Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

8

N/A: sì, ho esatto puntualità da me stessa.

"I’ll hold you tightly,
I’ll give you nothing but truth "


Domenica mattina, scarico non tirato e un mal di testa allucinante. Appena le otto ed ore di sonno scarse, se non nulle, di qualche minuto di sbadigli fra un sonnecchiare ed un altro.

Felpa calda, leggins nero, pacchetto di sigarette in mano e ciao zia, vado a fare una passeggiata. Che poi, lei, in vestaglia e voglia di andare a messa, mi sorride ed annuisce, fregandosene di dove io vada.

Con l'aria fresca e la rugiada ancora tra l'erba non tagliata che c'è fra le basole dei marciapiedi, che come cresce poi me lo spiegano, cerco di mettere un po' di buon sale nella mia testa vuota.

Con le vans slacciate, tiro via qualche sassolino, imprecando per il malfunzionamento del mio accendino che, proprio stamane, ha scelto di abbandonarmi.

Mangio un po' di unghie, per il nervosismo. C'ho quest'abitudine da quand'ero piccola proprio, che con un grembiule e le treccine (e me le facevo per forza, anche se i capelli erano corti) stavo dietro ad un banco presa a sognare.

Mi accascio sul marciapiede, silenziosa ed irrequieta, mentre allaccio le scarpe e cerco di portare un po' di ordine. Mi piacerebbe davvero essere una di quelle ragazze che possono permettersi di star sedute su un marciapiede con dei felponi e i capelli non spazzolati, senza che mi diano della spacciatrice.

E ci resto per un po', solo perché posso. Perché se molti hanno bisogno che glielo si venga spiegato cosa fare, io opero esattamente il contrario, se mi viene imposto, o faccio ciò che mi passa per la testa.

Che se posso, me lo dico da sola. O, fondamentalmente, mi arrogo la capacità di poter stabilire, con un ego grande quanto una casa, cosa sia nel potere e nel volere, o semplicemente nel volere.

Che gli uccelli volano e col culo nell'acqua non ci vogliono stare, lessi una volta; mi spiegheranno, un giorno, perché dovrei mettere io dei baratri fra il mio volere ed il mio potere.

Che lo si sa, che tra il volere e il potere c'è quel solco ben scavato, quel limite per molti insormontabile. Ma ci sono alcuni che nascono che i limiti non hanno neppure idea di cosa siano.

Mi alzo, ad un certo punto, togliendo le breccioline dal mio sedere con la mano e faccio dietro front, verso quel piccolo e pulito appartamentino, solo per arrogarmi l'ennesima idea di potere.

Quindi, afferro il cellulare, appena al dieci per cento e senza troppe paranoie o parole di cortesie, digito parole e le invio.

Domenica cibo e play. Stai a casa?

Che da buon frocio quale Andrea mi dirà che c'aveva voglia di andare a far lo shopping o che tra i due il maschio sembro io. Ma che non la dico con cattiveria, io, la parola frocio. Solo che a volte tutti le buttiamo lì, le frasi o i vocaboli; che pare che il peso di certe cose sbiadisca in mano nostra.

Quando conobbi Andrea, se ne andava in giro con lo zaino ben scarabocchiato e la madre che glielo lavava ogni giorno. Ma che tanto, le diceva talvolta, era inutile. Glielo avrebbero sporcato ancora.

Quando vidi Andrea per la prima volta se ne stava in panchina ai bordi del vecchio campo da pallacanestro, sperando che il mister lo chiamasse. C'aveva i capelli più lunghi di come li porta adesso, una famiglia abbiente alle spalle, e la voglia di essere accettato per quello che é. La voglia, poi, come succede spesso, l'andò a perdere da quando lo conobbi, ma che c'ha sempre quella nota sua, che diresti É Andrea.

Ricordo che portavo smalto scuro ed un trucco pesante anche per una di quelle che certe cose le fanno per guadagnarsi da vivere. Legavo i capelli ed ero ancora convinta che non li avrei tagliati, che tanto a nessuno fregava e doveva fregare di come diavolo scegliessi di portarli.

Ma il mister non lo chiamava, una volta, due, poi, un giorno, storsi il naso. Perché lì c'andavo per studiare, che a casa non m'andava di sentirmi soffocare, e m'ero stancata dello sguardo d'annegare che c'aveva un ragazzino di soli sedici anni.

Allora, infastidita, al tempo il capitano trovava che le mie gambe fossero perfette per avvolgersi intorno a lui, e mi permisi. Mi alzai in piedi, col ragazzino seduto che tratteneva le lacrime, ed urlai al mister che fosse un pezzo di merda e di far giocare quel ragazzo che stava sempre in panchina.

