VIII. Tutti i fratellini Drakhtar mi desiderano
Rakshas
«Mi raccomando, non fare danni oggi. Almeno per oggi.» Mia madre si sistemò le maniche del vestito. Coprì i lividi lungo le braccia.
Non potei fare a meno di fissarli. Erano colpa mia. La sera precedente non ero stato abbastanza bravo. Non lo avevo accontentato e mi ero rifiutato a un certo punto. Dovevo imparare a stare zitto, ma non ci riuscivo. Dovevo difenderla.
Annuii. «Certo. Ora posso andare?» Alzai le mani. «Non romperò nulla.» al massimo avrei rubato qualcosa.
Dopo averla salutata con un gesto frettoloso, cominciai a correre per i corridoi. Scansai diverse domestiche, molte erano amiche di mia madre. Le salutai con un gesto veloce.
«Ciao Jude!» mi gridò dietro una di loro.
Spalancai la porta della stanza di Kael con un calcio. C'era anche Kaya. Allargai le braccia. «Quanto vi sono mancato?»
Le ore a palazzo erano le mie preferite della giornata. Potevo giocare, ridere. Fingere che la mia vita andasse avanti in modo normale. Riuscivo a dimenticare per un po' che mio zio era a casa. E che presto mi avrebbe costretto a stendermi accanto a lui per non far preoccupare mamma. Non le dicevo nulla, spesso. L'ultima volta che aveva sospettato di qualcosa e aveva reagito, poi l'avevo ritrovata con diversi lividi in volto. Avevo imparato a tenermi alcune cose dentro. Dovevo farlo.
«Finalmente». Kael balzò giù dal letto. «Kaya mi stava annoiando a morte con le sue robe da femmine».
«Bugiardo». Sua sorella gli puntò l'indice contro. «Sei tu a essere appassionato di quelle ridicole commedie».
Sorrisi. «Hai proprio dei gusti di merda, Kael.»
Un rossore intenso si propagò sulle sue guance e gonfiò il petto. «Non è vero. Le guardo ogni tanto per passare il tempo. Tutto qui».
Kaya ciondolò sui talloni. Aveva solo un paio d'anni in meno di noi, ma era talmente bassa da apparire molto più piccola. «Che facciamo?»
«Tu non dovresti fare cose da femmine?» La spinsi scherzosamente.
Kael annuì con foga. «Sì, piccoletta, vattene. Non ti vogliamo sempre tra i piedi».
«Che c'è? Sei geloso del tuo migliore amico e lo vuoi tutto per te?» replicò lei, sfoderando un sorrisetto.
Avvolsi le spalle di Kael con un braccio. «Beh, sai. Se mettiamo la principessa di casa nei guai, saremmo i primi a essere tormentati. No?» Mi voltai a guardarlo, cercando man forte.
«Assolutamente. Non ho nessuna voglia di finire in punizione a causa tua».
Kaya fece spallucce. «Come volete. Allora andrò da sola nelle cucine a sgraffignare quelle favolose meringhe che stanno preparando».
Un lampo bramoso guizzò nello sguardo di Kael. «Ci sono le meringhe?»
Battei un pugnetto sul suo petto. «Possiamo rubarne qualcuna?»
«Nostro padre ci ammazzerà. Sono sicuramente per la cena di stasera con tutti i reggenti». Il viso di Kael si illuminò. «Quindi no. Non possiamo rubarne qualcuna. Le possiamo rubare tutte».
Mi sfregai le mani sui pantaloni. Ero a digiuno dal pranzo della giornata precedente. Pranzo che avevo preso in prestito sempre a palazzo. «In effetti avrei un po' di fame, sì... ho rubato una mela questa mattina.» Guardai Kael. «Abbiamo bisogno di un piano. Kaya, fai gli occhi dolci e distraili.»
Lei si accigliò. «Non è giusto. L'idea è mia. Perché devo sempre fare la parte noiosa?»
«Perché sei piccola. E adorabile.»
«Non ha niente di adorabile. È l'incarnazione del demonio». Kael sbuffò e mi scoccò un'occhiata, schivando il calcio di sua sorella. «Perché non mi hai detto che avevi fame? Ti posso procurare tutto il cibo che vuoi. Sai che c'è? Prendiamo pure del cibo, oltre alle meringhe. Ci dovrebbe essere il pesce oggi».
