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"E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la mia vita senza di te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello, e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita! E l'amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni."
-È ovvio che Christian e Jessica sono fatti l'uno per l'altra. Cioé, Cele, guardali.- si innervosisce, lui, steso sul divano scomodo e vecchio di casa mia, le gambe lunghe che toccano il tavolino e l'espressione infastidita dalle constatazioni ovvie che gli sto ponendo dinanzi. Si imbroncia, subito dopo, Jacopo, e mi osserva con sufficienza, di sottecchi, come per farmi intendere che Ho ragione io, coglioncella.
-Non è ovvio, stronzo.- sto indicando la televisione, adesso, muovendomi annoiata e incrociando le mie cosce con le sue per infastidirlo maggiormente.
-Onestamente, Carlos è un traditore. Lui e Christian erano amici e gli ha rubato la ragazza.- si lamenta, dandomi una spinta leggera. Si avvicina con lentezza e ora siamo uno vicino all'altra a discutere di un programma televisivo dal dubbio insegnamento morale. Davanti a noi, posti con ordine simmetrico, ci sono la coca cola e i sandwich che abbiamo comprato in salumeria prima di tornare a casa e studiare dimenticandoci del resto.
È che non abbiamo affatto studiato. Abbiamo riso, rotolandoci con spontaneità nelle coperte profumanti di rose di camera mia e giocando a colpirci con i cuscini. Il telefono, l'ho completamente dimenticato e non prendo neppure le chiamate che possono essere di zia, preoccupata per i soliti pomeriggi con Jacopo. Trovo una casa un macello dopo, Celeste. Mi spieghi cos'è che fate?
Siamo noi stessi, zia. Ecco cos'è che facciamo, riducendoci a studiare di sera tardi, soltanto perché dedicarci ai libri di primo pomeriggio risulta pienamente banale.
-Non ha rubato un bel niente. È Jessica che ha scelto, semplice. Stai delirando, Jacopo.- imito il suo tono disinvolto, permetto alle parole di sguinzagliarsi al di fuori della mia bocca con tutta leggiadria possibile. Nemmeno filtro ciò che potrei riportargli o affermargli, perché è Jacopo e a lui non importa cosa io possa dire: mi terrà nonostante il resto, nella maniera più scontata.
-Certo.- e non si arrende!, si allontana di poco solo per farmi capire che è andata, l'ho contraddetto e fingerà di essere arrabbiato finché non finirà la pubblicità. Storce il naso e lancia una fugace occhiata all'orologio, assottigliando lo sguardo ché ha cominciato a non vederci più bene.
Non ho faccende misoneiste con le quali svincolarmi o in esse intrappolarmi, non ho altro da raccontarmi e ammettermi se non che siamo come in trappola, come se ci fossimo eccessivamente dentro e respirassimo il nostro piccolo loft ornato di spiragli d'emozioni e di puro, concreto amore. Non di più che quello, non da parlarci o spenderci chiacchiere. Eravamo --- e ci stavamo stranamente alla perfezione --- in un proteggersi categorico e disilluso. Com'è, in questo modo lo vediamo, percepiamo ed affrontiamo.
Non ci sono mezzucci, dormiveglia per dividerci. Si stabilisce fra di noi --- che sia notte o giorno, che siamo svegli o appisolati, un legame intorpidito a tratti e per altri (che risultano -- o almeno mi dico essere così -- la maggior parte) vivo, seduttivo e persino folle. Ma nostro, questo è completamente mio e suo. E mio e suo è nostro, che suona di gran lunga meglio.
Sdraiarci a parlare del nulla, a raccontarci a vicenda poiché non ne possiamo avere mai abbastanza, a ridere delle forme buffe che, entrambi non poco dalla vista bizzarra, ritroviamo sul soffitto grigiastro di camera mia. Starcene per conto nostro anche in mezzo alle persone, le serate passate a ridere al cinema con i nostri amici che ci richiamano. I programmi sciocchi, lo studio assieme. Io a pranzo da lui, lui a pranzo da me. Natale che è alle porte e io che compio una scelta da adulta. E non quell'adulta interpretata, indossata per frivola comodità, tanto per dimostrare. Un'adulta un po' barcollante, non propriamente pronta ad affrontare il mondo, ma che si assume le conseguenze delle azioni che compie incoscientemente. Un'adulta presuntuosa e che spera di non dimenticare come si capiscono le cose, non con i paraocchi o i pregiudizi a travisare i suoi stessi pensieri. Un'adulta assai presuntuosa, ma non ancora grande, pertanto mi dico che mi è concesso non potermi definire ancora una donna.
