XXVII
Partenza
Il giorno della partenza di Lia arrivò troppo presto. Avevamo passato il sabato assieme, tutta la giornata, poiché Anita aveva chiuso momentaneamente il Mermaid per il fine settimana. Ci aveva detto di voler effettuare qualche controllo alla struttura e all'ambiente interno data l'assenza di Bob. Il padre, a quanto pareva, si era limitato solamente a mantenere in ordine la parte amministrativa senza dar peso agli altri aspetti della gestione del locale. A giudicare dai registri, l'ultima volta che era stato fatto un sopralluogo per appurare che fosse tutto a posto e in regola era stato almeno cinque anni prima. Erano stati attuati soltanto sporadici interventi idraulici per problemi alle tubature, ma la donna aveva presto notato le macchie scure sul soffitto del bar. Forse era dovuto a un malfunzionamento esteso all'intero edificio e, di conseguenza, coinvolgeva anche gli appartamenti che si trovavano al primo e al secondo piano.
Io e Candice ci eravamo subito preoccupate, tuttavia Anita ci aveva assicurato che non ci sarebbe voluto più di qualche giorno e che, nel peggiore dei casi, avrebbe cercato di risolvere la situazione nel minor tempo possibile. Aveva inoltre ammesso apertamente che i nostri posti di lavoro non erano a rischio, anzi tutt'altro: voleva che il Mermaid diventasse nuovamente la meraviglia che era agli inizi, ossia un luogo di aggregazione pullulante di persone a ogni ora. Trovò persino il tempo di congratularsi con noi per l'esito positivo dell'evento da noi organizzato e ci fece promettere di farci venire qualche nuova idea per altre feste simili. Accettammo di buon grado, la mente che già si era attivata per poter realizzare una serata del genere al più presto.
Sentii il campanello e mi affrettai ad aprire la porta. Mia madre non c'era, mio fratello dormiva ancora, e Candice invece era di fronte a me con un sorriso triste a rovinarle il viso solitamente allegro e raggiante. Nessuna delle due era pronta a vedere Lia partire.
«Ciao» mi disse, ma nel giro di una frazione di secondo le sue braccia erano avvolte strette attorno al mio collo. Si appoggiò sulla mia spalla e inspirò il profumo dei miei capelli, poi si staccò.
«Non è che possiamo chiuderla in cantina e tenerla qui per sempre?» mi domandò piano.
«Non sarebbe male» risposi sinceramente. «Magari non in cantina però.»
Lia origliò tutto sostenendosi al corrimano. Spostò una ciocca di capelli biondi dietro l'orecchio e ci osservò altrettanto tristemente. «Se fosse per me non me ne andrei mai e poi mai.»
Restammo in silenzio, incapaci di pronunciare una frase sensata. Mi stavo giusto abituando alla sua presenza e le circostanze me la stavano strappando via di nuovo.
Scese con lentezza le scale, potevo sentire il tonfo dei suoi passi pesanti a contatto con il pavimento, finché non ci raggiunse. Ci rapì in un abbracciò stretto e confortante e, ben presto, compresi che serviva molto più a me che a Candice o Lia. In qualche maniera m'illusi che significasse "siamo qui per te". Anche se Lia stava per tornare a New York, ero sicura che quella volta sarebbe stato diverso e che non ci saremmo perse per colpa della distanza che si frapponeva invadente tra di noi.
«Grazie» mormorai inconsapevolmente, come se quel pensiero si fosse rifiutato di esser tale e avesse scelto in autonomia di essere una parola pronunciata ad alta voce.
Entrambe sorrisero prima che Candice guardasse l'orologio che teneva al polso e sospirasse. «Dobbiamo andare.»
Era passata a prenderci in macchina, gentilmente prestata dalla madre per l'occasione, cosicché non dovessimo chiamare un taxi. Le due valigie di Lia straripavano di vestiti nuovi acquistati in centro città ed erano piuttosto gonfie. In una di esse, comunque, avevo depositato in sua assenza un piccolo regalo da parte mia: un braccialetto con le nostre due iniziali – L ed E, perché Elizabeth faceva parte del suo passato ma anche del suo presente – e una lettera che avevo scritto in un momento di particolare sconforto. Riuscivo a sentire la sua mancanza anche mentre era con me e, dal suo arrivo, non avevo fatto altro che interrogarmi sul perché non mi fossi mai resa conto della sua evidente assenza a Gold Bay. Forse era dovuto alla presenza di Candice, eppure non avrei saputo spiegarlo con sicurezza.
L'aeroporto era gremito di gente. Coppie che si tenevano mano nella mano e con quella libera trascinavano le valigie, comitive che avevano deciso di andare oltreoceano, amici che si erano regalati una vacanza insieme nonostante fosse solo il primo giorno di marzo. Li osservai incantata per quelli che parvero istanti infiniti, e l'attenzione rivolta ad altro mi aiutò a scacciare dalla mente l'amara consapevolezza che Lia stava per andarsene dopo essere stata con me quasi un mese. I ricordi della sua permanenza a Gold Bay mi scorsero davanti agli occhi come un film, dal giorno in cui l'avevo sorpresa a casa a quando mi avevano organizzato la festa a sorpresa – il falò – per il mio compleanno. Lo sguardo che mi aveva riservato al The Writers' Corner durante la mia conversazione con Elizabeth tornò a farmi ridacchiare e sorridere.
Non volevamo perderci ancora, non dopo aver passato quasi cinque anni lontane e, per quanto mi riguardava, senza neanche una parola per appurare che stesse bene. Presi la sua mano tra le dita e la strinsi con forza, sentii addirittura le ossa scricchiolare a causa del mio tocco irruento, e voltai un poco il capo nella sua direzione. «Mi mancherai davvero tanto» le confessai.
«Troverò un modo sicuro per contattarti» mi assicurò. «Questa volta sarà diverso.»
Con quella speranza, allargai le braccia e la attirai in un abbraccio. Candy ci fissò con gli occhi lucidi e impotenti, anche lei stremata dal fatto di perdere momentaneamente un'alleata fondamentale. Avevano legato molto, loro due, e malgrado fosse un fatto positivo odiavo l'idea che quella situazione potesse far soffrire anche Candice. L'avevo trascinata con me in quella spirale di circostanze impossibili da cambiare e il tentativo di tenerla al di fuori non era servito granché. Ci tenevo a farle sapere quelli che erano i miei trascorsi, permetterle di conoscermi nella mia totalità, ma non avevo riflettuto abbastanza sulle conseguenze di quel mio gesto egoista.
Si abbracciarono anche loro e, pochi minuti dopo, Lia si avviò verso il check-in. Non si girò a salutarci per una ragione ben precisa: stava sicuramente piangendo. Lei non sopportava il fatto di mostrarsi vulnerabile, di lasciarsi andare alle emozioni di fronte a qualcuno che non era il suo cuscino, e quello ci aveva unite molto durante l'adolescenza. Non avevamo bisogno di spiegare, di giustificarci o di imporci una fretta che non ci apparteneva solo per evitare malintesi. Si aspettava il momento più opportuno e, nel frattempo, si taceva.
Il mio sguardo cadde su Candice. Eravamo rimaste ferme sul posto, due statue di granito a pochi metri dall'ingresso. Quella partenza era stata un colpo al cuore per entrambe, una partenza che avremmo accettato solamente dopo tanto tempo. Le presi la mano, piano e tremando, e cercai di sorridere nel modo più rassicurante possibile. Lia era capace di farsi volere bene da chiunque e la tristezza di Candice era la prova inconfutabile di quella mia convinzione.
Cominciai a muovere qualche passo trascinandola dietro di me. Le suole delle sue scarpe strisciavano sul pavimento liscio e lucido e, per un attimo, pensai che non fossimo ancora pronte ad abbandonare l'aeroporto per tornare alla monotonia di sempre. Lia era stata un fulmine a ciel sereno, sia nella mia che nella sua vita, e inconsapevolmente ci aveva insegnato tanto. Era merito suo se adesso le nostre mani erano intrecciate e i nostri cuori non erano mai stati più uniti di così. Rallentai progressivamente la mia andatura e mi voltai nella sua direzione, in modo tale da poterla guardare negli occhi.
«Andiamo a bere qualcosa?» le chiesi quasi sussurrando. Attorno a noi la folla non si era affatto diradata e ordini e pianti, saluti, addii, arrivederci rimbombavano amplificati nelle nostre orecchie.
«Il Mermaid è chiuso.»
«Conosco un altro bar piuttosto carino» risposi facendole l'occhiolino. Aggrottò le sopracciglia, malgrado gli occhi ancora arrossati la facessero sembrare sul punto di scoppiare a piangere a dirotto. Aumentai la presa sulla sua mano e le feci un cenno d'assenso nel tentativo di tranquillizzarla.
«Va bene, ci sto» sorrise allora.
🌺
In macchina il silenzio fece da sovrano. Avevamo la testa che brulicava dei pensieri più disparati e io, d'altro canto, non me l'ero sentita di fare conversazione. Rimuginavo sul fatto che la vita, con me, era stata la direttrice di un circo sadico che dava e toglieva, che si prendeva gioco di me non appena iniziavo ad abituarmi a una rinnovata normalità. Avevo un'incredibile necessità di avere stabilità, certezze ed equilibrio, ma dovevo anche arrendermi all'idea di non poter controllare qualsiasi aspetto della mia esistenza o di quella degli altri. Ero in balìa delle onde e non potevo fare altro che permettere alla corrente di portarmi in qualsiasi luogo volesse. In quel caso, il The Writers' Corner. Le indicazioni stradali erano state l'unica informazione che aveva spezzato la quiete.
Candice parcheggiò l'auto a circa cinquanta metri dal locale. Non appena aprii la portiera, mi disse: «Questa volta non ho perso nessuno. Ci ho solo guadagnato.»
Fu il mio turno di essere perplessa. Mi ci volle qualche secondo per capire che si riferiva a ciò che mi aveva confessato la mattina in cui l'avevo sorpresa in lacrime al Mermaid.
«È così.» Mi affrettai a sorridere e, quella frase, per certi versi fu in grado di alleviare il senso di colpa che provavo.
Prendemmo posto ad un tavolino, accanto all'entrata, che dava direttamente sulla strada. Le macchine transitavano pigre lungo quella via stretta, il rombo dei motori un suono facilmente confondibile con altri. Feci aderire la schiena alla testiera della sedia e accavallai le gambe. Lo sguardo di Candice viaggiò per la sala, meravigliato quanto quello di Lia. Era un bar che sapeva stupire, su questo non c'era dubbio.
«Non avevo mai sentito parlare di questo locale» ammise Candy con aria ancora sognante, la testa tra le nuvole.
«Non è esattamente il luogo in cui ci aspetta di fare conversazione» intervenne Elizabeth, la quale si era fermata in piedi accanto a noi in attesa delle ordinazioni. «Qua le persone vengono per scrivere o, addirittura, fissare una parete qualsiasi e riflettere finché non ne hanno a sufficienza.»
Candy la guardò, con una strana smorfia sul viso, a causa dell'interruzione improvvisa. La stava studiando e analizzando, ma ad Elizabeth quel contatto invadente non parve dispiacere. Anzi, tutto il contrario.
«Ciao, Elizabeth» la salutai allora.
«Bea, non pensavo di rivederti così presto» asserì pensante, ma comunque sorridente. Era felice di vedermi e mi risultava difficile ed estremamente complicato realizzare che qualcuno, al di fuori della mia cerchia di amicizie, fosse tanto contento della mia presenza.
«Neanche io» ammisi. «Ma avevamo bisogno di un posto tranquillo, quindi la scelta è stata ovvia.»
Il lampo di delusione nei suoi occhi mi fece pentire di averle fornito quella risposta in particolare. Avrei preferito mentire piuttosto che essere costretta a veder sparire il luccichio negli occhi che la caratterizzava.
Scrollò le spalle e indossò la solita maschera allegra. Una corazza, un modo come tanti altri per scacciare il malumore. Ero stata così stupida a non capirlo prima. «In effetti sembrate due stracci, ragazze.»
«Puoi ben dirlo» replicai ridacchiando.
«Ha forse a che fare con la ragazza che era con te la scorsa volta?» mi domandò e sembrò sinceramente interessata a saperlo. Non era solo per fare conversazione.
Annuii col capo. Candice cominciò a comprendere il perché mi avesse dato tanta confidenza sin da subito e, soprattutto, perché si fosse permessa di spiegarle il motivo per cui il The Writers' Corner solitamente passava inosservato.
«Vi porto due cioccolate calde, quindi. Solo il cioccolato può alleviare la tristezza.» E, detto questo, girò i tacchi e sparì dietro il bancone.
Candy sorrise. «Perché attiri solo casi umani e io poi, comunque, finisco per voler loro bene?»
Inarcai le sopracciglia, confusa.
«Sì, persino a Luke.» Dirlo ad alta voce le era costato talmente tanta fatica che, una volta finito, non riuscì proprio a trattenere una risata isterica a cui mi unii immediatamente.
«Lo sapevo.»
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