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Omertà

Era tornata a casa, passando per strade secondarie, allungando il suo percorso normalmente di qualche kilometro, con almeno mezz’ora in più di camminata.

La madre l’aveva accolta urlandole quanto fosse incosciente, quanto l’avesse fatta preoccupare e la scosse prendendola per le spalle come faceva quando da bambina combinava un guaio molto grosso.
Luce notò che aveva gli occhi rossi, doveva averla chiamata ma come suo solito non si era portata il cellulare con se.

La ragazza aveva passato i restanti giorni delle sue vacanze chiusa in camera, cercando di finire la valanga di compiti che come ogni anno aspettava fino all’ultimo per fare ed evitando con cura ogni reazione umana troppo sospetta.
S

i trincerava dietro le traduzioni da fare con una convinzione veramente fuori dal normale, sorrideva a sua madre e declinava ogni invito di uscire fuori la sera a godersi gli ultimi fuochi estivi e se ne stava alla scrivania di camera sua o al tavolo della cucina china su traduzioni di testi della letteratura inglese o francese.
La mano aveva smesso di tremare solo nel tardo pomeriggio di quel malaugurato giorno, da allora Luce non aveva più sfiorato la sua amata acqua, che diventava sempre più fredda mano mano che si arrivava a settembre.
Mattia, il compagno di sua madre, la osservava in silenzio da sopra il giornale mentre non spiccicava parola e fissava testi sempre più lungi, neanche lontanamente preoccupato come sua mamma.
La donna aveva sempre avuto un sesto senso per certe cose, Luce con gli anni aveva imparato a sue spese che certe emozioni era meglio nasconderle accuratamente perché il parlare a volte portava trattamenti peggiori che del subire in silenzio.
Arianna, così si chiamava sua madre, se ne stava lì, torva e con l’aspirapolvere in mano, mentre osservava l’umore della figlia cambiare lentamente ma costantemente e fermarsi in uno stato di cupa rassegnazione che l’avrebbe accompagnata per tutto l’anno scolastico.
<<Sai>> Aveva esordito Arianna appoggiando una mano sulla spalla della figlia, china sui libri con una espressione estremamente concentrata ma infelice. <<Ogni anno vedo in te questo cambiamento, graduale ma inevitabile>> Fece una breve pausa, come per ponderare le parole con cura.
Luce sollevò lo sguardo, in cuor suo impaurita, vagliando quando sua madre avrebbe potuto notare un cambio nel suo comportamento, e dire che aveva tentato di non mostrare nessuno sbalzo, per paura che la donna facesse mosse avventate come aveva fatto qualche anno prima.
<<No, non hai fatto nulla di male.>> La bloccò la donna mentre gli occhi azzurro cielo scorrevano sulla pelle della figlia riempiendosi di un rimpianto doloroso che solo le madri che hanno fallito a proteggere i propri figli possono provare. <<Semplicemente quest’anno è successo anche più velocemente del solito. Sei cambiata prima>> Mormorò trattenendo il sospiro e stringendo leggermente più forte la spalla della figlia, che aveva iniziato a sua volta a chiudere convulsamente il pugno sulla penna blu che teneva in mano. <<Sei…> Esitò mordendosi le labbra, come se sentisse un dolore perforante nelle ossa, dicendo quella semplice frase. <<Sei morta prima>>.
 
Se n’era andata senza dire niente, lasciando Luce da sola e con mille dubbi, terrorizzata dall’idea che potesse dire qualcosa a qualcuno con la testa piena di idee buoniste e che pensava di poter risolvere quel problema dal nulla.
Osservò i suoi compiti oramai finiti con sguardo privo di interesse, mentre cercava di calmarsi.
Sua madre non andava ai consigli di classe da quasi tre anni, non sarebbe tornata proprio all’ultimo anno, non lo avrebbe permesso.
 
I pochi giorni che la separavano dal ritorno in quell’inferno passarono veloci e un lunedì Luce si ritrovò a svegliarsi alle 7.30 di mattina per andare a scuola, in quinta superiore.
Quel giorno nessun raggio di sole le colpiva il volto, il cielo era in lutto per lei e delle pesanti nuvole plumbee coprivano ogni cosa con un velo di malinconia.
La ragazza si vestì in silenzio, nella sua mansarda.
Aveva preparato i vestiti il giorno prima, dei jeans grigi anonimi, una maglia bianca e una felpa nera, leggera.
Niente accessori, per lei. Aveva imparato quanto fosse semplice venire derubati e derisi, meno oggetti aveva addosso meno angherie avrebbe potuto subire, forse.
Lo zaino se ne stava lì, floscio, accasciato contro la bella libreria bianca.
Luce sospirò, si alzò dal suo letto comodo dove si era seduta dopo essersi vestita ed afferrò di malavoglia ciò che avrebbe dovuto portarsi dietro per le lezioni.
 
Non c’era nessuno in casa che potesse salutarla, sua madre, con Mattia, usciva presto, con gran fortuna della ragazza.
 
Nel mentre che percorreva la familiare strada che l’avrebbe portata a scuola Luce osservò l’orario, mancavano 15 minuti al suono della campanella.
Secondo i suoi calcoli sarebbe dovuta arrivare all’edificio nel bel mezzo della calca, senza esser costretta ad aspettare sotto agli occhi di tutti e riuscendo così a confondersi in mezzo a dei perfetti sconosciuti che sarebbero stati la sua difesa naturale contro il Branco.
Per terra, nel mentre che le sue converse battevano l’asfalto, vi erano, oltre le consuete cartacce, dei volantini neri e viola, in gran quantità.
Luce vi buttò una occhiata distratta, non fermandosi nemmeno, mentre oramai stava salendo le vecchie
scale di marmo del suo liceo, spintonata da ragazzi di ogni età.
Una maschera bianca occupava gran parte del foglio.
 
La sua era una scuola vecchia, aveva festeggiato i  250 anni di attività da poco, e li dimostrava tutti.
I banchi presentavano scritte di ogni genere, datati con annate incredibili e con nomi che solo dei nonni potrebbero portare.
Tanto tempo prima il marmo o semplicemente la pietra della costruzione dovevano essere davvero sfarzosi, ma oramai erano molto rovinati e scivolosi,  avevano provocato la caduta di molti studenti e professori negli anni.
Tre piani di scuola, con torrette ai lati in quanto aveva una struttura a ferro di cavallo, senza contare il sotterraneo, erano difficili da pulire, non che i bidelli scorbutici e trasandati ci provassero nemmeno, e Luce aveva imparato a sue spese che la stragrande maggioranza delle aule era un ricettacolo di polvere estremamente pericoloso per la sua salute e per  il suo naso.
 Negli anni, però, malgrado gli eventi accaduti tra quelle aule, aveva imparato ad amare ogni singola pietra di quello stabile, principalmente grazie ai professori che insegnavano con passione, ma anche per i suoi passaggi segreti, che in anni di fughe e di soprusi Luce aveva imparato a conoscere come le sue tasche.
La scuola aveva botole che portavano all'esterno, che le permettevano di evitare incontri spiacevoli, corridoi che finivano apparentemente nel nulla e aule collegate tramite passaggi dietro a pesanti armadi.
Per questo, Luce fu la prima a mettere piede nella sua nuova aula, nonostante fosse entrata assieme alla maggior parte degli studenti.
Per questo ebbe tutto il tempo di osservare incuriosita un volantino viola e nero appoggiato dove di solito si rintanava, un banco nell'ultima fila.   

_spazio me_
Wow, 100 visual~♡
Grazie mille
白~

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