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8-Le Conseguenze delle Proprie Scelte.

Xavier.

Le mie palpebre si schiusero lentamente, una forte fitta alla testa si propagò all’istante cogliendomi di sorpresa.
Portai una mano sul viso stringendo i denti, un lieve gemito di dolore lasciò le mie labbra sottili.
La mia vista risultava ancora annebbiata e non riuscivo a focalizzare, ero indolenzito e percepivo il dolore scorrere repentino attraverso ogni singola cellula del mio corpo.

«Ti sei comportato da vero idiota» la voce trepida di Keadel catturò la mia attenzione, cingeva le ginocchia al petto e il viso era appoggiato su di esse.
Il suo sguardo era languido e non era impresso il solito sorriso smagliante sul suo viso, «Ti ringrazio» mormorai sarcasticamente.

«Stai meglio?» biascicò portando le sue iridi smeraldine su di me, lo scrutai minuziosamente. Si erano formate due occhiaie bluastre sotto alle palpebre inferiori, di certo non passavano inosservate.
Probabilmente aveva passato la notte insonne, ero consapevole che fosse stato a causa mia, avevo agito impulsivamente e senza riguardi come facevo di consueto.
Avevo concesso alle emozioni di prendere il sopravvento ma non ero più da solo, per questo motivo avrei dovuto comportarmi diversamente.

Le mie dita si strinsero in un pugno serrato tanto da procurarmi un leggero bruciore alle nocche, le mie azioni sarebbero potute ricadere anche su Keadel.
La mano del biondino si appoggiò delicatamente sulla mia, «Non fartene una colpa» pronunciò flebilmente, come se fosse riuscito a infiltrarsi nella mia mente e a decifrare i miei pensieri.
Usai le braccia come leva tentando di mettermi seduto, serrai la mascella provando a sopprimere il dolore che ancora provavo.

«Non… non avrei mai potuto ucciderti» la mia voce svanì in un sussurro sbiadito, con uno sforzo immane mantenni la schiena appoggiata al muro retrostante.
Il ricciolo sospirò, «È solo che… mi ha fatto male vederti così, hai pianto tutta la notte» spiegò osservandomi, le sue parole confermarono la mia teoria: aveva vegliato su di me per tutto quel tempo, privandosi del sonno.

«Ho agito impulsivamente, non sono stato razionale, però… in fondo non riesco a pentirmi della mia scelta» ammisi, spostai lo sguardo sulle sbarre metalliche poste di fronte a me, qualche metro più in là.
Con la periferia dello sguardo adocchiai Gard, Lasbert e Redda con il capo chino, restarono seduti in un angolo della cella senza fiatare.
I più piccoli riposavano beatamente, sul viso di Ley prese forma un piccolo sorriso probabilmente a causa del sogno che stava facendo.
Le mie iridi si concentrarono sul palmo della mia mano aperta, «Perché cerchi di avere sempre tutto sotto controllo?» spalancai le palpebre alle parole di Keadel.
Non riuscii a donargli una risposta che avesse un senso compiuto, mi ero comportato così da sempre e probabilmente rispecchiava semplicemente un tratto del mio carattere.

Il sapore dell’incertezza e l’ignoto mi facevano perdere il controllo, mi terrorizzavano a tal punto da accorciare il mio respiro e aumentare il battito cardiaco.
Ma ciò che non mi era chiaro al momento, era come il biondino fosse riuscito a cogliere il mio comportamento con così tanta semplicità.
Un leggero fastidio si propagò lungo la trachea e mi ritrovai costretto a tossire ripetutamente, per poter alleviare quella sensazione.
Il gesto amplificò il dolore lancinante che ancora provavo a seguito dei colpi accusati il giorno precedente, il cordoncino rovinato scivolò dai miei capelli depositandosi al suolo.

Le ciocche ormai libere coprirono il mio viso e ringraziai per ciò, odiavo ammetterlo ma ormai da tempo avevo percepito il mio corpo indebolirsi ulteriormente.
A seguito di ogni esperimento aumentava il lasso di tempo che impiegavo per riacquistare le forze, senza recuperarle totalmente ma peggiorando di volta in volta.
Era come se la mia forza vitale venisse prosciugata sempre di più, sicuramente non preannunciava nulla di positivo.
Allontanai la mano dalla bocca sgranando gli occhi, gli ultimi dubbi vaganti si stavano trasformando in certezze.

La luce penetrata dalla fessura portò in risalto il sangue rosso rubino che si era depositato sul palmo, anche le dita erano visibilmente macchiate.
Il liquido denso attraversò le labbra con una lentezza disarmante, le gocce si depositarono sul suolo impolverato, una ad una formando una piccola chiazza.
Serrai la mascella scontrandomi brutalmente con la realtà: il mio corpo stava raggiungendo il capolinea.
Non mi era mai accaduto prima di allora, la situazione stava assumendo una brutta piega con lo scorrere furtivo del tempo.

La mia mente straripava di pensieri, l’ultimo esperimento a cui mi avrebbero sottoposto richiedeva un caro prezzo.
Se anche fossi riuscito miracolosamente a sfuggire alle grinfie della morte, di certo non mi attendeva una sorte piacevole.
«Xavier?» mi ritrovai forzato a ignorare i ripetuti richiami di Keadel, non cambiai posizione anzi, non mi mossi neanche di un millimetro.
Le mie mani cominciarono a tremare impercettibilmente e le mie iridi erano ancorate ad esse, ansai disperatamente plasmando una miriade di ipotesi plausibili.
Non volevo morire, era ancora troppo presto per essere sradicato da quel mondo in rovine.

Non potevo andarmene proprio in quel momento, ero appena riuscito a comprendere le positività che risiedevano nella vita.
Le dita di Keadel afferrarono delicatamente il mio braccio trasportandomi di nuovo nell’amara realtà, quel contatto improvviso sembrò ustionarmi la carne.

Mi voltai ingenuamente incastonando le nostre iridi, non pronunciò nulla, non emise nemmeno un suono alla vista della scena.
Appariva come paralizzato e incredulo a ciò che la sua vista gli stava mostrando, «Sto bene» affermai, tentando di alleggerire l’atmosfera.
Avvicinai il dorso della mano libera alle labbra cercando di rimuovere i residui di sangue.
Le mie parole non erano altro che una dolce menzogna per alleggerire quel macigno, però, possedevo la consapevolezza che Keadel non mi avrebbe mai creduto.

Chiunque avrebbe notato che qualcosa si trovava fuori posto, «Cosa… significa?» il biondino pronunciò a stento quella domanda, senza scostare la sua attenzione dal sottoscritto.
Trassi un respiro profondo, proseguire in quel modo patetico non avrebbe portato da alcuna parte.
«Sono gli esperimenti, mi stanno indebolendo» pronunciai a fior di labbra, ammetterlo ad alta voce stava risultando più straziante di quanto potessi immaginare.
Una strana tensione galleggiava nell’aria destreggiandosi tra i presenti, «Era necessario procurarti ulteriori danni, se già eri a conoscenza della tua situazione?» a quelle parole abbassai lo sguardo, non riuscendo a reggere il confronto con le sue iridi vitree.

Le sue dita allentarono la presa per poi scivolare via del tutto, annullando il contatto che si era creato.
Andai alla disperata ricerca delle parole più consone da utilizzare, in ogni caso avrei dovuto optare per la verità anche se, avrei preferito comunque addolcirla.
«Supponendo che fossi riuscito ad ucciderti, non ne avrei giovato in alcun modo. Avevano intenzione di usarmi per i loro scopi meschini, con molta probabilità mi sarei trovato costretto a distruggere famiglie intere… e a macchiarmi del loro sangue» sostenni senza vacillare.

Il mio viso si incupì a causa delle immagini frammentarie che alloggiavano all’interno della mia mente, «Avrei costretto innumerevoli bambini a subire il mio stesso trattamento, con quale coraggio avrei potuto vivere?» domandai con voce flebile.
Elevai il capo scontrandomi con l’espressione indecifrabile di Keadel, non volevo attribuire delle scuse al mio comportamento per renderlo corretto.
Quelle parole le pensavo realmente, sognavo spesso quel giorno pur non avendo ricordi lucidi di esso.
Era un loop infinito senza alcuna scappatoia, più il tempo scorreva e maggiormente faticavo a sopportarlo.

Le mie mani non avrebbero mai strappato la vita di un innocente, quello non ero io, non avrei mai condannato un bambino a sopportare tali atrocità.
Notai di sfuggita dei movimenti di Lasbert, «Odio ammetterlo» sgranai gli occhi riconoscendo la sua voce.
«Ma ci sono persone seriamente preoccupate per te» proseguì con un tono di voce pacato, «Non guardarmi così! Non era di certo riferito al sottoscritto» concluse portando le braccia al petto.
Sul suo viso si dipinse una smorfia e non esitò a ruotare il capo dalla parte opposta, rimasi visibilmente confuso dal mutamento improvviso del suo atteggiamento.

Il biondino che sedeva al mio fianco sembrava realmente provato da ciò che era accaduto il giorno precedente, ero certo che le parole di Lasbert erano riferite proprio al ricciolo.
Socchiusi gli occhi per qualche istante permettendo al silenzio di fare da padrone, percepii dei passi leggiadri farsi sempre più vicini e istintivamente spalancai le palpebre.
Redda prese posto di fronte a me destando dei sospetti, iniziai a rimuginare su quale fosse stata la sua prossima mossa.

Non ci eravamo mai trovati a distanza ravvicinata, ciò mi portò a restare in uno stato di massima allerta.
Le lentiggini ricoprivano buona parte del suo viso pallido, passò una mano tra i suoi capelli rossicci prima di puntare le sue iridi azzurre nelle mie.
«Cos’è accaduto ieri?» indagò, non permise alle sue emozioni di mostrarsi.
Rimasi spiazzato per qualche secondo, prima di decidere di assecondarlo «È semplicemente stata una conseguenza, sapevo a cosa stavo andando incontro» tagliai corto.

Per mio dispiacere non risultò soddisfatto della mia spiegazione, «Se avessi ucciso Keadel, mi avrebbero trasformato in uno strumento» sospirai optando per l’onestà e la schiettezza.
«Deduco che tu non l’abbia fatto, per questo ti hanno ridotto in questo stato?» mi precedette, continuavo a cercare disperatamente una spiegazione.
Non sembrava minimamente toccato da quel discorso, ma non avrebbe avuto alcun senso, perché dover fingere interesse? A quale scopo?

Nascosi i miei sospetti per vedere fin dove si sarebbe spinto, decisi di proseguire il discorso come se tutto facesse parte della normalità.
«C’era la possibilità che intervenissero prima che ponessi fine alla mia vita, se i Drafer fossero venuti a conoscenza della mia morte, un possessore del Fulmine, quelle guardie se la sarebbero vista brutta» precisai assottigliando lo sguardo.
La tensione all’interno della cella stava diventando palpabile, «Ma non ne avevi comunque la certezza» annunciò Gard scrutandomi meticolosamente.

Il suo intervento mi prese alla sprovvista, strinsi i denti «Dove volete arrivare?» sputai acido.
Una persona preoccupata avrebbe assunto un comportamento differente, temevo che stessero tramando qualcosa a mia insaputa.
Non gli ero mai andato a genio, era inutile negarlo, ma allo stesso tempo ci trovavano tutti quanti nella stessa situazione.
Creare scompiglio ci si sarebbe ritorto contro e non avrebbe di certo agevolato qualcuno, «Curiosità» la risposta di Redda non fece altro che incrementare la rabbia che custodivo dentro di me.

«È strano che tu abbia messo a repentaglio la tua vita, per uno come noi. Tutto qui» enunciò Gard, scostò i suoi capelli castani prima di alzare le spalle con indifferenza.
Sgranai gli occhi mentre la mia lucidità cominciò a vacillare, «O magari speravi sul serio di morire, non mi stupirei se si celasse un pensiero egoistico dietro le tue azioni» il moro continuò ad infierire come se gli procurasse del piacere.

Il mio pugno si scontrò violentemente contro la parete retrostante, corrugai la fronte fissando le mie iridi traboccanti d’ira, in quelle del mio interlocutore.
«Ti sbagli!» gridai con noncuranza, Laphia e Ley giacevano ancora tra le braccia di Morfeo.
Se avessimo proseguito su quel sentiero tortuoso lì avremmo svegliati e costretti ad udire discorsi sgradevoli, «L’ho fatto semplicemente perché non sono in grado di uccidere, ma soprattutto perché mi ci sono affezionato a Keadel!» il mio tono di voce continuò a elevarsi senza ritegno.

Erano a conoscenza dei miei punti deboli e sembrava che se ne stessero approfittando avidamente, il silenzio calò nuovamente come un sottile velo, prima che il biondino lo sgualcisse un’altra volta.
«Stanno solo cercando di provocarti» biascicò come se fosse rimasto incredulo alle mie parole, nel profondo avevo preso coscienza che quella fosse la realtà.
Eppure percepivo il sangue ribollire all’interno delle mie vene, non mi ritenevo ancora soddisfatto e mi sarei spinto oltre.

«Lui ha ancora tutta la vita davanti, io avrei semplicemente anticipato la mia fine. È logica, no? Chi nasce con il mio Xiù non supera i tredici anni di vita, prendendo in considerazione le mie condizioni attuali, non mi ci avvicinerò neanche a quella soglia» conclusi abbassando il tono di voce.

×××

Scusate, so che il capitolo è più lungo del solito ma non avrebbe avuto senso dividerlo.

Vi ricordo di tenere d'occhio il glossario, è in costante aggiornamento. Le parole di mia invenzione solitamente sono evidenziate per facilitarne l'individuazione.

Fatemi sapere cosa ne pensate della storia, i consigli sono sempre ben accetti!

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