Capitolo 1
Avevo quasi raggiunto la cima del faggio, le cui foglie mi sfioravano la pelle nuda delle braccia e il cui fusto mi lasciava dei graffi nei punti in cui la mia gamba era a contatto con il tronco.
I muscoli bruciavano e mi dolevano, ma io avevo lo sguardo puntato verso l'alto colmo di determinazione: volevo raggiungere la cima della chioma.
Come se i miei muscoli avessero percepito che mancavano pochi minuti prima di giungere in cima, si fecero più leggeri e forti, permettendomi così di arrampicarmi agilmente sui pochi rami rimasti.
La chioma era talmente fitta da non permettermi di vedere attraverso, per cui, quando sbucai con la testa e poi con l'intero corpo dalla cima, rimasi senza fiato nel constatare che non mi trovavo a solo una quindicina di metri da terra, ma che l'albero, che all'inizio avevo deciso di scalare, era alto più di un'ottantina di metri.
Scossi la testa così forte che per poco l'elastico, che avevo usato per farmi una coda provvisoria prima di salire, non si tolse. Per quanto ne sapevo io, i faggi raggiungevano altezze che non superavano i trenta metri. Eppure eccomi là, ad osservare il mondo dall'alto.
All'improvviso mi sovvenne una poesia che avevo scritto in un angolo del mio quaderno di inglese qualche mese prima: "Oltre l'orizzonte lo sguardo si perde
ove l'infinito prende colore
e il sole illumina la vita."
Ed era effettivamente così. Più guardavo il paesaggio che mi circondava più il mio sguardo diventava avido, alla ricerca di ogni particolare, ogni dettaglio di quello che ai miei occhi sembrava un magnifico miraggio.
Un bosco mi circondava ed era come se i due equinozi, di primavera e d'autunno, fossero avvenuti nello stesso giorno, nello stesso luogo: alcuni alberi erano punteggiati di fiori dai colori sgargianti, quali il giallo, l'azzurro, il viola ed il blu; mentre si distinguevano alcuni alberi dalle foglie larghe e i cui colori rispecchiavano perfettamente quelli dell'autunno. All'orizzonte si intravedevano delle vette innevate, bianche come le nubi sottili che le circondavano.
Poco oltre la lunga catena di monti riuscivo a scorgere quella che poi etichettai come una grande distesa d'acqua. Forse un lago, oppure un oceano. E siccome l'idea dell'oceano mi piaceva di più decisi di considerarla tale.
Ad un certo punto, il ramo su cui poggiavano i miei piedi cominciò a tremare e, senza nemmeno darmi il tempo di trovarne un altro su cui sistemarmi, caddi
Sotto di me non c'era niente, solo un grande buco nero che m'inghiottì.
Urlai, ma servì solo a farmi agitare di più visto che non c'era nessuno che potesse sentirmi. Avevo paura, aspettavo di sentire l'impatto col suolo...che però non avvenne.
Una mano mi afferrò un secondo prima che toccassi terra e il mio salvatore parlò.
Mi svegliai di soprassalto e, guardandomi intorno, mi cadde l'occhio sulla sveglia in parte al letto. Ci misi un po' a mettere a fuoco le lancette verdi, ma quando riuscii a distinguerne i contorni vidi che segnavano le sette e ventiquattro. Dannazione. Non avevo sentito la sveglia suonare ed ora ero in ritardo. Era il primo giorno di scuola ed io ero in ritardo. Afferrai le coperte e le spinsi via, quindi aprii le ante dell'armadio e afferrai i primi vestiti che vidi. Corsi in bagno e, visto che non stavo facendo particolarmente caso a dove mettevo i piedi, scivolai su un piccolo peluche abbandonato e caddi all'indietro. Imprecai ad alta voce, sicura ormai di aver svegliato sia mia madre che mia sorella. Come a confermare ciò, si udì un grido provenire da due stanze diverse, seguito poi da un lamento tipico del post-sonno.
«Scusate!» urlai e senza aspettare un altro secondo, con il sedere dolorante e la testa che mi girava, entrai in bagno e mi lavai i denti.
La fortuna di avere i capelli mossi è che la mattina non serve pettinarseli.
Appunto per questo, mi diedi solo un'occhiata allo specchio e corsi in salotto.
Presi lo zaino e andai alla ricerca delle chiavi per aprire il garage in cui tenevamo le biciclette. Ovviamente la fortuna, quella mattina in particolare, si stava prendendo gioco di me, visto che ovunque guardassi non riuscivo a scorgere il minimo barlume del luccichio di una chiave. All'ultimo secondo presi una decisione della quale mi sarei pentita appena entrata in classe. Mi misi a correre.
Sudata ed ansimante, mi fermai di fronte al parcheggio riservato agli studenti.
La scuola si stagliava di fronte a me e mi colpì il fatto che avessero ridipinto di bianco la facciata centrale, facendola risaltare rispetto a quelle restanti che avevano una sfumatura che mi ricordava in modo particolare quella del latte scaduto.