È che me l'ha detto lui: Mi sembri una donna, Cele. È che mi stringeva la mano quando ho chiamato, per la prima volta dopo un anno, mia madre per chiederle come se la passasse. Mi tremava il cuore, sanguinava come un contorto tramonto saturo e non c'era più caparbietà o quant'altro con il quale avevo intrapreso l'avvio alla faccenda.
Me lo ricordo, io, anche se sembra essere passato un secolo. Sono appena due settimane o qualcosa di meno, insomma, che ho scelto di mia spontanea volontà e che mi sono alzata, una mattina; con aria pigra ho raggiunto la cucina, mi coccolavo nel pigiama di pile azzurro e trascinavo assonnata i piedi. La zia mi ha detto che avevo le labbra più grandi appena sveglia e i capelli scombinati. Ho annuito, io, mi sono seduta e l'ho guardata con paura.
Timore che non mi capisse, che non concepisse o che volesse, di conseguenza, liberarsi di me un attimo dopo. Ho stretto le mani alle cosce, però, piena di intrinseche volontà, e le ho detto, -Devo parlarti.-
Me la ricordo presa dall'intento di allacciarsi i tacchi e ad infilarsi un orecchino, scombinata e straordinaria come ogni giorno, che si è girata immediatamente. Mi ha sorriso, ha fatto trapelare il suo materno appoggio perché, mi ha ammesso, Siamo una famiglia, Celeste. E io voglio che la nostra famiglia sia la magliore che tu possa avere.
Io sono stata zitta, assorta e di sicuro alla sprovvista, per intensi attimi. Eravamo noi: io, lei e il baccano dei vicini di casa che discutevano su quale fosse la marmellata perfetta per il venerdì mattina. È stato addirittura confortante fissarla in un ambiente non sconsolato, non tortuoso per l'eccessivo silenzio abitante. Bello e cordiale è rifugiarsi nello sporgersi altrui, perché il proprio è troppo rischioso da far venire a galla. L'egoismo, Perdio!, sarà la rovina della donna che sto divenendo gradualmente. Dal portamento ai modi, da ogni mutamento che è necessario per crescere all'assimilazione che nemmeno quando si è grandi si scopre il sapore sottile e sfuggente dell'acclamata e desiderata felicità. È che interpretarla, questa donna, non è complicato: un po' d'alterigia, argomentazioni eloquenti e retoriche e cadere, ogni volta, davanti all'effettivo volteggiare della mia età vera.
Ma a lei mi sono presentata per la Celeste che sono e per quella che sto realmente diventando, null'altro.
Così, ho giocato con le monetine che dimentica tutte le sere sul bancone, essendo stanca, e l'ho ammirata nella profonda bellezza che l'avvolge. I ricci cedevoli, i lineamenti stanchi, il trucco non esagerato e la posizione di una donna che si dona per dei principi, per sé e per altri. La donna che voglio diventare --- o, perlomeno, alla quale voglio assomigliare.
Ho deglutito, ha tracciato con affetto le distanze fra noi, ci siamo sentite accanto. S'è seduta, con noncuranza falsa, e mi ha giurato con gli occhi di ascoltarmi senza interrompermi, senza volere le motivazioni. Mi ha giurato che se lo penso, non è sbagliato. Può non apparire esatto, ma è qualcosa di mio. E io non sono sbagliata.
-Zia. .- tipico di una che non ha idea di come introdurre un discorso che la intimorisce e il tono tipico di una metafora retorica. Ho preso un respiro, seguentemente, mi sono persa nei meandri familiari delle sue iridi chiare e -Voglio chiamare la mamma.-
Mi aspettavo urlasse, che si dimenasse e che mi desse della sciagurata ingrata. Mi aspettavo con tutte le mie fibre mi ripudiasse. Sapevo, però, che avrebbe sorriso. È che zia Maddalena è una bellissima persona, ma è piuttosto incongruente ai suoi atteggiamenti. È capace di piangere e dirti che sta tifando per la sua squadra del cuore. È in grado di ridere e farlo per malinconia. Sa bere e non ubriacarsi, ma è totalmente sbandata dopo un litigio. Zia Maddalena ha tante colpe per essersi addossata un fardello di questo tipo. Perché è colpa sua se sono tanto rotta, no? È perché ha scelto di provarci, doveva lasciarmi lì a corrodermi nelle mie miserie assurde ed infantili.
Ma mi ha abbracciata, zia Maddalena, e me l'ha affermato, a voce accesa, senza pudicismo, -La mia bambina è diventata una donna.-
Mi ha baciata tra i capelli, piangendo dalla gioia e mi ripeteva (anche se non avevo capito cosa diavolo intendesse) che ero venuta su non solo bella, ma coraggiosa come pochi. I suoi ricci mi solleticavano il collo, il calore del suo corpo era premuto e accoglieva la malinconia del mio. Le sue braccia mi tenevano a casa e temevo fosse impossibile avere due madri, ma lei mi stringeva come se mi avesse partorita ed era la sensazione più esaltante che potessi scegliere con la donna che mi aiutava a crescere giorno dopo giorno.
Sempre io, la Celeste che di tanto in tanto si appunta in testa le lettere d'addio al suo diario immaginario e che lo riprende nella sua psiche l'attimo seguente. La Celeste ricca di insicurezze e disinteressi, alle prese con un lavoro essenzialmente illegale, una zia stramba, dei genitori assenti e un ragazzo che, di punto in bianco, m'ha preso l'anima. Sempre Celeste, soltanto cresciuta.
Pochi giorni dopo, l'ho chiamata. E c'era Jacopo. Importava che ci fosse Jacopo e non bramavo di possedere alcuno che non fosse lui vicino al mio corpo fremente e curioso.
Ero nervosa, certa che attaccasse non appena avesse udito che si trattasse della figlia di cui si era nettamente scocciata. Avevo scelto di parlarle in viva voce. Se avesse attaccato, mi dicevo, Jacopo avrebbe capito quanto assurdo potesse essere. Perché importava che lui sapesse. Le mie incertezze erano le sue: la cappa creatosi non era che un nido di illusioni condivisi e di impossibile fraintendimento della realtà.
Avevo la gola secca, quel giorno di due settimane fa. La bocca impastata, la nausea che corrompeva ciò che trovava e tutto si impigliava nelle viscere, scendeva lì e massacrava le budella fino a farmi capire che Hai paura, Cele?
Gli ho anche accennato di sì, che sarei scappata per le ammaccature che mi ricoprivano e per la caduta contro il cemento che mi aspettava lì, invidiata da chi fa numero con me in quelli che ricordano di doversi colpire, un momento o qualsivoglia attimo diverso.
Ma ha risposto, attiravo a me la presenza di Jacopo e mi stringevo a lui, i capelli all'incavo del suo collo e le sue braccia a disegnarmi perfetta. La sua mano sinistra, priva di guanto, nella mia. Dita sudante e emozioni scompigliate ricche di presunzione, poiché Ne conosco già gli esiti.
Il suo timbro era esattamente come lo rammentavo, la freddezza e l'anaffettività della voce soave che la determina c'erano e la curiosità (che ho ereditato) la vinceva nella semplicistica pronuncia di una frase da prassi: Pronto, con chi parlo?
Ed era da prassi --- questa stramaledetta prassi che mi incute timore, che io mi presentassi. Ciao mamma, sono Celeste.
Ma sono scoppiata in lacrime, mi sono stretta al mio Jacopo nell'inesattezza del fatto e le ho sussurrato, in un borbottio saltuario, la più incomprensibile delle frasi. -Mamma, mi sei mancata tantissimo.
Ed è stato in quel preciso scorrere del tempo, bastardo e meschino, che credevo avrebbe attaccato, dicendomi di non aver abbastanza tempo per me. Credevo, anzi, di sapere che c'avrebbe anche messo dentro chissà quale parolaccia.
Jacopo mi coccolava perché lui sapeva la verità, perché lui ha sogni simili ai miei, ma pensieri che s'avverano sempre. -La mia Celeste? Piccina, sono mesi che non sento la tua voce.-
Potevo scusarmi, ammetterle che fossi stata una stronza completa e teoricamente ingrata per avere una madre che mi voleva. Beveva, era una prostituta, una volgare infedele, ma è mia madre e non ci sono ideali inculcati che me la faranno dimenticare.
