Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Grigio

Dedicato a tutti colori che mi leggono. Grazie.


17 settembre.

Siamo rimasti per troppo tempo fermi in quella posizione, con la sua mano che non smetteva di accarezzarmi il dorso, i piedi che penzolavano fuori dal letto, e la schiena appoggiata al freddo muro. Nessuno dei due ha parlato, e penso che non c'erano bisogno di parole. Claudio aveva solamente bisogno di quel momento per lui, per riprendersi, per capire che comunque non è solo. E io non ho fiatato. Non sapevo che dirgli e in realtà avevo paura di combinare un danno aprendo la bocca e dicendo qualche cavolata della mia.

La verità è pure questa. Io non so mozzicarmi la lingua, non ne sono capace. Ogni qualvolta vorrei aiutare una persona, dire qualcosa per rassicurarla, in realtà finisco per ferirla. Sono una persona velenosa, rovino tutto ciò che tocco. Per questo ho taciuto e non mi sono mosso quando lui ha pianto ancora. L'ho lasciato sfogare, mentre stringeva ancora di più quella mano nella mia e io avrei voluto morire. Non so per quanto tempo siamo rimasti così, ma quello necessario per permettere al mio cuore di sciogliersi appena, ma non abbastanza affinché ciò avvenisse davvero.

Dopo poco di fatti Claudio si è calmato e ha sciolto il nostro incastro di dita e carne come se ne fosse scottato, e guardandomi preoccupato, è sceso dal mio letto per rifugiarsi sotto le sue coperte. Non l'ho degnato di uno sguardo, sono rimasto con lo sguardo fisso davanti a me. E forse, solo lontanamente, avrei voluto che quel momento tra di noi durasse di più.

*

«881329.» Una voce stridula mi sveglia, sbattendo qualcosa di metallico contro le sbarre del cancello della cella. «881329, sveglia!» l'uomo urla ancora, e io sono costretto ad alzarmi. Con ancora un occhio mezzo aperto e un mezzo chiuso, scendo dalla scaletta di legno e mi avvicino alla guardia.

«Sì, sono qua» mormoro, sistemandomi la maglia e «Cosa c'è?»

«C'è una visita per te» mi informa l'uomo in uniforme. «Muoviti!»

«Dammi un solo minuto.» ribalto incazzato nero. Mi chiudo in bagno, sbattendo la porta per darmi una regolata. Mi sguardo allo specchio e quello che vedo è l'ennesimo fantasma di me stesso che sta scomparendo. In sette mesi ho perso troppi chili, le occhiaie sono sintomo di un sonno mancato e cattiva alimentazione. E purtroppo non c'è via d'uscita.

La guardia mi richiama di nuovo, rispondo stizzito dal bagno, mi metto una maglia pulita e mi sistemo i capelli alla meno peggio. Mentre ritorno in camera, noto che Claudio si è già svegliato - impossibile non svegliarsi con le urla di quella arpia - mi guarda con fare interrogativo. Lo ignoro e mi avvicino all'uomo, che nel frattempo ha aperto il cancello e ferma i miei polsi con delle manette.

«Cammina!» mi strattona e sento Claudio trattenere il respiro. Deglutisco e mi permetto di guardarlo un solo secondo, quel attimo di verde che mi permette di non mollare.

*

Ad ogni detenuto spettano sei colloqui visivi al mese, della durata di un'ora ciascuno, con familiari o conviventi. In casi particolari, per i quali si deve specificare i motivi, in un'apposita richiesta da rivolgere al Direttore, i colloqui "possono" essere consentiti anche con altre persone. I colloqui possono durare anche più di un'ora: se non si hanno colloqui spesso, o se i propri parenti vengono da lontano, si può chiedere di riunire più ore, previste nel mese, in un solo colloquio. Una volta alla settimana si può essere autorizzati a telefonare a familiari e conviventi, sempre dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni. In realtà io non telefono mai. In sette mesi ho chiamato solamente due volte il mio avvocato e poi non mi sono scomodo di far sapere a nessuno come stavo e dove stavo. Non ho mai ricevuto una lettera dalla mia famiglia, e forse due tre visite ogni due mesi.

So ancora prima di essere di essere portato alla sala dei colloqui, chi è venuto a farmi visita: mia sorella Alessia. Lei è sola ad essere a conoscenza di questa mia condizione, è la sola che sa la verità, l'unica oltre all'avvocato a venirmi a trovare e a volermi bene. Il locale adibito a colloquio è una sala con un grande un bancone diviso in due, le due parti che separano noi detenuti dai nostri parenti, controllati a vista da un agente che si trova nello stesso locale, ma separato da noi da una vetrata. Alessia è già seduta che mi aspetta e quando mi vede arrivare, un sorriso felice di fa largo sul suo volto, ma dura un secondo perché poi si rende conto delle mie condizioni e si morde il labbro per non piangere. La guardia mi trascina fino al tavolo e poi mi lascia sedere di fronte a mia sorella.

