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2 - La sera ci accompagna il pianto



Amy non poteva ancora credere che presto si sarebbe sposata e unita in matrimonio con l'uomo della sua vita. Pensava che era stata davvero fortunata ad averlo incontrato. Insomma, Bryan era il genere di uomo che una ragazza come lei poteva solo sognare. Alto, moro, occhi verdi, corpo slanciato e asciutto, da vero soldato. E invece eccoli lì, a un passo da tutte le ansie e le gioie che il matrimonio poteva regalare a una coppia come loro.

Oltretutto, a quei tempi per una famiglia nella loro stessa situazione economica la cosa più importante erano i soldi e l'eredità che lo sposo poteva offrire. Ma ad Amy non interessava tutto questo. Non poteva sopportare un matrimonio senza amore, né i genitori l'avrebbero mai costretta a sposarsi con un uomo che non amava. In effetti, Bryan non aveva molto da offrire, nonostante il suo stipendio fosse un poco aumentato quando aveva deciso di arruolarsi e di abbandonare la vita del pescatore, verso cui inizialmente Barry l'aveva avviato, ma, come loro, guadagnava il giusto per garantirsi una vita tranquilla e agiata.

Per i suoi genitori l'importante era che lei fosse felice e Amy lo era con Bryan. Inoltre, non si preoccupava affatto delle spese e dei costi che avrebbe richiesto un matrimonio, perché, se fosse stato per lei, si sarebbe sposata con un abito qualsiasi, anche rattoppato, in una piccola e semplice chiesa, ma di certo Charles ed Eliza non l'avrebbero mai approvato, soprattutto la madre. In ogni caso, Amy non aspirava a una cerimonia sfarzosa, che neanche si sarebbe potuta permettere.

Più pensava al matrimonio, più l'ansia l'assaliva. Per molte ragazze era assolutamente normale sposarsi a diciotto anni, ma a lei sembrava ancora troppo presto. Non si sentiva pronta. Oltretutto, a causa del fisico minuto che aveva ereditato dal padre, quasi non dimostrava l'età che effettivamente aveva.

A un tratto si chiese perché si stava facendo tutti quei problemi. Il matrimonio si sarebbe svolto come minimo dopo settimane o, addirittura, mesi e già avanzava mille problematiche. Iniziò invece a sentirsi felice e fortunata per il futuro che l'attendeva, lasciandosi indietro ogni preoccupazione insensata. Lei amava Bryan e lui ricambiava i suoi sentimenti. Tutto il resto non contava.

Dopo il pranzo sparecchiarono la tavola e passarono il pomeriggio a passeggiare e a giocare a carte e a scacchi. Questi ultimi erano il passatempo preferito di Charles e, secondo lui, il modo migliore per allenare la mente e allo stesso tempo svagarsi un po', uso che aveva trasferito anche alla moglie e alle figlie, sebbene Eliza raramente accettasse di trascorrere tutta la sera a giocare. E così fu anche quel giorno.

«In ogni caso un matrimonio non è un gioco» disse per l'ennesima volta Madeleine. «E tu sei così giovane... Oh, Amy. La piccola Amy si sposa. Ancora non ci credo...»

La madre interruppe la cucitura per alzare gli occhi al cielo, per poi riprenderla subito dopo. Se c'era una cosa che Eliza amava sopra ogni altra cosa, oltre la famiglia, questa era il cucito. Rammendava anche il più piccolo buco e creava, soprattutto quando le sue figlie erano piccole, dei vestitini talmente graziosi da essere invidiati anche dalle ragazze più benestanti di Hastings. Le piaceva passare così il tempo, anche in compagnia delle sue amiche.

Madeleine, vedendo che nessuno, Amy in particolare, aveva intenzione di ribatterle e portare avanti la conversazione, mosse un pezzo sulla scacchiera e aspettò la mossa del padre.

Questo sorrise con aria trionfante. «Scacco matto» disse dopo aver bloccato il re bianco in un angolo, senza caselle libere. «Dovresti concentrarti di più invece di parlare.»

Lei lo guardò offesa e Amy scoppiò a ridere. Li stava guardando da quando avevano iniziato la partita, pensando che erano troppo buffi e competitivi. Si rese conto di quanto le fossero mancati quei momenti di calma e serenità con tutta la sua famiglia al completo, di cui aveva terribilmente sentito la nostalgia sin da quando Maddy si era trasferita a Londra, ritornando ad Hastings solo in occasione di sporadici eventi.

Si distrasse dalla competizione e il suo sguardo si soffermò su un ritratto attaccato al muro, l'unico quadro che avevano in tutto l'appartamento. Raffigurava un uomo di bell'aspetto, ma di corporatura magra ed esile. Il viso, liscio e dai tratti dolci, assomigliava molto a quello di Amy, come tutti le dicevano spesso con una punta di tristezza. Aveva capelli biondi come l'oro, dello stesso colore di quelli della ragazza. Era il ricordo più nitido che Amy avesse del fratello, Anthony, se non l'unico che le era rimasto di prima che la Seconda guerra boera e la febbre tifoide lo uccidessero, strappandolo alla sua famiglia. A quel tempo lei aveva solo cinque anni, quindi non le raccontarono cosa era davvero accaduto ad Anthony. Era troppo piccola per capire perché in quella lontana sera del 1901 sua madre piangeva tenendosi stretta al petto una lettera e continuava a ripetere senza sosta "Il mio bambino...", perché anche suo padre aveva le lacrime agli occhi e perché da quel giorno in poi non avrebbe mai più rivisto suo fratello. E le uniche cose che le erano rimaste impresse di lui erano quel ritratto e un flash dei suoi occhi luminosi e del suo sorriso che diceva: «Tornerò presto». Ma non l'aveva fatto. Non era più tornato.

Si era chiesta spesso come sarebbe stata la sua vita avendolo accanto a proteggerla anno dopo anno e come si sarebbe comportato in quei giorni precedenti al suo imminente matrimonio. Avrebbe potuto saperlo se solo la guerra non lo avesse costretto a partire e a lasciarli per sempre. Per quel motivo la odiava tanto e non aveva sopportato quando Bryan le aveva rivelato che si sarebbe addestrato per diventare un soldato. Aveva già dovuto affrontare nel corso degli anni la perdita del fratello, ma Bryan... Non sarebbe riuscita a sopportare tutto quel dolore. E con la guerra imminente, non poteva far altro che sperare che non gli sarebbe capitato niente.

Si scrollò di dosso quei pensieri non adatti a un giorno di festa come quello e si alzò dal piccolo divano del soggiorno per andare a prendere un libro, ma non fece che qualche passo quando bussarono alla porta.

La madre sollevò la testa dal vestito che stava cucendo per Amy e le indicò l'ingresso con il mento, dato che lei era già in piedi.

Questa andò ad aprire la porta, nella luce del tramonto che entrava dalle finestre del corridoio vide Bryan. Gli sorrise e gli si avvicinò abbracciandolo.

«Mi sei mancato motissimo» lo strinse più forte e, dopo averlo lasciato, si rese conto che non sorrideva e che non le aveva ancora detto niente. «Sei stato via più giorni del solito.»

Delle ciocche di capelli mori gli ricaddero sulla fronte e lui se le scostò con impazienza. Era leggermente rosso in viso e sudato, come se avesse corso, e i suoi magnifici occhi verdi erano velati di preoccupazione.

«Sono venuto il prima possibile» disse.

«Le fedi?» mormorò lei.

Vedendo che non rispondeva, lo prese per mano e lo trascinò per le scale fino all'ingresso, dove uscirono nella fioca luce ormai rimasta.

«Cos'è successo?» chiese inquieta.

«Non possiamo più sposarci.» Si interruppe, vedendo subito il cambiamento sul viso di Amy e cercando le parole adatte. «O meglio, potremo farlo quando sarò tornato.»

Ad Amy sembrò che le gambe fossero diventate tutto a un tratto molli e che non la reggessero più. Afferò lo stipite della porta.

«Non fare l'enigmatico. Spiegami perché hai detto quando tornerai. E da dove?» disse lentamente. La voce iniziava a venirle meno.

«Partirò stanotte per il fronte, tra un'ora.»

«Io... Non capisco. Perché proprio te? Sono certa che ci sono soldati molto più valenti ed esperti che potrebbero farlo al posto tuo.» Si mise una mano sulla bocca per la sorpresa. Il suo incubo, ciò che più aveva temuto, si stava avverando e lei non poteva fare niente per fermarlo.

«A quanto pare in quest'ultimo anno ho dimostrato di essere più abile della media e hanno deciso di mandarmi all'estero, per mia libera scelta più che per un ordine» spiegò, ignorando l'offesa e l'accusa di non essere abbastanza bravo che era trasparita dal commento della ragazza. «Amy, c'è la guerra, non hai sentito? Dobbiamo dare tutto il contributo possibile al nostro paese per ristabilire la pace e servono uomini coraggiosi e capaci che non si tirino indietro nelle difficoltà, se vogliamo evitare un nuovo massacro» disse lui con una convinzione tale, come non lo aveva mai visto, che quasi la spaventò.

«E a noi? A noi ci hai pensato?»

Sentiva che non avrebbe retto quella situazione un secondo di più, che presto sarebbe scoppiata a piangere, e non voleva in alcun modo farsi vedere debole davanti a lui. Represse le lacrime e aspettò la risposta di Bryan.

«Amy, ti amo, e ti prometto che tornerò. Tornerò per noi, per sposarti e per vivere la vita che abbiamo sempre sognato.»

Quelle parole le rimbobarono nella mente, mentre un ricordo, un flashback, si faceva sempre più nitido in lei. Tornerò presto.

«Se mi amassi davvero non mi staresti abbandonando» sentiva le forze lasciarla e sapeva che in quel modo lo avrebbe solo ferito, ma avrebbe fatto di tutto pur di farlo rimanere con lei.

«Amy...» sospirò.

«Ti prego, non andare. Non lasciarmi» lo supplicò.

«Io devo andare. Il Belgio e i francesi hanno bisogno di noi soldati inglesi.»

«Belgio? Francia? Così lontano?» disse e, pur senza volere, una lacrima le sgorgò e le rigò una guancia.

Lui glie l'asciugò e lei rabbrividì al suo tocco leggero.

«Perché lo stai facendo? Perché stai voltando faccia alla nostra storia? Al nostro futuro insieme? E se tu non dovessi tornare più... Dio, non posso neanche pensare a una vita senza te. Non potrei affrontarlo. Ho già dovuto sopportare il dolore per la perdita di Anthony...» Il suo cuore era tutto un tumulto. Da una parte voleva schiaffeggiarlo, ma dall'altra avrebbe solo voluto tenerlo accanto a sé e far fermare il tempo, perché non glie lo portasse via.

«Beh, non dovrai mai scoprirlo, perché non accadrà» le prese una mano tra le sue e giocherellò con le sue dita, come faceva sempre quando era nervoso.

«Sei certo delle tue decisioni?»

«Al cento per cento.»

«Quindi non potrò fare niente per convincerti a cambiare idea» disse con rassegnazione.

Lui tacque e volse lo sguardo alle loro mani unite.

«Questo perciò è un addio?» sussurrò.

«Un arrivederci.»

Le si avvicinò tanto da poter sentire il suo respiro solleticarle la faccia. Le accarezzò il viso, tratteggiando il profilo dalla fronte fino al mento, e la baciò dolcemente. Amy si abbandonò a quel bacio, sperando con tutta se stessa che non fosse l'ultimo, sebbene in quel momento non riuscisse a pensare ad altro se non al fatto che non voleva si separassero mai. Ma non era possibile. Il destino aveva deciso strade diverse per loro.

Fece scorrere le mani sul suo collo e tra i suoi capelli, stringendolo più forte a sé, come se quel semplice gesto avrebbe impedito al destino di allontanarlo da lei. Bryan le prese le mani e le allontanò da sé, interrompendo il contatto delle loro labbra. Le braccia di Amy le ricaddero sui fianchi, come pesi morti, la stessa sensazione che sentiva in ogni parte del suo corpo. Prosciugata di ogni forza e speranza.

«Non farlo...» sussurrò, anche se sapeva che sarebbe stato del tutto inutile.

«Ti amo, ricordalo sempre» disse prima di lasciarla sola con i suoi dubbi e la sua disperazione.



«No» disse, la voce non più di un sussurro, prendendosi la testa fra le mani, piangendo come non faceva da anni. «No. Non è possibile... Non può essere successo...»

Stette per un po' in silenzio, cercando di mandare giù quella conversazione, ma non riusciva in alcun modo a inghiottire quel boccone amaro.

Bryan. In guerra.

Certamente se lo aspettava, con la minaccia della guerra sempre più vicina e pressante, ma non così presto. Non con così poco preavviso. Non poco prima del loro matrimonio.

Era tutto così ingiusto. Così doloroso. Si asciugò le lacrime dal viso, quasi strappandole con rabbia.

Non poteva rientrare a casa e farsi vedere dai genitori e da Madeleine, non in quelle condizioni. Avrebbero chiesto spiegazioni, lei avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno le parole che si erano detti e non avrebbe retto di rivivere ancora una volta quel momento. Poi avrebbero cercato di consolarla, di farla stare meglio, di rassicurarla che tutto si sarebbe risolto e sarebbe andato bene, che Bryan sarebbe tornato e avrebbero passato insieme il resto della loro vita, senza più guerre e dolore, ma sapeva che non era così. Non voleva la loro pietà. Voleva solo rimanere sola.

Così, si diresse verso la pianura su cui si trovavano le rovine del castello dove adorava andare spesso. Solitamente era pieno di turisti, ma a quell'ora della notte non vi era anima viva, proprio ciò che stava cercando. Solo qualche ora per pensare in silenzio.

Le era sempre piaciuto passare il tempo da sola, anche se ad Hastings c'erano molti ragazzi e ragazze della sua età e lei aveva tutte le oppurtunità e le capacità per fare amicizia. Eppure c'era sempre qualcosa che la faceva sentire diversa da loro, che la portava a estrainarsi, ad allontanarsi. Molti avevano tentato un approccio e tutt'ora era considerata tra le più graziose ragazze della città (se non fosse stato per il suo carattere), ma lei sembrava lontana. Naturalmente molte volte aveva parlato e fatto conversazione con loro, ma niente era mai sfociato in amicizia vera e propria e lei aveva sempre preferito stare per i fatti suoi. Questa situazione era andata peggiorando in quell'ultimo anno, da quando la notte aveva iniziato a fare strani incubi indefiniti. Non riusciva a capire cosa accadesse in essi, ma sentiva con chiarezza le sensazioni che le lasciavano al risveglio: angoscia, sofferenza, paura, rabbia. Non sapeva perché, ma ogni sera quei sogni tornavano puntuali e tutte le volte che si svegliava l'unico che riusciva a farla stare meglio era Bryan, il solo a cui aveva deciso di aprirsi e raccontare degli incubi. Il suo Bryan.

Era appena arrivata in cima alla strada e da lì vi era una vista meravigliosa. Il mare era una distesa nera di cui si riusciva a stento a sentire il suono delle onde che si infrangevano contro la sabbia e gli scogli. Dietro di sé, dalla strada da cui proveniva, la città era illuminata solo dalle luci fioche dei lampioni. La città era deserta, eccetto per gli uomini che andavano in giro a ubriacarsi con i loro amici. Il silenzio regnava sovrano. Si avvicinò al mare e si sedette sull'erba. Rimase incantata da quello spettacolo che riusciva sempre a confortarla e per un attimo dimenticò tutti i suoi problemi. Volse lo sguardo verso il cielo punteggiato di stelle. Erano tantissime. Così belle. E lei era così piccola. Così giovane per affrontare quella situazione.

Istintivamente ricominciò a piangere.

Lì nessuno l'avrebbe sentita. Si prese le gambe tra le braccia e si lasciò cullare dal silenzio e dalle stelle.

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