Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

13

Abbiate la gioia e pazienza di leggere la nota a fine capitolo. :3

"La sofferenza è l'unica causa della coscienza. E sebbene abbia dichiarato che secondo me la coscienza è per l'uomo la più grande disgrazia, so però che l'uomo l'ha cara e non le scambierebbe colle maggiori soddisfazioni."

Otto toccati giorni da venerdì scorso. Otto giorni in cui, ogni pomeriggio, mi sono vista con Jacopo nel vecchio parchetto ed altro non abbiamo fatto che starcene fermi lì.

Per i primi tre giorni lui guardava me, io lui. Parlavamo appena e discutevamo per assurdità, persino su quale cioccolata fosse più buona.

Io seduta su una panchina, lui su quella affianco. Io che studiavo greco, lui col quel blocchetto che faceva chissà cosa; ho intuito, nei primi tre giorni, che non gli sta bene che io lo guardi macchinarsi in attività che non fossero congruenti con lo sputare giudizi ininfluenti e falsamente utili.

Il primo giorno gli ho offerto della milka ed ha affermato, saccente, che la fondente fosse ovviamente migliore.

-È inutile che ci provi, la fondente è più buona.- e poi mi ha guardato, inarcando un sopracciglio e socchiudendo il suo bel blocchetto nero -E lo sai.-

-Allora io mangerò la mia milka, tu puoi alzare il culo ed andare a comprare quella fondente.- gli ho fatto la linguaccia e lui mi ha accompagnata in una risata per nulla forzata. Forse solo un po' buttata lì, nello sconforto.

Il secondo giorno, neppure fosse più intristito del solito, non mi ha proprio parlato, se non per salutarmi e chiedermi se mi andasse di tornare a casa prima del solito.

-Sono stanco.- ha anche scrollato le spalle, ed io ho finto di bermela, senza rifletterci troppo, tanto neppure doveva fregarmi cosa avesse.

Così non si è lasciato accompagnare a casa, che poi il percorso era lo stesso, ha solo fatto un cenno e di sera la persiana di camera sua era abbassata.

Il terzo giorno abbiamo discusso su quale fosse il gusto di gelato migliore. Fato o destino, gradivamo gli stessi.

-Ovviamente, la stracciatella è migliore, Cele.- il terzo giorno ha cominciato a chiamarmi Cele, senza che io glielo avessi chiesto. Semplicemente, appena mi ha vista, ha alzato la mano ed urlato un Cele a pieni polmoni. Mi ha detto che aveva preso, la mattina stessa, un bel voto in latino. -Ed io, di latino, ci capisco niente.-

-No, non lo è. Il kinder vince, Jacopo, e lo sai.- l'ho scimmiottato e mi ha dato il medio, tutto ben composto che se la rideva da perfetto scemo. Indossava una felpa nera ed i pantaloni del medesimo colore; le scarpe sono sempre le stesse. Anche il terzo giorno l'ha impiegato a sprecarlo su quel suo bislacco blocco scuro.

Il quarto giorno, contro ogni mia assurda aspettativa, s'è seduto accanto a me ed abbiamo giocato a briscola. -Cos'è, non ci sai giocare?-

-Dai le carte, che ti farò un culo tanto grande che tornerai a casa piangendo!- ho strillato, gettando a terra il libro di chimica ed incrociando le gambe davanti a me. Mi ha, comunque, stracciato.

-Piccola Celeste neonata, ora tornerai a casa piangendo?- ha riso -- ed ho, dopo tanto tempo -- così tanto che, alla fine, dopo un numero di partite che ha lasciato scorrere il pomeriggio, mi sono accorta che mischiasse le carte per sua convenienza.

Il quinto giorno, invece, ci siamo visti sulle scale e mi ha mostrato quei suoi strani trucchi con le carte, fregandomi volta per volta, nonostante mi improvvisassi maestra e cercassi di sgamarlo. Alla fine, me lo ha detto quasi per pietà, che ero intenta a battere la testa contro il muro, le carte erano -- ovviamente, piccola osservatrice acuta -- truccate.

