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Abisso

Ritrovarsi di nuovo nella calca non era stata per Luce una bella esperienza.

Centinaia di ragazzi strafatti o ubriachi danzavano, o almeno tentavano di farlo, ad occhi chiusi. Oscillando, urtandosi gli uni con gli altri e periodicamente picchiandosi tra di loro per cause sconosciute,  mentre una canzone monotona, con un ritmo martellante e nauseante penetrava nelle orecchie della ragazza, provenendo da ogni angolazione, da ogni altoparlante nascosto nel buio della sala.


Il cammino verso un posto sicuro fu davvero un calvario.


Frammenti di visioni dovuti al Tocco le scuotevano le ossa, la facevano sobbalzare ad ogni passo.

La gente la urtava continuamente, la afferrava e non la riconosceva, ma la credeva un volto amico e quindi la strattonava, la tirava in mezzo alla calca di persone come lui.
D

istricarsi dai corpi dei ragazzi, sudati, esagitati e con drink sempre diversi in mano era difficile, se non impossibile.


Vedeva per frazioni di secondo luoghi, persone o oggetti, in una giostra di sensazioni che ancora per poco il suo corpo avrebbe potuto sopportare.

Aveva tanta voglia di rannicchiarsi e di scomparire, di accasciarsi e fingere un’overdose sul pavimento, ma dubitava che qualcuno l’avrebbe notata. I bodyguard avevano iniziato a distogliere lo sguardo dai ragazzi accasciati sui divanetti, a patto che respirassero ancora.

<<Ora che sono qui posso dirlo>> Mormorò tra se e se, reggendosi ad una colonna fresca, nonostante la stanza avesse oramai raggiunto la temperatura di una sauna, complici il fumo colorato che aleggiava attorno a loro e i molteplici corpi che riscaldavano l’ambiente non esattamente grandissimo . <<La mia è stata un’idea di merda>>

Un conato di vomito le salì in gola, mentre due ragazzi completamente ubriachi la spingevano da parte per continuare ad avvinghiarsi sulla colonna.

La ragazza appoggiò la mano contro ad una parete, mentre si accartocciava su se stessa ed osservava le loro auree mischiarsi in un modo a dir poco disgustoso.

L’alcool, la corruzione dell’anima, la morte degli uomini e della loro conoscenza.

Tentacoli neri che avvinghiavano i corpi altrui e li corrompevano.

Ne aveva visti molti in vita sua.

Barboni, ragazzi ad un rave, genitori violenti.

Già, genitori violenti.

Una volta aveva visto quei tentacoli avvolgere il corpo di sua madre.
Quando suo padre le aveva lasciate, quel padre buono e gentile dall’aura giallo sole.


Sua madre non è stata più la stessa per mesi, anni. Poteva vedere la sua aura rossiccia, da guerriera, corrompersi lentamente, diventare nera come la pece.


L’alcool è l’inibizione delle sensazioni, una via di fuga facile per i dolori della vita, ma che lentamente ti trascina in un baratro ancor più profondo. Ti porta via la ragione, i tuoi amici o i tuoi parenti.

Non hai più freni, non capisci a chi stai facendo del male, se solo a te stesso o anche a qualcun altro.

Per quello, Luce era sull’orlo del vomito.

Sentiva le palpebre pesanti, mentre lentamente si accasciava. Le cose che vedeva iniziarono a perdere i propri contorni, mentre una coltre nera l’avvolgeva.

Era in quella situazione da secondi? Ore? Anni?

Oramai non riusciva più a capirlo.

Allungò lentamente una mano in quella foschia, per sfiorarsi il volto.

Cos’era quella cosa pesante che aveva sugli zigomi e sulla fronte? Nella sua  mente balenò l’immagine di un armadio. Era il suo? Non lo sapeva più. Un altro conato di vomito la scosse mentre con le mani tremanti cercava a tentoni qualcosa, qualcosa che la potesse liberare da quella oppressione.

Toccandosi il capo sentì qualcosa di morbido. Una berretta forse?

Infilò lentamente le dita sotto al tessuto, trovando qualcosa di setoso e liscio. I suoi capelli, probabilmente.

Luce scosse lentamente il capo, mentre con la punta delle dita sfiorava un nodo.

Bingo.

Le sue dita tremarono.

Non riusciva a capire perchè non ce la facesse a fare un singolo gesto.

Voleva davvero togliersi quella maschera ma il suo corpo si opponeva. L’alcool l’aveva corrotta, ma non del tutto.

Proprio allora, mentre ancora due dita esitavano sul nodo, piccolo, indifeso, un lampo di luce in quella foschia attirò il suo sguardo come una calamita.

Il mondo riprese i propri confini.

Luce inspirò l’aria più fresca della sua vita, mentre osservava attorno a lei una massa di ragazzini che ora aveva riacquistato i propri colori e almeno un minimo di umanità.  Osservò quei tentacoli neri che tanto temeva allontanarsi lentamente da lei, mentre si rialzava sulle sue gambe ancora leggermente tremanti.

