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1.3 "Sono il lupo cattivo"

"I think we're alone now" canticchiò un po' la ragazza, "there doesn't seem to be anyone around" continuò, spettinandosi ancora un po' i capelli leggermente umidi.
Calma e tranquilla, Isabel era riuscita a rilassarsi, a smettere di pensare. Aveva fatto partire una sua vecchia cassetta, alzando il volume al massimo, proprio come quello strano vicino a volte faceva. Non sbagliava: era terapeutico. La musica creava una dimensione nuova, la stanza ed il mondo sparivano, restando fermi lì. Strano, ma vero.
Aveva asciugato i suoi capelli neri e presto li avrebbe raccolti in una coda, quello era il miglior modo per lasciare la scena. Sì, Isabel Henderson era arrivata alla sua conclusione: lasciare Hawkins. Non per sempre, magari solo qualche giorno. Eppure era stato l'unico motivo di sollievo per lei, l'unico modo per sfuggire a tutti i suoi problemi. Hawkins era stata il suo problema. Posti, esperienze e persone, erano questi ad averla distrutta, presa a calci ripetutamente. Isabel Henderson non era una ragazza coraggiosa e se ne era convinta, accettando la sua condizione. Non si sentiva un'eroina, nonostante tutti i drammi che aveva superato; si sentiva a pezzi.
Afferrò la sua spazzola tra le dita e, lenti e silenziosi, i ricordi di vecchie serate passate in quella stanza riaffiorarononella sua testa. Quel letto, quella piccola crepa nel muro, quella macchia, ogni cosa aveva un senso, una storia. In quegli attimi, esitò: forse andarsene era una stupidaggine, se solo avesse chiesto a qualcuno una mano, magari si sarebbe aggiustato tutto. Ma no! Ci aveva provato troppe volte e non era cambiato nulla.
La canzone continuò a suonare, sempre le stesse parole. Solitudine, questo diceva e questo Isabel percepiva sulla sua pelle.
Chiuse gli occhi, inspirando: ci voleva coraggio per andarsene, ma ce ne voleva ancora di più per restare.
"Chiudiamo questa storia, basta... basta" ripeté a sé stessa, concentrandosi solo sulla sua voce, mentre il volume diminuiva, la musica si spegneva. Ora era davvero sola, lei ed il silenzio.
"Bene" esclamò con un certo entusiasmo forzato, dando un'ultima occhiata al suo riflesso. Era il momento di lasciare la scena.
Ogni cosa era pronta, sistemata sul suo letto: il suo zaino già era ricolmo di roba, con dentro il suo manuale di D&D, quello che aveva scritto, i suoi due registratori, il suo walkie-talkie, ogni sua singola ricerca, sparsa in tanti piccoli fogli; mancava solo la cassetta che aveva finito di ascoltare, qualche soldo e del mangiare.
Poi, avrebbe lasciato sul suo comodino un piccolo biglietto e sulla punta del suo naso avrebbe riposto i vecchi occhiali neri di Steve. Avrebbe abbandonato così Hawkins, con quel buffo oggetto sul viso, portando sempre con sé, dovunque sarebbe andata, un pezzo di quella cittadina, un pezzo di lui.
Sospirò: sì, era davvero arrivato il momento. Con un gesto veloce della mano, mise su una spalla il suo zaino, notando che era più pesante del solito; tolse poi la cassetta dal riproduttore, inserendola nella tasca dei suoi calzoncini e, dopo, si avvicinò al ripiano su cui erano poggiati gli occhiali neri. Li sfiorò con le dita, percependo un brivido lungo la sua schiena. "Steve" pensò e qualcuno rispose.
Era un suono, interrotto e duro.
"Steve" disse ad alta voce la ragazza con un misto di sorpresa e speranza. Se davvero esiste un Dio quello era sicuramente una sua manifestazione, pensò Isabel; Steve era l'unico che poteva farla tornare sui suoi passi e forse davvero quel Dio l'aveva ascoltata.
Timidamente e con lo zaino in spalla, arrivò fino alla soglia della sua stanza e, dietro il piccolo vetro della porta di casa, notò un'ombra. Steve, pensò ancora, sì, doveva essere lui, doveva essere stato avvisato da Dustin su quello che era successo con Jake.
Ma come è vero che esiste un Dio, vive in questo mondo anche il Male, un Diavolo, pronto ad ascoltare le tue preghiere, pronto a spezzarle. Quel Diavolo era lì quel pomeriggio, soli pochi metri davanti all'illusa ragazza.

