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N/A: avevo questo capitolo quasi pronto, ma per questa settimana basta aggiornamenti che devo scrivere Light.

"Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo,secondo la realtà che m'avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano."

La mattina mi risuona nelle tempie mentre cammino per strada con affianco Andrea, stranamente silenzioso.

Si tiene sulle sue e porta lo zaino su entrambe le spalle, chiudendo fra i palmi anche le stringhe, standosene zitto zitto e pensando pur non avendone voglia.

Lo tiro scherzosamente per il maglioncino blu e neppure sorride, solamente mi guarda.

Lo capisco subito, infilando le mani nel tascone, stile marsupio, del mio felpone beige che è intristito per cose a cui non vorrebbe dar conto.

Questa mattina viene filtrata da un leggero vento, seppur freddo, che a stento muove le foglie a terra. Col cielo plumbeo che minaccia pioggia ed ancora i freschi residui di stanotte, la giornata arriva a presentarsi come ingiallita da vecchia foto. Da viversi con una tazza di tea tra le mani e il fiato a cercare di raffreddarla, eppure l'abbiamo cominciata a guardare con occhi stanchi che è lunedì mattina e per nulla esistente la voglia di piazzarsi dinanzi ad un classico russo, che c'è da studiare.

-Che succede? Non hai spiccicato parola nemmeno al citofono.- bofonchio, che continua a compiere passi con l'intenzione di lasciare nella scatola, delle cose di cui sbarazzarsi, la mia domanda scomoda. Ma non desisto e lo raggiungo -E tu ti attacchi al microfono e spari le meglio stronzate.-

Ma niente, non scatta quella valvola che dovrebbe spingerlo a parlare, infuriarsi o solo prendersi e farsi ammaliare ben bene dalla prospettiva di piangerci su. Tutti abbiamo quella valvola, ad Andrea scatta persino prima rispetto a molti, proprio non concepisco cosa ci sia sotto che lo faccia sembrare tanto di pietra ai suoi stessi rincrescimenti.

-Nemmeno ce l'hai un'apologia misantropa che dovrebbe pararti il culo?- nemmeno al mio sputare parole dal significato poco chiaro, lo fa girare. Ed allora, che tanto sono famosa per non lasciar stare, mi ci piazzo davanti e gli prendo i polsi; alza la testa, i lineamenti delicati che di solito mirano all'allegro sono gettati in un'angoscia che a diciassette anni non dovrebbe essere solo proponibile.

-Che cazzo hai, André?- nemmeno l'accento trattengo, ma non gli strappo il sorriso sperato. Si scosta, semplicemente, e si siede col culo sulle piastrelle rotte del marciapiede dove i cani pisciano e nessuno si disturba a dare una ripulita.

Soffio nel giubbino, quasi per emanare calore e rabbrividisco per l'ennesimo sprezzare freddo da parte dell'amorevole venticello del mattino.

Che se non c'avessi sempre la voglia di farla finita, che prima o poi assale molti, te lo godresti.

Lo raggiungo e lo sento singhiozzare, alle otto meno dieci di un fottuto lunedì mattina.

-Ho litigato con Claudia.- lo spara e socchiudo la bocca, restando senza parola per l'unica eventualità a cui non avevo dato conto; non fino ad ora, proprio adesso che sta tutto lì a tremare e con le mani nei capelli.

-Abbiamo cominciato a parlare, un po' così, senza darci troppo conto. Poi io ho detto delle cose, lei sembrava solo non aver voglia di ascoltarle, stava bene anche senza, ha detto. .- affoga le parole, tossendo nelle lacrime ed io lo osservo struggersi. -Ha detto cose che non sono vere, perché io cerco sempre di dire la mia, anche se ho diciassette anni ed ha detto cose da perfetta manovrata e poi ho dato di matto che mi ha zittito.- nemmeno ce l'ha, questo discorso, un filo logico. Non lo ha, perché Andrea vorrebbe raccontarlo così com'è e poi le impressioni prendono piede e capita, come a tutti, di travisare il vero succo. -Poi, le ho fatto notare quanto lei e la sua amica si affidassero ad informazioni inutili e l'altra ha tipo detto che sono tutto montato. E ho litigato con Claudia che afferma che con me non si può parlare.- piange ancora e gli tocco la spalla.

Andrea è troppo intelligente e fuori dal consono, perché qualcuno gli presti per davvero attenzione. Si pavoneggia nelle sue conoscenze, molto spesso, e non è propriamente consapevole, quando lo fa, ha solo voglia di buttare giù la sua e i suoi coetanei ancora non sono pronti a farselo dire, di essere mancanti, se non si tratta di libri.

-Claudia è intelligente, perché nemmeno mi ascolta?- questo litigio suonerebbe ridicolo ed inappropriato a chiunque avesse la possibilità di assistervi. -Io ho solo questo.- ed allora, sì, che parlo, dandogli un bello strattone ed alzando il culo dal freddo cemento.

