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Prologo.

17 settembre 2021, Sparks, Nevada, USA.

Ares non era più nella pelle. Percepì un brivido lungo la schiena, elettricità pura vibrava nel suo corpo e non sapeva come scaricarla se non sorridendo come un idiota. Si sentiva un perfetto cretino, ma era un cretino con una luce negli occhi. Calda, morbida, innocente. 
Destinata a spegnersi. 

Salì in macchina e senza neppure allacciare la cintura di sicurezza partì a razzo verso il garage di Apollo. Il covo del male, come piaceva denominarlo il suo amico, la culla dell'umanità non avrebbe saputo sfornare versi migliori di quelli dei Gods Slayers. Lì, in quell'antro stretto e cupo, dalle luci al neon e tappezzato di foto e poster, pile e pile di cd, si annidava il loro demo, il capolavoro, il frutto del sangue gettato su quelle corde e quelle bacchette assieme al sudore di una passione che gli rendeva vivi.

Quella sera al Majestic, un locale dove erano soliti esibirsi, aveva finalmente contrattato la loro ascesa musicale. L'ascesa all'Olimpo. L'etichetta musicale con cui erano in trattative da settimane aveva deciso di far incidere loro il primo album, si parlava di tournée, di concerti, di scalare le vette delle classifiche. 
Da quando furono scoperti avevano aperto concerti di cantanti celebrissimi, bramando la loro stessa affermazione in quel mondo, erano stati portati a esibirsi in prova a Las Vegas e sapete cosa? Il mondo li aveva amati, il mondo ne era pronto.

Nietzsche scrisse "Dio è morto". Be' se Ares potesse applicare la sagace sentenza musicalmente parlando, diventava il super-uomo e il mondo era finalmente pronto ad ascoltare Zarathustra. 

Con una mano estrasse il cellulare dalla tasca sul retro cercando di mantenere gli occhi sulla strada mentre cercava il numero di Apollo. 
"Ei"
"E' fatta!" 

"Cosa?!" esclamò il ragazzo dall'altro capo della linea mettendosi sull'attenti. 

"Dov'è Thor?" 

"E' qui con me" 

"Ragazzi ce l'abbiamo fatta, ci faranno firmare martedì." 

Cori estasiati e gridi grotteschi assordarono il biondino che per un attimo allontanò il cellulare dall'orecchio, mantenendo sempre quel sorriso da scemo stampato sul viso. 

"E quindi siamo ufficialmente delle rockstar? Non posso crederci, Ares ce l'abbiamo fatta."

"Devo soltanto consegnare il demo, sto andando giusto ora a prenderlo. Ci vediamo al Majestic tra mezz'ora, okay?" Riattaccò senza sentire effettivamente la risposta e fu in quel preciso istante che i fari di una macchina lo accecarono di colpo. L'auto, emersa da una curva zigzagò per qualche metro.

Ares sgranò gli occhi gettando il cellulare per afferrare il volante con entrambe le mani. L'auto aveva invaso la sua corsia e improvvisamente quell'adrenalina in corpo si profuse di torbidi toni mentre cercò con tutte le sue forze di evitare l'impatto.
Finì in una cunetta con una ruota e il motore si spense mentre il pirata avanzò qualche metro fino a fermarsi dietro di lui, nella notte, con un selvaggio stridio di pneumatici sull'asfalto.

Ares sbatté gli occhi più volte ancora incredulo.

Stava per morire. Stava per morire a due passi dalla meta, a due passi dal coronamento del suo sogno più viscerale. Il petto andava su e giù smosso da spasmi atroci, pesanti, ruggenti. 

Aprì la portiera uscendo dall'auto. "Ehi!" tuonò con foga facendo pesanti passi verso l'altra auto. Era una berlina verde scuro, un colore insolito lì a Sparks. 

Ma proprio quando stava per giungere a due passi dallo sportello, l'auto ripartì alla velocità della luce avvolgendolo in una coltre di fumo denso e spettrale che improvvisamente accese un'agghiacciante sensazione nel biondino.

A distanza di anni non seppe dire cosa fosse, ma fu come se i suoi sensi si risvegliarono in una dimensione che andasse al di là del corporeo. Improvvisamente qualunque emozione fu scacciata via da quel brivido che di piacevole non aveva nulla. Fu come sentire un cubetto di ghaiccio che scivolava lentamente lungo tutta la colonna vertebrale. Un peso sullo stomaco, macigni che apparvero da abissi remoti e sconosciuti.

Sentiva di dover andare via da lì alla svelta. 

Salì in auto cercando di ripartire ma la cunetta glielo impediva. Una ruota era infossata. Allora tolse il freno a mano e balzò giù via di nuovo prendendo a spingere l'auto da dietro. Non seppe nemmeno lui come ma in qualche modo riuscì a rimettersi in carreggiata.

L'attanagliante pensiero che ci fosse qualcosa di storto ancora temprava le sue membra che presero a tremare, stavolta non di gioia. 

Schiacciò il pedale a tavoletta, ignorando qualunque limite di velocità in favore dell'inspiegabile urgenza di arrivare in fretta a casa dei Ferguson. 
E alla fine. L'inspiegabile divenne cristallino.

Una cortina di fumo si sollevava da dietro alcuni palazzi e avanzando sempre di più l'acre odore di fumo si insinuò nell'abitacolo stretto mentre i suoi occhi verdi risplendevano di rosso. Le fiamme alte e irruenti si specchiarono nelle sue iridi, bruciando ogni speranza, annientando quella luce morbida e innocente che vi albergava fino a poco prima. 

E dopo quelle lingue di fuoco, il suo sguardo non avrebbe conosciuto altra luce per molto tempo. Spenti, con l'incendio. 

"No..."

Scese nuovamente, lasciando il motore acceso e con un parcheggio davvero fuori luogo, avanzando come assorto in una crudele ipnosi.

"No." il mormorio si fece più conciso e finalmente il ragazzo batté ciglio.

"NOOOOOO!" l'eco di quell'urlo atrocemente agonizzante si riverberò come il tuono di un Dio per l'intero quartiere, sovrastando lo scoppiettio del fuoco e qualunque altro rumore. 

Tutto divenne cenere.

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