Il mio stomaco brontolò al solo pensiero di tutto quel ben di dio. «Sul serio?»
Mi diede una pacca sulla schiena. «Ma certo, scemo».
«Non sono scemo.» Sbuffai. Gli tirai una guancia. «Bene. Andiamo.»
Kaya sogghignò. «Siete adorabili».
«Sta' zitta tu» la rimbeccò Kael.
«Queen è adorabile. Non noi.»
Uscimmo nel corridoio. Mi accertai che la via fosse libera, prima di seguirli per i sotterranei. Una volta raggiunte le scale, si apriva un dedalo immenso. Lì, come le fucine dei ciclopi, erano annidate tutte le cucine e i dormitori degli inservienti. C'era un profumo così buono che pensai di svenire.
Kaya mugugnò scontenta, ma poi si allontanò per creare un diversivo. Anziché seguire il mio consiglio, però, afferrò delle padelle e cominciò a sbatterle l'una contro l'altra, correndo per non farsi acciuffare e seminando disordine tra i cuochi.
Adocchai Kael. «Io penso alle meringhe. Tu al resto... ci vediamo all'armadio?»
Fece un serio cenno d'assenso. «All'armadio». Tentennò. «Ti piace di più il salmone o l'aragosta?»
Lo guardai stordito. «Che cazzo ne so. Non ho mai provato nessuna delle due.»
«Okay. Non importa. Prendo tutto».
Ridacchiai. Corsi nella folla. Mi allungai sul tavolo e afferrai il vassoio di meringhe. Presi una busta e le feci scivolare all'interno. Aprii i forni, come fossero fortini, e recuperai tutti i dolci possibili. Poi sgattaiolai via. Evitai i corridoi più affollati. C'erano già abbastanza guardie di turno. Mi incamminai verso il nostro nascondiglio. Era lì che ci eravamo conosciuti.
Durante il tragitto incrociai Shani. «Ciao, Shani! Resterei a chiacchierare con te, ma sono impegnato! Ci si vede.» Accelerai il passo.
Lui fece per aprire la bocca. Alla fine, scosse il capo e proseguì con un mezzo sorriso. «I soliti delinquenti» lo udii borbottare.
Kael era già dentro, accucciato in un angolo dell'armadio. Si stringeva forte le braccia, grattandosi attraverso il tessuto della maglietta per il nervosismo. Indicò subito col mento un sacco da cui scaturiva l'odore di pesce.
Spalancai la porta e mi infilai all'interno. Lasciai uno spiraglio aperto. «Scemo, ti ho detto tante volte di non chiudere del tutto.» Gli sfiorai il polso. «Stai bene?» Gli porsi la busta con le meringhe.
Kael rilasciò un sospiro tremante. «Sì, tutto okay. Mi ci sto abituando, credo. Cioè, sono migliorato tantissimo, no?»
Posai il capo sulla sua spalla. «Più o meno.» Pescai una meringa e ne strappai un morso. Poi gliene passai una. «Dici che quella puzza di pesce ci ammazzerà?»
«Sicuro». Kael prese il dolcetto ed emise un versetto goloso, intanto che lo masticava. Con l'altra mano mi accarezzava i capelli, senza nemmeno rendersene conto. «Speriamo che non abbiano beccato quella pazza».
«Nah. L'ho vista andarsene con l'altro bottino di meringhe. Questo è tutto nostro.» Ridacchiai. «Dannazione, sono davvero buone! Chissà cosa ci mettono dentro.» Mi leccai via lo zucchero dalle dita e socchiusi gli occhi beato sotto il suo tocco.
Kael fece una risata. «Neve, è ovvio. Guardale. Sono bianche» dichiarò con fare saccente.
«Come si fa a cucinare la neve?» Ero sul serio curioso.
Ci riflettè, dubbioso. «Non lo so di preciso». Si sfregò il naso con le nocche e appoggiò la guancia contro la mia nuca. «Ma penso che mettano un ingrediente segreto per evitare che si sciolga e poi la cuociono nel forno. Anche la panna è fatta così».
