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"Avevano la sensazione che la vita sarebbe stata una gran cosa."


Lo scherzetto mi è anche costato caro, me lo dico nuovamente, se non mi fosse abbastanza entrato nella testa bacata, e la zia non fa altro che riconsiderare le sue valide argomentazioni.

Maddalena Rossi è una donna che ci ha provato a tenermi a bada, precludendosi ogni altra via plausibile a quella del torreggiare sulla nipote troppo sbandata. Mi ha preso con sé che mia madre non ce la faceva più, troppo impegnata a darsi da un cliente ad un altro, ed ha cercato di modellarmi.

La prima volta che mi urlò contro mi ripromisi di non farlo più; l'ascoltai anche e respinsi tutte le risposte cattive nella gola, per far sì che avesse i suoi dieci minuti di avara ragione. Sbatté un paio di volte la porta dietro di sé e mi strillò di smetterla, con le tonsille che dovevano starle uscendo dalla gola ed una nipote abbindolata dalla vodka scadente su un divano.

Me ne stavo coi jeans sbottonati e leggermente abbassati sul bacino, i capelli intrisi di fumo e birra e gli occhi bruciavano come se fosse stato fuoco. Sentirla urlare, quel giorno che a sedici anni m'ero ridotta manco una ubriacona sul pavimento di casa mia o sul suo bel divano di pelle, mi aveva fatto considerare che la testa fosse troppo stretta pur solamente standoci i miei fradici pensieri.

Da allora, le volte in cui ha alzato la voce per arrogarsi la capacità di poter dare nuove idee alla nipote spiritata, non l'ho neppure ascoltata. Che tanto i concetti che andava a ripetere erano i quelli, concludendo con Puzzi di alcol e fumo, datti una cazzo di lavata. E lei, le parolacce, neppure le aveva mai dette; prima di me, prima di quel guaio che aveva tra i piedi.

-Ti avevo detto che non saresti dovuta uscire! Ed invece hai portato il tuo culo, di nuovo, fuori da qui!- me ne sto silenziosa e con gli occhi al mio personale diario di una cosiddetta scapestrata, che tanto lo vesto bene, il ruolo, io. 

Non è che non ci avessi pensato, ieri sera, alla faccenda della ramanzina seduta al tavolo con nemmeno la colazione da contorno. C'avevo pure riflettuto bene che, come minimo, m'avrebbe svegliato un'ora prima solo per tenermi tre quarti d'ora a parlare e a parlare, a blaterare su quanto il mio comportamento sia tempestoso e in apologia errato. Per poi farmi andare a mettere qualche straccio per portare il mio peso flaccido a scuola e intossicarmi pure la doccia di mattina, perché tanto ancora non l'è passata.

-E non pensare che questa cosa non abbia conseguenze.- le si è placato il tono, segno che la sgridata, per lo meno la prima, stia giungendo ad una conclusione.

Nella piccola cucina, però, comincia a starsene solo zitta, zia Maddy, tutta bella ed acchittata per il lavoro, e si fa spazio il suo flebile respiro. Tocca qualche ciocca scura che se ne esce dal suo chignon abbozzato e se ne sta ferma, ancora, perché non ha più alcuna cosa da dire.

-Ma tu lo rifarai, no?- si siede di fronte a me, tiro con le dita i bordi del mio pigiama rosa e consumato delle winx, abbassando il capo e facendo sì che i capelli mi coprano la visuale.

-Tu continuerai ad uscire di nascosto aspettandoti che la tua povera zia stia qui a non accorgersi di niente. E la tua povera zia un po' di pietà dovrebbe fartela, ma no.- appoggia la testa ai palmi delle mani e singhiozza un po', il trucco le cola e non se ne importa, per la prima volta da quando la conosco.

-Mettere dei vincoli alla tua libertà non è quello che voglio fare, Celeste, ma non posso star ferma qui, capisci? Non posso star ferma qui- e gesticola, comincia a muovere le mani freneticamente e mi tocca il braccio, smuovendomi appena, - e aspettare che da sola tu ti renda conto che questo comportamento massacra solo te. Te e solamente te.-

Dischiudo le labbra e ammetto a me stessa che questa non me l'aspettavo di certo. Mentre mi osserva e mi tiene una mano tra le sue, con aria disintegrata -Ti ha abbandonato già tua madre, Celeste, non costringermi a fare lo stesso, perché sto toccando il limite.- niente affermazioni su una mia eventuale reclusione in qualche manicomio nel Texas o altro, semplicemente si alza, fa strisciare la sedia sul vecchio pavimento e va a ritoccarsi il trucco colato.

