XXVI
Lonely Road
Dopo la fine del turno, io e Candice ci salutammo con due rapidi baci sulle guance e un abbraccio ben più prolungato. Era stata per entrambe una giornata strana, anche se per motivi diversi.
Candy mi aveva raccontato di aver parlato a lungo con la figlia di Bob, Anita, nonostante fosse occupata a fare l'inventario. Non si era sbottonata ulteriormente, comunque, e non mi aveva voluto rivelare i dettagli della loro chiacchierata.
Io, d'altro canto, avevo passato l'intera giornata a rimuginare sul mio incontro con Elizabeth. Per quanto richiamassi a me quei pensieri, ricordavo poco e niente di quel pomeriggio. L'unica cosa che mi era rimasta impressa era il timbro della sua voce, calmo e pacato ma a tratti invece acuto e allegro, motivo per cui avevo da subito considerato familiare quel particolare.
Indossai gli auricolari come d'abitudine e mi abbandonai al ritmo della musica riprodotta. Guardai disattenta ciò che mi circondava, completamente persa in un mondo tutto mio. Malgrado questo, la mia mente si era svuotata e non c'era altro che il testo della canzone ad animarla. I passi si susseguirono rapidi, un piede davanti all'altro e così via, e presto arrivai nei pressi della mia abitazione.
Appena varcato il cancelletto, sentii il cellulare vibrare e vidi un messaggio comparire sul display. Era da parte di Luke e chiedeva se c'era qualche possibilità che potessi uscire con lui quella sera. Bloccai nuovamente il cellulare e lo riposi nella borsa; avevo bisogno di un po' di tempo per pensarci sopra. I giorni di Lia a Gold Bay erano contati e io volevo fare tesoro di ogni attimo che mi restava in sua compagnia. Non avremmo mai potuto recuperare gli anni trascorsi distanti, ma avevamo l'opportunità di creare ricordi nuovi ed era una possibilità che non volevo scartare a prescindere. A maggior ragione non per un ragazzo.
Quando mi fui chiusa la porta alle spalle, mi liberai della giacca e posai la borsa a terra. Lia mi corse subito incontro e, notando la confusione che traspariva dalla mia espressione, mi domandò cosa fosse successo. L'abbracciai di slancio e, solo dopo aver inspirato il suo profumo, mi staccai e la guardai negli occhi.
«Quando parti?»
Aggrottò le sopracciglia. «Dopodomani. Perché?»
«Luke mi ha chiesto di uscire stasera, ma...» Alzò una mano e la agitò in aria per interrompermi. Non ero neanche riuscita a finire la frase che lei aveva già preso la sua decisione. «Vai» mi disse. «So che ne hai bisogno.»
Non era questione di "averne bisogno", però le uscite con Luke mi permettevano di staccare totalmente la spina. Nonostante ciò, combattevo con il senso di colpa per non aver dato a Lia l'attenzione che meritava. Candice aveva ragione da vendere sul nostro conto.
«È meglio se resto a casa» dissi, ma Lia non si lasciò fregare e il mio tono sospirante le diede la conferma che aspettava.
«No, esci con Luke» insistette. «Il vostro rapporto è a malapena all'inizio, è giusto che troviate del tempo per conoscervi e capire se può funzionare. Anche se, se devo essere sincera, sono più che sicura che sia così.»
Avevo mille motivi per controbattere, mille motivi a mio sfavore tra l'altro, tuttavia stetti zitta. Lia non voleva essere ripresa, voleva avere ragione e permettermi di ricominciare a vivere davvero. Sapeva bene quanto me che Luke era la svolta che avevo atteso per anni, e quello era il suo modo di dimostrarmi quanto mi volesse bene.
«Va bene» cedetti. Un sorriso si fece largo sul suo viso illuminandone i tratti. Con la mano scacciò dagli occhi una ciocca di capelli sbarazzina. «Domani, però, voglio trascorrere ogni mio secondo libero in tua compagnia.»
«Affare fatto.» Mi fece l'occhiolino e mi decisi a rispondere al messaggio di Luke accettando il suo invito di buon grado. Insieme raggiungemmo la cucina, dove Aaron e mia madre discutevano dell'insegnante di inglese, la quale era stata un po' sgarbata nei confronti di un suo compagno di classe.
Quella situazione mi distese i nervi, malgrado l'agitazione evidente di mio fratello. Erano quelli gli argomenti di cui parlare alla sua età, e così doveva essere per gli anni futuri. Nessuno meritava di diventare grande, tutto d'un tratto, perché il destino si era rivelato crudele e maligno.
🌺
Ero stranamente pronta in orario. Anzi, in anticipo. Lia mi aveva aiutato a scegliere l'outfit per la serata e aveva insistito affinché potesse acconciarmi i capelli e truccarmi. Lei si divertiva a farlo, erano due delle tante passioni che riempivano le sue giornate. In qualche maniera era stata capace di creare il suo equilibrio, di far coincidere ognuna di quelle attività con il suo lavoro e il tempo libero – il quale, alla fin fine, comprendeva la scrittura e qualche uscita tranquilla di tanto in tanto. I suoi amici erano rimasti quelli di sempre, quelli del nostro vecchio gruppo, e tranne alcune rare eccezioni non aveva instaurato nuovi rapporti solidi che potessero definirsi vere e proprie amicizie.
Lia, nonostante ciò, non sapeva che avevo addirittura smesso di truccarmi per anni né era conscia del fatto che era stato proprio Luke a farmi ritrovare l'autostima necessaria per sentirmi carina in tal modo. Avevo avuto l'impressione di attirare troppo l'attenzione con gli occhi marcati di nero e un rossetto vistoso o appariscente, eppure per Luke andavo bene con le occhiaie o senza, con il trucco o meno. Era stata questa la spinta che mi aveva fatto nuovamente apprezzare il cambiamento, anche se temporaneo.
«Questo colore sta benissimo su di te» affermò Lia sfumando maggiormente l'ombretto marrone sulle mie palpebre. Aveva usato almeno tre pennelli differenti e il risultato fu incredibile. Risaltava maggiormente i miei occhi, ma al contempo era semplice e non esagerato.
«Mi piace» concordai. Sbattei le ciglia e le scoprii più lunghe e consistenti. Osservai il mio riflesso allo specchio e sorrisi: non mi ero mai sentita tanto bella come in quel momento. Era una sensazione che proveniva dal profondo e che mi dava la carica.
«Bene, ho finito» mi avvisò. I capelli adesso mi ricadevano lisci e morbidi sulle spalle e un rossetto rosato colorava le mie labbra. Avevo un aspetto da ragazza acqua e sapone, anche se i vari trucchi sparsi sulla scrivania indicavano il contrario. Lia si era trattenuta, malgrado il risultato fosse ugualmente fantastico. Voltai il viso a destra e a sinistra un paio di volte concedendomi un'ultima occhiata.
«Grazie» sorrisi e mi girai ad abbracciarla. Lei mi strinse, forse un po' più forte di quanto faceva abitualmente, e mi disse: «Non ti vedevo così felice e serena da tanto tempo.»
Annuii, sapevo che era la verità. Mi sentivo rinata ed ero certa che fosse dovuto in larga misura alla sua presenza. Aveva portato la luce in un'esistenza monotona e programmata nei più miseri dettagli. Mi aveva ridato speranza, forza, coraggio e la consapevolezza che la sua presenza non si fosse mai affievolita. Quello, più di tutto il resto, era servito a cambiare il mio modo di vedere le cose in generale. Capita che il destino separi due persone, ma se il sentimento è vero e reale non verrà mai meno, neanche a distanza di anni.
Presi la pochette e la riempii con lo stretto necessario, poi io e Lia scendemmo al piano di sotto una affianco all'altra. Mia madre si trovava ancora in cucina, nonostante avessimo finito di cenare da ormai un'ora, mentre mio fratello guardava un film beatamente disteso sul divano in salotto.
Cassandra mi rivolse un sorriso caldo quando mi vide ben vestita e agghindata per l'occasione. «Esci di nuovo con quel ragazzo, eh?» scherzò.
Feci un cenno d'assenso con il capo e ricambiai immediatamente il sorriso. «Si chiama Luke» le dissi. «Stasera se vuoi te lo faccio conoscere.»
Sgranò gli occhi, però la sua reazione durò il tempo di un battito di ciglia. «Volentieri» mi rispose con una certa eccitazione nella voce. D'altronde, era il primo ragazzo che le presentavo, come dire, ufficialmente. Anche questo era un passo importante.
Mi lasciai cadere di peso su una sedia in attesa che il campanello suonasse e mi salvasse dal silenzio che era calato. In sottofondo c'era solo il televisore del salotto, ma non era un silenzio qualunque: stavamo pensando a cose diverse, noi tre, ma in qualche modo ero convinta che sia Lia che mia madre stessero pregando per il mio benessere e la mia felicità.
Un leggero trillo ci riscosse, così scattai immediatamente verso la porta d'ingresso. Aprii il cancelletto, e in seguito la porta, facendo segno a Luke di raggiungermi. Inarcò le sopracciglia confuso, tuttavia fece come gli era stato detto e si diresse a grandi falcate verso di me. Mi cinse la vita, mi diede un bacio sulla fronte e solo allora mi feci da parte permettendogli di entrare.