Credevo a tutto quello che mi diceva Kael. Le sue parole erano come oro colato. «Chissà cosa mettono nelle meringhe azzurre allora.»
«Non ne ho idea. Dovremmo chiedere a Kaesar. Lui sa tutto». Rimase in silenzio per un attimo. «Noi saremo sempre amici, vero, Jude?»
Per mandare giù più meringhe in fretta, mi colpii il petto con un paio di pugnetti. «Certo. Sei il mio unico amico, Kael.»
«Anche tu». Attorcigliò un mio ricciolo attorno al dito. Deglutì. «Secondo te, se a un maschio piace un altro maschio è una cosa tanto brutta?»
Mi voltai a guardarlo. «No. Perché? Non hai ucciso nessuno. Quello dev'essere brutto.»
«Non parlavo di me. Parlavo per via ipotetica» chiarì lui, tirandomi giocosamente una ciocca. «E sì, uccidere è brutto. Shani me l'ha detto, quando ho scherzato sul fatto di voler uccidere mamma e papà».
Mi strinsi nelle spalle. «Se i tuoi non ci fossero, potremmo trasformare questo posto in un parco divertimenti. Te lo immagini?» Poi mi mordicchiai un labbro. «Posso farti una domanda?»
«Quante vuoi».
Me ne vergognavo spesso. Kael e Kaya erano molto istruiti, io imparavo quel poco a casa o interrompendo le loro lezioni. «Che significa in via ipotetica? Non mi prendere in giro.»
Sorrise. Non un sorriso canzonatorio, intenerito piuttosto. «Significa che è per finta. Del tipo "Se Carmen avesse il cervello più grande di una noce, sarebbe intelligente". Ecco, questa è un'ipotesi. Perché non lo ha».
Mi sfuggì una risatina. «Okay, chiaro.»
Kael mi porse l'ultima meringa. «Tieni».
La afferrai e me la lanciai in bocca. «Le adoro.»
«Pure io». I suoi occhi blu mi scrutavano, brillando nel raggio di luce che filtrava nella fessura dell'armadio. Si corrucciò al suono improvviso di passi. «Oh, no. Arriva qualcuno».
«Ssh.» Lo attirai a me, portando una mano davanti alla sua bocca.
Lo scalpiccio si arrestò. «Mmh, no. Non sono neanche qui». Era Kaesar. Lo udii emettere un verso deluso. «Peccato. Avevo delle caramelle gommose per loro».
Sbirciai Kael. Il suo sguardo luccicava di desiderio. Quella volta non potevamo cascarci. Mi schiarii la gola. «Oggi non funzionerà.»
Kael parve compiere uno sforzo enorme per annuire. «Proprio no».
«E c'era persino un budino. Un gran peccato».
No, col budino non potevamo competere. Diedi un calcetto all'anta. Kaesar stava aspettando con le braccia incrociate sul petto e un ampio sorriso. Le sue iridi ambrate scintillavano divertite. «Ehilà, ladruncoli».
Kael si tirò in piedi, barcollando appena. «Hai imbrogliato. Usare il budino è sleale».
Recuperai la mia puzzolente busta di pesce. Ma almeno avremmo mangiato quella sera. «Le caramelle?»
«Quel che è giusto è giusto». Kaesar rovistò nelle tasche e tese un pacchetto. «Non ingozzatevi o vi faranno male al pancino».
Kael ne arraffò una manciata. «Hai quindici anni e ti comporti come un vecchietto».
«Con tutte le meringhe che ho mangiato, le caramelle non saranno un bel niente.» Ne presi alcune.
L'espressione di Kaesar si incupì. «A proposito, dovete stare attenti. Sopratutto tu, Jude». Mi diede un buffetto affettuoso. «Se i nostri genitori scoprissero che sei coinvolto in queste marachelle, rischi grosso».
«Devono soltanto provare a sfiorarlo». Kael si raddrizzò, impettito. «Li uccido e trasformo il palazzo in un parco divertimenti».
Kaesar rise. Anche se non ero convinto che fosse una battuta. Presi la mano di Kael. «Ce ne andiamo a giocare, ora. Non ruberemo niente, giuro.»
Kaesar si chinò e ci strinse entrambi con forza. «E bravi i miei marmocchi».