Si guardò attorno, cercando chi l’avesse salvata. Un mare nero ancora la circondava, però meno minaccioso di prima. Un’aura pura le aveva donato la forza che le serviva per uscire di lì, ma non la vedeva.

Voltò la testa a  destra, mentre una sensazione la colpiva come uno schiaffo. Un sesto senso sviluppato dopo anni di angherie, che le permetteva di evitare i guai quasi sempre. Beh. Quando non faceva cose stupide.

Eccola lì.

Perfettamente sobria.

La sua aura era di un color rosa antico, non l’aveva mai vista con quella sfumatura attorno al corpo.

Si stava dirigendo assieme ad altre venti persone  mascherate in una stanza separata, sparendo per sempre alla vista di Luce.

Per il corpo della ragazza fu questione di secondi, ma la sua mente ci mise un millennio a decidere.

Tornare a casa o seguire un faro in mezzo alla notte più buia?

O meglio, tornare a casa con la coda tra le gambe o lanciarsi in una missione suicida?   

<<E andiamo con il suicidio>>

Un bodyguard a pochi passi da lei le scoccò un’occhiata raggelante, mentre la squadrava da capo a piedi per accertarsi che non fosse strafatta completamente.

<<Metaforicamente parlando, eh>> Disse con un sorriso a trentadue denti mentre sgusciava via, sperando che l’uomo non chiamasse rinforzi, o peggio, la sbattesse fuori dal locale.

Camminare evitando chiazze di vomito e persone accasciate negli angoli più impensati del locale non era così semplice come Luce se l’era immaginato. Camminare in linea retta era impossibile però perlomeno contava che anche le persone in quella stanza si trovassero nello stesso stato dei loro compagni al di fuori, e che quindi non notassero una persona in più tra i volti mascherati.

<<Allora, facciamo un gioco!>>

Una voce affilata ma lievemente strascicata le colpì le orecchie, proprio mentre sgusciava all’interno della stanza cercando di non farsi notare.

Mara se ne stava al centro della stanza barcollando leggermente, con una bottiglia di vodka semi piena stretta nel pugno.
L

a sua maschera le era scivolata leggermente di lato, la cosa non sembrava che le importasse, ma nel complesso rendeva ancor più palese quanto fosse brilla. Brilla e pericolosa.


Luce poteva vedere le loro auree. Il branco era agitato, agitato ma euforico. Solo Elena era calma.
S

e ne stava tranquilla in disparte, mentre quello che Luce aveva identificato come Livio cercava di molestarla allungando le mani viscide al di sotto della camicetta nera della leonessa.


<<Il gioco della bottiglia!>> Urlò mentre buona parte del liquido trasparente si rovesciava per terra a causa di un suo movimento brusco. <<MA>> Urlò sovrastando i mormorii delusi e annoiati dai presenti <<Rivisitato.>>

L’attenzione di tutti venne catturata di nuovo, mentre la ragazza dalla pelle color caffè indicava una serie di poltrone e divanetti. <<Prego!>> Li invitò scoppiando a ridere sguaiatamente mentre si scolava l resto della bottiglia d’un fiato e appiccicava sul collo la gomma che stava masticando in quel momento.


Luce li osservò perplessa, mentre si dirigeva assieme a loro e si accasciava quasi sprofondando in un divano che odorava di polvere e di alcool. Mara era diversa dal solito. Era nervosa ma cercava di dissimularlo con l’alcool e Livio invece non la guardava nemmeno e si fingeva apparentemente interessato a molestare Elena, ma la sua aura era protratta verso la sua amante, tradendolo.


<<Chi verrà scelto dalla bottiglia potrà decidere chi baciare e non solo. Potrà fare di lui quello che vorrà per questa notte bellissima. E anche domani, se proprio ci tenete>>
S

coppiò di nuovo a ridere, mentre si lasciava cadere affianco ad Elena, che la osservava freddamente non unendosi ai fischi interessati dei ragazzi che avevano iniziato a posare avidamente gli sguardi su di lei.

Una notte con la leonessa alla propria mercé? Un paradiso.

Luce lo aveva notato nel corso degli anni e se ne accorse nuovamente anche lì in discoteca. Elena, Mara e Livio erano seduti sullo stesso divano, come un élite. Poi, c’erano gli altri, il branco, i carnefici. Quei tre non si sporcavano mai le mani, non ne valeva la pena. Gli altri erano solo vittime sacrificali.

Per loro doveva essere una ghiotta occasione poter disporre della loro capa come volevano.

Per Mara, invece poteva essere un modo per umiliarla. Poteva uscire lei e fare ciò che voleva a Livio o poteva uscire qualche suo servitore e stuprare Elena di fronte a tutti.


Mara incominciò a rifarsi il trucco, dopo aver estratto uno specchietto che Luce non aveva mai visto. 


<<Allora? Qualcuno la muova.>>

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