«Ehi» la saluto sorridendogli e allungando le braccia, per quando le manette me lo permettano verso di lei. «Ciao, bimba» le dico. Mi è mancata. Forse non lo ammetterò mai, ma lei lo sa. Lei mi guarda e sa tutto di me.

«Mario» sussurra lei, prendendo le mie mani nelle sue e stringendole forte. «Mario, Mario, Mario.» ripete come un mantra, non riuscendo a fermare le lacrime che le rigano il volto, appoggiando la testa sulle mie mani. Mi distrugge vederla così, mi fa male vedere quanto dolore le causo. Per questo preferisco non vedere nessuno. Per questo voglio che nessuno sappia di me.

«Ehi, Ale.» le accarezzo i capelli. «Guardami» le sussurro dolcemente e lei lo fa. Mi sorride e io gli accarezzo la guancia. «Va tutto bene.»

«Nessun contatto!» urla la guardia, e sono costretto a ritirare la mia mano dal suo volto, facendo sobbalzare lei.

«Come stai?» mi domanda invece, ignorando il richiamo. «Scusami se non sono venuta a trovarti, ma la bambina, non sapevo a chi lasciarla. Sei dimagrito troppo. Ma mangi, Mario? Dio mio, non posso vederti così» si tortura le mani e soffoca un singhiozzo.

«Ale. Sto bene. E non devi preoccuparti. Dimmi, la bambina come sta?» gli chiedo, cercando di portare la discussione su argomenti più leggeri.

Ci riesco, i suoi occhi si illumina. Alessia ha partorito cinque mesi fa. La piccola si chiama Amelia. Io non sono riuscito a vederla perché ero già qui dentro. Ho solamente una foto di quando è nata. Niente di più.

«Cresce! Mario devi vederla. È bellissima. Ha gli occhi grandi e neri come i tuoi. Sono stupendi come i tuoi» mi racconta qualche aneddoto, sulle prima notti insonnie, su quanto non sia proprio facile essere una mamma single, di quanto la ama.

«Mi hai portato una foto?» le chiedo speranzoso. Mi fa cenno di sì con la testa, mentre tira fuori una piccola fotografia raffigurante una bambina bellissima dai gli occhi vispi e una tutina rosa. La riconosco. È quella che gli ho regalato io quando ho scoperto che Alessia fosse incinta. Il mio primo regalo e le sta d'incanto.

La prendo tra le dita e sorriso. È davvero stupenda, ed è davvero orrendo non poterla stringerla a me, vederla crescerla, aiutarla, essere chiamato zio. Chissà se mi conoscerà mai.

«Sei bello quando ridi, Mario. Dovresti farlo più spesso» mi ammonisce lei notando un sorriso sincero che è apparso il mio volto mentre guardo sua figlia. Resto con gli occhi puntati sulla foto, mentre lei prende da per terra il pacco che mi ha portato. «ti ho comprato della biancheria nuova. Ti ho portato anche una torta di mele. Sai è permessa solo quella. Qualche salume e dei formaggi. Trovi tutto qui.»

«Grazie» sussurro sincero. E poi trovo il coraggio per fargli la domanda più difficile. «come stanno... gli altri»

Alessia mi osserva, poi prende un respiro profondo e mi annienta. «Mamma e papà pensano che tu sia ancora a Londra. Devo trovare delle scuse assurde per lasciare la bambina e venire da te. Se solo tu confessassi...»

«Ale ti prego. Ne abbiamo già parlato» la fermo prima che possa dire altro, e mi guardo in giro per assicurarmi che nessuno mi senta.

«Sei innocente, Mario!» sussurra lei, esausta di questa situazione

«Non lo sono. Non lo sono mai stato. Io l'ho accettato. È arrivato il momento di farlo anche tu.» E ho il tempo di dirle altro, non ha il tempo di rispondermi che l'ora finisce e vengo portato via da lei.

Quel maledetto tempo che non passa mai quando sei chiuso in quattro mura, ma che è sempre troppo poco quando tocchi la realtà al di fuori.

*

Ritorno in cella ma Claudio non c'è. È già uscito per le quattro ore libere. A me non va di andare fuori, quindi resto sul letto. Apro il pacco e tiro fuori tutto quello che mia sorella mi ha portato. Stavolta ha davvero esagerato col cibo, ma almeno saremo in due a consumarlo.

Solamente dopo aver realizzato di aver pensato realmente di condividere le mie cose, con qualcuno che non sia io, mi blocco. Quel ragazzo si sta incastrando nella mia vita e fino a poco tempo fa io ho fatto di tutto pur che questo non accadesse. No, non può succedere. Devo stare lontano da lui, non posso ricascarci, non ancora. Non posso ferire le persone.

