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XXV

           

The Writer's Corner

Mi svegliai, puntuale, non appena la sveglia emise il primo trillo. Mi sentivo carica, stranamente attiva già di prima mattina, e persino riposata. Scostai con delicatezza la coperta, così da non svegliare Lia che ancora dormiva, e dopo aver raccattato la biancheria mi diressi in bagno per fare la doccia.

Il vapore riempì la stanza in breve tempo, segno che stavolta avevo regolato l'acqua alla temperatura giusta, fino a ricoprire anche lo specchio. Mi guardai, osservai con attenzione il mio riflesso offuscato, e provai una strana sensazione: non mi ero mai capita tanto. Se chiudevo gli occhi potevo tracciare i contorni del mio viso con le dita, disegnare ogni neo che mi ricopriva le spalle; avrei potuto addirittura indicare ogni colore e renderlo vivo, reale. Fu inspiegabile, e nonostante avessi accettato il mio corpo ormai da anni fu la prima volta che lo sentii davvero mio. Passai le mani lungo i fianchi, quei fianchi troppo larghi che avevo odiato con ogni parte di me, lungo il seno poco pronunciato e le cosce che in passato detestavo. Adesso provavo amore per ciò che ero, per ognuna di quelle piccole imperfezioni che mi componevano. Ero io: ero i fianchi larghi e il seno piccolo, ero quel neo all'altezza dello stomaco e quella cicatrice che partiva dal ginocchio e scendeva fino a metà polpaccio.

Mi sorpresi a sorridere prima di negare con la testa. Ero contenta di chi che ero diventata, dell'incredibile cammino che avevo affrontato per arrivare a quel punto – alla tregua, alla pace con me stessa.

Entrai nella doccia e chiusi le ante. Portai la testa indietro e mi crogiolai sotto il getto costante dell'acqua; mi concentrai sulle gocce che scivolavano sul mio corpo tracciando i confini che io stessa avevo toccato pochi minuti addietro. Mi abbandonai completamente: scesi fino a sedermi sulle mattonelle e raccolsi le ginocchia al petto. Le gocce continuarono a cadere imperterrite su di me e sul mio corpo; con le dita mi stropicciai gli occhi, poi li aprii con lentezza.

Un ricordo di me da ragazzina m'investì tanto da farmi tremare: una volta avevo scritto su una delle ante della doccia, ricoperte di vapore, "I hate myself". Odio me stessa. Lo pensavo davvero, a quei tempi, provavo una repulsione tale per il mio corpo e me in generale da detestare l'idea di vedermi riflessa su qualsiasi superficie. Mi sollevai issandomi sui palmi e, non appena fui in piedi, col dito indice formai le parole "I love myself". Amo me stessa. Ero perfettamente consapevole di essere riuscita a raggiungere un traguardo importante, molto più di quanto non lo fosse essere in grado di amare qualcun altro.

La suoneria del cellulare irruppe nella stanza mentre mi stavo insaponando i capelli. Mi diedi una sciacquata alla bell'e meglio e, dopo aver asciugato alla stessa maniera le mani, accettai la chiamata impostando il vivavoce.

La voce squillante di Candy esplose dall'altro capo del telefono. «Buongiorno, mio raggio di sole!»

«Candice, tutto ok? Hai bevuto o mangiato qualcosa di strano?» le chiesi tra le risate. Si rivelò alquanto difficile provare a trattenerle.

«No» rise anche lei. «In realtà, volevo solo dirti che ho sentito la figlia di Bob e ha detto che sarà al Mermaid fino alle dieci per fare l'inventario.»

Tentai di interromperla, ma fu più veloce di me a continuare dopo la breve pausa che si era presa per respirare. Sembrava esageratamente felice ed euforica.

«Farà lei gli ordini questo mese» m'informò successivamente. «Ma ha detto che Bob sta bene e che presto ci farà visita lui stesso al locale. Ora ha bisogno di riposo, però.»

Tirai un sospiro di sollievo. Sentire quella notizia con le mie orecchie mi fece dimenticare i brividi che stavano correndo sulla mia pelle a causa del cambiamento di temperatura.

«Ne sono felice» dissi sollevata. «Speriamo accada il prima possibile» aggiunsi in riferimento alla sua visita.

«Anche io» mi rispose. «Ci sentiamo dopo, eh? Prenditi un po' di tempo per stare con Lia.»

Un'espressione confusa si allargò sul mio viso e mi risultò ancor più complicato non sbuffare. Tutti parevano avere le risposte giuste, la soluzione a ogni problema, come se ogni sera, prima di addormentarsi, leggessero il libro di istruzioni sulla vita nascosto e tenuto al sicuro sotto il cuscino. Per me era tutto nuovo, invece.

Al mio silenzio prolungato riprese a parlare. «So che per te adesso è complicato far coincidere tutto, ma Lia partirà a breve e ha bisogno di te e della tua presenza. Avete anni di lontananza da recuperare.»

«Lo so, lo so» concordai e mi morsi la lingua. Rivelare i miei pensieri contorti e ingarbugliati non era certamente tra i miei hobby preferiti. Avevo imparato a cavarmela da sola, sempre e comunque, e chiedere aiuto era qualcosa che non facevo mai.

«Sto provando a districarmi tra i vari impegni, Candy, però mi sembra di non riuscire mai a fare abbastanza» confessai d'un fiato.

«Non stavo dicendo questo...» cominciò tentennante. «Non devi sentirti costretta a dare qualcosa in cambio. Credo solo che si meriti la tua attenzione anche adesso che sei felice, non solo quando hai bisogno di una spalla su cui piangere.»

«Hai ragione» replicai. «Ho già in mente qualcosa da fare.»

«Così ti voglio!» esultò. «Ci vediamo dopo, mia piccola Bea.»

La salutai e chiusi finalmente la chiamata. Pochi istanti dopo l'acqua riprese a scorrere.

🌺

«Sei pronta?» gridai a Lia dal piano di sotto. L'avevo svegliata non appena avevo finito di asciugarmi i capelli, ma lei si era alzata in fretta e per nulla disturbata dal fatto che avessi interrotto il suo riposo. Forse era sveglia da prima che tornassi in camera.

Lei comparve nella mia visuale e scese le scale. Indossava un paio di jeans aderenti neri e un maglioncino color rosa pallido che non le avevo mai visto addosso. Era carino, molto carino, e dovetti riservare a esso qualche occhiata di troppo perché Lia tossicchiò divertita.

«Ti piace?» mi domandò.

Annuii. Ormai ero stata colta in flagrante, quindi non aveva senso mentire o fare finta di nulla. «Tanto» ammisi afferrando una ciocca di capelli tra le dita e attorcigliandola distrattamente.

«Sono stata a fare un giro in città quando non c'eri» mi spiegò. «Ci sono dei bei negozi qui.»

Non andavo in città da un bel pezzo, ma non dubitavo che là i negozi fossero meglio di quelli di Gold Bay. Sicuramente erano più forniti.

Sorrisi e la presi a braccetto. «Concordo assolutamente. Sei pronta?»

«Per cosa?» domandò con gli occhi assottigliati e curiosi.

«Credi che ti abbia svegliata per niente?» ribattei.

«In effetti...» Risi e lei mi seguì.

Aprii la porta e, dopo aver lasciato che Lia mi superasse, la chiusi alle nostre spalle. Scendemmo gli scalini e ci avviammo verso la parte opposta di Gold Bay rispetto a dove era ubicato il Mermaid. Già a quella distanza riuscivo a scorgere il parco dove avevo incontrato Luke per la prima volta – pensare che erano passati soltanto tre mesi mi fece venire la pelle d'oca – e gli alberi erano ancora spogli, esattamente come quella mattina. L'unica differenza era che ora il cielo era terso, azzurro e limpidissimo, e della neve non c'era più traccia da più di due mesi.

Sotto la suola delle scarpe scricchiolarono i sassolini e il leggero soffio del vento mi scompigliò i capelli. Camminammo per venti minuti, nonostante il gelo che ci penetrava nelle ossa, finché non arrivammo all'ultimo incrocio da attraversare. Alla nostra destra e sinistra si estendeva un lungo viale alberato, solitamente verde e rigoglioso, fonte inesauribile di ombra e riparo. Dinanzi a noi invece, dall'altro lato della strada, c'era il bar in cui avevo scelto di portare Lia a fare colazione.

Era stato il primo posto dove avevo messo piede dopo il mio arrivo. Ricordo di essermi presa il pomeriggio per passeggiare e prendere confidenza con ciò che mi circondava, con il paese che sarebbe pian piano diventato parte di me, culla delle mie giornate. Era piena estate, il sole scaldava e scottava la pelle, e per qualche istante avevo cercato rifugio proprio lì, su quel viale, sotto le fronde di un albero. Solo allora avevo notato il locale al di là della strada e, come ipnotizzata dal nome che avevo letto sull'insegna – The Writers' Corner – avevo attraversato la strada sulle strisce pedonali fino a ritrovarmi davanti a esso. Non avevo aspettative, se non quella di scoprire un posto accogliente dove poter andare di tanto in tanto quando la monotonia della vita avrebbe cominciato a starmi stretta. A New York ce l'avevo sotto casa, un luogo così, ed era stato parte integrante dei miei momenti di chiusura.

«The Writers' Corner?» mormorò Lia, affianco a me, riportandomi alla realtà.

«Un nome suggestivo, eh?» risi. Mi voltai brevemente verso di lei e la scorsi annuire. «Vedrai dentro com'è. È meraviglioso.»

Attendemmo che il semaforo diventasse verde per noi pedoni e attraversammo la strada. Nel frattempo Lia mi aveva presa nuovamente a braccetto, e sul suo viso aveva preso forma un sorriso che si estendeva da orecchio a orecchio. La scrittura era un vecchio interesse comune, però io avevo smesso di scrivere nel momento in cui mi ero trasferita. Era un ricordo lontano, distante; una reminiscenza del passato. Lei, d'altro canto, ero sicura che non avesse mai smesso di accendere il computer, osservare una pagina bianca e dare vita alla vera magia che le sue dita a contatto con la tastiera sapevano creare.

Una volta che vi fummo di fronte, la mia mano scattò sulla maniglia così da spalancare la porta prima che Lia potesse anche solo muoversi di un millimetro. Le feci cenno di entrare, anche se avrei voluto godermi per bene la sua espressione estasiata.

Non ci andavo da molto, più o meno da quando avevo cominciato a lavorare al Mermaid. Il lavoro al bar mi assorbiva completamente ed era complicato stare al passo con tutto quanto. Mi ero tuffata in quell'impiego, ci avevo messo anima e corpo, e oltre a Candice non avevo permesso a nessuno di diventare una componente fondamentale della mia esistenza. Avevo chiuso fuori qualsiasi tipo di rapporto umano fino a quando non avevo conosciuto Luke. Lui era stato la svolta, l'eccezione alla regola, l'ostacolo che non avevo previsto nel bel mezzo del mio percorso rettilineo.

L'arredamento di legno scuro e le pareti bianche davano vita ad un'armonia perfetta e piacevole alla vista. L'aspetto estetico del locale era stato curato in ogni minimo particolare. Ai lati del bancone erano posizionati vari vasi che contenevano piantine di diverso tipo, alcune completamente verdi e altre piene zeppe di fiori bianchi e rossi. Lampade semplici pendevano dal soffitto sopra ogni tavolino, creando un'atmosfera adatta a chi voleva scrivere anche se l'ora era tarda. Sarebbe potuto sembrare una biblioteca in miniatura se non ci fossero state ampie vetrate che facevano filtrare tutta la luce che il sole aveva da offrire. Nonostante ciò, era caldo e accogliente, il posto perfetto dove perdersi tra le pagine di un libro o tra le parole di un romanzo a malapena abbozzato sul PC. Le cameriere inoltre erano gentili e alla mano, e passavano di tanto in tanto da ognuno a chiedere se volessero ancora una tazza di tè fumante.

Lia si girò con estrema lentezza nella mia direzione. «È... È...» balbettò strabiliata. «Wow. Non so che altro dire.»

Le feci un occhiolino. «Te l'avevo detto io.»

Ci avviammo verso un tavolino più isolato degli altri, in fondo alla sala, e ci accomodammo. Una ragazza dai capelli corvini e un sorriso splendente si avvicinò a noi solo pochi secondi più tardi.

«Bea?» le uscì come una domanda, ma non sembrava affatto che lo fosse. Sgranò gli occhi e il suo sguardo corse affannato lungo il mio corpo. «Sei davvero tu.»

Pensai subito che si trattasse di uno scambio di persona, eppure lei pareva convinta di sapere chi fossi. In effetti, aveva appena pronunciato il mio nome. Tuttavia non la ricordavo, i suoi lineamenti non portarono nulla alla memoria, anche se una bellezza stucchevole come la sua non passava di certo inosservata.

Il suo sorriso si spense. «È anni che non ti vedo» esordì alzando le spalle. «Ho creduto per tanto tempo che tu fossi solo una ragazza scappata di casa per un paio di giorni a malapena.»

Iniziò a ridere nervosamente e io, per qualche ragione, mi sentii tremendamente in colpa. Era impossibile che non avessi nemmeno la più pallida idea di chi fosse.

«Io...» cominciai, ma mi interruppe.

«Non preoccuparti» sorrise affabile. «È passato tanto tempo.»

«Mi dispiace» sussurrai. Dovevo aver significato qualcosa per lei, altrimenti non si spiegava la sua reazione.

«Quando sei venuta qui, mi hai raccontato gran parte della tua "storia", l'avevi definita proprio così.» Aveva mimato due virgolette al ricordo. «Mi hai confidato che avresti scritto una specie di libro sull'accaduto. Spero tu abbia trovato il coraggio di farlo.»

Mi strinsi nelle spalle, consapevole dello sguardo indagatore di Lia che mi bruciava sulla pelle. Davvero, mi sentivo stupida e ridicola perché non ne sapevo niente. Non lo ricordavo. Avrei dato a quella ragazza l'ennesima delusione.

«Non ancora» mentii. «Ma lo farò.»

«È bello sentirtelo dire. Hai tanta forza, Bea» mi disse ancora. Mi si scaldò letteralmente il cuore. Lei non solo non si era dimenticata di me, malgrado fossero passati anni dalla prima e unica volta in cui ci eravamo viste, ma mi portava addirittura sul palmo della mano, come se avesse imparato tanto da me. Era tutto talmente irreale da darmi l'impressione di essere un sogno a occhi aperti.

«Posso sapere come ti chiami?» le chiesi cercando di mostrare tutto l'interesse che mi aveva animata nuovamente.

«Elizabeth.»

Lia scosse la testa con un ghigno, e a Elizabeth quel gesto non sfuggì. Aggrottò le sopracciglia e mi rivolse un'occhiata carica di confusione. «Mi chiamo anche io così» la informai. Dove diavolo ero finita? La mia mente stava lavorando alla grande di fantasia, però lei mi pareva così reale... Avrei potuto allungare un dito e scoprire se era tutto vero o meno, ma non lo feci. Avrei dovuto sentirmi a disagio, ma la sensazione che provavo non vi si avvicinava lontanamente. Era addirittura confortante.

«Ma...» inziò. Mi affrettai ad interromperla e «Mi sa che scoprirai la verità quando leggerai il libro» ridacchiai allora.

«Lo spero.» Fece una piccola pausa, poi riprese a parlare con un tono allegro e spensierato. Mi era in qualche modo familiare. «Allora, cosa vi porto? A te, Bea, un tè con tre cucchiaini di zucchero, vero?»

Spalancai gli occhi e annuii. «Per me una cioccolata calda» intervenne Lia.

Elizabeth si allontanò poco più tardi lasciando sia me che la mia amica piuttosto interdette.

«Sei piena di sorprese, eh?» mi prese in giro.

«Ti giuro che non mi ricordo di averle parlato prima d'ora.»

«Forse eri ancora un po'... scossa» rispose chinando il capo. «A volte, la mente umana tende a impacchettare i ricordi dei traumi e a racchiuderli in scompartimenti nei meandri più nascosti della memoria. È una forma di autodifesa.»

«Può darsi.»

Se avevo rimosso il mio incontro con Elizabeth, perché non era accaduta la stessa cosa con Rick? Il suo pensiero mi aveva perseguitata fino allo sfinimento.

«Con Elizabeth hai azzerato le tue difese, Bea. Nemmeno a me hai raccontato tutto di quella sera» replicò alla mia domanda inespressa. Io stessa rammentavo pochi frammenti di ciò che era successo dopo che mi avevano salvata dalle sue grinfie. Ero scappata e mi ero fermata in strada, in un vicolo buio, più esposta al pericolo di quanto non lo fossi all'interno dell'appartamento.

«Non hai mai smesso di scrivere» mi uscì come un'affermazione, anche se in principio il tono era interrogativo.

«Esatto» rispose con calma. «Io e la scrittura non possiamo stare separate troppo a lungo. Mi manca l'aria se non scrivo per qualche giorno.»

«Lo sapevo.» Assottigliai gli occhi e le rivolsi uno sguardo carico di consapevolezza.

A volte capitava che ci leggessimo a vicenda sprazzi delle nostre storie inventate. Spesso piangevamo perché nessuna delle due era in grado di descrivere momenti felici. Era un sentimento che non ci apparteneva e io lo avevo creduto per tanto tempo, ma col senno di poi posso affermare di non aver mai provato tanta gioia come in quel periodo. L'adolescenza è un'altalena e, scordati i dolori, è colma fino all'orlo di attimi indelebili. Le prime volte, l'amicizia stretta e fondamentale, i piccoli gesti dei genitori, gesti ai quali purtroppo non si fa mai caso. Ero stata strappata di netto dall'adolescenza e non avrei mai riavuto indietro quegli istanti.

Elizabeth tornò con le due tazze tra le mani e le appoggiò con grazia sul tavolino. Si congedò con un sorriso e riprese posto dietro il bancone. La osservai con la coda dell'occhio, come per assicurarmi che stesse bene. Nel frattempo parlai con Lia del più e del meno, le domandai cosa fosse divenuta a New York e mi rivelò fiera che ce l'aveva fatta, che era stata assunta in una casa editrice poco dopo la laurea. Mi svelò che, a breve, avrei potuto trovare il suo romanzo tra gli scaffali delle librerie. Mi alzai e l'abbracciai di slancio, la strinsi in una morsa di calore e affetto e orgoglio.

«Chissà, magari un giorno ci sarà anche il tuo. Dovresti intitolarlo con una di quelle parole strane ed intraducibili che cerchi sempre su Google quando non hai niente da fare.» Posò i gomiti sul tavolo e appoggiò la testa sulle mani.

«Un'idea ce l'ho» dissi allusiva al ricordo della parola che mi aveva indicato qualche sera prima. «Ma non lo leggerà nessuno, credo. Sarebbe qualcosa di troppo personale.»

Mi puntò il dito indice contro. «Non dire fesserie.»

«Sai che non sono mai stata brava a scindere le mie esperienze dai personaggi che creo.»

«Non è vero.»

«E invece sì. Credo lascerò ai miei nipoti l'arduo compito di leggerlo senza annoiarsi.»

Lei scoppiò a ridere, ancora una volta, e cominciò a sorseggiare la sua cioccolata calda che ora aveva smesso di fumare.

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