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Capitolo 8

Correvo, ma non sapevo per quanto ancora sarei riuscita a tenere duro.
Resistetti più volte all'impulso di girare la testa per vedere quanto terreno avevano guadagnato i miei inseguitori. Un paio di volte inciampai su dei rami ben mimetizzati con l'erba che li copriva e dovetti alzarmi rapidamente e ricominciare a correre più veloce di prima se non volevo essere presa.

«Continua a correre! Non fermarti!», continuava a gridarmi una voce che proveniva dalle mie spalle. Cercai di rispondergli che con tutta l'adrenalina che avevo nel corpo avrei smesso di correre solo se mi avessero preso. Ed anche in quel caso avrei cercato di liberarmi; non avrei permesso a nessuno di legarmi con corde ed imprigionarmi.

Oltre all'adrenalina però, c'era anche la paura. Continuavo a ripetermi che sarebbe andato tutto bene, che sarei in qualche modo riuscita a fuggire lontano, senza che uno di loro riuscisse a ripercorrere la mia strada. Avrei cancellato tutte le mie tracce, dalle più scontate, come le impronte lasciate dalle mie scarpe, a quelle più significative, come l'odore.
 
Un ramo sbucò fuori all'improvviso ed io non riuscii ad abbassare la testa in tempo.
Caddi sbattendo la schiena contro un tronco, la mia fronte sanguinava, ma poco importava. Non ero riuscita a scappare, la persona da cui proveniva quella voce sarebbe rimasta delusa da me. Avevo fallito.

«Ecco la fuggitiva. Pensavi che non ti avremmo acciuffato, non è così?» parlò un uomo probabilmente, la voce tagliente come pietre aguzze. Sentii che due mani rugose afferravano le mie braccia e mi facevano alzare. Io non riuscivo a reggermi in piedi, avevo il corpo scosso da brividi ed alle braccia non arrivava praticamente più sangue, per la troppa forza con cui le mani me le stringevano.

Mi resi conto troppo tardi di quello che stava succedendo. Un altra persona si mise di fronte a me e mi tappò naso e bocca.
Cercai di oppormi, ma io ero soltanto una e loro erano chissà quanti: avevo dozzine di mani che mi toccavano tutto il corpo.

La vista cominciò ad appannarsi, come quando sei sott'acqua ed apri gli occhi, ed io fui trascinata dall'oscurità stessa nel suo mondo.

Mi misi a sedere di scatto e mi guardai intorno. Ero in camera mia, seduta sul mio letto, le prime luci dell'alba illuminavano per metà il pavimento della stanza.
Mi coprii il viso con le mani e cercai di regolarizzare il battito. Decisi di contare i respiri. Uno. Non era reale, era solo un brutto sogno, un incubo. Due. Riconobbi in quel momento la voce che ancora adesso mi riempiva la mente con le sue urla. Tre. Non poteva essere, di certo apparteneva a qualcun altro.

Ora che il cuore aveva smesso di correre come se fosse lui stesso ad aver vissuto l'incubo e che i polmoni avevano smesso di chiedere tanta aria, decisi di scendere in salotto. La stanza era immersa nel buio, i balconi serrati non permettevano alla luce di illuminarla.

Raggiunsi a tentoni il divano e, una volta trovata la posizione comoda, presi il telecomando ed accesi la televisione. Sapevo che a quell'ora non c'erano programmi interessanti, ma avevo bisogno di una distrazione.
A metà della trasmissione che avevo scelto di guardare scivolai nuovamente nel mondo dei sogni.

Mi risvegliai dopo quelli che mi sembrarono pochi minuti a causa di una porta che veniva sbattuta. Mi passai una mano sulla faccia fino ad arrivare ai capelli, che cercai di sistemare dal groviglio che si era formato durante la notte.

I miei occhi erano ridotti a fessure piccolissime e stavano cercando di abituarsi alla troppa luce.

«Mamma?», mugugnai, la voce ancora impastata dal sonno.

Non sentendo alcuna risposta di rimando, mi alzai ed andai alla finestra che dava sulla strada. Vidi la macchina di mio padre fare retromarcia per poi sfrecciare sulla strada e sparire dalla mia visuale.

Quasi certamente la porta ad essere stata sbattuta era quella d'entrata. Trascinai i miei piedi fino in cucina. Sul tavolo ancora apparecchiato per la colazione vi era un pezzo di carta stropicciato con alcune parole scritte sopra.

Io, tuo padre e Maddison siamo andati a fare la spesa. Non torneremo prima delle 3 a.m.
Un bacio, Mamma

La casa era immersa in un silenzio innaturale -e sarebbe rimasta così fino a metà pomeriggio- tanto che decisi di riaccendere la televisione e scegliere un canale a caso pur di sentire un po' di rumore in quell'abitazione.

Tornata in cucina alzai lo sguardo verso l'orologio appeso alla parete, che in quel momento segnava un quarto d'ora a mezzogiorno. Sparecchiai la tavola: avevo lo stomaco sottosopra e di mangiare non ne avevo proprio voglia.

Dopo aver caricato la lavastoviglie con i piatti sporchi della sera prima e le ciotole di quella mattina, la avviai. Vagai un po' per casa con i pensieri confusi su cosa dovevo fare; difatti, appena finivo in una stanza, cambiavo idea e tornavo indietro.

Non riuscivo a stare ferma, avevo un bisogno fastidioso di fare qualcosa che mi distraesse, che obbligasse la mia mente a concentrarsi su un lavoro manuale.
Così misi su una lavatrice, feci i compiti, pulii i mobili di casa; praticamente impiegai buona parte del mio tempo sbrigando le faccende domestiche.
 
Nell'istante in cui mi resi conto di non avere più niente da fare, camminai diretta in soggiorno. Presi la cornetta del telefono e digitai il primo numero che mi venne in mente.

«Pronto?».

«Hey Cor, sono Eri».

«Ciao! Tutto bene? Intendo dire, mi hai chiamato perché è successo qualcosa?». Mi morsi il labbro inferiore non sapendo cosa rispondere. Non potevo di certo dirle che avevo avuto un incubo e che questo mi aveva scosso come mai mi era successo: sarebbe sembrato un comportamento da bambini. Cercai quindi un argomento da cui poter avviare una conversazione.

«No, solo...», mi fermai portando una mano fra i capelli. Non riuscivo a formare una frase di senso compiuto.  «...sono curiosa di sapere come ti vestirai stasera», mentii e, pur sapendo che la bugia era delle peggiori, sperai di essere sembrata abbastanza credibile.

Sentii provenire dall'altro capo del telefono una risata. «Wow! Dev'essere una curiosità talmente forte da impedirti di aspettare qualche ora!». Risi con lei e tirai un sospiro di sollievo sapendo di essere in qualche modo riuscita nel mio intento.

«Comunque ho scelto una semplice gonna nera, un maglioncino viola e...», non finì la frase ed io, pensando che si fosse un attimo persa le lasciai qualche secondo per riprendersi.

«Cor?», la richiamai vedendo che non rispondeva. Sentii provenire dall'altro capo del telefono dei rumori di oggetti, probabilmente di vetro, che s'infrangevano.

«Cor?!», stavolta ripetei il suo nome con un volume di voce più alto.

«Scusa Eri, devo andare. Ci vediamo stasera!», e con questo chiuse la chiamata.

Io mi accigliai, il telefono ancora vicino al mio orecchio. Lo riabbassai e lo guardai per qualche istante come stregata; quindi lo misi giù scuotendo la testa. Probabilmente Cor avrà avuto un gatto che, camminando sulle mensole, aveva fatto cadere vasi. Doveva essere stato per questo.

Sentii il rumore di una macchina che si fermava di fronte a casa. La mia famiglia era rientrata con ben un'ora e mezza di ritardo. Pensando che avessero comprato troppo cibo, supposi che avessero anche troppe borse da portare, così li andai ad aiutare.

«Ciao tesoro!», mi salutò mia madre, seguita poi da papà e Maddison.

Io accennai un sorriso e cominciai a portare le borse della spesa in casa.

«Eri, per quale motivo ti trovavi sul divano a dormire?», chiese ad un certo punto mia madre.

«Mi sono svegliata presto e sono scesa a guardare un po' di televisione, poi però sono finita con l'addormentarmi dopo pochi minuti», risposi con sincerità.

«Sei scesa molto presto però. Tuo padre, che è sceso verso le sei, ti ha visto che dormivi come un sasso».

«Avevo sonno», fu la mia unica risposta.

«Nient'altro?».

Sapevo che non sarei riuscita a cambiare discorso con lei, quindi optai per la verità. «Ok, ho fatto un incubo», confessai spostando lo sguardo dal suo viso al vaso di fiori che avevano comprato.

«Che tipo di incubo?», chiese curiosa.

«Venivo inseguita da degli uomini che volevano me ed una voce mi gridava di scappare» spiegai semplicemente, cominciando a sentirmi a disagio per il troppo interesse.

«È frequente?». Tornai con gli occhi puntati sui suoi.

«No, è la prima volta che sogno una cosa del genere. Di solito però non faccio incubi così realistici».

«Stai tranquilla. Era solamente un incubo», intervenne papà che aveva ascoltato la conversazione.

Io lo guardai, ma lui aveva lo sguardo rivolto verso mia madre, che a sua volta lo guardava con occhi preoccupati.

Non sapendo cosa pensare, mi girai e me ne andai in camera mia a prepararmi per la serata che mi aspettava.

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