I. Offro caramelle ai colloqui
Capitolo 1 (Kaelan)
Mi stava fissando. Malgrado le sue palpebre fossero cucite, ero certo che il suo sguardo fosse puntato su di me. Un sorriso insanguinato gli squarciava la gola e le gocce cremisi gli colavano dal mento sui vestiti.
Tentai di arretrare, ma ero paralizzato. Kaesar si mosse verso di me. A ogni passo un lembo di pelle si staccava, pendendo flaccido sul suo viso. La sua pelle era traslucida, di un bianco cadaverico. Era stato bello un tempo, da vivo. Bello quasi quanto me. Ma adesso era terrificante.
Si fermò e allungò il braccio. Le sue dita mi artigliarono la spalla. Si chinò fino a portare il volto, o ciò che ne rimaneva, alla mia stessa altezza.
Una voce distorta e fredda scaturì dalle sue labbra, dalle quali sgorgò un fiotto di liquido nero. «Mi hai ucciso tu, fratellino. Lo sai, vero?»
Sussultai, scacciando la mano che mi stava scuotendo. Mi guardai attorno, mentre strizzavo gli occhi per abituarli alla luce. Ero su un balcone affacciato sul cortile di pietra all'interno del palazzo. Al centro si trovava una piattaforma su cui era stata costruita una ghigliottina. L'avevo vista spesso in funzione ed era estremamente efficiente. A Drakthar eravamo bravi in molte cose, ma nell'arte di uccidere eravamo dei maestri.
I droni ronzavano sulla piazza come moscerini fastidiosi, riprendendo la scena che veniva trasmessa in diretta su qualsiasi dispositivo e schermo di tutto il Paese. Ogni giorno si ripeteva la stessa solfa, il medesimo macabro spettacolo di sangue. Anche se apprezzavo la violenza, alla lunga ci si assuefaceva e persino la crudeltà diveniva noiosa.
«Oh, finalmente ti sei svegliato». Paul rilasciò un sospiro di disapprovazione. Le sue iridi cerulee mi scrutavano con evidente disapprovazione. «Sul serio, Kaelan? Ti sembra professionale schiacciare un pisolino durante un'esecuzione?»
Neanche farti mia cugina è molto professionale, avrei voluto rispondere. Ma non doveva sapere che ne ero a conoscenza.
Paul Merrick apparteneva a una delle più importanti e ricche famiglie di Drakthar. Suo padre lavorava per il mio come ministro della giustizia – carica che lui aveva ereditato –, perciò era cresciuto a palazzo insieme alla mia famiglia. Gli piaceva considerarsi il mio migliore amico, a volte si azzardava addirittura a definirsi mio fratello. In realtà era un leccapiedi doppiogiochista che sbavava per l'arpia che provava a detronizzarmi, ma non serviva che sapesse che ne ero a conoscenza.
Lo avrei tenuto vicino finché mi fosse tornato utile, poi l'avrei aiutato a realizzare il suo sogno di una vita eterna con mia cugina Carmen. In una bara, parecchi metri sotto terra. Sebbene per i nobili la tradizione del nostro Paese prevedesse l'imbalsamazione dei cadaveri, per loro avrei fatto un'eccezione.
Mi sporsi per vedere il condannato, che avanzava con un'andatura zoppicante. Aveva perso una gamba, tranciata via sotto il ginocchio in seguito a un incidente sul lavoro. Era la ragione per cui il Ministero aveva emesso la sua sentenza di morte. La popolazione era in eccesso. Gli spazi disponibili nel mondo erano pochi, e non si potevano sprecare per storpi o malati. Raggiunta l'immortalità, adesso l'umanità inseguiva la perfezione.
Indicai l'uomo, che tremava sotto le sferzate del vento mentre le guardie lo obbligavano a chinarsi. Sembrava un pulcino spaventato. Che seccatura. «Non credo che quel poveraccio abbia fretta».
Neil alzò una mano, dopo aver tossicchiato per attirare l'attenzione. «Qualcuno può avvisarmi quando devo chiudere gli occhi? Non mi piacciono le esecuzioni».
Paul fece una risata di scherno. Un refolo gli fece scivolare una ciocca castana sulla fronte e la scostò. «Dimenticavo che non hai ancora smesso di prendere il latte dalla mamma».
«E quando succhi le tette delle disperate che ti fotti, speri di bere un po' di latte, forse?»
Sogghignai. Adoravo i rari momenti nei quali il gattino tirava fuori gli artigli. «Tappati le orecchie, mi raccomando. A meno che tu non voglia sentire il viscido suono della testolina che si stacca». Mi rivolsi a Paul, che si stava sistemando la tonaca da consigliere col solito atteggiamento tronfio. «La mia coppa è vuota».
«Non sono il tuo cameriere».
«Da adesso sì. Su, muoviti».
Neil mi fece un sorrisetto e gonfiò il petto, per poi serrare le palpebre, portandosi le mani alle orecchie. Feci un gesto noncurante in direzione del boia. «Qualcuno vuole scommettere su quanti rimbalzi farà? No?»
Kaya, la mia dolce sorellina, mi scoccò un'occhiataccia. «Sei disgustoso».
«Sto per vomitare». Neil si dondolava sui talloni, impaziente. Impallidì e, con lui, anche i suoi capelli biondi parvero ingrigirsi.
«Ecco, questo sì che sarebbe disgustoso» commentai, ritraendomi sulla poltrona.
La lama laser della ghigliottina emise un sibilo. Ammirai con interesse il cranio dell'uomo che rotolava a terra, senza lasciare nemmeno uno schizzo di sangue. Un solo rimbalzo. Deludente.
Mi alzai. «Bene. Per oggi basta, altrimenti temo che dovremo rianimare il nostro impavido Neil».
Lui aprì appena una palpebra per sbirciarmi. Poi spostò lo sguardo su Kaya. «È finita?»
Lei gli sorrise con dolcezza. «Sì, tranquillo».
«Non sai cosa ti perdi». Diedi una pacca sulla schiena a Neil. «Un colpo secco. In passato ne servivano anche un paio, sai?»
Lui impallidì, come avesse visto un fantasma.
«Piantala, cretino» sbuffò Kaya.
Paul ritornò e mi porse il calice di whisky. «I candidati per il corpo delle Sentinelle sono qui. Sei sicuro di volerti occupare tu delle assunzioni?»
Annuii e mi incamminai lungo l'atrio, senza afferrare il bicchiere. «Non voglio un personale troppo noioso. Questa casa è già un mortorio».
Neil mi venne dietro come un cagnolino scodinzolante. «Possiamo dare una festa. Sono un mago delle feste.» Si appoggiò col gomito al busto di una statua del corridoio. «Ops. Scusa.» Diede una pacchetta alla testa di marmo.
«Quanto sei deficiente». Paul scosse il capo, trotterellandomi accanto. «E non mi sembra il caso di dare una festa».
Schioccai la lingua contro il palato. «Questa è esattamente la ragione per cui non ti faccio scegliere il mio corpo di guardia. Sei noioso».
«Lo vuoi sto cazzo di whiskey o no?» Mi tese di nuovo la coppa.
Finsi di rifletterci. «No».
«Quanto sei stronzo. Ecco perché sono il tuo unico amico».
«Non sono d'accordo». Mi girai verso Neil. «Siamo amici, vero?»
«Certo! Ovvio.» Si abbassò a fissare una statua e la sfiorò. Un attimo dopo il tonfo rimbombò per tutto il corridoio. Seguito a catena da quello di tutti gli altri busti, che crollarono uno dopo l'altro come tasselli di un domino. «Giuro che volevo pulirla! Sul bis bis bis bis bis bis antenato c'era una macchia.»
Paul spalancò la bocca, scioccato. «Porca miseria. Ma che cazzo hai al posto del cervello? Hai distrutto l'intera collezione».
«Inesatto». Mi avvicinai all'unica statua sopravvissuta, che ancora traballava sul suo supporto. La ribaltai con un calcio, mandandola in frantumi. «Ecco, adesso sì. Detesto i lavori a metà».
Il volto di Neil si illuminò in un sorriso. «Abbiamo distrutto l'intera collezione, Paulino.»
A giudicare dalla sua espressione, Paul era troppo allibito per replicare. Esplosi in una fragorosa risata. «Bevi un po' di whiskey, caro. Ti farà bene». Feci un cenno a Neil. «Tu vieni in ufficio con me, invece».
Sussultò. Mimò un gesto militare e mi si piazzò alle calcagna. Spalancai il portone, mi gettai sulla poltrona e allungai le gambe sulla scrivania ingombra di carte. Malgrado gli sforzi della servitù, nel mio ufficio spadroneggiava il disordine. Ma era un disordine organizzato, proprio di ogni mente geniale. Gli scaffali erano stracolmi di libri, ficcati alla rinfusa senza nessun criterio, eppure sapevo sempre dove trovare ciò che cercavo. Anche dietro agli oggetti esposti nelle vetrinette, raccolti o comprati nei miei tanti viaggi, c'era una logica intrinseca. All'incirca. Non avrei saputo spiegare quale, però.
Accennai al vasetto di caramelle. «Vuoi? Ci sono a tutti i gusti».
Neil si lasciò cadere sulla poltrona di fronte. Emise uno scricchiolio, quando si mosse per allungarsi a dare un'occhiata ai dolci. «Alla fragola. Le adoro. Grande.» Ne pescò un paio e se le lanciò in bocca.
Diedi un colpetto al piccolo cannone sulla mia scrivania, che gli scagliò in faccia una pallina di gomma e Neil arricciò il naso. Era una mia invenzione della quale andavo parecchio fiero. «E se fossero avvelenate? Non ci hai pensato? Dovrai diventare più prudente, in quanto mia guardia personale».
Lui smise di masticarle, restando a bocca aperta. «Ma erano nella plastica!» Poi fissò il panorama dalla finestra. «Aspetta. Guardia del che? No. Insomma, Kaelan, ti adoro. Ma io ho paura anche delle vespe. Le hai mai viste? Sono pelose. Con quelle zampette poi. Non credo di avere il curriculum adatto, ecco.»
«Marmocchio, ti assicuro che non dovrai mai salvarmi dalle vespe».
«Le persone fanno ancora più paura delle vespe... a questo proposito, credo che Paul voglia ammazzarmi. Assumiamo una guardia anche a me? Per sicurezza. Come posso proteggerti se mi ammazzano?» Si portò un dito alla tempia.
Incrociai le braccia dietro la nuca. In realtà, concordavo con lui. Era la peggior scelta possibile, e non l'avrei mai voluto nella mia schiera di guardie del corpo. Ma era il figlio illegittimo di mio padre, che era sempre stato incapace di tenerlo nelle brache. Non potevo permettere che venisse usato contro di me. Dovevo tenermelo vicino... e lontano dalle grinfie di quell'arpia di mia cugina.
«Dolce o salato?» chiesi.
Neil sbatté le palpebre confuso. «Salato. No. Dolce. Cazzo. È troppo difficile.»
«Ho bisogno di una risposta. Forza. È importante».
«Okay... allora dolce. Nelle cucine sto cercando di farmi amica la cuoca. Hai presente la signora in carne? Lei.»
Battei le mani. «Perfetto. Sei assunto». Mi corrucciai. «È quella con i baffetti?»
«Sì, insomma, se non la guardi intensamente, puoi quasi non vederli.» Neil si allungò a prendere un'altra caramella. Poi se la fece scivolare nelle tasche dei pantaloni.
«Ottimo. Come tuo primo incarico». Mi raddrizzai e buttai i piedi sul pavimento, puntellando i gomiti sul bordo della scrivania. «Organizzami quella festa».
Si lasciò sfuggire un gridolino eccitato. «Oh, non te ne pentirai. Ci saranno tante ballerine. E ballerini. Insomma. Tanto alcol. Vado dalla cuoca.» Neil si tirò in piedi, sembrava un giocattolo azionato da una molla.
Lo bloccai. «Aspetta. Un'ultima domanda. Che tipo era il bis bis bis bis bis bis antenato a cui ti riferivi prima?»
«Non lo so, insomma sarà morto secoli fa. Aveva un naso orrendo. Mi raccomando, nelle tue statue fatti gonfiare i muscoli.» Neil mi ammiccò.
Lo congedai con un movimento del capo e sbirciai il mio riflesso allo specchio. Era una meraviglia ultratecnologica proveniente da Zhou; oltre a fornirmi dati e consigli sulla salute, sul peso e sulla dieta, mi ricopriva di complimenti sul mio aspetto. Era un toccasana per l'autostima, malgrado non avessi problemi a rendermi conto della mia bellezza. «I miei muscoli sono perfetti, vero, Cassidy?»
Sulla superficie di vetro affiorò una scritta che recitava: "Sì, signore".
«Visto?»
«Certo. Ma tu pompali.» Neil uscì fischiettando dall'ufficio.
«Avanti il prossimo» gridai, ruotando sulla poltrona girevole.
Una ragazza spinse in avanti la porta e si affacciò. Chinò il capo, aspettando che le dessi il consenso per avanzare.
Sorrisi. Mi roteava la testa. «Vieni pure, bellissima».
Lei aggrottò la fronte. Strinse meglio il nodo della coda alta in cui era raccolta la chioma ramata e si accomodò di fronte. «Harper Collins, signore» cominciò a studiare la stanza. I suoi occhi verdi come piccoli smeraldi saettarono ovunque, alla ricerca forse di qualche dettaglio.
Ricordavo le informazioni sul suo conto più di quelle di tutti gli altri candidati. Era una sopravvissuta, come me. Aveva le mie stesse cicatrici nascoste sotto la pelle e probabilmente era la ragione che mi aveva indotto a sceglierla fin dal principio.
«Hai senso dell'umorismo, spero. Ho una grave carenza di donzelle simpatiche nella mia vita». Spinsi il vasetto nella sua direzione. «Caramella?»
«Cosa?» Harper assottigliò lo sguardo. Cominciò a muoversi sulla sedia, fissando ogni angolo dell'ufficio. «C'è qualche telecamera che mi spia per studiarmi dopo?»
Appoggiai il gomito sul bracciolo e posai il mento sul pugno chiuso. «Ti sto studiando adesso».
«Okay. E cosa vi aspettate con senso dell'umorismo? Che mi metta a fare un balletto come una scimmietta ammaestrata? Perché no» Harper intrecciò le braccia indispettita.
«Mi accontenterei di una barzelletta».
«Per quelle penso che potete chiedere al biondino che era prima di me. Mi sembrava portato».
«Se ti interessa, è single, per quanto ne so. E preferisce il dolce al salato. Da non lasciarselo scappare». Le ammiccai. «Ah, a proposito. Colore preferito?»
Harper roteò gli occhi. «Sul serio? State scegliendo delle guardie o dei giullari? Non che voglia mettere in dubbio queste modalità, per carità, ma non credo che il mio colore preferito possa essere una competenza utile a salvarvi la vita».
«Di giullare ne ho già uno». Aprii il primo cassetto, tirai fuori una pistola, la caricai e la feci scivolare verso di lei. Accennai al dipinto appeso sulla parete opposta. Ritraeva la mia intera famiglia. «Spara in fronte a mio padre».
Harper non sembrò pensarci più di tanto. Afferrò l'arma e la puntò dritta in alto. Un solo sparo. Alla fronte. La posò poi davanti a me e pescò una caramella dalla ciotola. La annusò, prima di intascarsela.
Sfregai le mani, soddisfatto. Mi piaceva il suo caratterino. «Assunta».
Le sfuggì un sorriso, mentre si alzava. «Le mie cose verranno trasferite qui?»
«Certo, tesoro. Avrete un dormitorio tutto per voi».
Harper annuì e si strinse nella lunga giacca di pelle. Fece un ultimo inchino col capo, prima di uscire. Ripresi a far ruotare la poltrona, sfiorando la pietra incastonata sull'anello che era appartenuto a mio fratello. Kaesar. Anche a distanza di anni, continuavo a sognarlo. Si presentava nei miei incubi per ricordarmi che avevo ancora le mani lorde del suo sangue.
Fece il suo ingresso un uomo. Dei riccioli corvini gli incorniciavano il volto dalla carnagione olivastra. I lineamenti, duri e netti, erano contratti in un'espressione che mi parve guardinga. Era piuttosto carino. Forse essere attraenti era il mio vero criterio di valutazione.
Mi guardò senza far trasparire una sola emozione e indicò il corridoio alle sue spalle. «C'è un barbone sulle scale. Ubriaco. E canta. È anche stonato».
Capii all'istante che probabilmente si trattava di Xeno. Il mio zietto ubriacone. Era un essere dall'esistenza inutile, ma grazie al registratore che gli mettevo nei vestiti avevo scoperto della tresca tra Paul e mia cugina. Avevo imparato da tempo che c'era sempre un modo per sfruttare le persone, se si comprendeva quali fossero i loro punti di forza e di debolezza. «Oh, sì. È il mio giullare».
Lui mi scrutò per un attimo e alzò le mani. Si sedette di fronte a me, stravaccandosi. «Rakshas Wright».
Tamburellai le dita sul ripiano di legno. «Caramella?»
«Sto bene così. Preferisco qualcosa di più sostanzioso.»
«Ho dimenticato di far cuocere le bistecche. Errore mio».
«Dannazione, sua maestà. Avete bisogno di un'agenda?»
Scoppiai a ridere e sfilai il pacco di sigarette dalla tasca. «Senso dell'umorismo. Finalmente».
Rakshas si strinse nelle spalle. Poi puntò gli occhi scuri sul dipinto alle mie spalle, fissando il foro del proiettile. Non disse nulla e tornò a prestarmi attenzione.
Accostai l'estremità della sigaretta alla fiammella e riposi l'accendino. «Allora» esordii, mettendola in bocca. Era al sapore di cioccolato. «Libri o musica?»
«Libri. Se per musica intendete quella del giullare lì fuori, decisamente libri.» Rakshas si passò una mano tra i capelli ricci.
Di sicuro si riferiva a mio zio, Xeno. O meglio, al suo relitto. Ero convinto che, se gli avessi piantato una lama nella pancia, sarebbe sgorgato del vino al posto del sangue. Avrei verificato quella teoria, un giorno. «Scrittore preferito?»
«State cercando un nuovo marito a vostra sorella, o una guardia del corpo? Con cosa dovrò difendervi? Lanciando dei romanzi?»
Ridacchiai. «Magari cerco un nuovo marito per me. Fidati, sarei un coniuge migliore di mia sorella».
Il volto di Rakshas si contorse in un ghigno. «Non siete il mio tipo.»
«Sono il tipo di chiunque sia dotato di una buona vista». Feci un tiro e picchiettai l'indice sulla sigaretta. Con l'altra mano spazzolai via la cenere caduta sui miei pantaloni attillati. «Non sono così sicuro di volerti come Sentinella, se non sai riconoscere un fascino tanto evidente».
«Menomale che la finestra è aperta. Rischiereste di soffocare, sua maestà.»
«Ormai sono abituato a convivere con il peso di questa bellezza». Mi alzai e gli avvicinai la pistola sulla scrivania. «Siccome sei divertente, con te farò un giochetto più eccitante».
I suoi occhi sembrarono scintillare. «Sarebbe?»
Raccolsi una mela dal cestino di frutta sul tavolino e me la misi in bilico sulla sommità della nuca, dopo essermi posizionato contro il muro dall'altra parte dell'ufficio. «Immagino che tu sappia qual è il bersaglio».
Rakshas fece un sorrisetto. Si rigirò la pistola tra le mani. «Sì, posso immaginarlo.» Mi lanciò una sola occhiata. Poi si tese a prendere un chicco d'uva dalla cesta e premette il grilletto. Il proiettile si conficcò nel frutto, che rotolò a terra all'impatto. «Carini questi proiettili giocattolo.»
Lo stomaco mi si attorcigliò in una morsa piacevole. Tolsi la sigaretta dalle labbra, che si incresparono all'insù. «Brillanti, vero? Non riuscirebbero mai a ferire una persona, ma sono in grado di far venire dei bernoccoli niente male». Lo raggiunsi, soffiandogli il fumo in faccia. «È una precauzione. Non prenderla come una mancanza di fiducia nei confronti delle tue capacità, soldatino».
Rakshas fece uno sbuffo scocciato. «Gradirò una delle sigarette, al posto della bistecca.»
Mi accigliai. «Compratele allora. Le mie sono aromatizzate al cioccolato e non le condivido».
«Che rottura di coglioni.» Bofonchiò a bassa voce, a stento udibile. Mi consegnò la pistola nella mano, tenendo lo sguardo fisso su di me.
La afferrai e gli passai la canna lungo la linea della mascella. Mi fissò intensamente, il suo pomo d'Adamo si abbassò. «Questa rottura di coglioni ti ha assunto, soldatino».
«Onorato, sua maestà.» Sogghignò, scostandosi l'arma dal volto.
Lo superai e mi accomodai di nuovo sulla poltrona. «Fammi la cortesia di chiamare il prossimo».
Rakshas aggrottò la fronte. «Non sono il segretario.»
«Ho detto di averti assunto. Non ho specificato per quale ruolo. Sarai il mio segretario armato». Gli feci l'occhiolino. «Da bravo, obbedisci».
Lo sentii grugnire infastidito, serrando i pugni lungo i fianchi. Si allontanò borbottando qualcosa. Afferrò un idiota dal corridoio e lo spinse all'interno. Mimò un inchino pacchiano, prima di uscire dall'ufficio, sbattendo la porta.
Feci un altro tiro ed espirai nuvolette dense dalle narici. Ringhiava come un cane. Avrei dovuto domandargli di quale razza fosse. Oh, beh, ne avrei avuto l'occasione.
I candidati successivi non furono nemmeno vagamente interessanti come il soldatino. Ne liquidai la maggior parte, risparmiando quelli con cui ero riuscito a passare cinque minuti senza che mi venisse voglia di suicidarmi. O di ammazzarli.
«Salve. Io sono Lars Cartier».
Smisi di osservare la moto d'epoca incastrata nella rastrelliera. Era un reperto che avevo strappato al museo di Brat con un'offerta molto generosa. Stavo ancora rimuginando su come chiamarla. «Che ne pensi di Britney? È un bel nome, no?»
Sbatté le palpebre, perplesso. «Signore?»
Sbuffai. «Scarsa reattività. Lo aggiungerò alle doti elencate nel tuo curriculum».
Senza lasciarsi scoraggiare, Lars si profuse in una ridicola sequela di riverenze e cominciò a snocciolare le sue referenze. Avrebbe potuto vincere il premio per il discorso più soporifero della storia.
Non sopportavo i logorroici. Eccetto me. Le uniche chiacchiere incessanti che tolleravo erano le mie... e quelle di Neil, a giorni alterni.
Mi massaggiai le tempie, sbadigliando. «Vuoi spegnere la radio che hai ingerito?»
Lui si ammutolì. «Scusi... è solo che ritengo importante darle un quadro completo delle mie-»
Sorrisi. Aggirai la scrivania, estrassi il pugnale nascosto nella giacca e gli lacerai la giugulare. Crollò dalla sedia e si afflosciò con una serie di versi gorgoglianti, scosso dagli spasmi. Provò a bloccare l'emorragia per pochi istanti, poi ricadde inerte nel laghetto cremisi che stava dilagando sul parquet.
Mi pulii la lama sulla manica. «Il prossimo» borbottai.
«Ehi, Kael, riguardo alla festa...» Neil entrò e si bloccò a fissare il corpo. Si portò una mano alla bocca per trattenere i conati. «Forse passo dopo, sì... Comunque non c'è nessuno.»
«Ottimo. Stavo perdendo la pazienza». Storsi il naso. «Puoi far venire Shani? E anche qualcuno per sbarazzarsi di Mr Lingualunga, prima che inizi a puzzare. Gentilissimo, grazie».
Neil si voltò dall'altra parte. Aveva un colorito quasi verdognolo. «Corro.»
«Meglio di no. Non vorrei che ti rompessi l'osso del collo».
«Oh, ma allora mi adori. Ti darei un abbraccio, se non fosse che... insomma, quello.» Indicò Lars, per poi schizzare via dall'ufficio come una scheggia.
Buttai il rimasuglio di sigaretta nel bidone. Neil era talmente goffo che non avrei scommesso sulle sue probabilità di sopravvivenza al tragitto. Non lo consideravo un fratello. Dopo Kaesar, mi rifiutavo di associare quella parola a chiunque. Né nutrivo un attaccamento affettivo.
Ma dovevo ammettere che la sua innocenza mi suscitava una certa tenerezza. Circondato da bugiardi e traditori, ne avevo bisogno. Era come una boccata d'ossigeno.
Ti pugnalerà alla schiena anche lui.
Rilasciai un respiro profondo. Era la verità. Avevo sperimentato sulla mia pelle il prezzo della fiducia, ed era stato salato. Non avrei commesso quell'errore una seconda volta.
Shani Davies richiuse la porta dell'ufficio e si inchinò, interrompendo il flusso dei miei pensieri. Era un uomo robusto, con i capelli scuri tagliati corti e una barba che gli ombreggiava il mento.
Poiché la maggior parte delle persone smetteva di invecchiare attorno ai trentacinque, dimostrava pressappoco la mia stessa età. Ma, a discapito dell'aspetto, era molto più vecchio. Se fossi stato in vena di sentimentalismi, avrei potuto dire che era stato per me e i miei fratelli la cosa più simile a un genitore decente che avessimo avuto.
Non batté ciglio quando individuò il cadavere che si dissanguava sul pavimento. «Parlava troppo?»
Feci spallucce. «L'avevo avvertito di stare zitto. Detesto quando la gente non mi ascolta».
«Certo, mio signore. Me ne devo occupare?»
Scossi il capo. «Ho appena assunto otto Sentinelle. Beh, nove in teoria. Ma Neil possiamo escluderlo». Agitai la mano verso Lars. «Anche lui non conta. Non l'avevo assunto».
Shani roteò le iridi azzurre. «Lo sospettavo».
«Comunque, ho deciso di affidare a te il comando delle mie guardie personali. Voglio che tu mi riferisca qualsiasi cosa sui nuovi arrivati, sospetta o meno». Feci una breve pausa, poi aggiunsi: «In particolare sorveglia Rakshas Wright. È facile da riconoscere. Concentrato di muscoli. Sarcasmo pungente. Ha i modi di un cane».
Il suo viso si contrasse in una smorfia. «In sostanza, mi rimuovi come capitano dell'esercito per fare da baby-sitter a un branco di pivellini?»
«Finché non ci saranno state le Elezioni, sì. Esatto. Sarà Chanda a sostituirti ad interim». Mi abbandonai contro lo schienale. «Uno dei miei tanti avversari politici potrebbe aver avuto la brillante idea di infiltrare una spia tra le mie Sentinelle. O di corromperle per uccidermi, anziché proteggermi. Non posso essere certo della loro lealtà».
«E della mia sì?» mi incalzò.
Lo ignorai. «Considerala una promozione. E non sono pivellini, te lo garantisco. Li ho selezionati io stesso e hanno tutti un eccellente curriculum. Ma preferisco che tu li tenga d'occhio. Non si è mai troppo paranoici».
Inarcò un sopracciglio. «Avevi già scelto chi assumere prima di incontrarli, giusto?»
«Ovviamente. Ma i colloqui erano indispensabili per fare un'ulteriore scrematura. Dovevo stabilire quali di loro fossero abbastanza piacevoli da avere attorno». Accavallai le gambe. «Abbiamo finito».
Nel momento in cui Shani si girò per andarsene, Paul irruppe trafelato nell'ufficio. «Neil mi ha detto che mi volevi per qualcosa di urgente-» La voce gli si strozzò in gola. Sbiancò, con lo sguardo fisso sul corpo immerso in una pozza di sangue. «Che cazzo è successo? Chi è?»
Sghignazzai. Avevo sottovalutato il marmocchio. «Un ospite sgradito. Lo accompagni fuori tu, mio unico amico?»
♚ ♚ ♚
Angolino
Ed eccoci qui con il primo capitolo.
Kael è un tipetto particolare 💃💃
Speriamo vi sia piaciuto e ci vediamo settimana prossima❤️
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