Jake tentò un'altra volta ad aprire quella dannata porta con la spranga che aveva portato con sé. Non disse nulla, doveva sembrare tutto normale; Isabel Henderson avrebbe smesso di esistere nel silenzio.
Fece altra pressione sul lato della porta, sforzandosi il più possibile, mentre il sudore precipitava sulla sua fronte. Non lo percepì, non sentiva la fatica, perché quello non era Jake; quel ragazzo era morto quella mattina.
"Steve...?" chiamò Isabel ad alta voce per farsi sentire da quella ignota figura, "Steve..." esclamò un'altra volta, ormai a soli pochi centimetri da quella porta.
Nessuno rispose, Jake emise solo un verso gutturale, fermando quella pressione sull'oggetto. Era inutile, avrebbe tentato di entrare in un altro modo. Un fruscio vibrò alle sue spalle e, come calamitato, il giovane si voltò: la strada sembrava deserta, la musica della casa vicina era cessata, quella che prima un po' aveva coperto le sue azioni. Tutto a posto.
La ragazza iniziò a preoccuparsi: e se quello non fosse stato Steve? Se si era solo illusa, che cosa avrebbe fatto, chi avrebbe trovato dall'altra parte? Aprire per scoprirlo; ma non era quel genere di persona, Isabel non era impulsiva; era più cervello, che corpo.
Poggiò delicatamente la mano bianca sul legno, fissando dritto nella finestrella della porta, dal vetro sfocato ed indecifrabile. La spranga si alzò in aria, la ragazza sospirò, un colpo fu sferrato alla porta, terrore, un altro colpo, passi, panico.
Jake continuò a colpire ripetutamente la superficie, il vetro, aprendosi un solco abbastanza grande. Con gli occhi spalancati, portò il viso da quel buco e Isabel sentì il cuore schizzare via. Non urlò, non aveva fiato.
"Sono tornato" esclamò il lupo cattivo, guardando dritto verso la sua preda così tremante.
Il ragazzo infilò una mano dentro la casa, avvicinandola alla maniglia. Isabel, però, era stata più veloce e lucida; dalla cucina contigua aveva preso un coltello e sferrò un colpo su quella carne, piena di nere striature.
Jake ritrasse la mano, emettendo un gemito di dolore: "Ah, sì, la mettiamo così?!"
Un altro colpo fu tirato alla porta, mentre il legno schizzava a destra e a manca: "Non avere paura" si affacciò un'altra volta, "ti porto in un posto bello, tesoro" colpì un'altra volta.
Isabel era agonizzante dal terrore, la sua testa ragionava poco e il suo corpo stringeva violentemente quell'arma. Si allontanò dalla porta: sarebbe fuggita dalla finestra, ma sarebbe scappata. Corse in quella direzione, mentre i colpi diminuivano gradualmente.
"Menomale che quella era una preghiera ascoltata!" pensò mentre zoppicava con tutta la forza possibile verso la sua stanza, "cazzo!" borbottò a labbra serrate, per quella cavolo di ferita che ancora non faceva che ostacolarla.
Arrivò dalla soglia, ma fu tutto invano. La sua testa fu violentemente tirata all'indietro ed i suoi capelli ancora umidi finirono nella mani di Jake.
"Tesoro, sta' tranquilla" sentì il respiro soffocante del ragazzo sul suo collo, "presto sarà tutto finito, ok?" domandò lui, con la voce tinta da una finta e tagliente dolcezza.
Isabel non rispose e tentò in tutti i modi di dimenarsi, ma quella volta non c'era nessuno Steve a salvarla.
"OK?!" gridò il ragazzo, pretendendo una risposta e strattonandola, proprio come un burattinaio con i suoi burattini.
Lei continuò a non rispondere, strizzando gli occhi per quel dolore lancinante. Il coltello le scivolò di mano: non aveva nulla da fare, se non gridare e sperare che qualcuno venisse ad aiutarla. Ma no, Isabel Henderson che grida aiuto? No, non sarebbe mai stata la sua seconda scelta, sarebbe stata l'ultima.
"Cara, rispondi o quella fottuta testolina te la spezzo in due, sì, ti spezzo in due la testolina, cara... RISPONDI!"
Perché dimenarsi, perché cercare di liberarsi se già sapeva che non sarebbe servito a nulla?
Forse in quel caso tutte le campagne di D&D sarebbero servite a qualcosa, forse in quel caso la miriade di personaggi che aveva interpretato avrebbero avuto un senso. Avrebbe finto, atteso fino a quando non ci sarebbe trovato il momento giusto per andarsene.
Deglutì, chiudendo gli occhi e cercando di concentrarsi nonostante il dolore e la paura.
"Ok" rispose a bassa voce, accorgendosi però di esser stata davvero poco convincente, "ok" ripetè con più sicurezza. I "ti prego" nella sua testa furono molti, se anche fingere e assecondarlo non sarebbe servito a nulla, allora era finita.
"Vedo che iniziamo a ragionare, eh" emise una risata tagliente Jake, con quel sospirare pesante, dolce e falso. Sembrava davvero il diavolo, una persona per cui il suono più dolce sono le urla disperate delle sue vittime.
Mollò i suoi capelli e la scaraventò al suolo, spingendola contro la parete del corridoio.
Isabel non capiva, mai si sarebbe aspettata qualcosa del genere da lui.
Solo in quel momento riuscì a vederlo per intero: aveva occhi di ghiaccio, spalancati; la pelle con diverse striature nere, che pulsavano. Le ricordava molto qualcosa, ma non riusciva a riportarlo alla mente, annebbiata dalla paura.
Il giovane si abbassò alla sua altezza e con una mano, le accarezzò dolcemente una guancia, inclinando di poco la testa.
Isabel sobbalzò, notando solo in quel momento quanto le mani di lui fossero fredde, tanto da sembrare quelle di un cadavere.
"Sei proprio carina, sai...?" sussurrò lui, mentre la sua mano scendeva, scendeva, scendeva, "bella da..."
Non finì la frase e agguantò con la sua mano il collo della ragazza, sollevandola da terra a forza. Isabel provò a liberarsi, a staccare quelle mani ferme da se stessa, ma erano cemento.
"Bella da morire!"
Il terrore della ragazza si rifletté tutto nei suoi occhi azzurri, ora spalancati. Tentò di dimenarsi, di scalciare, presa dal panico. In quel momento pensò davvero che non c'era altra possibilità che la morte e vide nelle iridi del ragazzo qualcosa. Erano piccoli e marroni, ma emanavano una rabbia quasi aliena, eppure c'era qualcosa. Isabel non avrebbe mai saputo spiegarlo, ma era come un raggio di sole che improvvisamente colpisce una finestra; ci si accorge di un luccichio improvviso, che, poi, subito svanisce.
"Jake" sussurrò, guardandolo e con la voce soffocata per quel continuo stringere e stringere, "Jake, ehi, s-sono Isabel" cercò di dire, con un sorriso veloce, un po' intimorito.
"Sta' zitta" esclamò a labbra serrate il ragazzo, sollevandola un po' da terra.
Un verso strozzato fuoriuscì dalle labbra della giovane, che presto non sarebbe più stata in grado di sopportare quella pressione: "J...Jake, Isabel Henderson, I-Isabel" borbottò ancora, senza arrendersi, seguendo quel bagliore che aveva visto. Era come gettarsi nel vuoto e sperare che fosse solo un sogno; ma non aveva altre idee.
"Isabel, l'amica di Harrigton, str-stramba, a-amici strani" cercò di dire qualsiasi cosa le venisse in mente su di lei, sperando che la riconoscesse, che la lasciasse andare, "J-Jake... m-mi dispiace, p-per o-oggi"
"Sta' zitta, ho detto" gridò, sbattendo il corpo della ragazza contro la parete.
"Jake, J-Jake, fermat-i, ti-ti prego" sussurrò fievolmente, cercando qualcos'altro a cui aggrapparsi; si guardò intorno, mentre anche la vista iniziava ad abbandonarla, tingendosi di alcune macchie scure. Vide la porta, uno spiraglio, la luce della finestra di camera sua, parte del letto, i poster, Star Wars. I suoi occhi si spalancarono maggiormente, non per una stretta più forte, ma per un vecchio ricordo.
"J-Jake... L-Luke" borbottò, guardando il ragazzo e sentendo il respiro accorciarsi ancora, "quella sera, Lu-Luke, S-skywalker"
La presa si allentò, l'espressione del giovane si rilassò. Sì, qualcosa si era acceso nella sua testa, un momento della sua vita coperto da una nebbia fitta.
Isabel se ne accorse e prese una boccata d'aria velocemente, ma nulla era finito: "Luke Skywalker... quella sera e-era l'unico non-"
"Coglione" concluse il ragazzo, il vero Jake, mollando la presa sulla ragazza. Ricordava quell'appuntamento, lo aveva organizzato perché necessario, sapeva che non si sarebbe divertito con una come lei. Isabel aveva parlato di Star Wars e lui aveva espresso la sua opinione: tutti dei coglioni in un mondo di coglioni. Quella ragazza non si era offesa anzi aveva iniziato a parlare di ogni personaggio, uno solo lo aveva colpito: Luke Skywalker. Voleva tanto essere come lui, coraggioso come lui, capace di andare per una volta contro i suoi genitori. Forse, non erano tutti coglioni, Isabel non era solo una ragazzina sfigata. Quella sera lo aveva avvertito, quella ragazza aveva fatto qualcosa di grande per lui senza saperlo. E avrebbe trovato il coraggio per andare contro i voleri dei suoi genitori, se solo non fosse diventato quel mostro. La nebbia si fece più fitta, oscurò tutto: ma era tardi.

Isabel era strisciata verso la porta della sua stanza e, in quel momento, tirò un calcio secco all'anta, chiudendola, e con una mano tirò a sé la scrivania, posizionandola davanti all'anta.
"Apri questa porta!" gridò Jake su tutte le furie, tirando un pugno sul legno.
La ragazza si fece forza e, aggrappandosi al bordo del letto, nonostante il dolore alle ossa, alla gamba, al collo ormai blu, si tirò in piedi. Barcollava e respirava a fatica, non sapeva come avrebbe fatto a prendere la sua bici e a pedalare via.
Si sentì un colpo più forte all'anta ed il legno si incrinò leggermente: "Ti vengo a prendere" esclamò il ragazzo dall'altra parte, con voce acuta e quasi divertita.
Isabel zoppicò verso la finestra, aumentando il passo per la paura.
Un pezzo di legno schizzò via dalla porta e cadde sul pavimento, poi un altro, fino ad aprire un solco: "Arrivo, cara!"
I colpi continuarono e Isabel temeva di non farcela: e se l'avesse presa? Sarebbe morta, qualcuno sarebbe arrivato, avrebbe avuto una nuova idea?
Gli passarono veloci tutte queste domande nella mente, quando con molta fatica si sedette sul bordo della finestra della camera, fortunatamente al primo piano. Si guardò indietro per un secondo e, in quell'istante, i colpi si fermarono, seguiti da un tonfo pesante.
Calò il silenzio, come se nulla fosse mai successo, come se i pensieri della fuga fossero ancora i primi di Isabel. Non era così, non voleva fuggire, voleva andare a casa; non quella, non quattro mura in mattoni, ma persone. Sapeva dove trovarle e lì sarebbe andata.
Nonostante la sua curiosità e la voglia di capire cosa fosse successo, la ragazza si diede una leggera spinta con le mani, precipitando sul suolo. Emise un gemito di dolore, avendo poggiato troppo peso sulla gamba ferita, tanto che cadde un'altra volta.
Si rialzò velocemente e zoppicando, sotto lo sguardo di alcuni passanti perplessi, arrivò alla sua bicicletta. Non si sarebbe fermata, nemmeno per le spiegazioni. Non guardò in faccia nessuno e montò su, iniziando a pedalare con il sudore sulla fronte. Era difficile, ma avrebbe sopportato qualsiasi cosa pur di fuggire da lì. Isabel Henderson era brava a soffrire.
E come è vero che un Dio può esistere, come il Diavolo quel giorno si era introdotto in casa sua, in quel momento il suo Angelo Custode afferrò gli occhiali neri della ragazza.

***

"Cosa?! Quella ragazzina?!"
"Già, altre idee, idioti?" esclamò Robin poggiandosi con la schiena alla parete della stanza, dando le spalle alla finestrella che si affacciava sul locale.
"E' una cazzata, una grande cazzata, tu-tu non la conosci" borbottò Dustin, guardando dall'alto della scala la ragazza, gesticolando un po' con le mani, "avanti, Steve, riprendiamo"
"Idioti..." ripeté lei, roteando gli occhi ed emettendo un sospiro, iniziando a guardarsi nella stanza.
"Steve!" gridò il ragazzo, già infilatosi dentro a quel piccolo condotto dell'aria. Sì, quello era il piano: avevano da poco scoperto una sorta di "base russa" proprio sotto i loro piedi e, per raggiungerla, Dustin sarebbe dovuto passare da quello stretto buchetto. Inutile dire, che era un'impresa impossibile e di questo Robin se ne era resa conto da un po'.
