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"La facoltà di ingannare se stesso, questo è il requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri."
Lieve trucco, postura sciancata e delirante, passi incostanti ed un sorriso che dovrebbe alleviare l'aspetto non adatto sono da cornice minimale ed empia per muoversi e portare la propria anima dinanzi ad un parroco fin troppo emulante la figura di un predicatore.
Abiti che odorano di naftalina, i tacchi che battono il pavimento echeggiante della chiesa affrescata e non grande, corpi che si toccano, labbra che incitano gli auguri e palmi che stringono con leggerezza, con timore, ben attenti a non attorcigliare la mano altrui.
Dispotici, umiliati, falsamente credenti e portatori di frasi recitate senza una consapevolezza di ciò che si afferma, le persone si addestrano per apparire quanto più religiosi è possibile.
La parte che più preferisco e che, personalmente, risiede nelle scene più esilaranti di un intero anno, è costituita dalle vecchiette in abiti pudici e ricchi di inibizioni, il volto dipinto con la saggezza che reputano possedere e la capigliatura frutto di bigodini tenuti a riposo tutta la notte prima. I loro visi gioiosi e pensierosi, le lamentele per i figli che andranno a pranzo e ciò che hanno dovuto cucinare, è quello che riempie la chiesa di reale allegria. È bislacco che venga riposta, essa, all'interno di una tradizione via via destinata a perdersi.
Zia mi ha svegliata, stamane, insinuando che ascoltare una messa non mi avrebbe assicurato un posto nel paradiso, per questo -Puoi venirci, Celeste. Poi tornerai a leggere quei libracci.-
Le ho spiegato quanto sembrasse incoerente e quanta ipocrisia inveisse in un eventuale atteggiamento simile, ma -Allora sarai perdonata. Essere ipocriti a Natale è una tradizione.-
-Amorevole, direi.- le ho ribadito, approcciandomi ad un tono curioso e spregiudicato, caratterizzato dalle spalle ricurve ed il sonno arretrato per aver passato la serata a bere vino davanti ad una televisione accesa. I suoi occhi si sono incrinati, una piega di divertimento ha adempiuto il ruolo e seguentemente, presa da una risa tranquilla, mi ha ammesso che andarci da sola la intristiva.
-È una tradizione non sentirsi soli a Natale, Celeste.-
-La tua Bibbia prevede eccessive tradizioni.- ho rimbeccato, alzandomi dal letto e fiondandomi nel piccolo e freddo bagno dalle piastrelle chiare, tenendo sulla lavatrice lo scaldino come da abitudine.
-Ti ho appeso dietro la porta un vestito. Spero ti piaccia.- ha addirittura aggiunto, ridendo compiaciuta mentre si allontanava ed andava sedendo di stanza in stanza per assicurarsi che tutto fosse ordinato.
Zia Maddalena è assai legata alle feste che vedono una qualsivoglia preparazione alle spalle. Addobba la casa, esercita i suoi ricordi perché interpretino sempre un momento. Si adopera affinché tutto paia perfetto, ogni dettaglio ha una propria posizione, vi si siede con eleganza e niente è noncurante, nulla si prostra indifferente. Percepisce di dover esistere con una festività, zia Maddalena, completamente convinta che Dio abbia una posizione nel suo cuore. Accelera se stessa se a pretenderlo è un passo del vangelo, prega e si considera mezzo del signore, ma non è bigotta, zia Maddalena: le piace avere qualcosa in cui credere.
È bizzarro osservarla allacciarsi i tacchi ed abbassarsi l'abito rosso che le risalta il viso magro e scavato. La scollatura dona ai suoi seni non abbondanti e la collana che ha scelto le cade a pennello lungo il petto chiaro. I ricci scendono diseducati, il fondotinta traccia le gote con arroganza dilaniante, rendendola più scorbutica di quanto è. Il rossetto le accresce le labbra, il suo portamento è flebile, delicato.
Si volta, ad un certo punto, mentre esco dal bagno ed aggiusto la camicetta blu che, invece, ho deciso andasse bene. Cerco di tirarla fuori e di darle l'effetto desiderato, quando si avvicina col passo felpato e mi aiuta, sorridendo soddisfatta.
Le mani, libere da anelli o quant'altro, armeggiano perché i pantaloni vengano tirati in su e la camicia non sembri discordante. Si morde le labbra, lei, piegandosi di poco ed allontanandosi un attimo dopo, per guardarmi. -Sei bellissima.- annuisce fra sé e sé, andandosene in camera in maniera frenetica e tornandovene con una borsa di piccola grandezza, decorata da un semplice gancio di chiusura color oro, e me la porge, indicandomi come portarla.
-Le parigine ti stanno benissimo, Celeste.- sorride bieca, storcendo il naso; si aggiusta i capelli disordinati e raccolti, prima di allungare le braccia fino a che le dita non cominciano a smuovere le mie onde mosse e il suo sguardo attutisce la mia incertezza. -Ti donano.- ammette, abbracciandomi di fretta ed afferrando il bracciale di perle dall'isola della cucina. Ci gioca nervosamente, posa per qualche attimo allo specchio ed aggiusta il trucco, richiamando la mia attenzione non appena si concepisce pronta.
-Vuoi chiamare ora tua mamma, o preferisci dopo?- inclina il capo, socchiudendo gli occhi ingranditi dall'uso sfrenato ma educato di mascara. Scuoto la testa, dando una fugace occhiata al telefono, ritenendo che forse dopo potrei dimenticarmene.
-Vorresti parlarle anche tu?- dondolo sulle punte dei mie parigine, notando quanto mi stanno comode, contrariamente alle aspettative. Indossando degli abiti semplici, un giubbotto corvino ed un'espressione annoiata, riconsidero l'idea della proposta che ho presentato alla povera donna che mi cresce.
Il suo viso si incupisce, incrocia lo sguardo alla parete dietro di me, sembra perdersi in un luttuoso conflitto. Sarà anche questa una tradizione natalizia, magari.
Come in un tipico romanzo di Fitzgerald il suo scetticismo diviene compromesso essenziale nel suo pensare. La sua postura intercala, così come i suoni che le sue labbra concedono alla gola di emettere. In un'istantanea, apparirebbe devastata, codarda e stranamente incantata. Forse ripensa, magari ricorda. Ebbene, se il rammentare ti trucida tanto, che bisogno c'è, cara zia, di ricordarsi? Che necessità ti vince, per alienarti in disperazioni povere, misere, superficiali?
-Penso, --- penso, sì, credo di poter farle gli auguri. Che ore sono?- mi domanda, scuotendo fervidamente il capo e stringendo le tempie con i polpastrelli sudati. Si appoggia all'isola alla sua destra, battendo il piede sinistro a terra con insolenza. Si volge verso l'orologio e mi sussurra che è ora di andare, pertanto si tratterà di un rapido saluto.
Acconsento, scorrendo le dita sullo schermo e digitando il nome di mia madre per incominciare una chiamata non del tutto semplice. Mi sottometto all'introversione, disdegno le sensazioni e mi accoccolo nella presenza vicina della zia, innervosita ed esitante.
Uno squillo, qualcuno in più e -Pronto?- il tono è frettoloso, inghiottito. Aggiunge, -Celeste?-
-Ciao, mamma. Buon Natale.- affermo, tingendomi di timidezza e paziente cordialità. I miei silenzi le dicono tanto, me l'ha costantemente detto, mia madre, che biascico più lasciandomi guardare, che parlando. L'eloquenza non è per me, rispondevo ogni volta.
-Anche a te.- distratta, ciecamente assorta, le racconto che sto andando a messa e che zia è entusiasta all'idea che io abbia deciso di concedermi dell'eleganza.
-È strano da parte tua, Celeste, ma starai benissimo.- evita commenti sulla presenza della sorella nella conversazione frettolosa, ridacchia alla rapidità dei miei racconti e dona qualche informazione riguardo il suo pranzo di Natale. -Sarò a casa di una collega single. Ha già provveduto per il pranzo, ma ho amato dedicarmi ai miei struffoli. A te piacevano tanto.-
-Immagino di sì. Anche zia me li ha fatti,- la ripropongo nell'argomento, sollecitandola ad intervenire e a rivolgere una gentile parola a questa donna ravveduta. Ma Maddalena è circoncisa nella sua insicurezza, sposta le unghie lungo la linea del labbro ed è piegata severamente coi gomiti al ripiano e gli occhi altrove.
-Saranno buoni.- inghiottisce nuovamente, si strozza quasi. È lussuosa la sua intermittenza e non deplorevole la presunzione con la quale intende sorvolare il nome della donna a cui mi ha affidata.
-Ti vuole salutare, la zia, te la passo. Ancora auguri, mamma.- mi dice che deve scappare, ma le ammetto che ci vorrà un attimo e che mi dispiacerebbe se non lo facesse. Sospira, lei, mentre il mio telefono, in viva voce, è posato sul ripiano a portata della mano di mia zia.
Maddalena dischiude le labbra, capisco perché mia madre si ostini ad evitarla e mi è chiaro perché lei permetta che questo avvenga. C'è una repulsione provocatoria che intrinseca ai loro animi dimora in entrambe. Scommetto sull'espressione annoiata di mia madre dall'altro capo del cellulare, quando zia afferrare il cellulare e lo avvicina alle labbra, poi -Buon Natale.-
-Maddalena!, come stai?- prassi, pura educazione fasulla, -Buon Natale anche a te.-
-Abbastanza stanca, direi. Il lavoro mi uccide. E Celeste è particolarmente poco collaborativa.- la sento, la frecciatina e scatto, smistando nei miei occhi la delusione alla sua affermazione. Mi impongo di stare eretta e la fisso in un'istantanea di rancore di cui non vuole accorgersi. Capisco perché io sono così.
-È un'adolescente.-
-Appunto, un'adolescente.- la tensione è palesata, i loro striduli commenti sono insofferenti e mi chiedo quanto abbiano intenzione di continuare. Sento i cocci del mio spirito cedere al pavimento, crollo progressivamente agli occhi vendicativi di una donna sulla trentina. Le mie gote si stringono per la tristezza crescente e le labbra, le increspo in maniera assurda. Serro i pugni, chiudendo le gambe per l'ira e la prego di porre un punto.
-Ora ti lascio, Celeste non ha bisogno di questo.- la ripropone con affetto nei miei confronti che mamma percepisce argutamente.
-Certo.- salace, attacca la telefonata e non mi spreco in parole, in frasi retoriche, mi impongo soltanto di scendere le scale e di sedere in auto in perturbante silenzio, scandagliata dalla necessitazione di tranquillità. Forse ho sbagliato, magari ho preteso eccessivamente, ma l'umiliazione che presiede nel mio organismo esige le venga riproposta qualche scusa immediata che ripari l'orgoglio fragile. L'isteria che vive le due donne che più mi sono care mi angoscia.
Zia Maddalena chiude il portoncino con fare sfacciato proprio quando io mi rinchiudo in macchina. Con i suoi atteggiamenti sempre moderati, sistema i regali che avevo preparato e dimenticato nel portabagagli, ed entra a passo svelto sedendosi con pacatezza. Le dita, le dolgono per la presa ferrea che la vede intenta a guidare. Il suo campo visivo si blocca prima di giungere a me, né io convengo che mi debba dire qualcosa. Mi è impressa nel cuore la freddezza utilizzata, mi sfregia come fuoco ardente sulla pelle sensibile. Il capo al finestrino, le gambe incrociate ed il telefono fra le mani, i miei sensi suppongono delle teorie che mi donerebbero lieve indifferenza alla faccenda.
-Voglio che tu sappia una cosa.- suggerisce, d'improvviso, quando ci stiamo imbattendo nel traffico naturale della mattina di Natale. La piazzetta davanti alla chiesa è già completamente occupata e zia vaga in cerca di un posto disperso e non notato da alcuno.
Non le rispondo, mi rannicchio su me stessa ed adesso le do completamente le spalle, ma non vi bada. -Io non sono nessuno, Celeste. Sono una persona ed una persona, se viene offesa o si sente offesa, reagisce con aggressività o, peggio, porta rancore. Non sono migliore di tua madre, ma anche io sono vulnerabile, anche io ho sofferto. Ma contrariamente a te, io provo il rancore di una vita. Non voglio mentirti, ti dirò l'assoluta verità: detesto ancora l'atteggiamento presuntuoso di quella donna che per anni è stata pompata da quei due idioti dei tuoi nonni.- ride tra sé e sé, beccando un posticino appartato per l'auto e parcheggiando velocemente, senza problemi. Si sgancia la cintura, ormai notato il mio sguardo insistente su di lei e la mia posizione cambiata. Prende la borsa dal sedile posteriore e la poggia sulle gambe, controllando di avere gli spiccioli per l'offertorio e insinuando di essere stanca. Infine, sorride e sospira, incastrano i miei occhi nei suoi, -L'idiota, in realtà, sono io che non pervengo in grado di perdonare. Magari è per questo, che mi affido a Dio. Chi può saperlo?- affretta quest'ultima parte, non divincolandosi dalle mie eccentriche e taciute accuse.
-Ma l'isterismo di tua madre mi ha sempre disturbata, il modo in cui si rivolgeva agli altri, anche. Tuttavia, ti assicuro che nutro un affetto indecifrabile per mia sorella e mai penserei di smettere di provarlo.- così detto, sfugge dall'accumulamento di domande nel piccolo spazio e si precipita fuori dalla macchina, augurando un buon Natale al parcheggiatore abusivo e salutando alcune donne apparentemente poco più grandi di lei, anche loro appena arrivate.
Io resto appartata col dolore infinito che mi percuote e al quale non dono davvero una spiegazione. Mi sgretolo e poi mi raccoscio, aggiustando la camicia azzurra che ho scelto di indossare e rispondo al messaggio di Jacopo che si lamenta di essere stato trascinato in una chiesa.
Forse è per questo che le persone vengono travolte dalla fede: per timore, talvolta, per ignoranza, tante altre, per devastazione, le restanti.
In questo modo, scelgo, mettendo piede fuori dalla mia bolla di anaffettività nei riguardi di ciò che l'uomo ama, di confessarmi immediatamente finita la messa e resto nello stanzino col parroco di colore che canta Michael Jackson per più di mezz'ora.
*****
-Vedi, ragazza,- dice prima che lo lasci e mi richieda di pregare di più, -il perdono è alla fine di un lunghissimo processo di crescita. Un processo vivace, ma stancante. Ci si impiega una vita, per perdonare, e per crescere. E, ti svelo un segreto, anche se non tutti riescono, è la sensazione più bella che l'essere umano possa accogliere. Sentirai Dio accanto a te realmente e perderai le tracce di indifferenza. Impiega la vita, donati agli altri e non essere egoista, permetti a te stessa di non inseguire solamente lo spirito silenzioso di Gesù: insegui proprio lui.-
Mi alzo, rilascio un brontolio per le gambe addormentate e arronzo un segno della croce, avviandomi verso l'uscita, prima di -Don Mitchell?- lo richiamo, lui si volta e riemerge dal suo stato di estasi con un visino genuino. Annuisce, allargando le braccia per vestire qualsiasi cosa amassi dargli. Uomo bislacco, dalle sopracciglia ben delineate e le labbra sottili. I suoi occhi sono di un verde di immensa bellezza, i suoi palmi sottili ed ha una postura accasciata, è ripiegato metaforicamente su qualcuno dei suoi scritti, avvilita a tratti e sognatrice per tutti gli altri.
-Sarei agnostica, io.-
-Certo, anche io lo sono.- mi dice, ponendo una mano sul cuore.
-Ma lei è un prete.- mi appoggio allo stipite, emulando una donna sconcertata e privata di sicurezze.
-Cosa c'entra?-
-Lei per antonomasia dovrebbe credere.-
-Ti svelo un segreto; per un periodo ho creduto fervidamente alla teoria del dio spaghetto.-
-Poi cosa è successo?- vengo travolta dal silenzio torbido della stanza vuota. Il crocifisso pare osservarmi con pieno giudizio, le sedie odorano di fede (non chiedetemi che diavolo di odore abbia la fede) e le candele sono accese per commemorare un giorno tanto importante.
-Ho terminato di studiare e dovevo prendere i voti.-
-E quindi?-
-Mi sono accorto che io non so cosa c'è, ma credo ci sia. Capisci?-
Abbandonata l'idea di riflettervi, lo saluto mentre mi ricorda di dire ogni sera il rosario per i miei innumerevoli peccati.
Esco dalla sacrestia che profuma di incenso e cerco la zia tra la folla di persone che ancora è impegnata a salutarsi alle porte della chiesetta affrescata.
I vari abiti sono perfettamente stirati, i tacchi minacciano di soffocare le caviglie e le donne trattengono i mugolii di fastidio. I ragazzi ridono fra loro, il coro festeggia cantando canzoni di impatto e ispirazione, mentre il parroco del quartiere saluta ognuno con degli affettuosi baci sulla guancia.
Cammino rapidamente fra i corpi, non perdendomi nelle particolarità che caratterizzano questo edificio, né sulle statue di marmo e d'oro amabilmente disposte in teche protettive.
L'aria fresca che mi accoglie superato il portone di legno scuro e robusto, mi permette di liberare i polmoni dalla pesante aria che aleggia nella religiosa struttura.
Le varie persone si scambiano i regali nell'atrio, sorridono fra loro, interagiscono e si stringono a metà le mani, fingendo di non accorgersene.
Ritrovo, con una veloce occhiata, mia zia, in piedi ed in posizione eretta, che dialoga con la madre di Andrea che, per l'occasione, è andata dal parrucchiere perché i suoi capelli ricci prendessero la forma di boccoli delicati. In un abito che arriva al ginocchio, calze nere e un fard che si nota, gentilmente si propone alla gente, miseramente attanagliata dal suo credere. Le gote appaiono morbide, i suoi modi educati e la voce con la quale mi richiama mi annebbia la malinconia. Mi abbraccia con affetto, allo stesso modo il padre di Andrea, Rino, intento a leggere i messaggi dal cellulare. Una mano in tasca, dei pantaloni dai colori neutri e passati, le spalle ricurve ed i capelli ordinati dal gel.
-Buon Natale, Carmela.- sorrido, tagliando il contatto non appena lo percepisco asfissiante. Porgo il palmo, invece, a Rino, adepto alla frivolezza delle necessità.
Andrea, inerme, con camicia, giacca e cravatta, mi minaccia di non commentare il suo vestire. -Ti sta bene,- gli dico, trattenendo un sorriso.
-Non ridere.- si lamenta, attirandomi in una stretta leggiadra, privilegiata.
-Non rido, sembri semplicemente diverso.- rimarco, aggrappandomi alla base della sua schiena e invitandolo ad accompagnarmi all'auto per prendere delle cose.
-So che eri troppo pigra per portare i regali in chiesa.-
-Era sconveniente.- sollecito.
-La sconvenienza è tipica del Natale.-
-Sembri Filippo.- gli faccio una linguaccia, spingendolo leggermente e aspettando che entrambi scoppiamo a ridere come nostro solito in un'onda di gente concentrata su sé e nient'altro. Anche noi siamo concentrati su noi stessi, non compiamo ed indossiamo la differenza, ma è divertente proclamare quello che è da notare in una società stereotipata.
-A tal proposito, adoro il cd di Lana.-
-Ti ha detto che gliel'ho suggerito?-
-No, in realtà mi ha detto che dovrei parlargli più spesso di musica, così potrebbe inculcarmi un po' di sano amore per le canzoni oggettivamente buone.- mima con le dita delle virgolette e cerca di riproporre la voce innervosita di Filippo e il suo volto convinto della sua tesi.
Rido, avvicinandomi al cofano dell'auto e aprendolo con le chiavi chieste a zia. -Hai visto Claudia?-
-Ti cercava, prima. Penso non sia andata via.- lo immagino scrollare le spalle poiché non posso vederlo. Cerco la busta che contiene il suo regalo, tirando su frettolosamente le maniche della camicia e lamentandomi quando batto con la testa al soffitto della macchina.
-Dannata macchina del cazzo.- impreco, spiccicando insinuazioni contorte, e riconosco la confezione rosa, afferrandola immediatamente. Altrettanto con quella verde.
-Ti sei appena confessata.-
-Non mi parlare di quel parroco, ti scongiuro.- incomincia a mantenersi la pancia mentre se la ride, probabilmente essendo già a conoscenza dei modi bizzarri di un devoto a Dio.
-Quale parroco?- la voce di Claudia mi fa alzare il capo nel mezzo dell'ancora gremito di persone parcheggio, intenta ad allacciarmi la scarpa scomoda.
È accanto a Jacopo, già esilarato dalla scena che gli si impianta dinanzi. -Don Mitchell. Mi ha parlato del dio spaghetto, ditemi voi quanto quest'uomo è affidabile.-
-È il prete di colore?- domanda il ragazzo con le lentiggini, trattenendo un risolino. La bionda annuisce, aggiustandosi le calze nere che le fasciano le gambe formose.
Contemporaneamente, si sorbiscono altre mie lamentele perché ormai ho chiuso il portabagagli e mi tocca riaprirlo per un altro regalo.
-Buon Natale, Celeste.- mi scimmiotta Claudia, avvicinando una mano alla bocca e cercando (ed impiega le sue forze) di non imbarazzarmi maggiormente.
-Anche a te e famiglia.- dico, ritrovandomi accoccolata nelle braccia del mio Jacopo che concede alla pace di ristorare in me.
Scoppiano a ridere, loro tre, mentre io mi lamento ancora della camicetta insolente.
-È una camicia, Cele.-
-Certo,- tengo fra le dita le buste, spostandoci dove ci sono le panchine per scambiarci i regali. Parliamo del più e del meno, di quello che abbiamo in programma per capodanno e tutto viene impiegato in una svolta di positività ricercata, altamente impetuosa, ma procurante il sonno.
Mi posso definire addormentata nelle emozioni dalla banalità delle nostre azioni e dei nostri discorsi inerenti ai regali ricevuti e dati. Cerchiamo di interpretare sorrisi se non ci piacciono, esultiamo se li amiamo e possiamo considerarci assiderati nella situazione fragilmente pacata.
Seduti sulle panchine, chi sui bordi, chi in maniera scomposta, giochiamo e parlottiamo perché dire qualcosa attutisce i sensi.
-Questo è per te.- sussurro, ad un certo punto, ché Claudia ed Andrea vanno a prendersi un caffè veloce al bar qualche metro più in là, spingendo la busta celeste verso di lui che la prende incerto, inarcando un sopracciglio.
Ne tira fuori, con calma ed attenzione, una maglia dei Guns N' Roses ed un vinile del medesimo gruppo. Nascono il mento nell'apertura della camicia, arrossendo quando tiene saldamente i due oggetti e sorride spontaneamente, con degli occhi increduli. -Cele,-
-Mi sentivo di farteli, Jacopo.- lo interrompo, immaginando uno dei suoi soliti pensieri sui soldi spesi in modo superfluo. -Ci tenevo che tu li avessi, so quanto li desiderassi. Me lo hai detto qualche volta.-
-Sì, ma -- cerca di formulare un'incidentale, ma, cambiando la mia posa, gli ripeto che voglio lui li abbia.
-Ora il mio regalo è davvero inutile.- borbotta, ma non lo ascolto. Apro la confezione di carta, strappandola con i miei soliti mezzi bruschi, e mi si apre un sorriso immenso quando ne tiro fuori un orsacchiotto con la scritta 'Ti voglio bene'.
Continua a ribadire quanto sia ininfluente, che mi do la spinta giusta per abbracciarlo nonostante la distanza e scavare col naso nell'incavo del collo. Profuma, Jacopo, ed adoro coccolarmi in tutto ciò che lo compone.
Quello che gli appare inconsistente, privo di dignità o, addirittura, superficiale, mi riempie l'animo di bizzare libellule fluttuanti. La sensibilità è qualcosa che amo di questo misero ragazzo e non potrà mai realizzare la bellezza di ogni suo singolo gesto.
-Ti voglio bene, coglioncello.- impiega poco ad agganciare le braccia attorno alla mia vita e a permettermi di sedermi amante sulle sue gambe, raccontandoci barzellette odiose.
N/A: anche a voi e famiglia
Era pronto da ieri ma non mi lasciavano il computer, soooooo eccolo qui. Cominciate il conto alla rovescia, esseri immondi.
ciao ciao
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