VI
In silenzio
Avere il giorno libero per me significava due cose: la prima era poter trascorrere l'intera giornata come meglio volevo, la seconda essere svegliata dagli scossoni di mia madre. Lo faceva da quando ero una bimba di sei anni con i boccoli biondi e gli occhi azzurrissimi, quindi praticamente dal mio primo giorno di scuola. E, puntualmente, la mia reazione non era delle migliori: mettevo la testa sotto il cuscino e pregavo con tutte le forze che mi lasciasse dormire, che mi concedesse di sua spontanea volontà un giorno di riposo senza che dovessi supplicarla. A distanza di quattordici anni ancora si comportava alla stessa maniera.
Mugugnai qualche suono indistinto finché non fui costretta ad aprire gli occhi, ritrovandomi così il suo viso a pochi centimetri dal mio.
«Hai dormito bene?» mi domandò apprensiva. Sapeva che faticavo a dormire e che nell'ultimo periodo mi svegliavo spesso durante la notte per i motivi più disparati.
Annuii piano, ma non le ci volle molto per capire che stavo mentendo.
«Sicura?» insistette.
Negai poi con la testa e «No,» sbuffai sconfitta. La ragione rimaneva comunque nascosta tra i miei pensieri perché, se le avessi raccontato per filo e per segno la realtà dei fatti, avrei dovuto fare nuovamente i conti con il mio incubo peggiore.
«Ho preparato la colazione,» m'informò poi sorridendo per sviare il discorso.
Ero però convinta che fosse in grado di immaginare il motivo dei miei malumori. Non era più un segreto – in famiglia, almeno – che avessi un passato che, anche a distanza di tanti anni, continuava a perseguitarmi. Feci velocemente cenno di sì col capo e mi alzai, pronta a farmi una bella doccia calda e a vestirmi.
Scesi al piano di sotto mezz'ora più tardi. Grazie alle vacanze di Natale la colazione era una sorta di rituale, dato che ci riunivamo tutti attorno al tavolo ricoperto di ogni golosità possibile. Dalla Nutella ai cereali, dal latte alla cioccolata calda, tutto era accuratamente disposto di fronte ai nostri occhi.
Abbracciai d'impeto mia madre quando raggiunsi la cucina. Mio fratello strabuzzò gli occhi vedendo il mio gesto, confuso, tuttavia subito dopo fu il suo turno. Quella mattina mi sentivo in vena di dimostrare anche fisicamente alle persone a cui volevo bene quanto effettivamente tenessi a loro; cosa non da me, decisamente. Ecco spiegato perché, mentre mangiavo, mi ritrovai due paia di occhi puntati addosso.
«Sembri felice,» constatò Aaron, mio fratello, un po' dubbioso.
Incrociai lo sguardo di mia madre prima di replicare. «Più o meno.»
«Ho sentito dire che la festa al Mermaid è stata un vero successo,» intervenne lei salvandomi dalla situazione scomoda che si stava via via creando.
«Già, me ne ha parlato anche Martin,» aggiunse Aaron.
«Contro ogni aspettativa è andata bene!» esclamai raggiante. C'era un po' di imbarazzo nelle mie parole, avevo le gote rosse nemmeno ci fossero stati trenta gradi nella stanza. Ricevere e rispondere ai complimenti era sempre stato piuttosto difficile per me. Il semplice fatto di udire qualche bella parola nei miei confronti riportava a galla momenti che avrei voluto cancellare.
«Dev'essere contento Bob,» rise mia madre.
«Lo spero,» esalai, ed era vero. Avevamo organizzato l'intera festa di Capodanno spinte da quell'unico scopo. Quell'uomo aveva fatto talmente tanto per me e per Candy che collaborare per rendere il Mermaid un posto migliore era davvero il minimo che potessimo fare.
Verso mezzogiorno presi il cappotto, la sciarpa ed uscii di casa. Avvertii mia madre dall'ingresso, perché salutarla ogni volta che me ne andavo mi faceva stringere il cuore per tanti motivi. In seguito scesi i quattro gradini che mi separavano dal vialetto ed infilai gli auricolari.