"Arrivo, arrivo, calma, amico" mosse un po' le mani Steve, risalendo su quella scala, un po' controvoglia, sapendo che anche in quel caso ogni sforzo sarebbe stato inutile; prese le gambe del ragazzo e riprovò a spingerlo all'interno.
"Più forte, più forte, cazzo!"
"Sì, sì, vado, vado... Gesù"
"Chiamatemi quando avete finito" scosse Robin la testa, avvicinandosi alla lavagnetta che ancora raffigurava i caratteri cirillici, pronta per riprendere il suo turno di lavoro.
"Ahi, ahi, mi fai male, Steve, cazzo, fermati, STEVE!"
"Che devo fare?!"
"FERMATI!"
"Ok, ok, piano, amico"disse con dei sospiri Steve, smettendo di spingere Dustin lì dentro. Scese dalla scala, mentre l'altro ragazzo, a seguire, fece lo stesso.
"Allora?" si girò verso di loro Robin, con un sorrisetto soddisfatto, incrociando le braccia al petto.
"Serve un altro, tutti, ma non Erica Sinclair" rispose a tono Dustin, massaggiandosi le spalle, che erano rimaste schiacciate in quel buco per un po'.
"Che ha quella ragazzina? Che non va, intendo?" domandò con una certa indifferenza Steve, prendendo un'altra banana da una cassetta e iniziando a toglierle la buccia, dandole un morso veloce.
"Ancora con quelle!" aggrottò la fronte  il ragazzino, sbuffando subito dopo. Aveva notato che l'amico non faceva altro che mangiare banane su banane, insomma, era stressato, ma doveva imparare a contenersi.
"E' una banana ed è buona, qualche problema?!" diede un altro morso al frutto, mentre gli altri due lo guardavano un po' perplessi dalla sua affermazione, forse avendola intesa con un doppio senso, "oh, ragazzi, andiamo..." roteò gli occhi lui, accorgendosene, "è buona" alzò poi le spalle.
Dustin scosse la testa: "Le banane sono radioattive, Steve"
"Che?!"
"Già"
"Non credo proprio, genio" rispose il ragazzo, continuando a mangiarla, "è solo una fottutissima banana!"
"Radioattiva"
"Oh" roteò gli occhi il ragazzo, iniziando a camminare per la stanza, senza smettere di mangiarla; ma ogni tanto abbassava lo sguardo per, chissà, "vedere qualche radiazione", come pensava nella sua testa.
"Allora, idee?" domandò Robin, rivolgendosi però solamente a Dustin, notando la particolare concentrazione di Steve.
"Per Erica...? È insostenibile, mia sorella, sì, insomma, l'avevano pagata un po', però..." iniziò a riflettere lui ad alta voce, portando una mano sotto il mento e guardando a terra.
"Tua sorella, cosa?" chiese la ragazza, non seguendo quel ragionamento.
"Le ha fatto da babysitter, le faceva da babysitter negli ultimi anni, la pagavano un bel po'. Insomma, credo la conosca abbastanza bene da..."
"Da convincerla" concluse Robin il ragionamento di Dustin, con un entusiasmo nuovo, "bene, anzi perfetto, chiamiamola, facciamola venire qui e il gioco è fatto, no?"
"No"
Gli sguardi dei due ragazzi si posarono su quello di Steve, perplessi da quella sua risposta così strana ed inaspettata. Robin sapeva fin troppo bene quello che era accaduto tra lui e Isabel, ma non le sembrava un valido motivo per ostacolare quell'unico piano decente.
"Andiamo, Steve, non romp-" disse subito Dustin con un'aria esausta, "Steve?" notò che lo sguardo del ragazzo puntava dritto verso la piccola finestrella, "Steve, che c'è?!" si preoccupò, avvicinandosi subito a lui. Anche Robin si affiancò a loro, seguendo quegli sguardi e presto gli occhi di tutti e tre furono spalancati. La buccia stretta nella mano di Steve cadde a terra, mentre la sorpresa lo inchiodò lì per quei secondi.
"Oh, Cristo" esclamò Dustin, appena si rese conto di quello che Steve aveva notato in mezzo alla gente, proprio all'entrata del locale: Isabel era lì.

✾ ༻𑁍 ༻❁༺ 𑁍 ༺ ✾

Ecco il nuovo capitolo, con anche un certo omaggio a Shining, spero possa piacervi, fatemi sapere ^^

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