«Lasciaci. Non siamo marmocchi» strepitò Kael, rifilandogli dei pugnetti.
«Infatti. Siamo grandi.» Sorrisi. Mi piaceva Kaesar. Non avevo mai avuto fratelli, ma era come se lo fosse per me.
«Certo. Fra poco sarete alti ben due mele. Giganteschi».
Kael gli diede uno spintone e lo superò, senza staccare le sue dita dalle mie. Poi però si girò di scatto. «Le meringhe bianche sono fatte di neve. E quelle azzurre, invece?»
Kaesar aggrottò la fronte. «Di pezzi di cielo. Non è evidente?»
«Giusto».
«Vero! Come abbiamo fatto a non capirlo.» Saltellai, trascinando Kael lungo il corridoio.
Lui si lasciò guidare, con lo sguardo fisso su di me.
***
Era difficile restare concentrati, in quel momento. Spostai lo sguardo sul consigliere Declan. L'uomo si strinse nelle spalle, mormorando delle scuse in direzione di Shani.
Strinsi i pugni. Poi fissai il capitano. Non aspettai neanche che mi dicesse di fermarmi o meno. Mi lanciai all'inseguimento di Kael.
Una situazione che aveva dell'assurdo, in realtà. Non credevo che nei piani ci fosse una scoperta così repentina. Ed era ipocrita forse cercare di consolare quello che una volta era il mio migliore amico sulla mia morte, di cui era anche il mandante.
Ma ancora una volta dovevo recitare il mio copione. E una parte di me, forse appartenente ancora a quello stupido Jude, voleva credere che Kael non mi avrebbe mai fatto del male e che, in fondo, era felice che fossi ancora integro.
«Vattene». Kael era accucciato accanto alla salma di Kaesar, con la testa incassata tra le braccia. La sua voce era roca. «A meno che tu non abbia portato dell'alcol, sei completamente inutile».
Fissai il volto di Kaesar. Era perfettamente conservato. Sembrava che il tempo lo avesse cristallizzato e conservato nella sua bellezza. Ma non sorrideva. Non sorrideva come al solito. Non era il Kaesar che conoscevo. Non era il Kaesar che avevo ucciso. Ero intontito, come se mi avessero preso a pugni. Jude era morto con lui.
«No, ma ho il mio corpo. Puoi prendermi a pugni, se vuoi.» Mi chinai sulle ginocchia.
Kael sollevò lo sguardo. Aveva una maschera gelida sul viso. «Non hai il permesso di darmi del tu. Non farmelo ripetere». Sfilò una fiaschetta dalla tasca e bevve. «E il dolore mi eccita di più subirlo. Quindi non fare l'agnellino sacrificale».
«Altrimenti, Kael? Che fai, mi uccidi?» Inclinai il capo.
Con un guizzo felino mi agguantò per la gola e mi attirò a sé, facendo quasi scontrare le nostre fronti. «Non osare mancarmi di rispetto. Nessuno mi chiama così. Nessuno» ringhiò, stringendo fino a rendermi difficoltoso il respiro. «Ne sono capace, Rak».
Tossii. Mi mancava il fiato. Ma erano situazioni a cui ero più che abituato. «Allora fallo. A me non importa nulla della mia vita.»
Rimase immobile per un lungo momento. Infine, la sua presa si allentò. L'angolo della bocca gli si increspò. «Comunque il tuo corpo lo preferirei in un altro modo».
«E che sfizio c'è ad accontentarti già?» Afferrai il suo polso, allontanando la mano dalla mia gola.
Un lampo minaccioso lampeggiò sul suo viso. «Ultimo avvertimento, Rakshas. Dammi del voi. La sola ragione per cui sei ancora vivo è che la tua impertinenza mi intriga, ma non concederti troppe libertà».
Mi strinsi nelle spalle e feci un piccolo ghigno. Mi piaceva provocare le persone. La loro rabbia era la mia linfa vitale. Il modo in cui mi trattavano, quando mi detestavano, era familiare. Era tutto ciò a cui ero abituato e che, in realtà, sapevo di meritare. «La sola ragione per cui sono ancora vivo è perché avete bisogno di me. Sono il vostro cane rognoso.» Mi scostai dalla parete, per avviarmi verso l'uscita. «E quando minacciate di uccidermi, forse potreste essere il mio tipo.»
Lo aspettai fuori dal mausoleo, ficcando le mani nelle tasche dei pantaloni. Alzai lo sguardo verso il cielo grigio e presi un grosso respiro.
Shani mi raggiunse. Il suo aspetto trasudava stanchezza. «È dentro?»
«No. Sono qui». Kael varcò la soglia e una folata di vento gli scompigliò i capelli biondi. «Ordina a Declan di riferire questo alla sua rete di contatti. Offro una taglia di duecentomila zenit a chiunque mi consegni uno dei sicari. Cinquecentomila per Jude in persona. Il doppio se vivi».
Per un attimo mi sfiorò l'idea di consegnarmi. Mio zio diceva sempre che avessimo bisogno di soldi, più che di cibo. E un po' avevo continuato a vivere con quella mentalità. «Vi scorto alle stanze?»
Mi ignorò. «E fammi trovare sulla scrivania tutte le foto, le testimonianze e qualsiasi cosa ci sia sull'incendio. Devo avere la certezza assoluta che non sia un inganno».
Shani annuì. «Sì, mio signore».
«Quanto a te». Kael mi scoccò un'occhiata. «Hai la giornata libera. Voglio starmene per conto mio».
«Non credo che sia prudente-» obiettò il capitano in tono apprensivo.
«Ormai dovreste aver capito che non mi importa di nessuna opinione diversa dalla mia».
Attesi che si allontanasse e guardai Shani per un momento, prima di tornare a fissare intensamente la sagoma di Kael. «Obbedisco o no?»
Lui rilasciò un sospiro esausto. «Non abbiamo scelta. Nelle condizioni in cui è, ci farebbe decapitare entrambi». Socchiuse le palpebre. «Maledizione, mi auguro quasi che non sia vero. Li ho visti crescere. Non posso vederli ammazzarsi a vicenda».
«Credo che l'abbiano già fatto, in realtà» mormorai, prima di andarmene.
Non riuscivo a togliermi l'immagine di Kaesar dalla testa. Mi avrebbe tormentato anche nei miei peggiori incubi. Se prima appariva come una figura nebulosa del mio passato, adesso sarebbe stato un volto marcito in odio, pur avendo il perfetto aspetto angelico, la pelle di porcellana, conservata da una salma di ghiaccio.
Decisi di approfittare della mia giornata libera. Tornai nella camerata solo per poter indossare una felpa e alzai il cappuccio fino a coprire la testa.
Neil, che se ne stava disteso sul suo letto a leggere, mi fissò. «Ehi. Senz'offesa, amico, ma hai un aspetto tremendo.»
Mugugnai un'imprecazione. Non volevo parlare con nessuno. Solo pagare ancora lo scotto dei miei peccati.
«Dai, lascialo stare...» Harper mi guardò dall'uscio della porta, con un'espressione corrucciata. «Hai bisogno di qualcosa?»
La ignorai e affondai la mano sotto il cuscino per recuperare quel che restava del bri. Ma un fruscio di carta attirò la mia attenzione. Mi tremarono le mani.
Neil si affacciò dall'alto del suo letto a castello. La testa gli penzolava all'ingiù. «Uh... hai un ammiratore. O ammiratrice. Giusto.»
«Sta' zitto.» Agguantai la bottiglia di liquore e uscii dalla camerata. Il cuore mi pulsava in gola. Avevo voglia di vomitare. Continuavo a rileggere quella scrittura d'inchiostro, distorta su un foglietto appallottolato.
Il prossimo avvertimento non ti piacerà.
Al solito posto. Ti aspetto.
Deglutii. Lasciai scivolare il foglio di carta in un cestino per strada, una volta abbandonato il castello. Drakthar era uno Stato fantastico alle apparenze. Raant, la capitale, era accerchiata da grattacieli immensi, che sembravano imporsi per le strade come dei colossi avidi di sangue. Non che i suoi cittadini e il suo princeps fossero da meno.
Superai il quartiere dello shopping. C'erano così tante persone indaffarate e impalate davanti alle vetrine, a osservare come gli schermi olografici consigliassero loro le ultime tendenze della moda a seconda del loro aspetto.
Scansai la folla, facendomi largo a spallate e guadagnandomi qualche occhiataccia.
Preferivo il lato tenebroso di Raant, però. Quello vero e che nascondevano in un'utopica e perfetta apparenza. Era decisamente più caratteristico quel catrame che ossidava i cuori degli abitanti, che li rendeva avidi e anche altrettanto frivoli.
Man mano che mi allontanavo dal cuore della città, la puzza di piscio e l'odore di zolfo erano nauseabondi. Feci scivolare un paio di monete nel piatto di qualche mendicante. Probabilmente avevano le ore contate, prima che il Ministero andasse a prelevarli. La loro infinita vita era inutile nella piramide sociale, viste le loro imperfezioni genetiche.
Individuai la solita chiesa, il nostro posto di incontro. Era abbandonata ed erosa dai segni del tempo. Arrancava nel quartiere dimenticato da dio e degli uomini, come un vecchio stanco. Si reggeva a fatica ancora in piedi, sperando che il bastone della vecchiaia non la tradisse così in fretta. Le pareti erano sgretolate e ricoperte di graffiti, ingrigite dalla polvere e dal fumo. Osservai il campanile, la cui campana ormai era muta, crepata e arruginita. Le erbacce rampicanti l'avevano inghiottita tra le loro fauci. Un corvo gracchiò in lontananza, mentre mi rifugiavo all'interno della chiesa.
L'aria era stantia e fredda, impregnata di umidità e muffa. Mi scappò l'ennesimo starnuto. Storsi il naso, fissando l'altare coperto di polvere. Le croci erano state rovesciate e alcuni drappi carbonizzati dai vandali. Il vetro delle bottiglie spaccate e i detriti dei calcinacci del soffitto scricchiolavano sotto i miei passi.
Mi avvicinai al confessionale e mi accomodai. «Dimmi.»
«Ricordati bene con chi stai parlando, Rak.»
Strinsi forte i pugni. Affondai le unghie nei palmi. Lo detestavo, ma gli dovevo la vita. Se ero vivo, era grazie a lui. E lui mi avrebbe permesso di avere la mia vendetta. La sua morte doveva attendere. Aveva ancora in mano le mie catene e le tirava ogni volta che gli faceva comodo, soprattutto quando il guinzaglio gli pareva troppo allentato. «Ditemi, padrone.»
Non potevo vederlo. A separarci c'era una parete e riuscivamo a comunicare solo attraverso la grata in metallo. «Sai perché ho fatto sfuggire la notizia su di te?»
Scossi il capo, ma in realtà potevo immaginarlo.
«Non sei stato attento. Mi pare di averti detto di non creare confusione.»
Serrai la mandibola. «Mi dispiace.»
«Non ho detto che puoi parlare.»
Restai in silenzio, mentre un rivolo di sangue scivolò dal mio palmo, macchiando il pavimento.
«Devo dirti che presto avrai un'occasione, cerca di sfruttarla come si deve. Chiaro?»
«Dei dettagli non sono compresi?»
Sentii un tonfo contro la parete; il legno vibrò sotto il suo colpo. «Non farmi arrabbiare, mostro.»
Mi appoggiai contro il muro. «Va bene. Starò attento.» Tirai un po' le grate e feci scivolare la mia scheda verso di lui, in un piccolo spiraglio tra noi. Un bip acuto risuonò. Me la restituì dopo aver preso più della metà dei miei zenit. «Mi raccomando. Obbedisci e scodinzola.» disse, prima di lasciarmi solo.
Udii i suoi passi ticchettare lungo la navata. E forse, lì, nascosto in un posto dove avrei dovuto essere sincero, mi sentii libero. Socchiusi gli occhi, lasciando che le lacrime mi scorressero sulle guance. Ero stanco di un'esistenza fatta di odio e morte. Andavo avanti, lasciando dietro di me soltanto orme insanguinate. E attendevo. Aspettavo il momento in cui finalmente l'avrei pagata.
Quando tornai, era notte. Il tempo era peggiorato, come se quello schifo di giornata potesse andare peggio e ci tenesse a dimostrarlo. Aveva cominciato a piovere e avevo camminato fino al palazzo senza un ombrello.