L'omone, dai capelli brizzolati e dalle ambigue bretelle a rovinargli quella che credeva essere aria da duro, mi squadrò ben bene, affondando innervosito le dita nei fianchi e arrossandosi in volto, mentre scuoteva la testa.

-Andiamo, lo faccia entrare. Se sbaglia canestro, farò dieci giri di campo.- e si illuminò. Che in educazione fisica c'avevo un misero sei politico. Non perché fossi imbranata o pigra, o perché sottovalutassi la materia, ma arrivava che passavo l'ora a studiare nello stanzino dietro al campetto da calcio fatto di erba sintetica. Far correre Celeste Rossi per dieci giri doveva essere il suo obiettivo, intuii, quando sospirò e sollecitò il ragazzotto imbranato e dai capelli neri ad entrare nel campo.

Fato o karma, destino infame, o semplice casualità, Andrea non azzeccò, per così dire, il canestro e vi misi un bel po' per far dieci giri di quel campo davvero grande e s'erano fatte le otto passate.

E me lo ritrovai davanti, quando me ne stavo tranquilla, con sole bestemmie per il non riuscire ad aprire il lucchetto della bici a farmi compagnia, mentre mi porgeva uno smalto bello e costoso, sorridendomi.

-Non lo voglio, davvero.- risultai, evidentemente, sprucida poiché si intristì e prese ad indietreggiare, stanco. Schiusi le labbra e m'intristii pure io, che, la tristezza, l'avevo voluta lasciare lontano da me.

Quel ragazzotto che se ne stava sempre in panchina, m'aveva fatto diventare triste. E fu, paradossalmente, motivo di crederci in un sorriso.

-Aspetta!- e si voltò -Ma se ci tieni, lo accetto volentieri. Non l'ho fatto per questo, però, penso solo che il mister sia una bella puttana mangia burritos.-

Cominciò a ridere, mentre mi porgeva il pacchetto regalo trasparente ed io sorridevo cortese, per la prima volta in quella scuola.

-Sono Celeste.- tesi la mano e la strinse. Era solare, come non c'avevo mai avuto l'occasione di vederlo e m'era parso persino felice.

-É il mio colore preferito.- scrollò le spalle.

-E tu, come ti chiami?-

-Andrea.-

I miei vanno a messa fra poco.
Porta il gelato. Ritorno, con velocità e poca accuratezza, d'impatto, alla realtà. Vibra il cellulare ed alzo gli occhi alla risposta, non trovandone davvero il senso compiuto.

Di mattina, a colazione, il gelato? Ribatto, avvicinandomi all'armadio e prendendone una felpa grigia molto grande e dei leggins apparentemente puliti, cercando un po' ovunque le mie scarpe scure.

Intanto sento il telefono, gettato prima sul letto, vibrare notevolmente e facendo acrobazie, lo afferro, rispondendo, e mettendo la scarpa destra, con fin troppe mosse pericolose.

-Dimmi- parlo, rigurgitando saliva ed incastrando la lingua fra i denti, per la difficoltà dell'impresa, mentre tengo il cellulare fra spalle e testa.

-Che ti costa portare il gelato?- finiamo, così, a litigare prima per quale fosse il motivo logico di mangiare gelato a colazione, poi su quali gusti comprare. Che alla fine, vinco io, buttando lì kinder e stracciatella, nello sciogliere i capelli e spazzolarli in fretta e masticando una gomma alla menta, ed attacco, mentre cerca di rifilarmi, ancora, il gelato al pistacchio.

-----

Mezz'ora dopo la vaschetta da mezzo chilo è a metà e stiamo giocando alla play, lasciandoci sfuggire tutte le bestemmie che il gioco sembra chiamarsi.

Tra di noi, da quando ho accetto quello stramaledetto smalto, a quando mi invitò a casa sua per la prima volta o da quando mi presentò a Renato per un possibile lavoro come cameriera a quando mi raccontò che la sua omosessualità lo spaventasse, si è andato a stringere un rapporto complicato da spiegare. In versi sano e giusto, dove non vi sono confini o limiti, dove le parti sono ben scandite e il rispetto viene a stento a mancare. In altri, come accade sempre, risulta scontato, banale e per quelli che non c'hanno scelta. Che qualche volta me l'ha detto, che sembra che camminiamo affianco solo perché non abbiamo scelta; non gli risposi, non c'era un motivo per il quale accettai lo smalto nero, se non per la sua aria affranta, che fece male anche a me. Da quel momento è stato progredire e regredire, ci siamo beccati, come spesso succede, per destino e casualità.

Me lo sono ritrovato a mantenermi i capelli mentre rigettavo tutto inchinata davanti al cesso o mentre un ennesimo ragazzo mi prendeva e scartava; capitava che lui fosse lì e che io, sempre per casualità, avessi bisogno di qualcuno che non mi buttasse addosso e vestisse con una valanga di pregiudizi diverse ed altre sistematiche possibilità arrogatasi.