«Sei bellissima stasera, anche se non mi credi» sussurrò piano al mio orecchio.
«Ti credo eccome» replicai cogliendolo alla sprovvista. «Seguimi.»
Intrecciai le mie dita alle sue e avvertii una stretta inusuale. Aveva ormai capito cosa stavo per fare, e traspariva un certo nervosismo dal suo corpo. Era agitato quanto me.
«Mamma, questo è Luke» lo presentai quando fummo in cucina. «E questa è mia madre, Cassandra» terminai.
Luke districò lentamente l'intreccio delle nostre dita e percorse le poche piastrelle che lo separavano dal punto in cui lei era in piedi. Tese la mano verso di lei e se la lasciò stringere, anche se il contatto tra di loro non finì lì. Mia madre passò le braccia attorno al suo collo e lo abbracciò per qualche istante.
«È un piacere conoscerla» le disse.
Lei lo guardò, con gli occhi lucidi, esaminandolo da capo a piedi. «Lo è molto di più per me, credimi.»
Quella frase la comprendemmo solo io e Lia, la quale mi riservò un'occhiata eloquente. Condivideva anche lei quel pensiero.
«Lia, è bello rivederti» disse ancora rivolto alla mia amica.
«Anche per me.» Si scambiarono un abbraccio veloce e finalmente Luke tornò vicino a me. Passai un braccio attorno ai suoi fianchi e appoggiai la testa alla sua spalla. Ero contenta che si fossero conosciuti perché lui, ormai, era parte integrante della mia vita.
Uno scalpiccio di passi – a dire il vero, di piedi nudi sul pavimento – mi arrivò alle orecchie. Non feci nemmeno in tempo a voltarmi che Aaron era già lì, alle mie spalle.
«Ehi, ti sei forse dimenticata di me?» domandò con un cipiglio sul viso.
«Luke, questo è mio fratello Aaron» mi affrettai ad accontentarlo.
Lui si avvicinò minaccioso e, a un solo passo dal suo naso, inspirò ed espirò pesantemente prima di parlare. «Guai a te se la fai stare male, chiaro? Posso essere molto pericoloso.»
Scoppiai a ridere nervosamente. «Ok, forse è meglio andare ora.»
Salutai frettolosamente la mia famiglia e Lia e, tenendo Luke per mano, ci avviammo verso la sua auto parcheggiata.
Il tragitto fu ancora una volta tranquillo e silenzioso, ma ormai ci avevo fatto l'abitudine. Non era un ragazzo di molte parole, e come me apprezzava la quiete di quel silenzio rassicurante che ci avvolgeva come una coperta. La radio stava trasmettendo diverse canzoni, e solo verso la fine del breve viaggio in macchina mi accorsi che aveva inserito una chiavetta USB nel dispositivo. Dovevano essere le sue preferite, perché non aveva smesso di canticchiare neanche per un attimo. Avevo a portata di mano una fonte inesauribile di conoscenza, un mezzo che mi avrebbe ulteriormente permesso di conoscerlo a fondo. Sospirai e riposi quel pensiero nelle profondità della mente pronta a ripescarlo al momento opportuno.
Mi slacciai la cintura e, affiancata da Luke che compieva i medesimi gesti, scendemmo dal veicolo. La luce fioca dei lampioni della strada illuminava poco il parcheggio in cui ci eravamo fermati; tuttavia, quando sollevai lo sguardo, appurai che l'illuminazione era perlopiù costituita da una gigantesca insegna al neon posizionata sopra l'ingresso del locale. Si alternavano colori diversi, dal rosso al viola e al blu, e solo quando fui nei pressi riuscii a leggerne il nome evitando di venire acciecata dalla luce: Lonely Road. Era singolare e pensai per un istante, stupidamente, che fosse frutto di una notte insonne e tanti pensieri contrastanti.
Luke si avvicinò a me per stringermi la mano, poi ci avviammo verso l'entrata. L'interno era carino, ma nulla di eccezionale. L'arredamento era semplice e per nulla vistoso, tipico di sale come quella. La luce invece era calda e giallognola, però l'atmosfera era tutto sommato tranquilla e piacevole.
«Perché non siamo tornati al Koko?» gli domandai.
Alzò le spalle istintivamente. «Ci andiamo poche volte, solo quando suoniamo praticamente.»
Annuii e raggiungemmo un tavolo un po' isolato, in confronto agli altri, all'estremità opposta della stanza rispetto a dove ci trovavamo. Presi subito posto nel punto in cui potevo avere una visuale chiara della sala e di conseguenza del bancone. Avere la situazione sotto controllo permetteva ai miei nervi di distendersi e non stare sempre all'erta. Negli ultimi giorni non ci avevo pensato quasi per niente, impegnata e distratta com'ero, ma l'idea che Rick mi stesse cercando mi faceva tremare le mani e le gambe. Ero terrorizzata al pensiero che potesse effettivamente trovarmi, e Dio solo sapeva cosa sarebbe accaduto in quel caso. Il fatto che non fosse riuscito ad andare fino in fondo, quattro anni prima, era tutto fuorché un deterrente. Se non fosse stato per Aiden, quell'esperienza sarebbe stata anche peggiore di quello che già era.
«Tutto bene?» mi chiese Luke sventolando una mano davanti al mio viso. Feci cenno di sì col capo e scorsi, con la coda dell'occhio, un cameriere che sostava accanto a noi in attesa dei nostri ordini.
Diedi una rapida occhiata al menù, poi mi decisi a parlare. «Per me un cappuccino con una spolverata di cacao sopra, se possibile.»
La voce vibrò incontrollata e il tremolio cessò soltanto quando Luke prese ad accarezzarmi lentamente il dorso della mano. Vi disegnò sopra piccoli cerchi e linee dritte interrotte soltanto dalle vene in rilievo. Il cuore mi batteva all'impazzata e la paura aveva preso nuovamente possesso del mio corpo. Non ero stata abbastanza forte da chiudere Rick fuori dalla mia testa e questo era frustrante, forse peggio della reazione fisica che stavo avendo.
«Stai davvero bene come dici?»
«Sì, è tutto a posto» confermai. La salivazione era ormai a zero, avvertivo la gola secca e arida. Non vedevo l'ora di bagnare le labbra con un po' di caffè.
«Io ancora non mi sono dimenticata del tuo discorsetto, comunque» ribattei. Preferii spostare l'argomento su qualcosa di più semplice, un discorso che non mi avrebbe provocato altri malesseri.
Corrugò la fronte. «Cosa intendi dire?»
«È come il bue che dà del cornuto all'asino, non so se mi spiego» gesticolai. «Non è che sei tanto più serio – mimai due virgolette a quest'ultima parola – di me.»
«Sai com'è» disse, «non sarebbe stato carino se la prima persona per cui provavo davvero qualcosa avesse approfittato di me una notte e basta. Il tuo modo di fare e comportarti mi portava sempre a quella conclusione.»
Fece una pausa, poi riprese. «Ti volevo e ti voglio nella mia vita, Bea. Non ero disposto a scartare quella possibilità per del misero sesso senza sentimenti o futuro.»
Il cameriere, nel frattempo, ci aveva raggiunti e aveva posato con estrema eleganza le tazze sul tavolino. Aveva un comportamento quasi regale ed era oggettivamente un bel ragazzo, tanto che mi incantai per qualche attimo per osservarlo.
Solo quando mi resi realmente conto di ciò che aveva detto Luke, spalancai la bocca colta di sprovvista. «Davvero?»
«Davvero» replicò secco. «Credevo di avertelo dimostrato a sufficienza.»
«Non arrabbiarti, non era quello che intendevo dire» mi affrettai a spiegare. «È che non sono mai stata abituata a ricevere amore» avrei voluto dire, ma il mio sguardo era già scattato verso l'entrata.
Presi un respiro profondo e tentai di riprendere contatto con la realtà.
«Lo sapevo!» esclamai e Luke mi rifilò un'occhiata truce. Gran parte dei clienti si era voltata verso di noi con espressioni tutto fuorché amichevoli.
«Lo sapevo» ripetei, stavolta a voce più bassa. Candice aveva appena fatto il suo ingresso al Lonely Road accompagnata da Ashton, e il sorriso sul suo volto aveva ampiamente confermato i miei sospetti.
«Non ti aveva ancora detto niente?» mi domandò Luke bisbigliando.
Negai. «A quanto pare non siamo gli unici strani che vivono le relazioni un po' come capita. Escono insieme dal giorno dopo il falò e stanno già assieme» asserì entusiasta.
«Cosa?!»
Candice e Ashton camminarono nella nostra direzione.
«Sei stato tu a invitarli.» L'intonazione fu quella di una frase affermativa, un dato di fatto.
«Colpevole» ammise alzando le mani in segno di resa facendomi ridere.
Candy si sedette vicino a me e mi cinse le spalle con un braccio. «Ciao, raggio di sole!»
Mi girai e iniziai a prenderla giocosamente a pugni. «Perché non mi hai detto niente? Sapevo che c'era qualcosa sotto.»
Lei mi bloccò e sorrise da orecchio a orecchio. «Volevo essere sicura che fosse quello giusto. O quasi» rettificò dopo che il ragazzo ebbe tirato uno scappellotto a Luke per chissà quale motivo. Inutile dire che esplose una risata generale.
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