Avevo freddo e affondai le mani nelle tasche della felpa. Si congelava, dannazione. Diedi un calcio a una pietruzza lungo la strada. Salii le scale per raggiungere la mia camerata. Gocce d'acqua cadevano lungo il pavimento. Non mi ero neanche premurato di tirare su il cappuccio. I capelli erano fradici e mi si erano appiccicati sulla fronte. Iniziai a incamminarmi nei corridoi.
«Rakshas». Kaya si precipitò su per i gradini, venendomi dietro. La chioma bionda le si agitava sulle spalle. «Possiamo parlare in privato?»
Mi girai a guardarla. «Adesso?»
Mosse il capo su e giù. Aveva le guance arrossate per la corsa. «È importante».
Anche cercare di non prendere una polmonite lo era. Mi strinsi nelle spalle. «Ditemi.»
«No, non qui. Meglio andare in-»
Il resto della sua frase venne coperta dalle imprecazioni di Shani, che si stava dirigendo verso l'atrio a passi pesanti, bofonchiando tra sé. Qualcosa non andava. Era nervoso. Cioè, più nervoso ed esaurito del solito. Scansai Kaya, per afferrare il capitano per il polso. «Che succede?»
«Succede che vorrei che venisse ripristinata l'usanza della pensione». Shani fece uno sbuffo seccato. «Ha chiamato il princeps. Vado a recuperare il suo relitto».
Kaya roteò gli occhi. «Non possiamo smollarlo lì, ovunque sia? Non mancherebbe a nessuno».
Ridacchiai. A me sarebbe mancato. Mi sarebbe dispiaciuto non poterlo uccidere. «Ne parliamo dopo, va bene? Il lavoro chiama.» Mi affiancai a Shani, ghignando. «Ti do una mano. So che hai terribilmente bisogno di me.»
«Così devo gestire due bambini, anziché uno. Ottimo». Fece una smorfia. «Non dire a Kaelan che l'ho definito così».
Mi portai una mano sul cuore «Giurin giurello.» Sforzai la voce, rendendola simile a quella di un bimbo.
«Quando ti sturavi le orecchie da piccolo, oltre al cerume ti è colato fuori pure il cervello? Per questo sei così stupido?» Il suo tono però tradiva una nota bonaria.
«Non lo so, dovremmo chiederlo a mia madre... ah, è morta. Peccato.» Saltellai in avanti. «Muoversi, capitano.»
Shani si ficcò un cappello in testa, prima di uscire nel temporale, e raggiunse la limousine. Mi sedetti al suo fianco e posai la fronte contro il finestrino, abbandonandomi a un sospiro frustrato.
Mi adocchiò, intanto che metteva in moto. «Che hai combinato con la principessa? Non ti sarai messo nei guai pure con lei».
«E io che ne so? Magari i fratellini Drakthar hanno un debole per me. Puoi biasimarli?» Mi strinsi nella felpa fradicia con un piccolo spasmo di freddo.
Fece una risata gutturale e allungò il braccio per darmi un colpetto scherzoso sulla nuca. Socchiusi gli occhi per istinto, poi rilassai i muscoli, quando mi resi conto che non avrebbe fatto male. «Hanno dei pessimi gusti». Accese il condizionatore. «Ah, pivellino. Un'altra cosa».
Mi avvicinai alle bocchette d'aria calda per riscaldarmi. «Mmh? Sai che non sono proprio un pivellino, vero? Potrei anche batterti in uno scontro leale.»
«Per quanto a volte tu me ne faccia venire voglia, come adesso». Mi rivolse un'espressione seria. «Non ti colpirò mai, perciò smetti di aspettarti il peggio da me. Non sono quel genere di capitano. Il rispetto non si ottiene con la violenza. Capito?»
Deglutii a fatica. Strusciai le mani sui pantaloni. «Parliamo della tua situazione sentimentale. Perché non ti trovi una donna paziente e metti su famiglia? Mi sembra che tu abbia fatto ottimo allenamento come padre.»
Shani tenne lo sguardo fisso sulla strada, sussurrando: «Ce l'ho già una famiglia».
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