E ho dimenticato di nuovo la prassi, cazzo!, e -Mamma, ti voglio bene.-
Ho sentito Jacopo baciarmi la guancia e promettermi il suo amore, senza affermarmelo. Mi trattenevano nel conoscerlo a prescindere il continuo avvenire delle cose. Perché certe accadono, altre avvengono ancora e talune le facciamo trovare in casa. E cose ci sono e continuano ad esserci, che la vita è fatta di cose e so di conoscerne per davvero.
Ho pianto per la durata di tutta le telefonata di tre ore e in tre ore, Jacopo non m'ha lasciata un secondo. Non ha affievolito la stretta o l'affetto per un misero momento e mi sorrideva rassicurante, ascoltandomi raccontare a mia madre della mia vita.
Di Andrea, di Claudia, di Renato e dei suoi figli. Di zia Maddalena che è una donna bellissima e di tutto quello che mi passasse per la testa. Le ho narrato la parte dopo Angela della mia vita. Le ho detto di Jacopo e che fosse nella mia vita da poco; l'ho fatta ridere con le sue manie per la pulizia e i cibi sani.
Le ho anche ripetuto che le volessi bene. Lei mi ha ammesso di sé. -Ho scelto di rialzarmi, amore. Quella non ero io, l'ho capito subito dopo averti lasciata andare. Ma non potevo essere una mamma io, ho detto a me stessa una notte. Poi, la sera che tu non c'eri, ho preso il primo treno in tuta e sono corsa da te. Tu eri alla finestra della cucina, che era aperta, e urlavi contro tua zia che gettava via tutte le tue sigarette. Non potevo rialzare te, se la prima stronza pomposa ero io. E tua zia ci starà riuscendo come una madre dovrebbe.-
A quel punto, mi sono aggrappata a Jacopo e ho affondato la testa nella felpa calda che lo vestiva, il suo odore mi condusse nell'universo generato affinché mi percepissi a casa. Il suo amarmi, seppur relativo, funzionava e io ho morso il tessuto che indossava, lamentandomi della mia idiozia, dell'egoismo virtuoso che mi ha districata in tanta malizia per un periodo troppo perduto.
Lei ha cercato di richiamare la mia attenzione, io abbracciavo il ragazzo dagli occhi color cacca di cane che mi canticchiava che fossi meravigliosa anche da consapevole. Ho riso, poi, quando ha ripreso la storiella assurda delle rondini e ha chiesto a mia madre un minuto per scuotermi.
-Posso richiamare,- ha borbottato, asfissiata ed intristita. Me la immaginavo a giocherellare per il nervosismo con i capelli lisci e neri, gli occhi probabilmente socchiusi ed opachi, la postura di una che vorrebbe vedere di più. Accovacciata, sì, ma con la direttiva dello sguardo altrove. È in questo modo che penso a chi vuole vedere di più: rinchiuso nella tenerezza infrangibile della propria esistenza, ma con gli occhi che stanno ovunque. Ovunque è poco; gli occhi che sono lì. Lì che è dappertutto. Giappone, Francia, Svizzera, Australia: lì è dove il cuore sta a posto e il cervello smette di tormentarti. Lì è dove davvero sei tu e non troverai mai davvero quel posto, è questa la vera bellezza. Cercherai e vagherai, conoscerai e poi imparerai che sei tu ovunque, lo sei stato per tutto il tempo ed è stato bellissimo non rendertene conto, per viverlo.
-Ma Cele vuole parlare con lei. È solo consapevole, adesso.-
-Consapevole?, ma con chi parlo?- digeriva la disillusione e ridacchiava di impatto, con considerevole emozione nelle parole che utilizzava. La sensazione era appagante: sentirla gioire, mi mancava.
-Sono Jacopo. E sì, consapevole. Ha presente quando capisce di aver fatto un'enorme cazzata?-
-Suppongo ---
-È così che si sente. Lei non vuole?-
-Non voglio cosa?-
-Sentirsi una merda.- e non avevo mai sperimentato prima di allora la risata genuina nonostante le lacrime. Una risa che mi prese dal petto e che mi travolgeva con neutralità e naturalezza, ascoltando il suono delle risate di mia madre dall'altro capo del telefono. Certo che lo sapevo, che lo stava facendo per me. Perché lui sentiva quello che percepivo io; il suo dolore era il mio, la mia angoscia la sua. Il tutto ridimensionato alla fragilità di un adolescente banale.
-Mamma.- mi sono buttata, poi. Il cuore ha cessato di friggersi nella desolazione del ricordo, il cemento che investiva i miei sensi era spaccato e si muoveva in crepe deboli. La mia intera fragilità era vittima del mio rendermi conto e, per la prima volta, mi sentivo perfetta come colei che non si impone limiti ed arriva alla felicità in un baleno.
-Celeste.- si rivolgeva con maggiore attenzione e autonomia, scarseggiava dello spirito libertino che di solito la copriva.
-È un coglione.- mi ha dato uno strattone, lui, ridendo con me e lasciandomi coccolarmi al collo della sua camicia, -Che lavoro fai ora?-
-La commessa in un supermercato, non è il massimo, ma --
-È bellissimo. È semplicemente fantastico.- l'ho rassicurata, pensandolo realmente. E me la immaginavo a sorridere disinvolta e riflessiva ai tantissimi clienti, con la solita stretta sfuggente ed il palmo sudato. Gli occhi curiosi e vispi, dimenticando d'apparenza la sofferenza. Me la sognavo con uno dei suoi pellicciotti e la divisa del lavoro a rialzarsi una vita per quella che è: una donna forte.
-Lo pensi veramente?-
-Non lo direi, altrimenti.- ho persino sorriso ed è andata avanti così, la conversazione. Allegra, incuriosita, trasudante di mancanza di freni inibitori. Dopo più di tre ore, infine, le ho detto che avrei dovuto studiare per il compito di fisica, -Ancora non ti piace la fisica?-
-Fa schifo in fisica.- ha risposto il mio Jacopo, stringendomi con eleganza minimale e trascinandomi fra le coperte del letto.
-È meraviglioso sentirlo.-
Le ho ridetto quanto bene le voglia prima di attaccare e mia madre ha semplicemente ribadito -Sono così orgogliosa di te. Ti voglio bene anche io, tesoro.- e mi sono concepita a posto. Assolutamente lontana dalla perfezione, ma perfettamente a casa.
-Devi tornare a casa?- gli chiedo, emergendo dalla rintasamento nel mio piccolo mondo costruito e tenuto in piedi grazie ad un rammentarsi costante e primitivo.
-Che ore sono?- si volta verso di me, guardandomi attento a non smarrire neppure un dettaglio che ritiene fondamentale. Lo sa che io, talvolta, mi sperdo. Ma è perché mi sta tracciando la mano con affetto che sono di nuovo qui, consapevole di avere un dono e di non desiderare di doverlo sprecare.
-Le otto passate.- gli rispondo, riportando gli occhi allo schermo e suppongo faccia altrettanto. Si divincola un po', sedendosi con maggiore cura.
-Tua zia a che ora torna?-
-Non ne ho idea.- silenzio. Torno ad afferrare la sua mano sinistra, scoperta, e mi sistemo accanto a lui, portando le gambe al di sopra delle sue e appoggiandomi col capo alle sue spalle. Mi sorride. -Resti a dormire qua?-
-È già la quarta notte.- rimbecca.
-Dopodomani cominciano le vacanze di Natale.- mi imbroncio, abbracciandolo e lamentandomi.
-Sì, ma ---
-Resta.-
-Mi serve il pigiama.-
-Starai d'amore con le mie mutande.- gli mando un bacio sarcastico che accoglie con un fine dito medio.
-Sì ma non dormo più sul divanetto. Stanotte tocca a te.-
Sono io, adesso, a fargli il medio e a ruttare per pura ironia, soltanto per infastidirlo.
-È una sfida?-
-Dipende,-
-Okay, dormo sul divanetto.-
-Musica per le mie orecchie.- divengo minuscola vicino a lui solo per assorbirne gli effetti benefici. Jacopo mi fa bene.
Torniamo a guardare la televisione, non ci pensiamo nemmeno più di tanto. Infatti, è completamente assorto quando glielo dico: -Penso di avere un incantamento in te.-
-Meraviglioso,- alza ironicamente gli occhi al cielo, beccandosi uno schiaffo. Tira fuori la lingua e mi stringe. -Perché io ce l'ho in te.-
-Come siamo scontati.-
-Stai sempre a lamentarti.- silenzio.
-...-
-...-
-...-
-...-
-Ah, Jacopo.-
-Hm?-
-Ti voglio bene.-
-...-
-...-
-Ti voglio bene anche io, Cele.- e appoggia la testa alla mia, mentre guardiamo uno stupido programma e siamo solo io e lui.
Siamo noi. E non c'è altro di bellissimo.
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