VI. Faccio un gioco alcolico erotico col princeps
Rakshas
Conoscevo bene il dolore. Ci ero abituato fin da bambino. Era parte di me, viveva sotto pelle e mi stuzzicava di continuo. Il problema non sarebbe stato quel taglietto sulla gamba, ma tutte le loro voci. Ero abituato ai combattimenti clandestini, ma quelli a cui lui mi aveva costretto negli anni erano ancora peggio.
Almeno qui fingevano di essere ricchi d'animo, nascondevano il loro marciume puzzolente sotto una ridicola maschera. Ma volevano il sangue nello spettacolo. E io gliel'avevo fornito. Ero sempre stato bravo a recitare su una scena cruenta e avevo permesso a Kael di tirare la mia catena. Una volta sguinzagliato, avevo sbranato l'avversario e poi ero tornato da lui, obbediente.
Però avevo guadagnato qualcosa. Lui non me lo permetteva. Mi faceva anche combattere in catene. Mi ordinava di essere il mostro della notte, l'incubo di qualsiasi uomo innocente, e io eseguivo. Ero la falce della morte, impugnato e sfruttato per decapitare chiunque.
Il Dandelion non mi piaceva. Ma in effetti non era niente di nuovo, io odiavo tutto di Drakthar. Forse ero l'unico a vedere quanto fosse putrefatta dall'interno.
Mi lasciai cadere su uno dei divanetti, in cerchio attorno a un tavolo. Un robot venne nella nostra direzione, dopo essere stato chiamato con un pulsante. «Scegliete pure cosa posso portarvi.» La sua pancia si illuminò di un display, che si divideva in due metà tra dolce e salato. Di lato, c'era la spunta drink. Avevo davvero molta fame. L'avevo sempre. Ero stato abituato per anni a soffrirla. Ma non avrei lasciato intendere a Kael di star morendo, non volevo sembrare un idiota ridicolo.
Al mio fianco, Kael selezionò un'icona dall'elenco degli alcolici e mi rivolse un ghigno. Nel suo sguardo brillava un luccichio divertito. «Vuoi fare un gioco con me, Rak?»
C'erano alcune cose a cui non sapevo rinunciare in alcun modo. Scommesse e sfide erano tra quelle. «E quali sarebbero le regole?» Ghignai.
«Oh, sono facili. Uno di noi fa una domanda. L'altro decide se rispondere o bere». Annullò la distanza tra di noi, tanto che il suo ginocchio sfiorò il mio. «Niente bugie. Ti avviso, sono molto bravo a capire quando qualcuno mente».
Un groviglio mi si attorcigliò nello stomaco. «Credo proprio che siamo due bravi bugiardi entrambi, sua maestà.»
«Io di più». I suoi occhi blu rimasero conficcati nei miei. «Vuoi unirti a noi, capitano?»
«No. Devo guidare». Shani arricciò il naso. «Inoltre, ho il presentimento che prenderà la piega di un gioco a cui decisamente non voglio partecipare».
Il cameriere androide portò una bottiglia piena di un liquido opaco, quasi nebuloso. Kael la aprì e riempì un paio di shottini. L'odore pregnante permeò l'atmosfera tra noi e un fumo spumeggiò per aria. «Si chiama bri. La specialità della casa. Non è molto forte, ma è estremamente piccante». Mi cinse la schiena con un braccio. «Giochiamo o no allora, mio soldatino?»
«Io non mi tiro mai indietro.» Afferrai il mio bicchiere e ne feci roteare il contenuto contro le pareti di vetro.
«Comincio io». Sorrise e il suo indice giocherellò con un mio ricciolo, strappandomi un gorgoglio allo stomaco. «Uomini o donne?»
«Entrambi.»
Un lampo sornione guizzò sul suo volto e fece un cenno d'assenso. «Hai ragione. Perché dimezzare il piacere? Prego, tocca a te».
Sei stato davvero tu a rovinarmi la vita? Mi strinsi nelle spalle. «Cibo preferito.»
«Il budino. Ne mangerei a palate. Ma anche la crema al mascarpone. O la panna cotta». Rilasciò un respiro beato. «È difficile scegliere. Ho fatto creare una torta in mio onore che riunisce tutti e tre».
«L'umiltà è una virtù che non vi appartiene.» Ridacchiai e fissai il bicchierino. Alzai lo sguardo su Shani. «Visto? Sono domande semplici per ora.»
«Per ora» sottolineò lui.
Kael passò la punta del dito sulla mia mascella, dove si stavano delineando i contorni di un livido. «Hai mai avuto una relazione?» Deglutii, perdendomi per un attimo nella sua marea, in balìa delle onde.
«Perché? Volete candidarvi? Mi pare di avervi detto che non siete il mio tipo.» Sogghignai. Volevo provare disperatamente quel drink, ma ci sarebbe stata occasione. Sapevo che stesse scaldando i motori per le domande scomode. «No, comunque.»
Schioccò la lingua. «Pensavo che avessimo concordato di evitare le bugie. Io sono il tuo tipo. Sono il tipo di chiunque».
Mi stava servendo l'occasione su un piatto d'argento. Feci un sorrisetto malizioso. «O volete essere il mio tipo? Questa è la mia domanda.»
Shani sbuffò e cambiò posizione sulla sedia.
Kael invece mantenne il contatto visivo con me, senza tradire nessuna traccia di disagio. «Ti porterei volentieri a letto, sì. Ma smettila di fingere che non sia reciproco».
Mi rifugiai nel silenzio, poi decisi di cambiare argomento. «Tocca a voi.»
«Come sono morti i tuoi genitori?»
Dovremmo chiederlo a te.
«Non conoscevo mio padre. Per mia madre, non lo so. So solo che è stata uccisa.» Ed era vero. Non sapevo chi le avesse fatto del male. O, forse, non volevo accettarlo. Una mezza verità era comunque più difficile da captare.
Mi fissò intensamente per un istante, infine annuì e mi fece un cenno con la mano per invitarmi a proseguire il gioco.
«Perché vostra sorella vi accusa della morte di vostro fratello?» Non era l'unico a sapere come ferire gli altri. In quello ero un campione. Adocchiai Shani e lo vidi irrigidirsi.
Kael si pietrificò. La sua espressione divenne una maschera di fredda impassibilità. Rafforzò la stretta attorno alle mie spalle, poi allungò la mano libera verso il bicchiere e lo svuotò. Fece una smorfia, mentre i suoi occhi si arrossavano per il piccante. «Perché sono uno dei responsabili della sua morte» spiegò in tono noncurante.
Shani aprì la bocca, poi la richiuse.
«Avete bevuto inutilmente.»
«Odio sprecare un ottimo drink». Si protese verso il mio volto fino a che i nostri nasi si scontrarono. «E tua madre? È stata colpa tua?»
Ghignai e tracannai il mio bicchiere.
Kael si abbandonò contro lo schienale, sciogliendo la presa sul mio corpo. «Peccato».
Strizzai gli occhi. Tutta la mia gola andava a fuoco e gli occhi mi si seccarono di colpo, per poi cominciare a inumidirsi. Tossii. «Porca puttana.» Versai altro bri nel bicchiere. Mi passai una mano tra i capelli. «Quando mi permetterete di darvi del tu?»
Sbattè il ginocchio contro il mio. «Quando ammetterai che sono il tuo tipo».
Mi accostai al suo volto. «Quando i pesci avranno bisogno dell'aria.»
Deglutì e abbozzò un sorrisetto. «Ti piace proprio citarmi». Mi afferrò il mento, sfregandomi il pollice sul labbro inferiore. La mia pelle bruciava sotto la sua. «Vorresti fare sesso con me? È la mia domanda».
Succhiai appena il dito. Poi presi il mio bicchiere e ingollai tutto lo shot. Dannazione. Mi andava a fuoco tutto lo stomaco e la gola era in fiamme. Non ero più sicuro, però, che fossero gli effetti dell'alcol. «Era una proposta o una curiosità?»
«Una curiosità. Per la proposta, aspetterò che sia tu a implorarmi».
Mi scappò una risata. «Io non prego proprio nessuno. Mi dispiace deludervi.»
«Sfida accettata». Mi strizzò l'occhio. La sua attenzione venne attratta da un urlo di dolore proveniente dall'arena, poi tornò a scrutarmi. «Ultimo round. Perché hai deciso di fare il mercenario?»