-No, bello mio eh. Non azzardarti a ricominciare con la tua stupida teoria! Che se ti mettessi in testa che il mondo è bello perché puoi avere varietà di opinioni, seppur, francamente, dettate dall'ignoranza, ma puoi parlarne! E tu, uh! Tu sei solo un ragazzino, avrai le energie per farti sentire, magari è il modo in cui esponi le idee ad essere poco esatto e puoi migliorarlo.- gli do una pacca sulla spalla e gli alzo il mento con le dita, spingendolo a guardarmi, che non piange più -E con Claudia farai pace, lei fraintende spesso, ma sai che siete forti, assieme.- che se si vuole far capire qualcosa ad una persona affranta, non solo consolarla è fondamentale, ma dirle ciò che ha bisogno che le si getti in faccia, oltre alla cruda verità, fa da cornice eccentrica.

-Non voglio che Claudia pensi che io mi senta superiore.- gracchia, strofinando nervosamente le mani sulle cosce e tirando su col naso. Che Andrea non lo sa, ma ha tanto che fa persino a me che ci convivo. Che Andrea ha qualcosa in più, solo non lo ha ancora capito, Claudia glielo dice sempre.

-Claudia non lo pensa. È solo incazzata e probabilmente avrà anche il ciclo.- finalmente ride e si asciuga quelle lacrime tristi. Gli porgo la mano, facendo in modo che si rimetta in piedi e che io possa abbracciarlo, perché Andrea ha bisogno che gli si dimostri affetto con frequenza, o si sente solo.

Andrea, me lo dico spesso, ripetendolo in maniera asfissainte, è un bell'enigma sulla faccia della terra, che decifrarlo è impossibile.

-Ti voglio bene, Cele. Puoi venire con me da Claudia, dopo?- alzo gli occhi al cielo che ancora mastica le parole sulla mia spalla e -Davvero non puoi starci senza parlarle per qualche giorno? Anche lei, sai, ha da migliorarsi. Tu hai un bell'ego del sapere gonfiato, lei ha il fraintendere dentro.- ridiamo, ancora.

-È che io a lei, ci tengo.-

-Va bene, stronzo, andremo da Claudia, dopo.-

-Mi ha anche regalato il segnalibro con la firma di quel prete scrittore,-

-Lo so, Andrea.- sorrido, muovendo la testa in segno di poco assenso e lo trascino verso la scuola.

-È la migliore, Claudia.-

-Sì, lo penso anche io.- e gli prendo il braccio, cominciando a raccontargli le cose più assurde, solo per farlo ridere.

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-I compiti di matematica, cari ragazzi, sono stati un disastro.- la professoressa bassina si porta una mano ai capelli e poi sugli occhi, nemmeno fosse irrimediabile, la situazione. Gli occhiali celesti li tiene sotto al mento, che sugli occhi le danno fastidio, pare che ancora non abbia accettato di averne necessità.

Gioco con la punta dei miei capelli, prima che qualcuno mi tocchi la spalla e -A te come è andato?- chi altri, se non Filippo, che mi pone questa domanda.

Scrollo le spalle, seduta disinvolta sulla sedia e con le mani nel felpone, storcendo il naso -Non molto bene.-

-Certo, così prenderai nove ancora.- sbuffo, buttandogli a terra il porta pastelli grigio e ridendo assieme al suo compagno di banco.

-Nemmeno li ho fatti tutti gli esercizi, risparmiati il piatto sarcasmo.- con una mossa si aggiusta gli occhiali sul naso, di solito porta le lenti a contatto, e poi gioca coi fili del suo diario, fingendo di non prestare attenzione.

Alto, tutto compiaciuto e fiero di ciò che sa, i capelli mori e la carnagione scura, ti guarda con gli occhi verdi e le basette rasate con la lametta.

Vibra il cellulare in tasca, proprio quando la professoressa mi piazza davanti un bel sei per il quale sacrificherò qualche capra a Zeus, come promesso. Esulto troppo visibilmente, e le sento, le parole che poi vengono buttate lì. Guardo la sfilza di errori commessi, ma ringrazio di averne eseguiti almeno un discreto numero.

Afferro il cellulare e scorgo un messaggio da Jacopo.

Oggi torniamo a casa assieme?

No. Digito, velocemente, e rido per la sua probabile risposta, che a dirla tutta, mi aspetto.

Va bene, fiorellino mestruato. Ci vediamo davanti scuola tua, che io esco prima ;).

No.

Tanto vengo lo stesso.

:c.

Rido troppo evidentemente e -Rossi! Hai finito con quel dannato affare? Qui sto spiegando gli errori!-

-Scusi, prof.- alza gli occhi al cielo e si risparmia di fingere di sequestrarmelo per poi ridarmelo a fine ora con la ripromessa del Non farlo più, capito?

-Posa il cellulare.- Filippo sussurra dietro di me e gli butto ancora a terra il porta pastelli e, ovviamente -Rossi, non costringermi a buttarti fuori.- lo dice anche tutta smarrita e ormai rassegnata che, silenzio, lo faccio a stento e trattengo un'altra risata.

-Devi smetterla di buttare a terra il mio astuccio.- il tono dà allo scherzoso, lo scimmiotto un po' e lui afferma che comunque, rispetto al suo voto, il mio è andato meglio.

-Tu smettila di infastidirmi.- caccio la lingua, rigirandomi avanti ed aspettando che il suono della campanella non si faccia attendere troppo.

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L'ultima ora, con un bel compito di letteratura latina, è stata più infernale di quanto potessi pensare e mi ritrovo spalmata su altri corpi che si dirigono verso l'uscita.

Che se usassimo le diverse uscite, magari non ci sarebbe la fila, ma tutti su una, solo perché è prassi che si esca da questa.

È prassi questo, prassi quello, prassi anche l'aria che respiriamo.

Mia nonna, povera donna, diceva che ciò che è imposto termina per infastidirti a tal punto che poi ti sta stretto. Tutti che cerchiamo di essere in un modo, che ce ne sarebbero centomila diversi.

Che se è uno è più aperto o istigatore diviene sinonimo di falsità palpabile, che ti dà fastidio.

Che se è una parla troppo, allora non le si dà a parlare, che ti dà fastidio.

Che se ad uno non piace qualcosa, la mangia che è prassi che tu lo faccia, lo pensi e lo viva.

Che se tutto è, ed è, siamo tutti insieme di macchine manovrabile che non sono e potrebbero far a meno di averla, un'idea propria. Che noi stessi non ci stiamo bene.

Tutti le stesse scarpe di merda, i capelli pettinati allo stesso modo e tutti che leggono qualcosa perché è figo. Tutti che ammirano l'arte solo perché altrimenti non avrebbero abbastanza colore in casa proprio.

Libri che sono la forma del divenire ritenuto esatto di una società abbastanza fumata da permettersi il badboy e la ragazza per bene.

Che le memorie mi sembrano, mentre cammino sul prato fresco e bagnato, dove sono sparpagliate scarpe, e proprio non dovrei rifletterci, una marmellata di cliché e di visto indipendentemente da se a qualcuno stia bene o meno.

Delle mani mi toccano le spalle nel camminare e mi rendo conto che m'ero dimenticata di Jacopo.

-Risparmiati il buh.-

-Sovrappensiero?-

-Lascia perdere.- mi giro, lui toglie le mani e lo osservo, ancora, vestito di nero, col guanto alla mano.

-Ma te dov'è che vai?-

-Allo scientifico, dove dovrebbe andare uno come me?- fa l'occhiolino tutto strano e rido.

-Al manicomio.-

-Anche giusto.- mi fa un cenno e lo seguo, attraversando la strada piena di auto che se potessero, pur di non perdere mezzo minuto, ti butterebbero sotto.

-Ho preso sei a matematica, non ti ho visto inchinarti.- lo stuzzico, mettendo le mani in tasca e camminando col saltelli contenti sul marciapiede pieno d'erba.

-Se fossi al classico, avrei più di sei in matematica.- lo spintono e ridiamo, che lui fa lo stesso. Finiamo per spingerci per strada, mentre chi ci passa accanto scrolla le spalle e fa cenni di darci per matti.

-Ti piace leggere, Jacopo?-

-Mi piace l'arte in generale.- ammette -E a te?-

-Io sono innamorata dell'arte.-

-In effetti notavo somiglianze.-

-Fra me e?-

-Penso si chiami Gioconda.- gli faccio la linguaccia ed intravedo casa.

-Ah- ah.-

-Sono esilarante, lo so.- si ferma e capisco che ci dovremmo salutare, ma -Cosa mangi, oggi?-

-Non ne ho idea, perché?- mi guarda piuttosto perplesso e incrocia le braccia al petto, battendo il piede a terra, nell'attesa.

-Ho delle melanzane che hanno il sapore di patate a casa, vuoi--

-Non ci credo, dove le hai prese?- si finge interessato.

-Stronzo, se vuoi puoi mangiarle con me. Altrimenti le mangerò da sola.-

-Non è che le hai avvelenate?-

-Le ha fatte mia zia.-

-Ho mangiato parecchia roba di tua zia, mi odierà.- scoppio a ridergli in faccia e prendo dalla tasca dello zaino il mazzo di chiavi e mi avvicino al portone, per aprirlo.

-Le vuoi o no queste melanzane?-

-Se finisco all'ospedale- comincia, seguendomi su per le scale -ti darò la colpa.-

-Abbastanza lecito.

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