Malgrado il sole fosse alto nel cielo, la temperatura era così bassa da farmi tremare.
"I found" si espanse attraverso le cuffiette contribuendo a creare un paesaggio surreale. La neve ancora non si era sciolta del tutto, si era ammassata ai lati delle strade, ed ogni tanto qualche fiocco roteava dai rami più piccoli che avevano ceduto sotto il loro peso.
Stavo camminando senza meta da ormai un buon quarto d'ora. Avevo calpestato i marciapiedi come fossero stati parte di un disegno mentale di cui solamente il mio subconscio era a conoscenza, un grande labirinto da percorrere prima di raggiungere il traguardo.
Alla fine mi ritrovai al parco. Le altalene cigolavano e dondolavano lentamente a causa del leggero vento che si era alzato. Erano già libere dalla neve, quindi mi diressi a passo spedito verso di esse. Mi accomodai su una delle due ed iniziai a muovermi; il ritmo regolare che avevo acquisito mi cullò, per qualche attimo, grazie anche all'ennesima canzone che mi risuonava nelle orecchie.
Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo libera di sorridere al nulla senza la paura che potesse accadere qualcosa di negativo. Puntai lo sguardo attorno a me, verso gli alberi, gli scivoli abbandonati, le giostre in lontananza... Quella vista aveva sempre generato una strana sensazione nel mio corpo. Mi scaldava il cuore.
Avevo pochi ricordi della mia infanzia, rammentavo solamente i pomeriggi trascorsi al parco con la baby-sitter, eppure determinati luoghi mi risultavano familiari contro ogni logica. Attribuivo momenti felici della mia vita a posti in cui non ero mai stata ed a persone che non avevo mai incontrato. Questo mi aiutava a sopprimere il vuoto provato sin dal primo respiro per la mancanza di una persona fondamentale, ossia mio padre, il mio vero padre.
Non ho mai avuto il piacere di conoscerlo, morì prima ancora che nascessi. Un incidente d'auto, mi aveva spiegato proprio lei quando ero diventata abbastanza grande per capire. Un tragico evento che, però, aveva rivoluzionato l'esistenza di entrambe.
Quando ero una bimba con i boccoli biondi e gli occhi azzurrissimi, mi nutrivo delle storie che mi raccontava la mamma. Lo amava, lo vedevo dal suo sguardo velato e lucido quando parlava di lui. Doveva averla amata con ogni fibra del proprio corpo se era riuscita ad accettare la sua morte con tanta facilità. Diceva che l'amore che le aveva donato era stato così tanto che le sarebbe avanzato fino al giorno in cui anche lei avrebbe smesso di respirare. Certe sere, però, l'avevo sentita piangere con le orecchie appiccicate alla parete ed una voglia incredibile di correre ad abbracciarla.
Soltanto più tardi ho compreso che certe mancanze non si superano, ma si impara a conviverci. Io d'altronde non potevo immaginare quanto dolore ci fosse nelle sue parole, perché è più semplice fare finta di niente quando non si conosce personalmente qualcuno.
Strinsi le dita attorno alle catene dell'altalena e ripresi a dondolare. Inconsapevolmente mi ero fermata mentre ripensavo a Dean, mio padre. Le lacrime che avevano solcato le mie guance si erano seccate sulla pelle senza neanche avere il tempo di raggiungere la sciarpa che mi avvolgeva, calda e rassicurante, il collo.
Mi alzai, ravvivai i capelli con una mano e percorsi a ritroso la strada che mi avrebbe riportata a casa. Avevo bisogno di abbracciare mia madre, di dirle – seppur con vent'anni di ritardo – che era un esempio per me, un modello a cui aspirare. Ci vuole una grande forza per sopportare la sofferenza in silenzio pur di non trascinare chi ti sta affianco giù, nel baratro, con te.
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