-Sapevo ci fossero più dieci di cuori!- ho preso uno slancio da battere la testa contro lo spigolo della finestra e mi sono ritrovata con dello stupido ghiaccio in testa e lui che tratteneva le risate con le guance rosse.

-Puoi ridere, sai.-

-Davvero? Perché te con dei piselli congelati in testa sarebbe propriamente esilarante.- una cosa che ho imparato di Jacopo, quanto poco conti su una scala di quella che è davvero la persona, è che se trattiene emozioni troppo influenti, gli si tingono in maniera accentuata le guance e non sa controllarlo. È, probabilmente, l'unica cosa che quel ragazzo non gestisce.

-Sai cosa? Un giorno sarai tu con una busta di carne congelata sul naso, ed io riderò così --

-Ma, per ora, quella ad avere la busta in testa sei tu.- e ho lasciato che si facesse due risate sullo spettacolo della ragazza in maglione ampio, converse e capelli neri, su delle scale sporche con una busta di surgelati in testi.

Durante il sesto giorno mi ha invitata a bere il tea migliore della mia vita e -È davvero originale?-

-No, in realtà l'ho comprato al mercato. Ti interessa lo stesso?- ce ne siamo stati in strada a parlocchiare di come il tea comprato in Italia dovrebbe essere varolizzato.

-Allora, lo vuoi questo tea?- ed ha cacciato una bottiglietta di plastica con una bevanda disgustosa che a stento ho tenuto in bocca.

E ci siamo guardati -Fa proprio schifo, eh?- ha chiesto e -Non dovrebbe essere valorizzato questo tea.-

-È solo una brutta esperienza.-

-Andiamo, è disgustoso.- ed abbiamo riso, seduti su un marciapiede.

Il settimo giorno abbiamo parlato per messaggio, che io avevo il compito di latino la mattina seguente e lui sembrava curioso sul mio studiare una materia morta con tanto interesse.

Sei una di quelle persone?

Quali?

Quelle che se ne parli, non è davvero finita. 

L'ottavo giorno, nel vecchio parchetto, nuovamente, abbiamo giocato a scala quaranta e ho mischiato le carte, cosicché non barasse.

-Com'è andato il compito?-

-Penso una vera schifezza.-

Ed oggi è il nono giorno ed ancora non ho avuto sue notizie. Sono sdraiata sul letto e sento l'orologio segnare rumorosamente ogni minuto che passa ed è strabiliante come il tempo si volga lentamente quando non hai di che impiegarlo.

Ieri ho studiato e lavorato, senza che qualcosa cambiasse davvero.

Mi sollevo sui gomiti, il top leggero mi copre il petto che c'abbiamo i riscaldamenti accesi anche se zia non è in casa.

I capelli mi ricadono lungo il torso e mi guardo attorno, ancora la rivedo con la sua enorme gonna colorata e il cardigan scordinato, che cerca di farmi mangiare.

La nonna che, tenendomi ferma sul tappeto di questa camera, mi dava da mangiare che tanto non ne avevo voglia. Sarai qualcuno, Celeste, te lo leggo negli occhi.

È che siamo tante -- troppe cose, noi, e scegliere quale ci aggrada maggiormente è asfissiante.

La nonna mi diceva di non buttarmi, comico che io l'ho già fatto alla grande. Un po' buttati, poi, lo siamo tutti -- è che le generazioni sono cambiate, nonna, non per altro.

Sarei stata spiegazzata anche quando, gli hippies, li vedevi ovunque o quando le donne indossavano il corpetto. Se uno è, non può non essere. Non ricordo quale filosofo pazzo lo dicesse, ma credo che avesse dell'esatto nella sua testa.

Mi ristendo sul letto e do la faccia al cuscino scomodo, giocando con le lenzuola e le dita, che altro di esatto, ora, non trovo.

Non è che non c'ho provato a scavarmi un'uscita da questa fossa di angoscia nella quale sembro precipitare giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, è che al terzo scalino, su sette, mi sono fermata ed ho pensato che mi sta bene pure guardare la strada da su. 

Perchè sono esattamente quello che si può immaginare solo a guardarmi con i miei abiti da lurida. Mi butto nelle scorciatoie come se non ne potessi fare a meno, come se bruciare gli ultimi neuroni rimanenti fosse d'obbligo.

