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3

"The ground beneath my feet is open wide."

Il vecchio parco giochi accanto ai palazzi popolari è sempre stato il mio posto preferito, dove la mia cara nonna mi portava ogni qualvolta non volessi mangiare, dondolandomi sull'altalena accanto alla panchina che somiglia ad un drago.

Il parco era rigoglioso, quando ero piccola; le siepi erano curate, c'erano dei ciclamini ad ogni primavera, quando tutto rivive. I pini erano un qualcosa che amavo, così alti e sgargianti, pensavo persino fossero vanitosi da bambina. Facevano ombra nelle giornate più calde, sebbene sporcassero il prato, ma erano di compagnia, quando volevi star da sola, in mezzo agli altri. C'erano tanti bambini, tutti ridevano e si rotolavano nell'erba fresca, mentre le madri li inseguivano per rimproverarli, le loro belle camicette si sporcavano sempre.

Poi, ad un certo punto, io crescevo e il parco perdeva la lucentezza, lentamente, e si notavano le giostre che non venivano più lucidate, fino a perdere quasi totalmente colore.

Poi, non proprio lentamente, ma neppure velocemente, quel taglio di mezzo che ti spezza attraversandolo, che ti taglia in due codardamente, senza farsi troppo vedere o percepire, i pini vennero tagliati, uno ad uno.

E, poi, più velocemente, ma ancora non tanto, la misura introspettiva e finta, quasi opportunista ed illusoria, quella che ti porge false speranze a cui aggrapparti, furono progettati e costruiti i palazzi; avrebbero fatto ombra, disse un uomo con i baffi ed un capello giallo buffo, ma i bambini non c'erano più tanto spesso, a volte non vi erano proprio.

Ed, infine, velocemente, senza né e ma, come se volesse dirti che ti saresti ricordata di lui, a distanza di anni, con un po' di emozione nel cuore e un po' di tremolio incostante, magari nel vedere una vecchia foto, venne primavera e né i ciclamini né la nonna c'erano più.

E fu così, me ne ricordai, asciugandomi qualche lacrima nostalgica nel grigiore di quel bel parco che s'era perso in un'età di mezzo, triste e soligna. Sorridendo, col passare degli anni, rivedevo la nonna con la pasta in un piatto bianco, sempre lo stesso, mentre mi spingeva su quell'altalena; c'ero anche io nel mio folle ed incredibilmente contraddittorio immaginario: agitavo le mani in aria e muovevo i piedi come se volare fosse possibile, toccavo il cielo, credevo. Ero in cima al mondo, non c'erano casini terreni, mi sarebbero bastate un paio di ali scomode.

Potrai crederci, o meno, in quel senso di libertà infantile e così creditizia per un futuro più stabile, magari vissuto come una passerella su tacco sette, non dodici.

Starnutii, asciugandomi il naso con la sporgenza sul polso del mio maglioncino caldo, mentre strofinavo la mano destra sulla spalla opposta, impiantata sul posto, completamente imbambolata in qualche ignoto essere che mi accarezza, ma non mi prende. Non mi getta nel vortice, solo segno, solo crederci, niente toccare.

Non sono mai stata fatta per ciò che non vedo, mi scuso, un po' per cercare una scusa da buttare lì, ai miei stessi pensieri, retorica e scontata, lo si dice sempre, ma loro sembrano attenuarsi.

Faccio qualche passo, per il vialetto pieno di foglie secche, dovute alle vecchie piante che sono di fronte a quella che avrebbe dovuto essere la pineta. Una schiera di orride case, non che c'abbiano realmente qualcosa che non vada, restano orride.

E sono falcate leggere, involontarie, quasi imprevedibili. Non mi sento mentre cammino ed i miei piedi producono quel rumore scricchiolante, lievemente accompagnato dal venticello autunnale, quello che sposta l'erbaccia andata, provocando l'esatto rumore. Quello appropriato.

Il venticello scuote leggermente i rami quasi totalmente spogli e tristi; non ti trasmettono niente, guardandoli, quegli anziani alberi. E sono così spietati nel tenerti tranquilla; niente isolamento dal chiasso, ti lasciano alla tua cazzo di viscida e neutra realtà.

Crudele senso di appartenenza ad un postaccio, con tanto di mancanza che si inala nell'organismo, ad ogni benedetto passo di più, augurandomi che sia sempre minore lo sconforto, ma no. É aumentato, aumenta drasticamente ad ogni inspirazione.

E questa stessa mancanza, quando ti blocchi e ti osservi intorno, odi il cigolio, per olio mancato, delle altalene; il ferro è arrugginito, sorrido.

E mi si insidia nelle viscere quando il mio sguardo si sposta verso le panchine che sembrano dei draghi di un verde scolorito; qualcuno deve aver smesso di sognare, rifletto. Ed allora, senza che possa davvero metabolizzare, le labbra prendono la piega di un broncio angosciato da quel che é stato.

Stringo i pugni, non con rabbia, forse neppur con un vero sentimento. Magari curiosità, un leggero pizzico di inadeguatezza, ricetta perfetta.

Giro su me stessa, dondolando prima sulle punte, poi sui talloni, alternando la mia inclinazione, con velocità.

I miei occhi incontrano lo scivolo che un tempo era arancione, ora pare di un giallo sbiadito e lasciato lì, nemmeno gli accenni di arcobaleno che c'erano, si notano più.

Ed a contornare il tutto, dei dondoli con delle molle quasi tutte rotte, non sposto il mio sguardo su tutto il parco, mi sento nauseata alla vista della prima metà.

Ed allora scavalco la barricata di legno, con un salto, le suole degli stivaletti rovinati stridono sui sassolini, e vedo, poco distante dai miei piedi, una siringa. Storco il naso, nel capire di che si tratti; passo oltre.

Stringo i polpastrelli al consumato tessuto che mi avvolge il torace, tirandolo appena, mentre compio qualche passetto, qualcuno incerto, qualcun'altro un po' più preso e deciso, come se sapessi dove andare.

Lo zaino mi rimbalza sulla parte bassa della schiena, calcio qualche brecciolina, spingendomi nel lato a destra del parco, senza osservarmi troppo attorno.

Raggiungo l'altalena, mi sporgo leggermente in avanti, dondolandomi sulle punte ed afferro con le mani il ferro arrugginito, appoggiandomi anche con la testa; prendo un respiro, la sento nelle viscere ed oltre la mancanza, la percepisco invadermi scortese ed inequivocabile, mentre mi prende a pugni deridendo la, pur sempre, mancanza di volontà di oppormi al dolore autoinflissomi.

E non capisco quando il cemento sia stato tolto da sotto i miei piedi, quando io sia rimasta qui, ferma, sola, per giorni nella mia stessa gabbia. Mi domando quando finirà di far male, o qualsiasi cosa sia questo angosciarmi strambo, che parte e va. E mi chiedo quando la smetterò di ripetermi che non sia poi tanto brutto, per me, sentire quella crepa dividermi assurdamente in due, un lato infelice, o quel che, ripeto, possa essere, e l'altro che se ne sta impiantato al terreno mancante, prendendo pugni e fingendo di star bene.

Emancipata ed impertinente, stupida, andata, fottuta, deludente, depressa, egocentrica, egoista. Tutte parole così, messe lì, pensando che non facciano breccia nell'organismo, che non percuotano la persona fino a lasciarla al suolo, ansimante e con le mani alle orecchie, troppo spiritata per poter anche solo dir loro che cessino di insinuarsi nelle vene dannatamente persuasive.

Non rispondere, non far questo, non pensarlo, non deciderlo, non deluderci. Deludere chi, poi, me lo sono sempre chiesta.

Una madre, figuriamoci un padre, io non l'ho mai avuta. Troppo rancorosa ed esperta per permettersi di preoccuparsi di quello che succedesse alla sua stupida figlia adolescente buona a nulla, con idee diverse dalle sue. Così opportunamente bisbetica e esaurita; ho sempre rincorso l'idea di una mamma, imprecando a bassa voce che lei se ne andasse e mi lasciasse in pace, quanto contraddittoria è, questa cosa, Celeste? Che poi, se ne è andata-- cazzo se fa male, il fatto che lei vi abbia rinunciato.

Che io non sia mai stata abbastanza dal renderla fiera, quando nei litigi mi stava bene ascoltarla dilungarsi sul quanto io fossi una perdita di tempo e quanto lei fosse diversa. Diversa; diversa perché sì, non sono per niente come quella donna, per quanto io la voglia accanto a me, desidero essere differente dal ritratto di una folle piena di rimpianti.

Ma che mi manchi, nonostante sputasse veleno ovunque, è esatto. Esatto perché anche se ci provassi, lei non se ne andrebbe dal mio cuore, resta la mia mamma; non sono come lei avrebbe voluto, ma sono sua figlia, in un qualche modo sperare che lei sia compiaciuta della ragazzina che ha è come cercare di afferrare le cazzo di nuvole in cielo.

Solo quando le lacrime mi bagnano le mani, mi rendo conto di star versandone, dopo così poco tempo. E ci scoppio, un po', in un lutto personale e derisorio, ripetendomi di essere così imperfetta che persino la zia ha deciso di liberarsi di me.

Mi mordo le labbra, logorata, mentre tiro sul col naso ed alzo la testa al cielo, osservando quanto sia grigiastro e senza uno spiraglio di luce.

Sforzo un sorriso per me stessa, non per altro, per quel poco di autostima banale che mi resta e mi sposto verso l'altalena, sedendomi e cominciando a sbilanciarmi coi piedi, spingendo il mio corpo, prima lentamente, come metafora di una vita che sale e scende, sempre lenta. Poi, veloce. Sempre di più. Le punte dei piedi mi danno lo slancio necessario per dissolvere qualche pensiero mentre sono su, e riprendermelo, a malincuore, mentre ritocco, anche se per poco, terra.

Tengo lo sguardo basso, fisso sul terriccio consumato e ritrovo un po' di serenità nel non guardare, nel non pensarci troppo. Nel fingere di non sapere, capire.

Mi fermo, d'impatto, tenendo le mani ancora alle catenine dell'altalena, arrugginite e rovinate, prima di far cadere lo zaino a terra, rapidamente, ed afferrare una sigaretta, da dentro di esso, piegandomi in avanti e facendo sì che i capelli scendano mossi. La accesi, le mani a coppa e calciai via lo zainetto, riprendendo a dondolarmi e spostando dal viso qualche ciocca, inspirai.

Le lacrime ed i singhiozzi mi danzavano in gola, con quella nicotina invitante e scadente, perché spendere troppo per una macchina da morte è stupido; la morte te la porta comunque, facciamo che non mi lasci l'amaro in bocca perché troppo costosa.

E libero il fumo, guardandolo salire in ghirigori spenti, sfumati, prima di riprendere un'altra spirata, storcendo il naso per la sensazione.

Ed una cicca a terra, due, tre e poi, mi accendo la quarta sigaretta, stupidamente riflettendo che se deve arrivare, farà prima ad affrettarsi. Il tempo non lascia tempo, ma ne prende quanto ne vuole. Un'altra sigaretta non mi farà maledettamente male.

Ed allora sento una risatina soffocata ed un dondolo fare avanti ed indietro. Scatto, girando la testa verso il suono e sento la testa girare sommariamente.

Mi dico che mi rammollisce, ma che starò bene, non sarà, poi, così disastroso depositarmi sul fondo di un grande posacenere.

E trovo un ragazzo, con un blocco da disegno fra i palmi delle mani ricoperte da guanti neri, ed una matita in mano, mentre dondola sul cane rovinato e cigolante.

Sembra star guardando me, stringo la presa attorno alla catenina, con la mano sinistra, ed inalo altra nicotina, tossicchiando appena. Ridacchia, ancora.

Mi mordo il labbro, osservandolo tornare a disegnare con quello che appare come uno sguardo concentrato. Serra la mascella, mordendosi le labbra piene nell'intento di far un buon lavoro.

I suoi capelli sono di un castano chiaro, si intravedono nonostante il cappuccio e i suoi lineamenti sono marcati, è, oggettivamente, un bel ragazzo. Non riesco a riconoscerne il colore degli occhi, ma noto che ha delle lentiggini sulle guance scavate.

Può essere alto pressappoco quanto me, sebbene sia seduto e non sono certa di dirlo, e veste di nero, il che mi incuriosisce.

Chiudo gli occhi, optando di distogliere lo sguardo, leccando la bocca prima di prendere un altro po' di fumo nei miei polmoni.

Realizzo di aver smesso di piangere e che ormai le lacrime sono asciutte e tese sulla mia pelle chiara; tento un sorriso.

Ed anche l'ultima sigaretta finisce, l'orario ritarda, facendomi costatare che è l'ora di andare e getto la cicca, togliendo la mano dalla catenina.

-Non farlo.- sussulto, alla voce, secca e roca. Mi guardo attorno, associandola al ragazzo sul dondolo.

Lo fisso, lui fa altrettanto, lasciando che la matita cada a terra e mordendosi la guancia, mentre mi accovaccio per prendere lo zaino e chiuderlo.

-Ti prego, ancora no.- scuoto la testa, schiudendo le labbra, prima di un -Cosa?- più spezzato di quanto avessi pianificato di farlo uscire.

-La mano, non toglierla dalla catenina.- prova a spiegarsi, arrossendo appena ed io, confusa, sorrido, mettendo lo zaino in spalla.

Ignoro il fatto che anche lui si alzi e percorra il mio stesso tragitto fino all'entrata del vecchio parco, prima che entrambi prendiamo due strade diverse.

-Ragazza.- sento chiamarmi e, insicura, mi volto, osservandolo camminare all'indietro.

-Hai la camera rosa?- rido, scioccamente, mentre lui accinge ad un ghigno, imbranato.

-In realtà, è grigia.- dondolo sui miei piedi, mordendo le labbra per non ridere troppo forte per l'assurdità del discorso.

Sorride, o vi accenna -Figo.- ammette, prima di voltarsi e continuare a camminare; faccio altrimenti.

E la sera, ignorando i richiami di zia, mi stendo sul letto, ripensando al fatto che io sia, effettivamente, stanca. Scarabocchio qualche appunto, e ripasso della storia, decidendo che, verso le dieci, è il momento di lasciarmi stare.

E solo in questo momento, mentre mi avvicino al comodino per mettere in carica il cellulare, mi accorgo che, per la prima volta dopo un anno che vivo qui, la finestra di fronte alla mia è aperta.

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