Capitolo 2
Quando entrai in classe e dopo le dovute scuse mi misi a cercare con lo sguardo un posto libero che però non vidi.
«Eri, qui dietro!», una ragazza bionda e con i capelli raccolti in una crocchia, mi fece segno con la mano e mi indicò il posto accanto, che in quel momento era occupato dal suo zaino.
Il mio sguardo si illuminò all'improvviso e la tristezza di poco prima venne scacciata via da un'enorme sorriso. Liz era la mia migliore amica dai tempi della scuola media. Non ci eravamo viste per un'intera estate e rivederla dopo così tanto tempo mi faceva pensare a quanto mi era mancata e a quanto le volessi bene.
Andai a sedermi e quando incrociai il suo sguardo vidi che aveva le lacrime agli occhi ed un sorriso più luminoso di qualsiasi altro le avessi visto sfoggiare prima d'ora. Le ero mancata anch'io.
La abbracciai e lei fece lo stesso, solo stringendomi molto più forte di quanto ci si potesse aspettare da una ragazza così minuta. Di fatto era molto più bassa di me; raggiungeva a stento il metro e sessanta, mentre al suo confronto io sembravo un gigante con il mio metro e settantaquattro.
Aveva dei bellissimi occhi azzurri che le si illuminavano ogni qualvolta sorrideva, e cioè quasi sempre. Era una di quelle ragazze che avevano delle forme invidiabili, senza essere troppo grasse, cosa che le invidiavo parecchio. Io al contrario avevo un aspetto piuttosto banale paragonato al suo. Capelli ed occhi castani, corpo privo di alcuna forma, ma un po' muscoloso visto che facevo molta attività sportiva. Insomma, l'unica caratteristica che mi faceva spiccare era la mia altezza.
Durante la lezione non facemmo altro che ridacchiare, scambiandoci commenti riguardanti il nuovo professore di storia, il quale si rivelò un uomo piuttosto gentile ed affabile.
«È passata troppo in fretta quest'estate» osservò a bassa voce, dopo essere rimasta alcuni minuti in silenzio a fissare la lavagna, ed io non potrei essere meno d'accordo con lei.
Avevo passato i tre mesi di vacanze estive in Italia, il mio paese d'origine. I miei genitori mi avevano fatto questa sorpresa il giorno in cui era terminata la scuola, aspettando che io e mia sorella ritornassimo a casa. Ricordo che ci aspettavano davanti alla porta di casa, il braccio di mio padre a circondare affettuosamente le spalle di mia madre, i loro sorrisi che brillavano alla luce del sole.
Io e mia sorella ci eravamo immobilizzate, letteralmente, al cancello e li avevamo guardati squadrandoli con lo stesso sguardo che usava nostra madre con noi quando sapeva che le stavamo nascondendo qualcosa.
Sarebbe stata una scena alquanto comica se non fosse per il fatto che ci erano venuti incontro abbracciandoci.
«Okay, adesso mi state facendo preoccupare. Cos'è successo?» avevo domandato, anche se era difficile udire la mia voce soffocata dalla camicia di mio padre.
«Andiamo in Italia per le vacanze e ci staremo tutta l'estate», aveva mormorato mamma.
Io l'avevo guardata con gli occhi spalancati e avevo lanciato un gridolino di gioia che aveva fatto ridere i miei, mentre mia sorella era scoppiata in lacrime.
Ci eravamo trasferiti in America -dove mio papà aveva trovato lavoro- poco prima che nascesse Maddison e lei ci non la smetteva mai di accennare al fatto che non fosse mai stata in Italia e che aveva una gran voglia di visitare la città in cui avevo trascorso la mia infanzia; ma soprattutto, desiderava incontrare tutti i nostri parenti, dal primo all'ultimo. Ovviamente, li aveva già conosciuti tutti via Skype poiché i miei ci tenevano che stessimo in contatto con loro; ma era diverso. Per lei, il fatto di vederli di persona, avrebbe significato recuperare una parte di sé, che neanche sapeva di avere. Avrebbe significato recuperare le sue origini italiane.
Alla fine dell'ora avevo già memorizzato sia il mio orario che quello di Liz: avevamo insieme storia alla prima ora e matematica alla terza.
Quando uscimmo dall'aula, mi stava confortando, perché le avevo appena raccontato quello che mi era successo quella mattina, ma al tempo stesso, stava trattenendo a stento un sorriso.
«Dai, non ci pensare. Vedrai che si saranno già dimenticati di te» disse mentre si toglieva via lo smalto blu da un unghia. Io la guardai alzando entrambe le sopracciglia, perché non ero mai stata capace a sollevarne soltanto uno.
«Stai forse insinuando che sono una nullità?» replicai, al che le lei alzò gli occhi, sbalordita.
«Non volevo dire questo, solo...» si bloccò appena mi vide accennare l'ombra di un sorriso, che cercai di nascondere con una mano.
«Scema» e mi diede una spintarella non smuovendomi di un millimetro, ma vidi che anche lei stava sorridendo.
La salutai prima di dirigermi verso le scale che portavano al piano terra.
Mentre scendevo la prima rampa, stavo guardando la nuova copertina del mio libro di scienze di quell'anno e, sebbene non fossi completamente assorbita con lo sguardo dai disegni articolati della copertina, andai a sbattere contro qualcuno. Il libro mi cadde a terra, piegando la maggior parte delle pagine. Abbassai subito la testa in modo che i capelli coprissero il rossore che avevo sulle guance.
«Scusa» mormorai sempre con lo sguardo rivolto verso il basso. Ma perché capitano tutte a me questa mattina!, pensai infastidita.
Credendo che probabilmente la persona contro cui ero andata a sbattere se ne fosse già andata, mi chinai per raccogliere il libro, quando una mano dalle dita lunghe lo raccolse e me lo porse. Alzai lo sguardo per vedere chi fosse e vidi che si trattava dello stesso ragazzo che mi aveva guardato con un'aria alquanto sbalordita la mattina stessa. I miei occhi furono subito attratti dai suoi, così intriganti ed al tempo stesso intimidatori da incantarmi, ed una scintilla mi percorse tutta, dalla punta dei piedi a quella dei capelli. Ma non erano solamente gli occhi ad attrarmi; tutto di lui attirava il mio sguardo. I suoi capelli così lisci e chiari, i lineamenti definiti della mandibola, il naso dalla curva perfetta, le sopracciglia dello stesso colore dei suoi capelli che incorniciavano perfettamente quegli occhi.
Le mani mi pizzicavano tanto era il desiderio di toccare quel suo viso.
Lui si schiarì la gola e solo a quel punto persi tutta la sfacciataggine che poco prima di certo non mi aveva trattenuto dall'osservarelo senza alcun ritegno. Abbassai la testa, pensando che mi sarei presa a calci da sola in quel preciso istante.
«Grazie...» dissi in un sussurro poco udibile e le mie guance cominciarono a cambiare sfumatura, tingendosi di un bel colorito rosso scuro.
Lui si limitò a rivolgermi uno sguardo neutro e se ne andò. Ma che cavolo. Com'era possibile ritrovarsi in situazioni imbarazzanti sempre con la stessa persona che ti guarda. E per di più nello stesso giorno. Cominciai a camminare diretta verso l'aula di scienze e quando vi entrai mi misi a sedere nel primo posto libero che trovai.
«Ciao Eri!» mi salutò il ragazzo accanto a me. Mi girai e spalancai gli occhi per la sorpresa.
«Ehi Rodney! Scusa non mi ero accorta che fossi tu». Ero talmente assorta nei miei pensieri da non badare ad alcunché.
«Eh, l'ho notato. Come va a casa?» chiese gentilmente.
«Bene, grazie. Sì, insomma, a parte le piccole scaramucce fra sorelle...» gli risposi,
al che lui alzò un sopracciglio e mi rivolese uno sguardo divertito.
«Anche stavolta sei inciampata per sbaglio e sempre per sbaglio sei caduta sopra un modellino di tua sorella?» mi prese in giro e io feci una smorfia al ricordo.
«Quella volta gliel'ho dovuto ricostruire tutto daccapo. Tutto. Tu non hai idea di quanto ci si metta per costruire uno stupido modellino» sbuffai ripensando a quelle spiacevoli tre settimane.
«Comunque no, non è per quello. Stavolta il motivo è molto più serio» gli spiegai.
«Quanto serio?» mi assecondò, assottigliando lo sguardo.
«Ha strappato una pagina del mio libro preferito» dissi e lo vidi assumere una smorfia sbalordita.
«Come ha osato?!», la sua voce trasudava sarcasmo, ma io feci finta di niente.
Scoppiò a ridere vedendomi imbronciata e mi diede un piccolo bacio sulla fronte.
«Senti, dopo scuola ti va di venire da me?» mi chiese, sempre con quel suo sorriso contagioso.
«Non lo so. Prima dovrei controllare la mia agenda. Sai, sono una ragazza impegnata io» scherzai. Lui scosse la testa e sbuffò esasperato.
«Sì, mi andrebbe. Ho bisogno di passare un po' di tempo con un amico» gli risposi.
A quel punto entrò l'insegnante e la nostra conversazione finì.
Parlare mi aveva distratto un poco, ma i pensieri ritornarono, implacabili.