-Pezzo di merda, ti uccido.- scaravento giù parole, con cautela scarsa e lui se la ride mentre saltò dalla poltroncina e con le dita sto attenta a cosa premere, seppure, ormai, i tasti sono meccanici da toccare, come quando già sai la strada, te ne deve tenere (e devi avere la forza) solo di percorrerla.

-Attenta, sono quattro stelle, ora arriva anche la marina militare.- neppure lo dice, che investo altre quattro o cinque persone nella corsa sul grande schermo, e s'accende la quinta stella ed allora capisci che é finita, come nella vita, che c'hai tutte le probabilità contro. Ma scelgo di non dargliela vinta e mi getto di rimpetto nell'acqua del fiume, ridendo per il game over che ne consegue.

Storco il naso, scrollando le spalle e sgranchendomi tranquillamente, e do un'occhiata all'orologio, pensando di avere ancora abbastanza tempo.

Mi alzo e lo raggiungo sull'altro divanetto dello scantinato di casa Serafini, che pare essere pari alla parte più abbiente di casa mia. Con dei tappeti a ricoprire alcune parti di parquet ed intere mensole con giochi di società che a stento si fanno contenere, ed ogni sfizio che pensano, i genitori, che renda un po' più felice il figlio.

Mi siedo accanto ad Andrea, prendendo il cucchiaio dal tavolo davanti a me e lo infilo nella vaschetta, gustando il gelato quasi sciolto a gambe incrociate, mentre lui sta fisso a guardarsi attorno.

Che l'ho imparato, se Andrea si guarda attorno è perché c'ha da pensare e vuole raccontare, solo che cerca le parole e le motivazioni per non farlo, mentre si massaggia nevroticamente le mani e la faccia prende pieghe tutte sue, preso dal riflettere.

E poi, la sgancia, la bomba -C'è un ragazzo che mi piace.-

Quasi mi affogo col gelato e lecco le labbra piene, cercando qualche frase da non buttare lì di getto come se non fosse sentita e propria, perché, se c'è un'altra cosa che so di Andrea, è che non importa quanto tempo ci metti per rispondergli, lui t'osserva e gli basta sapere che lo pensi. E' fatto che vuole osservarti e capirti, gli basta questo.

Si porta le mani alle guance e si appoggia coi gomiti alle gambe, guardandomi attento.

Ma se c'è quello che si chiamata tatto al quale tutti fanno attenzione, che tutti cercano di non violare, a me esce una sola domanda, che se anche non la ponessero, verrebbe fuori a tutti.

-E' etero?- quanto indelicata e inappropriata, talvolta persino banale e da cancellare dal proprio resoconto di richieste, ma c'entri in un modo di vivere e certe cose sono le prime che Andrea guarda.

Annuisce, sconfortato. E sperava di potermene parlare ancora un po', cosicché io me ne invaghissi quanto lui, per non razionalizzarmi d'una via diretta e lo vedo, lo percepisco, quando trattiene qualche lacrima ed io mi mordo il labbro superiore, senza parole.

Capita, che io lo veda piangere, lui quasi mai me. Ma capita e termina per intristirmi e sconsolarmi, mentre dettagliatamente e senza accuratezza, gli crollano tutte le certezze, una ad una o quelle mezze verità.

Andrea è fatto così, è quella persona che non conoscerai mai, ma che ti sembrerà di saper tutto. Andrea è un bell'enigma per questa società che finge di sentirsi pronta, ma ancora non lo è.

E quindi mi viene in mente quando mi regalò lo smalto o quando cominciò a chiedermi se potesse studiare con me, tutta la fragilità che aveva il coraggio di metterci nel farlo.

Perché tutti siamo fragili, ma non tutti abbiamo la forza di accettarla, 'sta fragilità.

E lui si veste di quello che è, tanto trasparente che a capirlo, davvero, non ci riesci.

Andrea che ha le guance scavate e la fronte bella alta, un po' di pancia ed un'altezza adeguata, se ne sta seduto a tremare per quello che proverebbe a renderlo entusiasta per una volta, e non lo può avere; ancora, perché tra volere e potere c'è troppo da scoprire.

Andrea, che ti sforzerai di tenerlo sul palmo della mano, ma non ci riuscirai, mi fa gettare a terra la vaschetta ancora mezza piena di gelato e buttarmi su di lui, abbracciandolo e tentando di fargli il solletico, mentre implora pietà tra una risata ed un'altra.

-Ti voglio bene, Cele.- e anche io gli voglio bene, che lui da me non vuole altro che affetto, quello sano e buono, nient'altro. Anch'io gli voglio bene, perché Ce' non mi ci hai mai chiamata.

-Anche io, coglione.- gli caccio la lingua, che certe parole nascono e muoiono lì, senza significato.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro