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V. Invito il soldatino al mio bagno caldo

Kaelan

Ero stato torturato in tanti modi nel corso della mia vita. I miei genitori erano molto fantasiosi quando si trattava di infliggere castighi, e io ero per natura un figlio ribelle.

Ma nessuna delle loro punizioni reggeva il confronto con la prospettiva di un pomeriggio intero in compagnia di quell'ameba di Grace Eryndor.

Certo, l'idea era stata mia. Tuttavia, era dettata da interessi puramente politici. Era una farsa che dovevo portare avanti, almeno fino alle Elezioni.

Sospirai e scesi la gradinata all'ingresso, seguito dalle ombre delle mie Sentinelle. Avevo ordinato a Shani di mettersi di turno con Rakshas, nella speranza che la presenza del soldatino alleviasse la noiosa agonia che mi aspettava.

All'esterno soffiava una brezza gelida, mitigata appena dal sole che spuntava timido da dietro una cortina di nuvole. Prima di proporre a Grace di passeggiare insieme, mi ero accertato che le condizioni climatiche fossero a mio favore per farla durare il meno possibile.

Forse avrei avuto persino la fortuna di un temporale.

Incrociai Carmen e la salutai con un allegro gesto della mano. «Come sta tuo padre? Quando ha intenzione di dilettarci con un altro spogliarello?»

La strega si bloccò. I capelli color sabbia erano raccolti in una rigida crocchia, che si abbinava ai tratti austeri del viso. Al suo fianco c'era Quentin, lo scimmione di due metri che da anni le faceva da guardia personale.

Le sue labbra si piegarono in un sorrisino maligno. «Ho sentito che il tuo pasticcere preferito è stato arrestato dal Ministero, qualche giorno fa. Davvero tragico».

Ebbi un lieve fremito. Sapevo benissimo che era stata lei a consegnare Greg. Non che ci fossi affezionato, ma i suoi dolci erano eccezionali. «Sì, lo hanno condannato. La sua esecuzione si terrà la prossima settimana. E magari non sarà l'unica».

Nella mia mente si era già delineato l'abbozzo di un piano per vendicarmi. Era una questione di orgoglio. La mia cuginetta non doveva pensare di potermi battere. Avrei presto pareggiato i conti.

Carmen parve cogliere la minaccia velata. Si strinse nel suo scialle, mentre Quentin digrignava i denti con un'espressione arcigna. «Petyr ci delizierà presto di una sua visita. La tua adorata Grace ne sarà felice».

«Entusiasta. Saltella come una capretta» commentai in tono affabile.

Carmen fece una smorfia e spostò lo sguardo su Rakshas. Lui le rivolse un piccolo cenno col mento. I lineamenti della donna si ammorbidirono. «Beh, ci vediamo allora».

Ridacchiai e attesi che fosse sparita oltre il portone principale. «Rak, si direbbe che l'arpia abbia una cotta per te. Un notevole salto di qualità rispetto ai rospi di cui si innamora di solito».

Rakshas scrollò le spalle. «Faccio quest'effetto alle donne.»

Oh, non solo alle donne.

Sfoderai un sorrisetto. «A quelle disperate in cerca di attenzioni, intendi? Non ne dubito».

«Siete geloso?» Rakshas ciondolò il capo di lato.

«No, sei liberissimo di farti mia cugina».

«Tesoruccio» strepitò Grace dall'atrio.

Quanto avrei voluto reciderle le corde vocali. «Ascoltatemi bene. Tutti e due». Sventolai l'indice verso Shani e Rakshas. «Appena vedete che sta diventando una cozza in calore, salvatemi. Inventate qualsiasi stronzata. Una riunione d'emergenza del consiglio o un'epidemia di dissenteria, non importa. Tanto ha il quoziente intellettivo di un sasso».

Rakshas ghignò. «E io che pensavo ne foste perdutamente innamorato.»

«Sono perdutamente innamorato, infatti». Mi appoggiai col gomito alla sua spalla. «Di me stesso».

Lui abbassò lo sguardo su di me e incurvò l'angolo della bocca all'insù. Non appena sentì la voce stridula di Grace, lo vidi roteare gli occhi. Fece il solito inchino forzato, prima di lasciarci soli.

Grace mi si appiccicò addosso, avvinghiandosi come un rampicante. «Ti sono mancata?» chiese civettuola.

La presi sottobraccio. «Quanto l'aria manca ai pesci, amore mio».

«Che dolce che sei!»

Soffocai a fatica uno sbuffo. Era così stupida da non comprendere nemmeno i miei insulti.

Grace cominciò a raccontarmi dei pettegolezzi che circolavano per il palazzo, intanto che costeggiavamo la riva del laghetto. Quello era uno dei suoi pochi talenti. La maggior parte delle notizie che raccoglieva grazie alla sua passione per il gossip erano inutili, ma ogni tanto saltava fuori qualcosa di interessante.

«Riguardo a tuo fratello Petyr» la interruppi, elargendole un sorriso. «So che sei felice del suo imminente arrivo, ma devo avvisarti, mia cara: credo che stia venendo per riportarti a casa».

Grace si portò una mano al petto, sconvolta. «Cosa? E perché mai? Io voglio rimanere qui. Con te».

Posso capire. Anch'io non vorrei mai separarmi da me.

Sospirai. «Purtroppo, Petyr non è un mio grande ammiratore. Non credo che approverà la nostra unione».

«Unione?»

Il suo strillo mi trapassò le orecchie. Mi stupiva che non avesse raggiunto gli ultrasuoni. «Ssh, piano» La guidai verso un gazebo su cui avevo fatto allestire una cesta da picnic e la invitai a sedersi al mio fianco. «Non vorrai che tutti lo sappiano, prima che ti faccia pubblicamente la proposta, no?»

Grace emise una risatina emozionata e si accoccolò contro la mia spalla. «Vuoi sposarmi davvero?»

«Assolutamente». No. Catturai una ciocca scura e gliela portai dietro l'orecchio. «Non immagino un'esistenza senza di te. Vorrei però evitare di inimicarmi tuo fratello, lo capisci?»

Lei assunse un'espressione pensierosa. Potevo immaginare le rotelline del suo cervello che iniziavo a muoversi, scrollandosi la polvere accumulata negli anni in cui erano rimaste inutilizzate. Attesi paziente che arrivasse alla mia stessa prevedibile conclusione. «Potremmo organizzare un galà per accoglierlo. Ne sarebbe onorato. E, di sicuro, conoscendoti meglio, si innamorerà di te come me».

Proprio ciò che volevo. «Mi auguro di no. Non sono poligamo». Le porsi un tramezzino. «Ma la tua è una splendida idea».

Grace ignorò il sandwich e si tuffò sulle mie labbra, montando a cavalcioni sulle mie gambe. Ricambiai il bacio per un istante, provando soltanto un immenso fastidio, poi la scansai con delicatezza. «Tesoro, non siamo soli, ricordi?»

Rakshas girava per i giardini. Incrociai il suo sguardo, ma restò fermo, senza venirmi incontro, sorridendo divertito. Shani era a qualche metro di distanza, troppo impegnato a ispezionare i dintorni per rendersi conto che il vero pericolo era quella gallinella che mi stava succhiando l'anima.

«Che importa? Falli girare» replicò Grace, continuando a sbaciucchiarmi la faccia. Mi stava lavando con la sua saliva, dannazione. Che schifo.

Dopo qualche minuto che mi parve infinito, Rakshas ci raggiunse, camminando con calma. Molta calma. Intrecciò le mani dietro la schiena. «Sua maestà, è richiesta la sua presenza per una spinosa questione.»

Mi sottrassi all'ennesima slinguazzata. «Accidenti. Il dovere chiama».

Grace fece un versetto lamentoso e mi accarezzò gli addominali da sotto la camicia. «Devi proprio? Non abbiamo nemmeno mangiato nulla».

«Essere il princeps comporta grandi rinunce. Perdonami». La depositai sulla panchina e mi sistemai i vestiti. Mi rivolsi a Rakshas. «È urgente, giusto?»

«La vostra presenza è fondamentale come l'aria per i pesci.»

Gli scoccai un'occhiataccia. Ma Grace parve rassegnarsi alle sue parole. Tirò un respiro abbattuto e staccò un morso al tramezzino.

Shani chinò la testa. «Mio signore, dobbiamo proprio andare adesso».

Rakshas si incamminò in avanti, ficcandosi le mani nelle tasche. Mi alzai e li seguii in direzione del palazzo, col respiro affannato. «Perché cazzo ci avete messo tanto?»

«Stavo controllando che non ci fossero soggetti sospetti» si difese Shani, accennando poi a Rakshas. «Era compito del pivellino portarti via».

Rakshas alzò le spalle. «Non lo so. Non mi piace spezzare il cuore alle damigelle.»

Mi aggiustai il colletto e storsi il naso alla vista della macchia di rossetto. Non osavo immaginare in quali condizioni pietose fosse il mio viso. Calcai con rabbia il selciato e salii in fretta gli scalini. Odiavo la sensazione di un tocco indesiderato sulla mia pelle. Almeno però avevo raggiunto il mio obiettivo. «Devo farmi un bagno. Magari con l'acqua stavolta, anziché con la bava».

Rakshas sogghignò. «Quanto siete melodrammatico.»

«Taci, o il bagno lo farò nel tuo sangue». Mi massaggiai la gola, intanto che ci destreggiavamo nell'intrico di corridoi. «Non mi sento più le tonsille».

«Non posso commentare, immagino. Ma sottoscrivo quanto detto prima.» Rakshas aprì la porta della mia stanza, una volta arrivati.

Lo fissai. «Ti consiglierei di aggiungere anche un inchino». Entrai e lasciai cadere a terra la camicia senza sbottonarla. «Trovatemi una domestica per prepararmi la vasca. Mi raccomando, molta schiuma».

Shani annuì. «Certo, mio signore».

Rakshas si appoggiò alla parete e tenne lo sguardo fisso su di me. «E la paperella?»

Mi sfilai la cintura. «Preferisco le anatre, in realtà».

«Credevo foste tipo da galline.»

«Me ne basta una».

Rakshas si lasciò cadere su una poltrona, stravaccando le gambe. Mi osservava con attenzione, poi spostò il suo interesse su Shani. «Devo trovare io la domestica?»

Lui mostrò il dispositivo che teneva in mano. «È in arrivo».

«Wow. Dovremmo dare a sua maestà un marchingegno identico per farci chiamare quando la sua futura sposa cercherà di mangiarlo vivo. Dev'essere davvero terrificante.» Rakshas sogghignò.

Aggrottai la fronte. «Non è uno scenario del tutto improbabile. Sarebbe divertente però convocarvi per delle finte emergenze e vedervi accorrere come anatroccoli preoccupati».

«Proprio il genere di divertimento che intendo.»

Una serva fece capolino nella camera. Lily, mi pareva si chiamasse. «Avete bisogno, princeps?»

Le ammiccai. «Sì, mia cara. Un bagno caldo come piace a me».

Il suo sguardo indugiò sul mio fisico esposto e le guance si tinsero di un rossore intenso. Balbettò qualcosa e si precipitò nel bagno.

Mi girai verso Rakshas con un ghigno compiaciuto. «E questo, soldatino, è l'effetto che io faccio alle donne».

«Quando è diventata una competizione, sua maestà?»

Feci un verso sarcastico. «Non essere ridicolo. Contro di me sarebbe una sfida persa in partenza per chiunque».

Quando Lily ritornò a comunicare di aver finito, andai nel bagno. Un'ondata di vapore mi investì. Al centro, c'era una vasca di marmo delle dimensioni di una piccola piscina. Decine di rubinetti erano disposti su una fiancata, ciascuno con una pietra nera incastonata nel pomolo. Era piena fino all'orlo di schiuma blu e delle candele profumate spargevano un delicato aroma di vaniglia.

Sospirai. «Ah. Fantastico».

Rakshas borbottò qualcosa dall'altro lato della stanza. «Dio mio, quell'odore si sente fino a qui.»

Mi tolsi i pantaloni, poi i boxer e mi immersi nell'acqua, dopo aver depositato la pistola sul bordo della vasca. La tenevo sempre a portata di mano, pur sapendo di avere anche l'anello per difendermi.

«Ah, già. Mi stavo scordando». Socchiusi le palpebre, godendomi il calore che scioglieva la tensione dei muscoli. «Vieni qui».

«Chi dei due?» obiettò Shani.

«Il cagnolino. A meno che tu non abbia interesse a vedermi nudo».

«Perché? Io ne avrei interesse? Vi state sopravvalutando.» Rhaksas mi raggiunse in bagno, richiudendosi la porta alle spalle.

Che rompicoglioni. Se la sua impertinenza non fosse stata intrigante, l'avrei già ammazzato. Ma era la prima volta che qualcuno, all'infuori di me, mi suscitava una vaga emozione diversa dalla noia.

Aprii gli occhi e lo sbirciai di traverso. «Vuoi farmi credere che non ti piacerebbe unirti a me? Potresti insaponarmi la schiena».

Un sorrisetto sornione gli illuminò il viso. «O vorreste voi che mi unissi?»

«Non vuoi ammetterlo? Ti facevo più coraggioso, tesoro». Accennai alla porta. «Quella resta aperta. Uno spiraglio andrà bene».

Lui scrollò le spalle e la aprì appena. «Di cosa volete parlare?»

«Non prendere impegni. O, se già ne hai, cancellali». Mi protesi a prendere la bottiglia di champagne dal secchiello del ghiaccio. Controllai che fosse ancora sigillata, quindi la stappai. «Sei mio stasera».

«Per fare?»

Sollevai il calice e mi abbandonai contro la parete della vasca. Le labbra mi si piegarono in un sorrisetto. Avevo voglia di giocare un po' con lui. «Tu cosa vorresti?»

Si avvicinò a me. «Per ora questo.» Allungò la mano verso la mia guancia e strusciò via col pollice una macchia di rossetto dalla mia pelle. Tenne per tutto il tempo gli occhi incatenati ai miei. Poi mi mostrò l'alone sul suo dito.

Il mio stomaco si contrasse. Inclinai il capo e lo agguantai per la maglia, costringendolo a portare il volto alla stessa altezza del mio. «È vietato toccare il princeps senza il suo esplicito consenso, sai?» mormorai in tono ironico.

Per non inciampare, posò le mani sul bordo della vasca. «Avreste potuto fermarmi in qualunque momento.»

Abbassai lo sguardo sulla sua bocca, poi lo riportai nei baratri neri dei suoi occhi. «Sì, avrei potuto». Lo mollai e bevvi un sorso di champagne. «Hai uno scontro. Sei dispensato dai tuoi obblighi di Sentinella per oggi. Mi servi in forma».

Si alzò, sistemandosi la divisa. Ci fu un istante durante il quale il suo atteggiamento mutò. Un tremolio balenò nella sua espressione, ma fu un attimo. «Bene.»

Mi accigliai. Ero bravo a leggere le persone, a sviscerare la loro anima e carpire i loro segreti. Mi stava nascondendo qualcosa, e ciò non mi piaceva. «Se non te la senti, dimmelo subito. Ci sono parecchi soldi in ballo».

Era una mezza verità. Avrei dovuto puntare una cifra esorbitante, era vero, ma non era il denaro a interessarmi. Era il premio che c'era in palio.

«Faccio questo da tutta la vita. Non ho problemi a entrare nell'ennesima gabbia.» Rakshas si ripulì l'uniforme, aggiustandosi il colletto, mentre fissava il proprio riflesso allo specchio.

Pur non essendo convinto, mi limitai a scrollare le spalle e accesi la musica delle casse con un telecomando. «Lo scoprirò. Scoprirò ogni cosa su di te, mercenario».

«Non troverete molto, tra omicidi, combattimenti e instabilità varie.»

Scoppiai a ridere. «Di questo ne sono già a conoscenza. Ho fatto i compiti, prima di assumerti. Ma tutti hanno dei capitoli oscuri che non permettono a nessuno di leggere nella propria storia».

Rakshas fece un sorriso mesto. «Buona lettura, allora.»

***

Il Dandelion era la punta di diamante della capitale. Essendo frequentato perlopiù dall'alta nobiltà, era un locale sfarzoso e sgargiante. Un'esplosione di luci lampeggianti ne ornava l'entrata, facendolo risaltare come un faro nell'oscurità. L'aria era intrisa del profumo di vini pregiati, di sigari costosi e di completi nuovi di zecca, ma non era sufficiente a coprire l'odore dei vizi e dei peccati. Era un cuore di catrame, che pompava nel centro di Raant.

Rakshas camminava al mio fianco. Teneva le mani nelle tasche dei pantaloni. «Come immaginavo, una gabbia.» Indicò con un cenno del mento la struttura d'acciaio che dominava la sala.

Mi calai la maschera a forma di muso di leone sul viso ed esalai un respiro amareggiato. «È un peccato dover coprire tanta bellezza».

«Voi siete il ritratto dell'umiltà.» Rakshas si guardò intorno. Osservò alcuni uomini mascherati giocare al tavolo da gioco. Sfilò dalla giacca alcune banconote. «Posso scommettere su di me?»

Arcuai un sopracciglio. «Audace da parte tua, soldatino. Ma la puntata minima di stasera è di cinquantamila zenit».

Lui fissò le sue banconote e roteò gli occhi. «Stupidi ricchi.»

Ridacchiai. «Ma magari riesci a comprarti gli stuzzichini».

«È il tuo turno, mio signore» soggiunse Shani.

Raggiunsi il bancone e salutai con un cenno pigro Christopher, il proprietario del locale. Non era un amico, non ne avevo più avuti dal tradimento di Jude, ma eravamo in buoni rapporti. O meglio, era ciò che volevo che pensasse. Lo pagavo profumatamente affinché mi tenesse aggiornato sul mercato nero o su qualsiasi voce arrivasse alle sue orecchie.

«Princeps». L'uomo si inchinò e la sua pelata parve scintillare. Secondo delle maligne dicerie, si rasava per camuffare la perdita di capelli. Il Ministero, che considerava la calvizie nei parametri dei difetti genetici per cui era prevista la morte, lo aveva persino sottoposto a una convalida dell'attestato d'idoneità. «A quale dei premi di stasera siete interessato?»

«Codice 13».

Christopher accennò a Rakshas. «Noto che avete un nuovo gladiatore. Con quale nome devo registrarlo?»

Gli consegnai la carta. «Mastino». Mi sporsi verso il mio soldatino e gli sussurrai all'orecchio: «Fidati, è meglio non dare quello vero».

«Come preferite.» Si liberò della giacca e rimase in canotta. Aveva delle fascette che lo coprivano dai polsi ai gomiti. I miei occhi indugiarono sui bicipiti ben definiti e lo stomaco mi si contrasse. «Sarà a mani nude?»

«Il tema della settimana è l'Imprevisto». Christopher lo soppesò incuriosito per un attimo. «Significa che solo uno dei due avrà un'arma. Sorteggiato a sorte».

Rakshas storse il naso. «Fantastico.»

Shani gli posò una mano sulla spalla. «Sicuro di farcela?»

«Certo che ce la farà» tagliai corto, riprendendomi la carta. «A meno che non voglia che io perda centomila zenit e una piacevole distrazione in un colpo solo».

Il suo sguardo calamitò su di me. Uno scintillio dí eccitazione lo attraversò. «Dove devo andare per il sorteggio? E il mio avversario?»

«Quanta fretta». Agitai la mano nell'aria. «Vai nel privée dei gladiatori e aspetta che ti chiamino».

Rakshas si voltò nella direzione indicata e si allontanò, con un borbottio. Mi addentrai tra la folla e mi sedetti al mio tavolo preferito. Aveva la visuale migliore sul ring e sull'intera sala, cosicché potessi tenere la situazione sotto controllo.

Le tempie mi pulsavano e la musica proveniente dal palco, su cui si esibiva un'orchestra, aggravava il mio mal di testa. Tracannai un sorso di Speed e riposi la fiaschetta nella giacca. La stanchezza si dissipò in pochi attimi, spazzata via come foglie al vento.

Ma il cuore continuava a battermi all'impazzata. Avevo il respiro pesante. Slacciai un paio di bottoni della camicia e mi sforzai di riprendere fiato. Quando avrei superato quei ricordi insulsi?

Shani mi adocchiò. Un lampo preoccupato balenò sul suo volto. «Kaelan?»

In quel momento ci fu uno squillo, seguito dall'annuncio del prossimo combattimento.

«Zitto. Sta per cominciare».

Sul monitor che pendeva dal soffitto, accanto al tabellone elettronico degli scontri, comparve un machete. Ottimo, sarebbe stato uno spettacolo sanguinoso. Un boato selvaggio da parte del pubblico mi confermò che non ero l'unico a esserne soddisfatto.

L'arbitro lanciò una monetina. Le sue parole si persero nel frastuono, ma quando porse l'arma al nostro avversario capii che non eravamo stati baciati dalla fortuna.

Il Colosso, fedele al nomignolo che gli era stato dato, aveva le stesse proporzioni di un gigante. Rakshas si sistemò delle bende attorno alle nocche, tenendo lo sguardo fisso sull'energumeno di fronte, impegnato ad agitare l'arma, fendendo l'aria.

Mi rizzai sul divanetto, con l'adrenalina che mi incendiava le vene. I miei nervi erano tesi come corde di violino. Doveva vincere. Avevo bisogno di quel premio.

Al suono del gong, l'opponente tentò un primo affondo. Rakshas scartò di lato, tenendo le mani in vista. Attese l'ennesimo attacco, fingendo qualche contraccolpo. Quando il Colosso alzò l'arma, Rakshas si abbassò. Gli assestò un pugno allo stomaco e poi gli bloccò il polso. Provò a rubargli il machete. Per fargli mollare la presa, gli diede un calcio al menisco.

Il Colosso cacciò un urlo. «Bastardo.» Crollò sulle ginocchia a terra.

«Non hai idea di quanto lo sia.» Rakshas lo assalì con un gancio destro in pieno volto. Il sangue schizzò sul pavimento del ring.

Il Colosso recuperò l'arma da terra e riuscì a sfiorargli la gamba, prima che Rakshas si spostasse in tempo. Non gridò. Fece solo una smorfia di dolore.

Rakshas indietreggiò, dando il tempo di rialzarsi all'avversario. «Un momento» rantolò quest'ultimo.

Rakshas prese un grosso respiro. «Ma sì, tutto il tempo che vuoi. Figurati, immagino sia difficile da processare la morte.»

Sogghignai. Adoravo la sua sfacciata spavalderia.

Non attese che l'altro reagisse. Gli diede appena il tempo di tirarsi in piedi. Lo tempestò di pugni. Evitò l'ultimo affondo col machete e riuscì a piegargli il braccio dietro la schiena. Recuperò la sua arma e con un colpo secco gli spaccò la testa. Più volte. Macchie purpuree schizzarono oltre le sbarre d'acciaio, fino a raggiungere alcuni dei tavoli più vicini.

Rakshas gettò l'arma a terra e puntò lo sguardo su di me. Si ripulì appena il volto dal liquido cremisi e abbozzò il solito inchino.

L'eccitazione mi gorgogliò nelle viscere. I graffi e il sangue gli donavano, conferendo al suo aspetto un fascino ancora più selvaggio. Sollevai il pugno in segno di trionfo ed esplosi in una risata sguaiata. «Lo sapevo. Sapevo di aver scelto bene. Sono o non sono un genio, eh?»

Shani rilasciò un sospiro. La sua disapprovazione era lampante. Odiava il Circolo. «Certo, signore».

Una ragazza con un travestimento floreale si avvicinò e mi rivolse un sorriso seducente. «Volete compagnia?»

La scrutai. Alla vista della nuvoletta rossa impressa sulla sua pelle, il marchio del Dreamy, fui attraversato da un moto di disgusto. Feci una smorfia, irrigidito. «No, mia cara. Desidero soltanto ritirare la mia vincita».

Mi alzai e insieme a Shani mi diressi al bancone. Appena ebbi riscosso il denaro, Christopher mi consegnò un pacchetto e lo feci scivolare nella tasca. Ai campioni era concesso di darsi una ripulita nel loro privée, perciò restammo ad aspettare.

Rakshas ci raggiunse poco dopo. «Mi pare che il trentacinque per cento sia trentacinque mila zenit.» Stirò le labbra in un sorrisetto tirato.

«Ben fatto» commentò Shani in tono burbero.

Rakshas annuì piano.

Tirai fuori la mia carta. «Dammi la tua. Così ti trasferisco quanto ti spetta».

Si portò una mano alle tasche dei pantaloni e la sfilò da un portafoglio logoro. Poi me la tese. Strisciai la tessera e digitai sullo schermo olografico l'importo. Un trillo annunciò il completamento della scansione facciale, che autorizzava il trasferimento del denaro.

«Ecco fatto». Spalancai le braccia. «Come ti senti, adesso che sei un tantino meno povero?»

Rakshas osservò il suo schermo. Poi aggrottò la fronte. «Avete sbagliato. Questo è il cinquanta percento.»

L'angolo della mia bocca si increspò. Gli avevo dato la metà della vincita, al posto della percentuale stabilita. Un piccolo test di onestà. «Ma che bravo. Conosci la matematica. Puoi tenerteli, comunque».

«Perché?» Rakshas nascose la propria carta nei pantaloni.

«Un bonus per il tuo primo combattimento. Non ti ci abituare. E poi io sono così ricco che ormai non so più dove metterli». Gli pizzicai la guancia. «Ma puoi offrirmi da bere per festeggiare».

Mi scoccò un'occhiataccia. «Il fatto che sia vivo o che abbiate vinto chissà cosa?»

«La seconda. Ma potremmo fare un brindisi anche per te, suppongo».

Rakshas si allontanò verso il nostro tavolo, con l'andatura un po' zoppicante.

Inspirai a fondo e strofinai le mani sui pantaloni attillati, prima di seguirlo. Shani mi affiancò, fissandomi con un misto di compassione e disappunto. «Perché insisti a farti del male, Kaelan?»

«Mi conosci. Il dolore mi eccita» gli ammiccai.

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