Certo, non mollare, che se poi ti va il fumo negli occhi riesci comunque a scorgere la risolutezza dei fatti.

La finestra leggermente aperta ed affero il cellulare, accendendo i dati e guardando le notifiche scorrere silenziose sullo schermo, riempendo la barra.

I soliti messaggi sul gruppo classe, qualche chat privata che ignoro spudoratamente e decido che gli abiti mi stanno stretti e, senza coscenza o pudore, fatti indissolubili dell'uomo, afferro dei pantaloncini e vado in bagno, socchiudendo la porta dietro di me.

Accendo lo scaldabagno, che tanto lo faccio ogni volta che metto piede nel stanza dalle piastrelle chiare. Sentire che qualcosa fa rumore o produce calore -- penso che il calore sia vita, in effetti, e a me il silenzio, riconduce, con ovvietà, alla morte.

E se ora è impudico pensare alla sofferenza come qualcosa per la quale canti per fartela passare, magari, più in là, sarà solo guardarmi, sofferenza; insieme di ricordi -- tristi o felici che saranno, di rimpianti e di occasioni mandate a puttane. Anche adesso, mentre mi strucco e sembra che abbia fumato chissà quante canne, sto mandando a puttane il fare qualcosa.

Sfilo i jeans ed indosso i pantaloncini, mettendo i calzini e legando disordinatamente i capelli. Spengo l'affaretto che fa calore e cammino in cucina, per bere un succo.

-Ovviamente manca il succo d'arancia, quando mai lo compra!- balbuzzo arrabbiata e riempio il bicchiere di vetro di succo all'ananas ed afferro due merendine di quelle confezionate, per poi tornarmene tranquilla in camera.

Apro la porta e noto la finestra più aperta e, girandomi -Ci hai messo tanto, mi dai una merendina?- stravaccato sul letto, il mio unicorno sotto la testa ed i piedi al di fuori del materasso, mi guarda tutto disinvolto e cela l'imbarazzo e la spigliata stranezza del fatto in un sorriso che pare gli faccia solo bene.

Mi appendo alla maniglia, con le spalle alla porta e lo guardo torva, aspettandomi una spiegazione, con sopracciglia inarcate ed il succo ancora in mano.

-Ce l'hai solo all'ananas?-

-Da quanto diavolo sei qui?- un po' secco, certo, ma non quanto i primi tempi. C'è del parlato sarcasmo, mentre guardo fuori dalla finestra, notando quanto il cielo sia divenuto pumbleo da stamani.

Sbuffa, ridendo sotto i baffi e mi avvicino, standomene in piedi di fronte al letto col ragazzo tutto in nero e le lentiggini a contornargli le guance.

-Andiamo, dammi una merendina!- alzo gli occhi al cielo e -Prendila e sta' zitto.- mi viene da ridere, un tantino a guardarlo e gli lancio una brioche al cioccolato.

Storce il naso e la tiene in mano, aprendola con voracità e mangiandola in un attimo.

-Perché cavolo sei in casa mia?- il tono non è poi sprucido, o inviperato, solo sconcertato e so che lo percepisce, mentre lecca gli angoli della bocca per togliere i residui di cioccolata.

Bevo il succo restante e poso il bicchiere sul comodino e - Ti sposteresti?-

-Si dice : spostati. Impara quelle che sono le regole del bonton.- non rispondo, sistemandomi meglio.

-Fuori piove, lo hai notato? Stare sotto la pioggia non è divertente.- mi porge la plastica della confezione e mi fa spazio sul letto, cacciando dalla tasca un mazzo di carte. Mi siedo, riprendendomi l'unicorno gigante.

-Era scomodo.- lo colpisco col grande peluche in testa e scoppio a ridere, -Piangerai, ora?- lo stuzzico che si massaggia la testa fintamente addolorato dal colpo.

-Cazzo sì, ho intenzione di farmi vedere.- finge di allarmarsi e porta le mani al petto -Commozione celebrale, come minimo. . . Dovrai darmi dei soldi, sappilo.-

-Parli troppo.- mi lamento, stendendomi e ponendo l'unicorno fra i nostri colpi stretti sullo scomodo materasso.

-Questo letto è duro.-

-Continui a lamentarti.-

-Ma è duro.-

-Ah- ah, ti lamenti.-

-Ma è--

-Diavolo, zitto!- e ridiamo fortemente, lasciando che ci sia solo tranquillità fra di noi.

Mi ritorna tutto bello e calcato, in mente, ciò che potrebbe significare il divenire qualcuno.

Spreco opportunità standomene stravaccata sul letto in pantaloncini con un ragazzo strambo che dalla finestra si è infilato in camera mia?

Quanto incoerente ed imbarazzante diviene la vita se vissuta neppure fosse rallentatore? Che delle cose più assurde, diciamocelo, sono contenta e tutto pare meno banale, scontato, prevedibile -- ma lo è, e diventare qualcuno, trovandosi circondata dai cliché, non è poi tanto facile.

Solo dei bambini in corpi troppo cresciuti, a volte il farsi più grandi fa di noi un po' meno noi.

Senza voglia di buttarsi, di provarci. Senza più quella spensieratezza assurda che rende anche il fatto più triste, il migliore che possiamo vivere.

Dà le carte, all'improvviso, richiamandomi alla realtà e sorridendo assurdo. Subito dopo, nemmeno a prendersi il tempo, prende il mio cellulare e va dritto alla musica, ma prima -Quindi tu sei una di quelle persone?-

-Quali?-

-Quelle che non mettono la password.- rido, lanciandogli un cuscino in pieno viso.

E la musica non si prende il tempo di preannunciarsi, nulla di preparato per il risollevarsi l'anima contratta.

-Solo canzoni tristi, c'hai tu.-

-Mi piacciono.-

-Lo vedo.- e torna a giocare a carte, che fuori diluvia ed è la prima domenica, dopo anni, che passo a casa a ricondurmi alla tranquillità mancata.

Che saranno le undici ed io sono praticamente quasi addormentata fra le coperte e lui si alza e -'Notte, Cele.-

Emetto uno stramo mugolio di risposta e lo sento spegnere la luce, chiudendo la finestra.

N/A: abbiate pazienza e la storia vi dirà quello che volete sapere.

Ho un paio di cose da dirvi e spero abbiate la bontà di leggerle, sebbene ciò renderà questa nota la più lunga che io ho mai fatto.

1. Penso vi sia giunta voce che ho deciso di abbandonare wattpad. Inizialmente, definitivamente. Poi, delle ragazze, mie carissime amiche, che ho conosciuto qui (anxieteve Hood01 _aiaia_) mi hanno fatto capire che non ne valesse la pena, non per sempre. Allora, il mio accordo con me stessa, dato che ho necessità impellente di prendermi una pausa, è stato quello di persistere nello scrivere, ma accedere al social solamente dal computer, a partire da domani per un mese o due. Ciò comporterà mia minore presenza, non che vi importi, ma volevo dirlo. 

2. Mia aspettativa, Hands non ce l'ha fatta ai wattys, ma devo ammettere di essere rimasta molto soddisfatta per averla trovata tra le più popolari tra le iscritte per due settimane, circa.

3. In congruenza a ciò che ho detto, per ultimo (amen), vorrei dire che, solo oggi, Hands è stata aggiunta a 24 elenchi di lettura e non mi è mai piaciuto mostrarmi a troppi, ma sono davvero compiaciuta che questi due coglioni vi possano trasmettere qualche emozioni e che, forse e con mio grande entusiasmo, un giorno possano anche lasciarvi un'emozione sulla spalla.

Gli aggiornamenti prevedo di mandarli avanti con questa frequenza ancora per molto. Ma nella prossima settimana mi dedicherò principalmente a Light.

Ah, per dirlo, Celeste e Jacopo non sono innamorati, ovviamente, ma meglio specificarlo: c'è una reciproca attrazione AI CARATTERI dettata dalla curiosità.

Xoxo,

Copusa (Cosimo e la cupola)

VE LO AVEVO DETTO CHE ERA LUNGA.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro