9.Bugie e veritá
Aiden
Questa casa non è mai stata così tranquilla.
In effetti l'unica circostanza in cui può esserlo è quando non c'è nessuno tranne me.
Chloe ha portato Julie al centro commerciale e mia madre è passata in lavanderia.
E io me ne sto qui, sdraiato sul mio letto.
E penso. Penso quante cose siano successe in così poco tempo.
È passato poco più di un mese e la mia vita è già stata stravolta.
Quando è sono iniziate le vacanze, pensavo che sarebbe stata la solita estate di sempre...nel mio caso un estate senza vacanze!
Continuo a lavorare ogni sera, anzi, in periodo estivo il locale è ancora più affollato.
Per fortuna ho mia sorella che mi aiuta a gestirlo, se non ci fosse lei e i vari ragazzi che assumo ogni stagione, avrei già chiuso da un pezzo.
A quanto pare non sono molto portato a gestire le cose a lungo termine...
Il nome di Madison continua a formarsi nella mia mente ogni volta che chiudo gli occhi.
Non ho mai creduto nell'amore a prima vista, sono sempre stato una persona materiale, e da quando mio padre è partito ho smesso di credere nell'amore in generale.
Forse è per questo che ancora non so definire la mia relazione con lei.
Non che ci sia stata questa grande relazione.
Ci siamo solo stuzzicati per la maggior parte del tempo...C'è stato un bacio sì, ma ormai non la vedo da più di una settimana.
Mia madre mi direbbe che sto esagerando, che sarà un'altra cotta passeggiera come le altre.
E forse ha ragione.
Ma a volte sento come se Madison avesse molto di più da dirmi e da dimostrarmi.
Forse ho preso la decisone sbagliata licenziandomi, così potrei davvero aver chiuso in precedenza un qualunque possibile rapporto.
Sento suonare alla porta.
Sarà mia mamma che torna a casa.
Vado ad aprire.
No.
Non è mia mamma.
"Madison..." sussurro incredulo.
Che ci fa qui?
E come ha scoperto dove abito?
"Menomale che sei qui..." esclama esasperata.
"Ma cosa.."
"No lascia parlare me!" mi interrompe entrando in casa.
Oh prego accomodati pure!
"Io ti giuro che non ne sapevo niente!" dice voltandosi verso di me mentre chiudo la porta alle mie spalle "Non ne avevo idea! E sono sicura che è per colpa mia! È solo colpa mia!"
Non capisco ancora di che stia parlando.
"Ti giuro che parlerò con mio padre e riavrai il tuo lavoro! Te lo prometto farò di tutto!"
Ah ecco di cosa parlava...
Continua a sputare parole come una macchinetta su quanto le dispiaccia che suo padre mi abbia licenziato e su come riuscirà a farmi riassumere.
Sorrido automaticamente vedendola così.
Mi avvicino prendendole il viso tra le mani.
"Ehi ehi..." sussurro e finalmente smette di parlare "...Tuo padre non mi ha licenziato...sono stato io a dare le dimissioni..."
Poggia le mani sulle mie solo per allontanarle.
Mi guarda con occhi spalancati.
"Che cosa hai fatto tu?" chiede.
"Mi sono licenziato...non lavoro più per tuo padre..." rispondo.
"Ma...ma perché?"
Mi volto e vado in cucina.
Non credo sia il caso di mentirle ulteriormente.
"Perché...non riuscivo più a stare lì senza vederti o senza parlarti..."
Mi segue e si ferma davanti alla porta.
La guardo. Ha la stessa espressione.
Non è cambiata. Come al solito non riesco a decifrarla. Non so mai dire se mi ritiene un idiota o se mi capisce.
O forse semplicemente non sa cosa rispondere.
Dopo tutto non posso biasimarla, neanch'io al suo posto saprei cosa dire.
Magari anche lei la pensa come me ma non è pronta ad ammetterlo, oppure la mia gli sembra solo una motivazione stupida per rinunciare al lavoro.
O magari adesso è ancora più convinta che sia colpa sua.
Apre la bocca come per dire qualcosa, quando un rumore ci interrompe.
È la serratura della porta.
Mi si gela il sangue nelle vene.
Spero che non sia lui...
"Tesoro sono a casa!" esclama una voce femminile.
Tiro un sospiro di sollievo.
È mia madre.
Ci raggiunge in cucina con le buste della lavanderia piene di vestiti profumati.
Quando il suo sguardo si posa su Madison la sua espressione cambia rapidamente.
Torna a guardare me con sguardo interrogativo.
"Oh..lei è.."
"Sono Madison, signora.." mi interrompe "Madison Scott, è un piacere conoscerla!"
"Madison Scott!" esclama mia mamma posando le buste per terra.
Si stringono la mano.
"Devi essere la figlia di Richard Scott!"
"Si, sono io."
Non so quanto le piaccia essere sempre identificata con suo padre.
"È un piacere anche per me, cara! Io sono Martha, la mamma di Aiden..." dice lei "Presumo che voi vi conosciate..."
"Sí, ci siamo conosciuti qualche settimana fa...consco anche sua figlia, Chloe!" dice Mad.
Entrambi la guardiamo.
"Beh.." dice mamma con un sorrisino "..non è proprio mia figlia ma..sì, è come se lo fosse!"
Scoppia in una risata più forzata che vera.
Riesco quasi a leggere l'imbarazzo e lo stupore sul viso di Madison.
Eppure le avevo detto che era la mia sorellastra.
Posso solo immaginare quale assurda teoria si stia formando nella sua testolina.
Spero che non faccia saltare fuori la storia del mio lavoro a casa sua, mia mamma non ne sa nulla!
"Ti ha offerto qualcosa?" le chiede.
Ops.
Lei sorride timidamente.
"Non ce n'è bisogno, non si preoccupi, sto bene così...anzi stavo proprio andando via..."
"Sciocchezze!" esclama mia mamma "Vieni, siediti con noi, Aiden non porta mai così belle ragazze a casa!"
"Mamma..." sibilo ma finisco solo per rendere più imbarazzante la situazione.
Madison mi sorride e si siede al tavolo, difronte a me.
"E dammi del tu, tesoro, non ho ancora 90 anni!" le fa l'occhiolino.
Ci sediamo tutti con un bicchiere di succo d'arancia ciascuno e dei biscottini da the.
Non vedo mia mamma così serena tanto spesso...
"Allora vieni da New York!" esclama versandole dell'altro succo.
Annuisce ingoiando mezzo biscotto.
"Deve essere molto bella..." aggiunge posando la bottiglia.
Mio padre le aveva promesso che ci sarebbero andati al suo ritorno.
Ma non è successo.
"Si lo è...in realtà non sapevo come avrei fatto a stare lontano dalla mia città quest'estate..." dice Madison "Ma mio padre è stato irremovibile e...devo dire che pensavo peggio..."
"È il dovere di un padre insistere per il meglio dei propri figli..."
"Già forse ha...hai ragione...Credo che un po' tutti i padri siano così... o almeno i padri che conosco..." mi guarda.
Lo sapevo.
Ecco dove voleva andare a parare.
Dovevo aspettarmelo da lei.
Quale miglior occasione di un invito a restare da mia madre, per colmare la sua curiosità sulla mia famiglia.
Credo che anche mia mamma se ne sia accorta.
"Aiden non mi parla spesso di voi...lei e suo marito..." dice poi rivolta a lei.
Mia mamma accenna un debole sorriso e abbassa lo sguardo.
Si volta e si avvicina alla finestra.
"Questo perché non c'è molto da dire..." dice guardando fuori "Non c'è molto nemmeno nella nostra memoria..."
Non sono sicura che Madison abbia sentito la sua ultima frase, tanto l'ha detta a bassa voce.
Una voce strozzata.
So bene quanto le faccia male anche solo pensare a lui...
Ho cercato di farlo capire a Madison con lo sguardo, ma niente.
Se si mette in testa una cosa non c'è modo di dissuaderla.
La sento singhiozzare.
"Mamma..." dico facendo per alzarmi.
"Aiden!" esclama lei portandosi un fazzoletto alla bocca. Sento il rumore di un vecchio motore a scoppio farsi sempre più vicino.
"È tornato...devi andare..." dice voltandosi verso di me.
Le prendo le mani.
"Vieni con me al locale..." le dico ma lei scuote la testa.
"Sarebbe peggio..."
Ci guardiamo a lungo negli occhi.
Mi mordo l'interno della guancia.
Riuscirò a portarti fuori di qui, mamma, te lo giuro...
Le do un bacio sulla fronte e mi volto verso Madison.
Il suo sguardo si posa su di me.
Vedo dai suoi occhi che si è pentita delle sue domande.
Ma ormai le ha fatte.
"Andiamo!" dico prendendo le chiavi dell'auto.
Lei annuisce e mi segue silenziosa.
"Arrivederci, signora Martha è stato un piacere." stringe le mani di mia madre nelle sue. Lei le sorride calorosa.
Nonostante le abbia riportato alla memoria mio padre, continua a trattarla come la figlia perfetta che non ha mai avuto.
Vedo Madison andare verso la porta d'ingresso.
La prendo per un braccio.
"No, di qua..." sussurro trascinandola con me verso la porta sul retro.
Usciamo sul cortile posteriore dove è parcheggiata la mia auto.
Mentre chiudo la porta sento quella frontale aprirsi e la maledetta voce di quell'uomo che chiama mia madre.
"Chi è quello?" chiede Madison dietro di me.
Non rispondo.
Lo sguardo dalla porta socchiusa.
È ubriaco.
Come sempre.
Forse non dovrei andarmene.
Devo smetterla di lasciare mia madre sola con quell'uomo.
Le ho ripetuto fin troppe volte che non abbiamo bisogno di lui...ma lei non vuole sentire ragioni...
"Aiden..." sussurra la Scott tirandomi la maglietta.
Chiudo la porta e mi volto verso di lei.
Indietreggia.
La guardo ma non dico nulla.
E lei nemmeno.
"Io...mi dispiace per prima..." dice poi.
"Mh...dovresti imparare a pensare alle conseguenze prima di parlare signorina..." dico raggiungendo l'auto.
"Lo so mi dispiace..." continua a scusarsi.
"Sali." dico aprendole lo sportello.
Mi guarda interrogativa.
"Sali." ripeto "Vuoi tanto sapere di mio padre? Beh, te lo mostrerò!"
"Oh no no no davvero, tornerò a casa...ho tanta strada da fare e..."
"Sali!" esclamo.
Lei si zittisce e annuisce.
Fa come le dico e io mi siedo accanto a lei.
Spero di non essere stato troppo brusco...
Ma ormai è meglio che sia io a spiegarglielo, piuttosto che cerchia ancora di scoprire la verità da sola.
Madison
Lo guardo di traverso mentre guida.
Non mi guarda, non dice nulla.
E forse in fondo ha ragione.
Non avrei dovuto insistere così con sua madre.
Solo il pensiero di averla fatta quasi piangere dopo neanche dieci minuti che ci siamo presentate, mi fa sentire la persona peggiore sulla faccia della terra.
Non ho visto neanche una foto di Aiden o di sua sorella in casa.
In effetti non ho visto molte foto in generale.
E
poi è arrivato quell'uomo...
Aiden non mi ha nemmeno detto chi fosse.
Forse è lui la ragione di questo viaggio in auto?
Magari è proprio suo padre...
Credo che lo scoprirò tra poco.
-
Ferma la macchina.
Guardo fuori dal finestrino.
Vedo solo un altissimo muro di mattoni grigi.
Avrà guidato per circa un quarto d'ora.
"Scendi." mi dice e io scendo.
Lui fa lo stesso e lo seguo verso un cancello di ferro arruginito a pochi passi da noi.
L
o varchiamo con facilità.
Il ferro cigola mentre le braccia forti di Aiden lo spalancano.
Mi si mozza il respiro.
È un cimitero.
Gli chiederei perché siamo qui, ma dato la mia ultima esperienza è meglio che tenga certi interrogativi per me.
Inizia a camminare lungo una striscia di ciottoli al centro tra due distese di prato, costellate da tante file di pietre grigiastre.
Lo seguo.
Camminiamo per un po', finché lui si ferma e io accanto a lui.
Guarda una lapide proprio davanti a noi.
Leggo il nome.
Christopher Howard.
07-15-1962 ~ /
Non c'è la data di morte.
"Era nei marines." dice Aiden guardando la lapide "Vivevamo tutti qui, a Pismo Beach, e quando non si addestrava o partiva per qualche missione di pace, lavorava allo Steamer o al distretto di polizia locale.
Non era un tipo che amava stare senza far nulla...credo di aver preso da lui questo difetto...
Io ero piccolo quando...quando è successo...avevo forse dodici o tredici anni...
È partito in guerra in Iraq.
Mi ricordo che mia mamma non voleva che partisse...diceva che era troppo pricoloso e che le cose che erano successe ultimamente, avevano aggravato la situazione.
Ma lui non poteva rinunciare.
Non poteva e non voleva.
Oh, era un tipo patriottico mio padre...la sua partia veniva quasi prima della famiglia.
Quasi..."
Riesco quasi ad immaginare ogni singola parola che esce dalla sua bocca.
La sua famiglia felice e in armonia qui, nella stessa casa vuota e grigia in cui sono entrata poco fa.
Poi suo padre che parte.
E un piccolo Aiden di appena dodici anni che aspetta il suo ritorno.
Un ritorno che non credo arriverà.
"Era l'undici febbraio del 2005 quando mia made ricevette una telefonata dal comandante dell'esercito.
Io la guardavo parlare e chiedere continuamente cosa fosse successo.
Poi un urlo straziante e lei che si accascia sulla sedia.
C'era stato un attentato alla base militare, bombe e sparatorie.
La metà dei soldati erano stati ridotti a un mucchio di polvere.
Di mio padre nessuna traccia."
Mi chiedo come faccia a rimanere saldo palrandone.
Io e mio padre litighiamo spesso, ma solo il pensiero di perderlo per sempre mi fa gelare il sangue.
Deduco che sopo tanti anni non faccia più male.
"Non abbiamo mai avuto la certezza della sua morte..." continua "...ma non abbiamo mai avuto nemmeno una qualche traccia di vita.
Quella lì sotto è una bara vuota.
Abbiamo fatto un funerale per un uomo che non c'era.
Ma mia madre non avrebbe mai lasciato che la morte di mio padre rimanesse disonorata.
Ci sono stati i funerali di Stato.
E anche lì una bara vuota."
Il suo sguardo si sposta poi sulla lapide accanto.
Jason Howard.
02-21-1984 ~ 11-11-2004
"Anche mio fratello era un marines..." dice "Anche lui era in guerra con mio padre...
La sua prima missione...e anche l'ultima.
Di lui arrivò un corpo mutilato, irriconoscibile...che adesso giace là sotto.
Aveva appena vent' anni."
Mi si stinge la gola al sentirlo parlare.
Fa un respiro profondo.
Dovrei dire qualcosa ma ho paura di dire ancora la cosa sbagliata.
"Io e mia mamma rimanemmo soli, con la mia sorellina minore Julie.
Lei è nata pochi mesi dopo la partenza di mio padre.
Non lo ha mai conosciuto.
Non avevamo più soldi e io ero troppo piccolo per lavorare.
Mia mamma iniziò fare lavori part time in giro...ma neanche questo bastava.
Ed ecco che inizia tutto quello schifo che è oggi la mia casa...
Mia mamma ha conosciuto un uomo, Danny, quello che hai visto entrare a casa, che sembrava essere perdutamente innamorato di lei.
Lei però, non ha mai amato nessuno come mio padre.
Danny aveva molti soldi...non sto qui a dirti da dove venivano...Quindi mia madre decise di lasciarlo vivere con noi.
Non si sono mai sposati legalmente, ma è come se lo fossero...almeno per lui.
Ha presto scoperto che Danny non era quello che sembrava.
Ha il vizio dell'alcool e del gioco e...diciamo che è una persona violenta.
Non ha mai gradito vedermi in giro...forse perché ero l'unico che non si spaventava a dirgli in faccia la verità.
E quando ciò succedeva, beh..."
Oh cielo...non riesco a credere alle sue parole.
Ora capisco la vera natura delle lacrime di sua mamma.
Capisco perché lo ha quasi costretto ad andare via.
Quell'uomo lo picchiava.
E non era nemmeno il suo vero padre.
Con quale coraggio...
"Chloe è figlia sua...e della sua prima moglie.
È stata una benedizione per mia sorella.
Lui non sa che io e lei lavoriamo al locale, o quello che guadagnamo finirebbe dritto nelle sue tasche.
Il giorno in cui...abbiamo scoperto cosa faceva Danny...ho promesso a mia mamma che l'avrei portata fuori da quella casa infernale, che avremmo avuto abbastanza soldi da vivere bene senza di lui.
Lei contina a ripetere ogni giorno che l'importante è che noi viviamo una vita decente, quel che succedeva a lei non le è mai importato.
È per questo che facevo due lavori...per accorciare il tempo dalla nostra libertà."
Mi sento in colpa per tutte le volte che ho presato male di lui o del suo operare.
Chloe mi aveva accennato qualcosa, ma io sono stata troppo cieca per vedere.
E con la mia curiosità non ho fatto che arrecargli ancora più dolore.
"A volte mi mancano..." dice ancora rivolto alle due lapidi.
Gli poggio una mano sulla spalla stringendola.
Non posso capire quello che deve aver provato, ma posso essere qui con lui.
Ogni volta che ne ha bisogno.
Si volta finalmente verso di me.
Vedo i suoi occhi, lucidi e arricciati.
"Dimmi qualcosa..." sussurra.
Peccato che le parole hanno abbandonato la mia bocca.
Il mio sguardo fisso nel suo.
Gli sfioro il contorno della guancia con la punta delle dita.
Mi avvicino sempre più e poggio le mie labbra sulle sue.
Quasi mi aggrappo al suo viso mentre la sua bocca si fa spazio nella mia.
Non so perché lo abbia baciato.
Non so se sia solo un modo di esprimere ciò che non riesco a dire.
O un modo per dirgli che mi dispiace.
Sicuramente l'ho colto di sorpresa, soprattutto dopo la mia fuga dell'ultima volta.
Ma non ho ancora imparato a domare la mia impulsivitá.
Le nostre labbra si separano lentamente, quasi ad andare contro una forza di attrazione che le tiene unite.
Alzo gli occhi nei suoi.
Pur sperando di ottenere l'effetto contrario, il mio gesto non ha fatto che lasciarmi del tutto senza parole.
"Promettimi che tornerai a lavorare a casa mia..." dico solo con una voce che non mi appartiene.
"Solo se tu prometti di darmi più di questi..." risponde in un sorriso accarezzandomi il mento.
Per un momento vedo l'Aiden di undici anni che sorride spensierato.
Ancora ignorante dei suoi problemi.
Non si è mai aperto così tanto con me e tutto in una volta.
Forse dovrei fare lo stesso.
Dovrei raccontargli la verità.
"Aiden..." dico guardndolo neglio occhi "...devo dirti una cosa..."
Il rumore di una suoneria co interrompe.
"Scusami..." dice allontanandosi di poco.
Gli sento dire il nome di Chole e chiudere la telefonata poco dopo.
Torna da me.
"Vieni ti accompagno a casa..." dice prendendomi la mano.
Annuisco.
Camminiamo fuori dal cimitero fino alla sua auto.
"Cosa dovevi dirmi?" chiede mettendo in moto.
"Oh...beh se potevi darmi un passaggio..." mento.
Lui mi sorride e mi da un bacio sulla fronte prima di partire.
Guardo dritto davanti a me all'orizzonte, il sole parallelo dell'oceano.
Prima o poi dovrà saperlo...ma per adesso no.
Per adesso voglio godermi l'azzurro dei suoi occhi puntati nei miei.
Quegli occhi che brillano solo per me.
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