«Ma che bella. È tua figlia?» la sua voce risuona nella stanza, e mi fa ritornare coi piedi per terra. Mi volto verso di lui e lo vedo che guarda una foto. Ma non una foto qualunque.

«Dammela. Subito.» urlo, scendendo dal letto al castello e strappandogliela dalle sue mani.

«Io... era solo per terra.» cerca di giustificarsi ma io gli do le spalle.

«Ti ho detto dal primo giorno che non devi toccare la mia roba!» rispondo ormai fuori di me. So di star esagerando, ma la rabbia non la controllo. E lei, lei. È troppo importante. Lei è cosa mia.

Mentre sto per ritornare al mio posto, la sua voce mi immobilizza ancora.

«Ma si può sapere che cazzo di problemi hai?» ribatte alzando il tono della voce. Un brivido mi attraversa la schiena. Lui non aveva mai urlato con me e io non avrei mai pensato che potesse rispondermi. «prima mi tratti di merda. Poi mi difendi. Dici che non valgo nulla e per questo non merito di sapere il tuo nome, ma tu sai il mio. Ieri sera c'eri lì tu con me, e adesso fai lo stronzo. Di che cazzo di problemi soffri? Eh?» mi mette le mani sulla spalla e mi fa voltare con forza.

È forte lui, io solo esile. Mi piega, mi modella a suo piacimento. Siamo faccia a faccia. Lui incazzato. Io impassibile. «Te lo avevo detto.» mormoro senza far trapelare nessuna emozione. Ma dentro mi si sveglia qualcosa. Dentro, Claudio a uno a uno fa cadere i tutti i miei muri. Dentro sono nudo di fronte a lui. Spezzato sotto il peso dei suoi occhi. Sono di nuovo quel ragazzino di poco tempo fa. L'errore.

Lui mi guarda paonazzo e si porta una mano ai cappelli. «Sei tu che devi chiarirti un attimo le idee.»

Annuisco, facendo per voltarmi e dargli di nuovo le spalle, ma lui mi blocca di nuovo. «Cazzo. Guardami quando ti parlo.» mi sbraita contro, attirando così anche la guardia e gli altri detenuti che si stanno godendo lo spettacolo da fuori. C'è chi urla, chi incinta alla lotta, c'è chi ride. «Come fai a non sentire niente? Come fai a non provare emozioni? Come fai ad essere così vuoto dentro?»

E io che vorrei solamente sprofondare.

Questo ragazzo mi esausta e nello stesso momento di blocca. Mi ferisce con quei occhi, con le parole, con i gesti. Ma come devo farglielo capire che deve starmi lontano? Vuoto, io non lo sono per niente. I sentimenti mi hai ucciso. Cosa vuoi da me? Stai lontano, ti prego.

«Tutto bene qui?» chiede una delle guardie che si è avvicinato per controllare. «881329. Ancora tu?» mi accusano e io sorriso rimettendo la mia maschera e scrollo le spalle, alzando le mani in un gesto teatrale.

«Tutto bene. È colpa mia, sono stato io a provocarlo» interviene invece Claudio, scansandomi l'ennesima sanzione.

L'uomo ci guarda un secondo, posizionando i suoi occhi un secondo in più su di me, e poi incinta gli altri dalle altre celle a non fare baldoria che non c'è nulla da vedere.

«Claudio.» lo chiamo quando nessuno fa più caso a noi. Lo vedo mentre respira pesantemente e si volta per fronteggiarmi. «Io non sono niente. Sono solo merce avariata. Tu devi stare lontano da me, e non perché io mi senta superiore a te. Ma perché tutto quello che io tocco si rompe. Se potessi anch'io mi starei lontano, quindi per favore, smettila. Ti sto solo risparmiando una pena più grande.» e dicendo quelle parole, guardandolo negli occhi, lo vedo cedere e arrendersi.

Ritorno sul mio letto e mi corico a pancia in giù, con lo sguardo verso il muro. E mi sento spogliato, senza via uscita. Mi sento una merda mentre sento i suoi movimenti, lui che prima cerca di parlarmi e poi sussurra un "Fanculo" per sdraiarsi a sua volta.

E lì che cedo, perché alla fine tutti mi lasciano perdere. Nessuno perde il suo tempo per me. E io sto meglio solo.

Anche se so che ormai qualcosa si è rotto. Non è più tutto bianco o nero. È diventato grigio. È una massa informe che non conosco. Vivo in una terza fascia, qualcosa di indefinito. Ed è tutto grigio come la vista che si annebbia, come l'unica lacrima che solca la mia guancia per ricordarmi di non permettere mai più al mio cuore di battere ancora.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro