mia camera fu l'incessante e martellante dolore che provavo alla testa. Mi contorsi brevemente nel letto, e ben presto ricaddi a peso morto sul materasso. Avvertivo i muscoli indolenziti e, in generale, dolore in qualsiasi parte muovessi.

«No, Bea, stai giù» mi ammonì una voce.

Tentai di issarmi sui gomiti per capire da dove essa provenisse; tuttavia, mi bastò rivolgere lo sguardo verso la porta per scoprire che si trattava di mia madre.

La stanza attorno a me era bianca, asettica, e il solo posto dove ne avessi viste di simili era l'ospedale. Abbassai allora gli occhi e scorsi un tubicino collegato al braccio destro.

Guardai allora mia madre con gli occhi spalancati e spiritati, pregandola silenziosamente di darmi una qualche spiegazione; cosa che, effettivamente, non tardò a fare. Mi sorrise sinceramente sedendosi al mio fianco dopo aver avvicinato una seggiola di plastica al letto.

«Hai avuto un lieve trauma cranico, Bea. Starai bene, ti rimetterai.»

«Cosa?» le domandai confusa. Cosa diavolo stava dicendo? Un trauma cranico?

«Non ti ricordi nulla?» mi chiese. «Avevano detto che poteva capitare. Pian piano ogni ricordo tornerà al suo posto, te lo assicuro.»

«Forse è meglio che sia Candice a spiegarti tutto quanto» aggiunse, in seguito, a voce stavolta più bassa.

Rimasi ammutolita, incapace di annuire o negare, perché davvero non avevo la più pallida idea di che cosa stesse parlando. Rammentavo soltanto pochi sprazzi di ciò che era avvenuto: Rick, Luke che lo colpiva, poi la scena sembrava interrompersi di netto.

Cassandra si alzò e uscì dopo avermi dato un rapido abbraccio, lasciandomi sola e in balia dei miei pensieri privi di logica, confusi e incompleti.

🌺

I medici si rifiutarono di far entrare qualunque altra persona all'infuori dei miei familiari fino all'indomani. Avevo trascorso quindi la giornata a guardare uno dei pochi programmi trasmessi dalla televisione. Ero riuscita persino ad affrontare una manciata di partite a carte con mia madre e mio fratello.

Aaron mi parve silenzioso, fin troppo per i suoi standard, ma mi convinsi che fosse dovuto alla situazione in cui mi trovavo. Per questo avevo provato a tutti i costi a dimostrarmi forte come se non soffrissi a ogni movimento, e a scherzare con lui com'eravamo soliti fare quando eravamo in compagnia. Gli avevo addirittura spettinato i capelli e dato una pacca sulla spalla, gesto che avevo sperato interpretasse come una sorta di "non preoccuparti, starò bene".

Anche lui, d'altro canto, aveva finto che dopotutto non gli importasse tanto delle mie condizioni, però lo tradì il suo essere insolitamente taciturno. Se non fosse stato per questo, avrei giurato che fosse indifferente alla questione.

Ben presto si era quindi fatta sera e i raggi del sole avevano smesso di filtrare dalle persiane, abbassate per metà, che coprivano la grande finestra che dava sulla città. Per un po' avevo tenuto lo sguardo puntato verso quel punto per osservare i profili dei palazzi che, pian piano, cambiavano colore seguendo il tramonto e poi il buio.

La cena non era stata granché, ma non mi aspettavo che lo fosse. A stento riuscivo a mandare giù qualche boccone, figurarsi poi finire tutto ciò che c'era nel piatto.

Quando mi svegliai, la mattina seguente, trovai Candice ai piedi del mio letto. Teneva i gomiti ancorati al materasso, le braccia incrociate e la testa su di essi. Il suo corpo si muoveva a intervalli regolari, segno che probabilmente stava dormendo lì da chissà quanto.

Tentai di cambiare posizione con quanta più delicatezza possibile, ma tirai un po' troppo le lenzuola perché il capo di Candy si sollevò rivelando il suo volto assonnato. Anche lei, come mia madre, aveva le occhiaie marcate sotto gli occhi e nel complesso un'espressione triste che le avevo visto addosso solamente poche volte.

«Ero così preoccupata, Bea...» sospirò e gli occhi le si inumidirono. Si affrettò ad asciugare le lacrime con il dorso della mano, poi tornò a guardarmi.

«Cos'è successo?»

«Cosa ti ricordi?» ribatté.

«Raccontami tutto dall'inizio» replicai rassegnata.

Mi spiegò a grandi linee ciò che era accaduto – l'arrivo di Rick, quello successivo di Luke e la scazzottata che li aveva coinvolti – e verso la fine la sua voce si incrinò un po' di più rispetto a prima.

«Luke ha inavvertitamente colpito te e sei... Hai sbattuto la testa su uno spigolo e sei caduta a terra. Hai perso conoscenza poco dopo» terminò con le lacrime agli occhi, stavolta però evitando di scacciarle.

«Rick non ci ha visto più. Gli si è scagliato addosso e si sono dati giù ancora, finché allarmata da tutto quel rumore non sono tornata in sala.» Prese un respiro profondo prima di continuare. «Tu eri lì, distesa a terra, e tutto ciò a cui quei due deficienti riuscivano a pensare era darsele di santa ragione.»

«Ma...» provai a dire, però fui nuovamente interrotta.

«Ashton è arrivato poco dopo, insospettito dal fatto che Luke non fosse tornato subito in macchina. Avevano davvero intenzione di stare pochi minuti, giusto il tempo di chiarire a che ora ci saremmo visti e dove saremmo andati. Solo grazie al suo aiuto sono riuscita a dividerli e, be', nessuno dei due è messo bene.»

Avevo la sensazione che non mi avesse raccontato l'intera storia e ne ebbi la conferma quando, socchiuse le labbra per risponderle, non aveva incrociato il mio sguardo girando con uno scatto il viso verso la vetrata.

«Candice, voglio sapere ogni cosa» impartii. «Peggio di così non potrebbe andare.»

Scossi il capo e ridacchiai nervosa dopo aver pronunciato quell'ultima frase. L'avevo detta così tante volte, eppure la situazione si era sempre rivelata essere peggio di quanto avrei mai potuto prevedere. Addirittura in quell'attimo avevo la certezza che i veri guai dovessero ancora arrivare e che, poco ma sicuro, niente di quello che sarebbe uscito dalla sua bocca da quel momento in poi mi sarebbe piaciuto.

Candice apparve adesso più stanca, stremata, e il peso del segreto mantenuto fino ad allora le gravò sulle spalle esattamente come quello che io avevo celato per cinque anni.

«Ho chiamato l'ambulanza appena ho potuto. Luke si teneva stretto una mano sul fianco e non sapevamo se si trattasse di una semplice botta o chissà cos'altro. Rick si era buttato a peso morto su una sedia e non si muoveva, aveva l'espressione così tesa mentre ti guardava, inerme, che dubitavo potesse essere d'aiuto in qualche modo.»

«I paramedici non ci hanno detto molto riguardo le condizioni di salute sia tue che di Luke» riprese, «quindi siamo saliti in auto e abbiamo seguito l'ambulanza fino all'ospedale. Durante il tragitto io ho telefonato a tua madre, mentre Ash al padre di Luke.»

«Ti prego, dimmi che stanno tutti bene» sussurrai.

Candice prese un respiro profondo, inspirò ed espirò un paio di volte prima di ricominciare il discorso da dove lo aveva lasciato in sospeso prima del mio intervento.

«Vorrei tanto poterlo fare, Bea...»

Sentii il cuore martellare furioso nel petto, il dolore alla testa un ronzio costante a cui ormai avevo fatto abitudine; le labbra si dischiusero e chiusero in rapida successione alla disperata ricerca di un po' di aria.

«Il padre di Luke ha... Ha...» Tirò una ciocca di capelli castana dietro l'orecchio e alzò la testa in modo tale da potermi guardare direttamente negli occhi. «Ha avuto un incidente venendo in ospedale.»

«Ma sta bene» replicai, dando a quella che in principio doveva essere una domanda un tono affermativo.

Candy si avvicinò maggiormente a me e posò la sua mano sulla mia, dapprima posata sulle lenzuola. La accarezzò piano, evidentemente per prendere tempo, ma quando la scostai fu costretta a dirmi anche l'ultimo pezzo di verità che mancava.

«Purtroppo no» scosse la testa affranta. «Un camion che trasportava Dio solo sa cosa, e che non poteva nemmeno transitare su quel tratto di strada, ha saltato un semaforo rosso travolgendo la sua macchina.»

Gli occhi pizzicarono ed ero ormai consapevole che non sarei stata in grado di trattenere il pianto a lungo. Non potevo fare a meno di sentirmi in colpa, perché in fondo era quella la realtà dei fatti: se non mi fossi trasferita a Gold Bay nulla di tutto quello sarebbe successo. Era un pensiero dal quale non riuscivo a schiodarmi, l'unico che importasse in mezzo a quella marea di informazioni terribili. Pregai si trattasse solamente di un brutto sogno dal quale mi sarei svegliata a breve, ma la goccia calda che cadde sul mio braccio mi confermò invece che quello non era un incubo. Era reale. Il padre di Luke aveva avuto un incidente per colpa mia.

«Quando l'ambulanza ha raggiunto il luogo dell'incidente non c'era già più nulla da fare.»

«Non è possibile, non è possibile, non è possibile» cantilenai scossa dai singhiozzi. Mi presi la testa tra le mani, noncurante del fatto che quei movimenti mi stessero facendo provare un dolore inimmaginabile, e piansi fino a non avere più la forza di farlo.

«Mi dispiace, Bea» mormorò Candy posando la testa sul mio braccio, anche lei lasciandosi finalmente andare al pianto che aveva trattenuto fino a quel momento.

🌺

Quando mia madre mi raggiunse nella stanza, dopo che i dottori ebbero effettuato un controllo sulle mie condizioni fisiche e non, avevo ancora gli occhi gonfi e arrossati. Avevo ripreso a piangere poco dopo che Candice se n'era andata e, da allora, avevo smesso solo per fingere un certo controllo di fronte ai medici. Questi però non si erano fatti ingannare, avevano semplicemente avuto il tatto di non fare commenti, e prima di allontanarsi dalla stanza mi avevano messo sul comodino un pacchetto di fazzoletti.

«Bea, mi dispiace tanto» sussurrò mia madre appurando che Candice mi aveva decisamente raccontato tutto quanto.

Non risposi, non le regalai neanche un sorriso di circostanza. Tenni lo sguardo fisso sulle mie mani in grembo e la bocca serrata. Adesso avevo capito perché non era stata lei a dirmelo: era palese che stava piangendo anche lei, silenziosamente, al mio fianco.

«È ventuno anni che la vita ti mette alla prova, bambina mia, ma so che tu sei forte.»

No, non lo ero. Non lo ero affatto. Avevo dovuto esserlo per non impazzire, per non dovermi lasciare andare allo sconforto e alla follia del dolore. Non osai immaginare a come Luke potesse sentirsi per colpa mia né tantomeno a quanto male avessi causato a lui e alla sua famiglia fermandomi quella mattina al parco. Se solo avessi proseguito per la mia strada e non avessi mosso un passo per conoscere quel ragazzo così solo...

«C'è qualcos'altro che devi dirmi, mamma? Vorrei riposare» proferii con voce stanca e spezzata.

«In realtà, sì» rispose tentennando.

Titubante, rivolsi la mia completa attenzione a lei. Il suo viso non mi era mai sembrato più vecchio di quanto non lo fosse in quell'attimo: i segni evidenti dell'età apparivano accentuati, le zampe di gallina altrettanto, e lo stesso valeva per le rughe d'espressione ai lati della bocca. Pareva invecchiata di dieci anni, una donna curva sul letto d'ospedale della figlia con gli occhi lucidi e il sorriso tirato.

«Dimmi» la esortai, infastidita dal silenzio assordante che era calato nella stanza dopo l'ultima sillaba da lei pronunciata.

«So che questo per te sarà il colpo di grazia, ma non posso permettermi di portarmi questo segreto nella tomba. Meriti di sapere come stanno le cose.»

Mi sollevai leggermente issandomi sui palmi delle mani, in maniera tale da assumere una posizione pressoché seduta.

«Mamma, mi stai facendo spaventare.»

Scosse la testa e si morse il labbro inferiore, probabilmente combattendo contro l'istinto di mettermi al corrente della verità una volta per tutte e quello invece di stare zitta per non farmi stare ulteriormente male.

Qualcuno, lassù, doveva averla presa sul personale quando avevo detto che peggio di così non poteva andare.

«Mamma, guardami» dissi. Lei alzò il capo e piantò i suoi occhi nei miei. Lacrime copiose le scivolarono lungo le guance cadendo sulla maglietta e inumidendola.

«Mi dispiace, Elizabeth. Mi dispiace tanto.»

«Mamma» la sgridai. «Sono pronta.»

Non lo ero, ma avevo aspettato abbastanza e quell'attesa estenuante mi stava soltanto facendo innervosire più del necessario.

«Tuo padre non è morto.» Tirò su con il naso. «È vivo e vegeto.»

Con una mano mi fece segno di tacere almeno un altro po'. Contrassi il viso in una smorfia nel vano tentativo di impedire ai miei singhiozzi sordi, bloccati in gola, di farsi udire.

«Quando ha saputo che ero incinta, lui... Lui se n'è andato. Mi ha lasciata. Non voleva assumersi la responsabilità di dover crescere una figlia. Eravamo giovani e inesperti, avevamo una vita intera davanti, sogni da inseguire e realizzare. Non se l'è sentita di prendersi un impegno tanto grande.»

«Mi stai dicendo che io, per ventun anni, ho pianto per qualcuno che non è mai morto? Per un padre che avrebbe potuto essere presente e che, invece, non mi ha voluta?» gridai, il dolore nient'altro che un ricordo sbiadito che mi faceva formicolare la pelle.

«Ho creduto che fosse meglio non darti false speranze, per questo ti ho sempre detto che tuo padre era morto. Non volevo che ti sentissi un incidente di percorso. Io ti volevo, Bea, ti ho sempre voluta. Non avrei mai abortito come invece tuo padre desiderava che facessi. Gli ho detto che poteva andare a quel paese, che non avrei mai rinunciato alla vita che stava crescendo nella mia pancia. Eri già parte di me.»

«Mamma, vattene. Ho bisogno di dormire» impartii, la voce rotta dal pianto.

Lei provò a insistere, ma le risposi ancor più aspra e tagliente. Lei allora abbandonò la sedia, sulla quale era precedentemente accomodata, con uno stridio di metallo contro il pavimento e misurò a grandi passi i pochi metri che la separavano dalla porta.

Affondai la testa nel cuscino e serrai le palpebre così forte che mi sentii vorticare la testa, ma non riaprii gli occhi. Ascoltai il rumore delle scarpe di mia madre, un passo dietro l'altro, fino a quando non ci fu altro che silenzio.

«Ti voglio bene» disse Cassandra da qualche parte tra la stanza e il corridoio. «Te ne ho sempre voluto.»

Non ricambiai.

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