Fortunatamente quell'ora la professoressa aveva pensato che fosse opportuno iniziare prematuramente il programma di biologia quindi aveva spiegato tutta l'ora, e questo avrebbe dovuto distrarmi, farmi concentrare. Sfortunatamente invece, avevo passato l'ora a fantasticare sul nuovo ragazzo incontrato due volte quella mattina. Certo, la nostra non era una scuola molto numerosa, ma ogni anno qualche nuovo studente traslocava dalle nostre parti e per comodità si trasferiva nella nostra scuola. L'anno precedente infatti non l'avevo mai visto aggirarsi per i corridoi e sono piuttosto convinta riguardo al fatto che fosse nuovo; perché mi sarei sicuramente accorta della presenza di un ragazzo come lui.
Il resto della mattinata passò relativamente veloce. Durante ginnastica giocammo a pallacanestro ed io finii in squadra con un'altra ragazza di cui non ricordo il nome ed altri quattro ragazzi, che da come si pavoneggiavano con il pallone da basket si presumeva facessero parte della squadra scolastica di questo sport. Per i primi cinque minuti io e l'altra ragazza non toccammo praticamente palla, siccome giocavano solo i maschi. Ad un certo punto ero così nervosa che corsi contro l'avversario che palleggiava diretto verso il nostro canestro. Non si aspettava un attacco da dietro, infatti riuscii ad intercettare la palla ed appena la presi mi girai, cominciai a correre veloce verso il canestro avversario, schivando la maggior parte dei ragazzi ancora sbalorditi dalla mia mossa. Quando fui abbastanza vicina al canestro, presi la mira e tirai la palla. Questa centrò in pieno il cerchio e rimbalzò a terra.
Io la ripresi in mano e mi girai verso la mia squadra.
«Allora», cominciai guardandoli con un'aria di sufficienza «avete intenzione di continuare a giocare o volete starvene lì a guardare mentre li straccio».
A quel punto sembrarono fuoriuscire dallo stato di shock e continuammo a giocare, solo che stavolta non giocavano solamente loro, ma anche io che l'altra ragazza, che si dimostrò alquanto portata per il ruolo di playmaker. Alla fine della partita, che durò all'incirca una ventina di minuti, i ragazzi ci issarono sulle loro spalle, come se per loro fosse una cosa assolutamente normale da fare dopo aver vinto una partita. La ragazza anche lei sulle spalle di due ragazzi stava ridendo, rossa in viso.
Quando uscimmo dalla palestra venimmo fermate dal coach che aveva assistito alla partita.
«Siete veramente portate per la pallacanestro. Sono a conoscenza delle regole che non permettono alle ragazze di entrare a far parte di una squadra senza aver fatto alcun provino, ma siccome abbiamo una squadra femminile con pochi elementi e voi siete piuttosto talentuose direi che possiamo fare un'eccezione. Che ne pensate? Vi piacerebbe entrare nella squadra?» terminò il suo discorso con un sorriso gentile, incorniciato da dei baffi bianchi come la neve.
Ero felicissima di sentirgli dire questo ma...«Crede che alle altre ragazze stia bene?» chiesi incerta su quale sarebbe stata la sua risposta.
Sembrò pensarci su un attimo poi mi rassicurò: «Facciamo che voi domani vi presentate ai primi allenamenti -se siete interessate ovviamente- e al resto ci penserò io. Gli allenamenti hanno inizio alle cinque del pomeriggio. Mi raccomando, non si accettano ritardi». E mi guardò come se sapesse ciò che era successo quella mattina, quindi si congedò con una stretta di mano.
Quando se ne andò mi girai verso l'altra ragazza.
«Però...» commentai io. «Già...» annuì lei. Poi scoppiammo a ridere e ci presentammo.
«Piacere, sono Eri» le tesi la mano e lei me la strinse.
«Il piacere è tutto mio. Courtney, ma per gli amici solo Cor» mi fece l'occhiolino, l'accento di un sorriso e mi accorsi del colore fuori dal comune dei suoi occhi: grigio scuro sfumato vicino all'iride con del viola.
Mi girai per dirigermi verso gli spogliatoi femminili, ma lei rimase ferma dov'era, allora mi voltai.
«Vieni?» le domandai, poi notai che guardava un punto impreciso di fronte a sé, gli occhi d'un tratto diventati vitrei, le labbra leggermente socchiuse. Feci un passo incerto verso di lei e, quando stavo per poggiale una mano sulla spalla, si riscosse dalla trance.
«Sí» rispose semplicemente e cominciò a camminare, superandomi.
Scossi la testa e lasciai vagare lo sguardo, in cerca di qualsiasi cosa avesse potuto sconvolgerla. Oltre il vetro trasparente delle finestre che davano sul parcheggio, le nuvole si stavano aggregando in ammassi scuri sopra di noi. Delle gocce cominciarono a cadere e scivolarono lungo il vetro; la mia immagine riflessa su di esso,il mio viso come ricoperto di lacrime.
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