Quell'estate dovevano esserci stati dei lavori di ristrutturazione, visto che, oltre ad aver imbiancato, avevano trasformato la sede vicina -utilizzata per lo più dai club studenteschi come punto di ritrovo- in una piccola palestra. Notai che all'interno c'erano alcuni ragazzi in pantaloncini e maglietta maniche corte che si lanciavano la palla l'un l'altro. Questo mi riscosse subito e notai che nelle aule erano già tutti seduti e con lo sguardo rivolto all'insegnante.
Con un'ultima corsetta raggiunsi l'ingresso e spinsi la porta, ma quella era chiusa. Cavoli. Mi ero completamente dimenticata che dopo una certa ora chiudevano le porte dall'interno. Ed io ero chiusa fuori. Fantastico. Guardai attraverso il vetro cercando disperatamente qualcuno a cui fare segno di venirmi ad aprire, invano.
A quel punto ricordai che nella parete di destra c'era un'altra porta.
Mentre mi dirigevo in quella direzione, speravo che qualcuno l'avesse lasciata aperta per distrazione. Quando fui di fronte ad essa incrociai le dita pregando, abbassai la maniglia e tirai. Come per miracolo la porta si aprì ed io mi fiondai dentro. L'interno della scuola non era per nulla cambiato e la sua banalità mi tranquillizzò un poco.
«Ah! Il mio intuito non sbaglia un colpo. Anche quest'anno ero sicura che qualcuno sarebbe arrivato tardi».
Mi venne un colpo sentendo quella voce a pochi metri da me. Quando guardai verso il punto da cui proveniva la voce, vidi una signora di mezza età, con i capelli biondi a caschetto, degli occhiali leopardati in bilico sulla punta del naso ed una tuta rosa shocking; la quale molto probabilmente doveva essere la nuova segretaria.
La vidi scuotere il capo e continuare a parlottare tra sé.
«Ai miei tempi non ci si permetteva di tardare in questo modo. Ma, da quel che i miei poveri occhi notano, ai giovani d'oggi è permesso tutto» concluse con un sonoro sospiro.
A quanto pare doveva essere stata lei ad aver lasciato aperta la porta.
«Mi scusi per il ritardo, ma...», stavo per giustificarmi quando lei liquidò il mio tentativo di scuse con un gesto spazientito della mano.
«Bah, non sono io quella a cui dovrai dare spiegazioni. E comunque un grazie sarebbe gradito». L'irritazione cominciò a farsi strada dentro di me. Volevo ringraziarla dopo aver terminato la mia spiegazione, ma siccome lei mi ha interrotto...
Ma questo commento acido lo tenni per me.
«Grazie», le dissi invece e la vidi chinare il capo.
La prima ora avevo storia nell'aula del primo piano più a sud della scuola.
Quando mi ritrovai davanti alla porta chiusa feci un profondo respiro, bussai ed entrai. Quello che vidi mi lasciò un attimo perplessa poiché alla lavagna c'era il mio professore di matematica dell'anno precedente. Ci guardammo per qualche istante in silenzio, come per capire entrambi cosa ci facessi io lì.
«Ehm...c-credo di aver sbagliato aula», sussurrai e arrossii violentemente.
Mi guardai attorno e vidi un'intera classe che mi fissava, cercando di non ridere apertamente, ma li vidi fare commenti tra di loro e nascondere sorrisi con la mano.
Tutta la classe stava ridendo di me. O quasi. Un ragazzo mi fissava allibito dal fondo della classe, come se avessi appena insultato il professore o non so cosa.
Mi soffermai a guardarlo meglio. Fino a dove mi trovavo io, riuscii a notare il particolare colore degli occhi del ragazzo. Le iridi erano gialle, sfumate leggermente di nocciola lungo i bordi delle pupille nere. Porta sicuramente lenti a contatto colorate, pensai.
I capelli biondi -o meglio, color miele- gli ricadevano sulla fronte, coprendola per buona parte. Doveva essere anche abbastanza alto visto che superava in altezza la maggior parte dei ragazzi presenti in quella classe, pur essendo seduto. Insomma era il classico bel ragazzo per cui tutte si prendevano una cotta. Va bene, non era solamente "bello", solo che non riuscivo a trovare un aggettivo che potesse rendere l'idea.
Sentii qualcuno tossicchiare e mi resi conto solo in quel momento che sarei già dovuta essere fuori da quella classe.
Distolsi lo sguardo dal viso del ragazzo arrossendo di nuovo e borbottai un "mi scusi" prima di uscire dalla classe. Sospirai imbarazzata e frustrata. Ero riuscita a diventare il centro dei pettegolezzi ancora prima della fine del primo giorno di scuola. Fantastico. Mi resi conto troppo tardi che gli occhi mi pizzicavano e non riuscii a trattenere le lacrime che mi scivolarono lungo il viso. Me le asciugai per evitare che potessero trasformarsi in un pianto.
Prima di aprire la porta di fronte all'aula di matematica -certa che non potessi più sbagliare- lanciai un'ultima occhiata dietro di me, come se avessi ancora gli occhi di tutti puntati addosso.
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