5-Legami.
Xavier.
Tirai un lungo sospiro di sollievo, avevo appena ricevuto la conferma che i cambi di guardia avvenivano sempre alla stessa ora nonostante lo spostamento di cella, di conseguenza il piano non avrebbe subito variazioni e avremmo potuto applicarlo prima.
Scesi dal mattone sporgente, quello che mi concedeva di raggiungere la crepa.
Mi insospettii non appena si espanse il rumore di alcuni passi data l’ora insolita, poteva significare soltanto una cosa e non prometteva nulla di buono, ne ebbi la conferma scrutando il comportamento di Ley.
Il suo corpo era scosso da forti tremori e i suoi occhi divennero lucidi, tutti gli altri mostravano un’espressione demoralizzata.
Sobbalzai non appena un oggetto si scontrò sulle sbarre metalliche, creando un suono violento «Tu, muoviti!» ordinò la guardia con fare scorbutico, puntò l’indice sul bambino interessato.
Spalancò la porta dirigendosi a grandi falcate verso Ley, i miei occhi seguivano i movimenti dell’uomo in continuazione «Sei sordo?!» urlò con irruenza.
Ero consapevole che la situazione avrebbe preso una brutta piega in breve tempo, per questo rimasi vigile «Non voglio» mormorò il bambino con le guance ricoperte dalle lacrime.
Un singhiozzò scappò al suo controllo mentre i suoi compagni gli ripetevano in continuazione di smetterla, ma conoscevo perfettamente le emozioni che scorrevano nel suo corpo e non sarebbe stato semplice tranquillizzarlo.
Il braccio della guardia si sollevò in aria e non appena captai il movimento piegai le ginocchia, compiendo uno scatto nella loro direzione senza alcuna forma di esitazione. La velocità era a mio favore e avrei dovuto sfruttarla al massimo, non potevo permettermi di vedere altra sofferenza.
Dopo pochi secondi le mie dita si avvolsero intorno al polso dell’uomo con fatica, a causa delle manette, rimasi di fronte a lui puntando le mie iridi nelle sue.
Il silenzio regnò sovrano all’interno della stanza, il suo sguardo era gelido e sembrava perforarmi. Probabilmente sperava che allentassi la presa, «Fossi in te non giocherei con il fuoco, moccioso» ringhiò infastidito, «Sei famoso ormai per il tuo menefreghismo, ma non credere di essere intoccabile soltanto perché possiedi il Fulmine, sono anche consapevole che ti ritengano un prodigio data la tua intelligenza e la giovane età» proseguì.
Si avvicinò di poco accorciando la distanza dal mio viso, «Ma non dimenticare che potrei ucciderti e inscenare un incidente» concluse con un ghigno sulle labbra, non indietreggiai e non mutai la mia espressione.
Aumentai la presa sul suo polso, «Fallo» notai dello stupore sul suo viso per qualche istante, dato il tono di sfida con cui avevo pronunciato quella parola. Non era una provocazione, era ciò che bramavo di continuo, ciò che ritenevo una fuga plausibile da tutto quel dolore: la morte.
L’uomo si allontanò scocciato dopo essersi liberato dalla mia presa, mi assicurai che fosse abbastanza lontano da non potermi udire e poi mi chinai di poco, arrivando all’altezza di Ley.
«Non posso dirti che andrà tutto bene, ti chiedo solo di resistere un altro po’. Ti prometto che vi farò uscire di qui tutti quanti» sussurrai all’orecchio del piccolo, sperando di trasmettergli un minimo di conforto.
Si allontanò con un bagliore di speranza negli occhi, mi sedetti portando una mano tra i capelli e percepii gli sguardi dei presenti fissi su di me.
«Sarai fiero di esserti messo in mostra» sputò acido Lasbert, cercai di ignorare le sue parole pungenti. Creare un litigio avrebbe avuto ripercussioni sgradevoli, «Deve essere bello essere un prodigio» era come se continuasse a girare un coltello nelle migliaia di ferite che possedevo.
Strinsi i pugni con forza, prendere il controllo della rabbia che si stava plasmando dentro di me, dopo quello che era appena successo non era affatto semplice.
Venivo sempre visto in diversi modi ma mai come un semplice bambino, uno come tutti quelli che si trovavano all’interno dell’edificio ed era frustrante.
Mantenni lo sguardo basso, «Come mai non parli? Sai che ho ragione?» potevo comprendere i suoi sentimenti ma stava oltrepassando ogni limite. Keadel tentò di farlo ragionare, «Non sputo sentenze su di voi senza conoscervi, dovresti imparare anche tu» pronunciai a denti stretti.
Compievo dei respiri profondi ripetendomi che non era necessario dargli corda, non mi conosceva e perciò le sue parole non dovevano avere un peso.
Quella maschera che mi ero ostinato a creare si stava sgretolando, portando alla luce ciò che era destinato a rimanere nell’ombra.
Keadel prese le mie difese senza esitazione lasciandomi stupefatto, si sedette fianco a me con nonchalance dopo aver zittito Lasbert.
«Ti va di parlare un po’?» porse quella domanda con una tale soavità da sorprendermi, mi torturai le dita sentendomi nervoso all’idea di aprire una conversazione. Non gli attribuii una risposta, non trovavo il coraggio di farlo esponendomi davanti a tutti i presenti.
Soltanto percependo la sua presenza vicina mi sentivo inspiegabilmente più leggero, «Forse dovremmo presentarci e iniziare a conoscerci» propose ignorando gli sbuffi scocciati di Lasbert.
«Ti va?» alzai di poco il viso di fronte a quell’ostinazione, «Allora inizio io» insistette con un lieve sorriso sulle labbra, «Ho quindici anni, sono entrato qua dentro tre anni fa al posto di mio fratello minore Betrid. Lui si è salvato ed è riuscito a scappare, non vedo l’ora di abbracciarlo e vedere quanto sia cresciuto. Provengo dal villaggio di Hualtlan, possiedo lo Xiù dell’aria e sono un gran chiacchierone» accennò una risata portando una mano tra i capelli arruffati.
Strinsi le labbra istintivamente alle suppliche di Keadel, «Allora ti faccio io qualche domanda» proseguì senza segno di arresa, prese posizione di fronte a me incrociando le gambe.
«Quanti anni hai? Da quanto tempo sei qui?» diede inizio ad il suo interrogatorio, roteai gli occhi con la convinzione di avergli già donato una risposta a quelle domande. Non trovavo la necessità di renderlo noto a tutti quanti, spostai lo sguardo sul ragazzo notando l’entusiasmo che provava in quell’istante.
Tirai un lungo sospiro arrendendomi, in fondo in qualche modo dovevamo trascorrere il tempo «Ho dieci anni, sono qua dentro da otto» mormorai flebilmente tentando di non attribuire un peso agli sguardi altrui, «Da che villaggio provieni?» sollecitò con genuinità, «Nyaforth, o almeno credo. Non ho la certezza della veridicità delle informazioni in mio possesso» il silenzio mi avvolse come una morsa, percepivo gli sguardi confusi puntati su di me farsi più intensi.
«I miei genitori sono entrambi morti e credo di possedere il Fulmine. Questo è tutto, direi che abbiamo finito» borbottai stroncando la conversazione, i bisbigli provenienti da Lasbert stavano risultando insopportabili.
Mantenni uno sguardo assente e un volto privo di espressioni, o almeno tentai.
Trascorse qualche istante prima che il viso di Ley facesse la sua comparsa, i suoi occhi erano arrossati e stanchi. La guardia lo spinse all’interno prima di rivolgersi a me con un ghigno stampato sulle labbra, «Ti conviene restare in allerta, lurido moccioso» aggrottai le sopracciglia tentando di trasmettergli tutta la mia rabbia attraverso lo sguardo.
Le mie dita si serrarono in un pugno quando notai i lividi violacei impressi sulla pelle di Ley, nessuno si meritava tali atrocità, ero stanco di assistere a quel dolore che ci accomunava e a causa di quei sentimenti si creò una voragine all’interno del mio petto.
Avrei dovuto mettere a punto gli ultimi dettagli prima di riferire il piano agli altri: il margine d’errore doveva essere il più possibile vicino allo zero.
Non dovevano esserci vittime per nessuna ragione, non potevamo permetterci di essere avventati o saremmo andati incontro a morte certa.
«Non ti riposi? Ne avresti bisogno» mormorò Keadel, la sua voce mi catapultò nella realtà.
Il mio sguardo si spostò e mi accorsi che tutti quanti stavano dormendo, probabilmente per far scorrere il tempo più velocemente, come biasimarli «Mi dispiace per il comportamento di Lasbert, non nutre fiducia per nessuno» proseguì prima di prendere posto accanto a me.
Scrollai le spalle con un apparente indifferenza, «Non importa» biascicai mantenendo lo sguardo basso, «Vorrei soltanto dormire» continuai.
«Ma non ci riesco, non ci sono mai riuscito. Vengo tormentato di continuo da alcuni ricordi di cui non conosco la provenienza, pref-» le parole mi morirono in gola, la sua mano si appoggiò sulla mia nuca scompigliandomi i capelli. Un dolce sorriso incorniciava il suo viso e spontaneamente, senza un preciso motivo, alcune lacrime accarezzarono le mie guance scavate.
Incrociai i suoi occhi limpidi, «Mi dispiace per ciò che hai dovuto passare, non deve essere stato semplice per te restare da solo ma… ora non lo sei più. Per quanto mi riguarda sono disposto a starti accanto» quelle parole mormorate con un pizzico di imbarazzo, plasmarono delle emozioni piacevoli in me.
Tese il braccio nella mia direzione, scrutai la sua mano protesa poco prima di stringerla nella mia.
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