Niente minacce o solite parolacce che ogni volta, anche se non le ascolto, sento che belle belle arrivano, solo che scelgo spesso di ignorarle perché so di esserne meritevole. E questa volta, che per giunta ho dalla mia parte il fattore di non aver toccato alcol, mi fa solo notare quanto io sia realmente scapestrata.

Che non ci rifletto sul serio, che dovrei essere abbastanza lungimirante da prevenire ulteriori danni alla mia fragile salute mentale, ma invece opto il contrario, addirittura prendendomi la briga di difendermi.

Che se potessi mettermi per iscritto direi che sono leggermente fottuta da me stessa.

Faccio stridere la sedia sul pavimento e corro a mettermi qualcosa addosso, per evitare disastri a scuola. Porto disastri un po' ovunque, ci rido su.

Questa volta, diversamente dalle altre, nelle quali tenta un dialogo con me, se ne esce e basta, chiudendo la porta dietro di sé e davanti a me. Mordo il labbro superiore, innervosita e dondolo su me stessa, con i stivaletti neri e una felpa larga grigia, fingendo di scegliere quale merenda portare a scuola. Questa volta fingo pure di non chiedermi il perché, fingo di essere assopita dalla scelta di cosa mangiare, ma si spezza qualcosa che, evidentemente, era intatto.

Squilla il cellulare, così, senza che venga anticipato da un momento in cui l'enfasi dell'angoscia si smorza. -Sono giù da te, andiamo a scuola assieme?-

-Oh, Cele, ci sei?-

-Eh.- secco e distaccato, lui non ha bisogno che gli spieghi quando sono cattive mattinate, quando il risveglio ha fatto schifo o quando mi sento tanto intristita da diventare matta.

-Vuoi andare da sola?- non c'è nota di tristezza in Andrea, se ne rende solo conto. Cristallino com'è, gli altri li capisce senza che siano da decifrare.

-No, scendo.- rispondo a monosillabi, non ho bisogno di altro. Afferro una bottiglina d'acqua, una brioche e un giubbotto nero e mi precipito giù dalle scale, mettendo su quel bel ghigno scopiazzato dai romanzetti.

Gli sorrido quando apro il portone e -Puoi piangere, eh.- dice solo questo, scrollando le spalle e prendendo a camminare.

-Aspettami, oh.- gli urlo, cercando di far sì che la voce non mi muoia nel mentre.

-No, hai bisogno di piangere e non ti piace che io ti vedo farlo.- faccio per aprire bocca, impalata in mezzo alla strada e lui a qualche altro metro da me -Prova a correggermi qualche verbo e ti mollo qui in mezzo, altro che metro di distanza.-

Mi scappa una risata, a lui anche. Scrolla ancora le spalle e prende a camminare di nuovo. Tiene le mani nella sua felpa gialla e sgambetta un po', canticchiando le canzoni di Ariana Grande.

Sto impiantata qui, nemmeno se avessi i piedi di piombo, con la brioche in una mano, la bottiglietta di acqua naturale nell'altra ed il telefono nella tasca. Prendo un bel respiro, mi do della stronza egocentrica ed ipocrita un po' di volte e a falcate veloci raggiungo capelli neri.

-Non c'è niente di male, a piangere, sai?- mi rivolge un sorriso ingenuo quando lo affianco e porge la mano per aiutarmi ad infilare bottiglia e merenda nello zaino, come ogni mattina. Gliele passo e sussurro un grazie ben mangiucchiato.

-Anche papà piange, a volte.- riflette, chiudendo la cerniera del mio zaino e facendomi un cenno di continuare a camminare tra le strade mal asfaltate della nostra città - Ha pianto anche quando gli ho detto di essere finocchio.-

-Non si dice così.-

-Mia nonna dice così.-

-Tua nonna pensa anche che se hai un piercing è il primo passo, poi c'è l'overdose.-

-Mia nonna è vecchia.- scoppiamo a ridere in mezzo alla strada ed un'auto ci bussa facendoci saltare lì per la paura.

Stiamo ancora in silenzio, lui mantiene le cinghie con le mani ed io ho le braccia incrociate al petto, tutta bel presa dal pensare a qualsivoglia cosa non mi ferisca.

Vedo la scuola e tiro un respiro, ma -Dice che ti ricordano che sei vivo, le lacrime.- 

Suo padre è abbastanza saggio quanto bigotto, glielo concedo.

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Il vecchio parchetto è tanto silenzioso quanto triste. Se anche stai ferma su una panchina tutta rovinata a tradurre del misero greco te ne rendi conto, che è triste.

La mattinata non si è prospettata deludente quanto la nottata su un letto presa dalla preoccupazione per il giorno dopo. Nove a latino ed otto a filosofia, sparati come se nella vita questi voti mi migliorino o peggiorino, ed abbastanza compiti su cui far marcire i miei pensieri.

Che anche se il mal di testa mi è passato, la testa mi sembra ancora troppo stretta per tutti i programmi di miglioramento che sto annotando.

Essere meno isterica, inviperita, saccheggiata di emozioni e quant'altro. Ti ricordando che sei vivo, le lacrime. Mamma piangeva quasi mai, se non proprio, apocalitticamente, mai. Mamma diceva sempre che se ne sarebbe tornata a Parigi ed avrebbe mangiato, sola, le crepes sotto la torre Eiffel ogni volta che era giù.

Ci ha provato con me, anche se poteva far di meglio. La prima volta che se ne andò di casa era il suo stesso compleanno ed urlava che i politici fossero una miriade di porci. Mia madre c'aveva l'ideale nichilista e misantropico nel sangue anche solo nel parlare.

Mi lasciò sola, tutta la sera. Tornò tutta fumata e con gli occhi rossi. Non ti drogare mai, Celeste. E lei stava tutta fatta il giorno del suo trentasettesimo compleanno.

Da allora imparai che poteva uscire quando le pareva, sicuro come la morte non sarei più rimasta in piedi ad aspettarla come quella sera per augurarle un buon compleanno con quello schifoso regalo fatto da me. Usciva di casa anche mentre facevo i compiti, da che avevo otto anni la prima volta, usciva sempre più spesso.

Magari avrebbe dovuto seriamente provarci di più con me. O magari io avrei dovuto provare a vederci un po' di buono in quello che tentava di fare.

Come quando cercò di farmi avere quella stupida bambola per Natale ed io me ne stetti in camera, solamente perché, per me, una bambina di otto anni, non era abbastanza, ancora una volta.

Forse è vero che ti ricordando che sei viva, che sto piangendo bagnando il rovinato vocabolario di greco e il quaderno, seduta su una panchina, solo perché sono stata abbastanza ipocrita da non concedermi delle lacrime fino ad ora.

Piangere è per codardi, piangere è per coloro che nella vita non combineranno nulla, piangere non è per te, Ce'. Tu sei forte, Ce'.

Non c'è forza in un corpo da un metro e sessantacinque come il mio, c'è solo angoscia. Tanta e tanta angoscia. Che se ci fosse soffice rammarico sarebbe meglio, ma vi è solo dell'avida angoscia che mi divora intera. Non c'è mancanza di sincerità, che corpo e cuore se lo dicono che io non ce la faccio, c'è solo un camuffare che altrimenti non sarei credibile per me stessa.

Se piangessi per tutti i ragazzi che mi hanno usata, dovrei piangere per tutte le volte in cui le carte sul tavolo erano alla rovescia. Dovrei piangere per i troia trovati sul banco gli sputi sullo zaino -- che tanto sono sempre io che incomincio. Ma no, paradossalmente, piango perché mi manca la mia mamma e zia, manco fossi una bambina, è in collera con me.

Butto a terra libri e zaino, tirando a me le ginocchia e racchiudendomi nei miei attimi di sconforto -- che poi passano Cele, giuro che passano, mi dico.

-Non sono una fottuta principessa smarrita, no, non lo sono.- tiro su col naso ed asciugo il moccio col polsino della felpa, portandolo anche agli occhi per calarmi, ancora, nella parte della dura.

Alzo lo sguardo proprio mentre sto raccogliendo i capelli -- che devo lavarli -- ed incontro un paio di occhi color cacca di cane. Sorrido e li lego disordinatamente.

Lui si guarda attorno ed inarca un sopracciglio, cercando di mordersi la guancia.

-Avanti, ridi.- glielo servo su un piatto d'argento e mi aspetto qualche suo commento sgarbato sulla mia attuale situazione. Sarebbe da quel poco che conosco di Jacopo.

Mi accovaccio, raccogliendo il macello che ho buttato a terra.

-No, non c'è niente da ridere in un'isterica che piange in un vecchio parchetto rompendo un dizionario di greco.- si posa una mano sul cuore -Proprio niente.-

-Non mi offendo.- biascico. Lo vedo cercare di trattenersi in una sonora risata e rimetto nello zaino tutti i fogli così come vanno.

Scoppia in una risata, improvvisamente, facendomi quasi saltare per la spontaneità.

-Non c'era niente da ridere.- mezzo chiedo, mezzo rimarco, mentre lui si siede sulla panchina accanto alla mia ed allunga le gambe, avvicinando fra loro le vans. Sono sempre quelle. 

-Sei piuttosto isterica.-

-Ti ringrazio.-

-No, dico davvero. Li hai fatti i controlli?- rido con lui, per la banalità della domanda. Sa come smorzare la tensione, Jacopo.

-Non penso si facciano i controlli, sai?-

-Perché no? Mia nonna Gaia li ha fatti.-

-Tua nonna si chiama Gaia?-

-No, in realtà si chiamava Rosa, ma presuppongo siano dettagli.- scrolla le spalle e ride un po' più forzato, come se si sia lasciato andare in qualcosa che non è per lui.

Raccolgo anche il vocabolario e lo poggio accanto allo zaino tutto sporco di terra e mi siedo, sospirando rumorosa e come se fossi in attesa che qualcosa finisca.

-Perché piangevi?- lo osservo ben bene, con le lentiggini un po' più scure dell'altra volta ed una felpa nera addosso. Porta un guanto alla mano sinistra, come ogni volta. Si tocca la mano sinistra.

Fingo un'espressione annoiata, come per lasciare intendere che non fosse nulla di che. Voglio lasciare intendere questo, i cuore a cuore non sono robaccia per me.

-Non ti hanno dato i soldi per andare a fare compere?-

-Certo che sei uno che sputa abbastanza sentenze, tu.- mi acciglio, incrociando le braccia al petto al suo risolino provocatorio.

-No, è che di viziate ne ho abbastanza.-

-Beh, si dà il caso che non mi conosci, caro Jacopo e che-- famelica, vogliosa di sfogare quel senso di inopportuno dentro di me, alzo la voce.

-Si dà il caso che tu non conosci me, come io non conosco te. Ma lo si vede che sei una pretenziosa.- mi fa quasi il verso, sa che mi fa ammattire.

Mi alzo, innervosita ed afferro lo zaino, lui scrolla nuovamente le spalle e si eregge, avvicinandosi. Si tocca, ancora, la mano.

-Pretenziosa? Come se ti bastasse una conversazione via Facebook per capirmi, Jacopo!- perdo effettivamente la pazienza ed afferro il vocabolario, facendo per girarmi.

Poi lui dice qualcosa, non credo di prestarvi l'attenzione necessaria che mi volto e scatto, sfilandogli, non saprei dire in quale assurdo modo, il polsino dalla mano. L'ho notato che gli dà fastidio che lo si guardi, l'ho notato che è il suo punto debole e boom, esplode anche il ragazzo dagli occhi color cacca di cane.

Spalanco la bocca, non troppo discretamente, alla vista della cicatrice cheloidea che gli ricopre l'intera mano sinistra e lui si abbassa veloce per raccogliere il polsino, scappando via più in fretta possibile, tenendo la testa bassa.

E io sto ancora lì, a metabolizzare quello che ho fatto; spogliarlo di qualcosa col quale si difendeva. Sei caduta davvero in basso, Ce'.

N/A: l'avevo detto, quindi l'ho fatto. Tutto a posto? Sentito il terremoto?

So che questo capitolo non vi ha senso, ma non necessito di spiegare altro, perché è tutto scritto.

Un bacio.

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