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XXI

Segreti

Mi svegliai poco dopo l'alba quella mattina. La sua luce rosata mi solleticò gli occhi filtrando dalle persiane che non erano state abbassate del tutto; malgrado fossi ancora molto stanca, mi sentivo ricaricata.

Mi mossi piano, Luke dormiva con la testa appoggiata sul mio petto e un braccio attorno alla mia vita, e mi alzai. Raggiunsi in pochi e piccoli passi la mia borsa, dove presi il cellulare. Vi trovai due messaggi da parte mia madre: il primo diceva che aveva parlato con Candice una volta di ritorno, mentre il secondo era arrivato solo pochi minuti prima. Mi spostai in cucina e, approfittando del fatto che fosse già sveglia anche lei, la chiamai.

Cercai di parlare il più sottovoce possibile, ma il tono preoccupato di Cassandra non me lo stava di certo rendendo semplice. Ero stata una stupida a prendere quella decisione: avrei dovuto tornare a casa, anche tardi, anche nel bel mezzo della notte. L'avevo fatta stare in ansia inutilmente e, malgrado fossi certa che Candy e Lia avessero fatto l'immaginabile per tranquillizzarla, sapevo che in mia assenza ogni loro tentativo era stato vano.

«Mamma, ti racconto tutto quando torno a casa» sospirai. «Te lo prometto.»

«Va bene» rispose allora, leggermente più serena.

«Che ore sono?» le chiesi.

Un pensiero, che ancora non ero stata in grado di identificare, fluttuò nella mia mente in attesa di essere finalmente preso in considerazione. Qualcosa mi stava sfuggendo.

«Sono quasi le sette» mi disse, probabilmente guardando l'orologio appeso alla parete.

«Merda» dissi all'improvviso. Ecco cosa non riuscivo a ricordare: quel giorno ero di turno al bar. Mi sembrava quasi di non avere più un giorno libero – il che, forse, era vero. Io stessa mi ero immersa nel lavoro, nonostante ci fosse Candy, pur di non pensare a tutto ciò che stava andando a scatafascio.

«Cosa succede, Bea?»

«Devo andare al Mermaid» replicai. Stavo già cercando un modo per far alzare Luke senza essere presa a pugni o a parolacce. Sperai non somigliasse a mio fratello sotto questo aspetto, altrimenti non sarebbe stato piacevole doverlo svegliare.

«Te ne eri dimenticata?» rise. «La mia bambina si sta davvero innamorando, allora.»

«Mamma!» esclamai.

«Riesci a farti dare un passaggio?»

«Sì, in qualche modo combino» le assicurai e chiusi la chiamata.

Andai a Luke e lo afferrai per le spalle, poi lo scossi un poco. Solo svegliandolo avrei potuto arrivare in orario al Mermaid, dato che non intendevo ritardare. Lui mugugnò qualcosa che non compresi, ancora nel mondo dei sogni, e si voltò dall'altra parte.

«Papà, lasciami dormire» disse cantilenante, la voce roca e soffocata in parte dal cuscino del divano.

Inizialmente restai sorpresa di sentire quel "papà", di solito è la madre ad avere l'arduo compito di far alzare i figli dal letto, ma non ci diedi troppo peso. Mi abbassai invece un po' di più, finché le mie labbra non furono a pochi centimetri dal suo orecchio. «Luke, sono Bea» lo avvisai, a bassa voce. Non volevo che cominciasse la giornata con il piede sbagliato per colpa mia.

«Bea...» biascicò. Fu allora che iniziò a stiracchiarsi tendendo le braccia, e solo per un soffio non mi colpì il naso. Aprì gli occhi, se li stropicciò assonnato e finalmente incontrò il mio sguardo.

Sono sicura che trasmettesse anch'esso una certa fretta perché si tirò su di scatto mettendosi a gambe incrociate sul sofà. «Cosa succede?»

«Mi ero dimenticata di essere di turno al Mermaid stamattina» ammisi grattandomi la nuca, in imbarazzo.

«Oh» sospirò. «Vuoi che ti porti a casa?»

«Se non ti dispiace...» risposi. «Altrimenti posso chiamare Bob e dirgli che arrivo più tardi.»

«No, non preoccuparti. Vado a cambiarmi e andiamo.»

Si sollevò in piedi e corse al piano superiore facendo, come avevo previsto la sera prima, scricchiolare le scale. Approfittai della sua momentanea assenza per guardarmi intorno e scoprire se le mie supposizioni erano corrette – e lo erano davvero.

Nonostante le tende sparse in tutta la casa, il sole le attraversava luminoso dando maggior calore alle varie stanze che la componevano. Mi soffermai sul salotto, dove al di sopra della televisione vi erano tre mensole: su ognuna di esse c'erano delle foto, quindi mi avvicinai cauta sperando di non risultare invadente se Luke mi avesse colta sul fatto. Sfiorai con le dita le cornici, per niente ricoperte di polvere. Si sentiva la presenza femminile all'interno dell'abitazione: era tutto pulito e in ordine. Souvenir dei viaggi compiuti dalla famiglia, presunsi, erano posizionati sulla seconda mensola. Parigi, Londra, San Francisco, Los Angeles... Erano tutte mete che avrei voluto visitare, prima o poi. Sorrisi a quel pensiero, consapevole che avrei dovuto sudare un bel po' per concedermi vacanze del genere. Non navigavamo nell'oro, riuscivamo ad arrivare a fine mese con tranquillità, eppure quella sarebbe stata una spesa eccesiva da affrontare.

Sentii un rumore di passi e subito arretrai raggiungendo nuovamente il divano. Le scale si trovavano alle mie spalle, quindi mi girai per poter vedere chi fosse, anche se già immaginavo chi avrei trovato. Una volta con gli occhi rivolti verso quel punto, dovetti ricredermi. Un uomo, non molto alto dai lineamenti marcati e i capelli brizzolati, mi osservò curioso.

«E tu chi sei?» mi chiese, pacato. Il tono da lui usato non aveva nulla a che vedere con la domanda che mi aveva appena posto.

Mossi qualche passo nella sua direzione. «Bea» sorrisi, «è un piacere conoscerla.»

Pregai che fosse davvero suo padre e che la vista non mi stesse giocando uno dei suoi soliti tiri mancini. Gli occhi erano gli stessi, inconfondibili, di un azzurro chiaro reso ancor più accentuato grazie alla luce quasi bianca del mattino.

«Sì, anche per me» replicò con un'alzata di spalle, facendomi intuire che per lui non era affatto così.

Rimasi interdetta a causa della sua reazione. Mi parve si stesse comportando come si mi odiasse, come se avessi fatto qualcosa di male. Cosa, poi? Ci conoscevamo da un paio di minuti a dir tanto, e io non sapevo nemmeno quale fosse il suo nome.

Tirai un sospiro di sollievo quando vidi Luke scendere la rampa di scale da cui era provenuto l'uomo. Lo guardai con l'espressione tipica di chi preferirebbe essere ovunque tranne che in quel posto e, con lo sguardo, lo supplicai di muoversi. Non sapevo neanche che ore si fossero fatte, ormai; probabilmente sarei andata a lavoro in ogni caso, anche se non era nelle mie intenzioni considerando la situazione.

Si fermò al mio fianco e scoccò un'occhiata torva a suo padre prima di parlare. «Cosa le hai detto?» lo interrogò, il tono duro.

Suo padre fece spallucce ancora una volta, tuttavia non rispose.

«Andiamo, Bea» mi disse allora. Passò un braccio dietro la mia schiena e la mano sul mio fianco. Mi sospinse leggermente in avanti, invitandomi a camminare. La porta sbatté con un tonfo sordo quando Luke la chiuse.

In macchina non si respirava aria buona, la tensione era tangibile. Restai in silenzio mentre il ragazzo accendeva la radio e cambiava stazione in continuazione. Nessuna canzone lo aggradava, tanto che ci mise qualche minuto a scegliere. Sbloccai il cellulare e appurai che erano a malapena le sette e mezza, ossia più presto di quanto credessi. Decisi di inviare un messaggio a Candice, malgrado avessi dovuto farlo prima; mi scusai e le scrissi che sarei arrivata in mezz'ora al massimo al Mermaid.

Mise in moto l'auto e partimmo, diretti a casa mia. Avevo giusto il tempo di cambiarmi e correre al locale, sempre che Luke potesse accompagnarmi anche lì. Gli avrei offerto un caffè e una brioche per ringraziarlo, dato che gli avevo negato anche il tempo di fare colazione in santa pace.

Mi torturai per qualche istante le mani appoggiate in grembo. Cercai di distogliere la mente da un pensiero martellante che mi stava perseguitando da quando ero salita in auto. Non riuscivo ad arginarlo, nonostante non volessi intromettermi nella questione.

«Perché tuo padre è stato così scontroso con me?»

Luke sbuffò e non si preoccupò nemmeno di nasconderlo. «Non sei l'unica ad avere dei segreti.»

Mi fu difficile comprendere se stesse scherzando o meno dato che aveva pronunciato la frase con un tono di voce neutro. «Come non detto.»

Lui, al posto di guida, rise così forte che per una frazione di secondo perse il controllo del veicolo. «Stai attento!» sbraitai allarmata.

Riprese il controllo in fretta. «Stavo scherzando.»

Fissai un punto indefinito lungo la strada e provai a ignorarlo. Ci riuscii, in effetti, tanto che Luke si vide costretto a riprendere la parola pur di non far calare il silenzio.

«Anche io non sono di certo un santo» mi spiegò. «Dio solo sa quante ragazze ha visto mio padre una sola volta.»

Mi voltai. «Quindi quel discorso che mi hai fatto...»

Lasciai la domanda in sospeso, evitando di continuare. «Sì, in parte era rivolto anche a me. Ma stavolta ho intenzione di fare le cose per bene» si affrettò ad aggiungere. «C'è qualcosa, in te, che mi ha attirato sin dal momento in cui ci siamo incontrati al parco... Con il tempo ho capito di volerti avere nella mia vita, e solo una notte e basta.»

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