«Uccidere è l'unica cosa che so fare bene. E non ho niente da perdere.»
Kael rise. «Buffo. Sono diventato princeps per gli stessi motivi».
«Voi avete qualcuno ancora da perdere. È diverso.» Gli sfiorai il mento.
Il suo pomo d'Adamo si mosse su e giù, mentre seguiva con lo sguardo ogni mio movimento. «Parti dall'errato presupposto che mi importi di loro. La mia famiglia è più una seccatura che altro». Depositò una mano sulla mia coscia. «Ultima opportunità, soldatino. Rifletti bene su cosa vuoi sapere».
«Perché questi combattimenti? I soldi non vi servono.» Strinsi appena la presa e gli voltai il capo per costringerlo a fissare me.
Esalò un respiro profondo. «Amo il sangue».
Sapevo mi nascondesse qualcosa. «Farò finta di accontentarmi.» Allontanai la mano dal suo volto. Ma non scacciai il contatto che manteneva sulla mia gamba.
Shani inarcò un sopracciglio. «Avete finito con questo strano giochetto erotico?»
Kael sghignazzò e sorseggiò un altro shottino, prima di tirarsi in piedi. «Sì, andiamo. Ho promesso alla mia gattina una notte di fuoco».
Qualunque eccitazione avessi, svanì l'istante successivo a quelle parole. «Oh, credo di aver capito la vostra tattica.» Mi alzai per seguirli fuori. Portai con me la bottiglia semivuota di bri.
«Ne dubito. Sono troppo intelligente per il tuo cervellino da mercenario».
«Immagino sia più comodo eccitarsi prima con me.» Sogghignai, prima che Shani mi spingesse in auto.
Kael si accomodò sui sedili posteriori e accese il piccolo monitor che pendeva dal tettuccio sul canale di una commedia. «Shannon ha tradito Kevin con il suo migliore amico e quell'idiota vorrebbe sul serio perdonarla. Non lo trovate assurdo? Io le servirei il cuore dell'amante per cena, al suo posto». Sospirò deluso. «Erano la mia coppia preferita».
«Davvero terribile» commentò Shani, mettendo in moto.
«Cazzo, è incinta. Il figlio è di sicuro del migliore amico bastardo, ci scommetterei le mie regali palle da princeps».
«Ci avrei scommesso che eravate tipo da serie drammatiche.»
Kael fece un mugolio distratto. «Ssh. Si è appena scoperto che scopava pure con il fratello di Kevin. E lui frequentava la sorella di Shannon. Che macello».
Sperai che quella tortura si concludesse presto. Quando arrivammo, seguii sua maestà fino alla sua stanza insieme a Shani. Decisi di provocarlo. «Non pensate troppo a me, durante la vostra notte di fuoco.»
Kael indugiò sulla soglia. «Ci vediamo nei tuoi sogni, soldatino. Sono nudo di solito, vero?» Richiuse porta dietro di sé, smorzando la vocetta irritante di Grace proveniente dall'interno.
«Dammi. Ne ho proprio bisogno dopo questa serata da incubo». Shani mi strappò la bottiglia di mano, bevve un sorsetto e me lo restituì. «Fanculo. Quanto brucia».
Aggrottai la fronte. «Non esagerare, capitano.» Riafferrai il mio bri e lo salutai con un cenno vago della mano. Avevo la serata libera. E l'avrei trascorsa a cercare risposte.
«E fatti medicare, pivellino» mi sbraitò dietro Shani.
Presi un altro po' di quel liquore infernale e cominciai a muovermi per i corridoi dedalici. Arrivai prima alle nostre camerate. Mi spogliai velocemente. Per fortuna i miei compagni avevano il sonno pesante. Mi diressi in infermeria. Mostrai a quella dolce e povera cerbiatta la mia dolorosa ferita e, mentre attorcigliavo attorno al dito una sua ciocca di capelli, cambiai l'orario dell'orologio sul tavolo di un'ora avanti.
Ero pronto. Se tutto era andato secondo i piani, le telecamere di sicurezza dovevano essere disattivate.
Rientrai nel castello. Non avevo più la divisa, potevo essere uno qualsiasi. Sentii i passi di alcune guardie di turno. Mi nascosi dietro un pilastro. Individuai una porta e abbassai la maniglia. Mi ritrovai nella biblioteca, un infinito intrico di file di scaffali che si susseguivano una dopo l'altra. L'odore di vecchie pagine era impregnante e c'era così tanta polvere che trattenni uno starnuto.
L'unico strascico di luce era quella debole della luna, che filtrava attraverso le enormi finestre gotiche. Portai una mano al cinturone ed estrassi una piccola torcia, per aiutare la vista. Alzai lo sguardo, seguendo i ripiani perdersi fin sopra il soffitto, quasi a sfiorare i lampadari spenti, che penzolavano dall'alto come gli scheletri di tutte le vittime della famiglia Drakthar. Sbattei le palpebre. Avevo gli occhi secchi e le lenti mi stavano dilaniando.
L'odore di muffa era insopportabile. Illuminai con la torcia il mio cammino. C'era una scala a chiocciola, che portava al soppalco. Cominciai a salire i gradini, che presero a cigolare nel silenzio tombale. «E che cazzo.» bofonchiai.
Il ticchettio incessante dell'orologio a parete scandiva i miei passi. Il cuore sembrava battere più violento in petto. Puntai la torcia in direzione di armadi in legno. Recuperai alcuni vecchi libri polverosi. «Che schifo. Che schifo-» Agitai la mano, per scacciare una ragnatela del cazzo. L'attenzione, però, cadde verso il pian terreno. Notai una porta blindata. Forse avevo trovato involontariamente l'accesso agli archivi.
Mi precipitai giù per le scale, rischiando di inciampare. Cercai di fare meno rumore possibile, ma quel posto era più inquietante della bellissima tradizione cimiteriale di Drakthar.
Posai le mani contro la superficie gelida dell'accesso blindato. Provai a spingerla in avanti. Poi con una spallata. All'improvviso si accese un display celeste. La luce rischiò quasi di accecarmi, mi ero abituato a quell'aria oscura. «Fanculo.»
C'era bisogno di un pin. Provai a inserire la data di nascita di Kaelan. Era così egocentrico che non mi sarei stupito, se fosse stata la chiave.
Accesso Negato.
Notai uno scanner facciale. Se anche avessi superato la barriera della password, avrei trovato l'ennesima barricata da superare. Per un attimo mi sfiorò il pensiero di cavare gli occhi a Kael, ma sarebbe stato un peccato. Avrei dovuto provare a convincerlo a entrare negli archivi durante uno dei miei turni di guardia. Avevo bisogno di una scusa. Da lì avrei improvvisato.
«Hai sentito anche tu quei rumori?»
Sentii le voci di alcune guardie da fuori. La porta cigolò in avanti e mi nascosi dietro a uno scaffale, per non farmi beccare.
«Andiamo, ladruncolo. Esci fuori.»
Roteai gli occhi. Attesi che avanzassero, sbirciandoli attraverso le fessure dei libri. Feci il giro opposto.
Non appena le due guardie mi diedero le spalle, corsi fuori.
«Ehi!»
Cazzo.
Iniziai a svoltare a caso. Individuai una serie di corridoi familiari. Imboccai quello di sinistra e tirai la porta, per poi nascondermi all'interno della stanza.
E forse avrei preferito essere beccato. Fu come ricevere un pugno in pieno stomaco. Al centro c'era un vecchio cavallo a dondolo, in legno, intarsiato coi colori della famiglia. Feci un piccolo sorriso, avvicinandomi. Ne sfiorai la superficie rugosa e sobbalzai, quando schiacciai un orsetto di peluche rosa. Sparsi ovunque, per terra, c'erano i resti di un passato forse lieto. Resti dell'anima di Kael. Diversi cubetti di legno tracciavano una scia fino a raggiungere l'enorme finestra che dava sui giardini del palazzo. La carta da parati colorata mi fece avvolgere le viscere in una morsa di dolore. Accarezzai le nuvolette bianche, sullo sfondo celeste.
L'aria odorava di chiuso, forse anche un po' di muffa, mescolato a un aroma dolciastro di carta vecchia e legno umido. Ma c'era il sapore, a molti impercettibile, di felicità, e io lo ricordavo bene. Mi sembrò di sentire il cavallo a dondolo muoversi. Non poteva essere il vento.
Mi voltai di scatto, impugnando la bottiglia di bri. Kaesar?
Una piccola ombra si gettò sul pavimento con un balzo e mi strusciò le caviglie, emettendo un suono simile a un brontolio. Impiegai un attimo a capire che erano fusa. «Ehi.» Mi abbassai sulle ginocchia per fare dei grattini dietro le sue orecchie. «Ciao.»
La gatta tricolore rispose con un miagolio. Indossava un collarino tempestato di diamanti, che brillavano nella semioscurità. Su una targhetta era inciso il nome. Sebbene fosse troppo buio per leggerlo, già lo conoscevo.
«Ti piacciono i grattini...» cominciai a stuzzicarle il mento.
«Queen, eccoti, finalmente!» La porta si spalancò. Kaya posò lo sguardo su di me e si bloccò. Si corrucciò. «Tu che ci fai qui?»
Sorrisi. Mi finsi ubriaco. «Principessa!»
Lei incrociò le braccia sul petto. Indossava una vestaglia con dei ricami argentei lungo le maniche e la scollatura. «Saresti nei guai se Narciso scoprisse che vai a zonzo da solo per il palazzo di notte».
Feci un singhiozzo. «Lo so, ma mi sono perso.» Girai su me stesso.
Kaya roteò gli occhi. «Non bastava mio zio a bere come una spugna». Increspò le sopracciglia, quando Queen lanciò un altro versetto e passò tra le mie gambe. «Strano. Non è mai così affettuosa con gli estranei».
«È femmina. Le donne mi adorano.» Mi chinai per accarezzare ancora la gatta. L'avrei portata con me, ma Kaya sembrava già che volesse scannarmi.
«Questa battuta squallida l'hai rubata dal repertorio di mio fratello?» Si avvicinò e raccolse la micia da terra. «La stavo cercando. Questo è il suo nascondiglio preferito». Perlustrò la stanza con un'espressione avvilita. «Forse si ricorda di quando venivamo a giocarci. Chissà. Queen fa parte della famiglia da parecchio».
«Sembra un posto fantasma». Sfiorai il musetto di Queen.
Un'ombra cupa si impresse sul viso di Kaya. «Perché lo è». Fece un cenno col mento, invitandomi a uscire. «È tutto ciò che è rimasto di noi. Kaelan e Jude erano inseparabili. Io mi mettevo sempre in mezzo, perché adoravo fare "cose da maschiaccio" con loro».
Dovevo recitare la parte. L'ennesimo copione di una storia che conoscevo a memoria, una tragedia che abitava nei miei incubi. «Chi era questo Jude?»
«Il figlio di una delle nostre cameriere. Non avendo nessuno con cui lasciarlo, spesso lo portava al lavoro con sé». La sua voce era intrisa di malinconia. «Era il migliore amico di Kaelan. L'unico che abbia mai avuto. Per me era al pari di un fratello».
Il cuore mi si strinse così tanto da far male. Inspirai a fondo. «Sì, suona triste. È morto?»
Kaya ebbe un istante di indugio. I nostri passi rimbombavano lungo il corridoio. «Jude ha... commesso uno sbaglio. Un errore che ha portato alla morte di mio fratello Kaesar. Sono sempre stata convinta che non l'abbia fatto apposta, che ci dovesse essere una spiegazione». Al chiarore della luna che penetrava dalle finestre, un muscolo guizzò sulla sua mascella. «Invece, Kaelan l'ha incolpato di quanto è successo e ha fatto sì che nostro padre mandasse dei sicari a ucciderlo. Non soltanto a lui, ma anche a sua madre. Aveva dodici anni ed era già un mostro».
Non mi mossi. Ma forse non era quello che volevo sentire. Mi morsi il labbro. «Era già il princeps di ora, suppongo. Ma siamo tutti mostri, sotto la superficie.» Avrei voluto abbracciarla. Dirle che non avrei mai fatto a tutti loro del male. «Buonanotte, principessa.» Mi allontanai e uscii dalla camera.
Avevo bisogno di fare una lunga dormita, per incontrare di nuovo i miei demoni.
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