3-Libertà Effimera.
Xavier.
Scrutavo meticolosamente il soffitto sudicio e in rovine di quella gelida cella, l'unico rumore presente era provocato dall'incessante rimbalzo di una pallina malconcia; la stessa che scagliavo con noncuranza contro il muro.
Trascorrevo le giornate sdraiato sul pavimento impolverato con un braccio sotto la nuca e le gambe distese sulla parete.
Socchiusi gli occhi per qualche istante mentre la pallina si trovava a mezz'aria, la medesima che qualche secondo dopo rimbalzò sulla mia fronte provocandomi un lieve gemito.
Le mie palpebre si spalancarono a causa dell'impatto, soffiai verso l'alto cercando di scostare dal viso una ciocca di capelli color mogano.
Inclinai leggermente il capo seguendo la pallina con lo sguardo mentre si allontanava da me, rotolava con una lentezza pari a quella di un bradipo finché non si fermò davanti al muro scrostato.
Le mie dita si innalzarono in direzione dello spiraglio di luce presente sulla parete ed entrai in contatto con una realtà amara, mi restavano soltanto due opzioni: volare via cavalcando le ali della libertà o soccombere all'interno di quel luogo, sottostando al mio destino.
Il silenzio venne brutalmente frantumato poco prima che emettessi un flebile sospiro, rinchiusi tutte le emozioni in uno scrigno e gettai via la chiave come ero solito fare.
All'inizio non era stato semplice ma ormai si era tramutato in un gesto del tutto automatico.
La guardia si avvicinò alla cella a grandi falcate e con fare irruente, roteai gli occhi conscio di ciò che mi attendeva «Muoviti!» scagliò il suo Ciameri contro le sbarre matelliche ripetutamente.
Mi alzai in piedi per evitare che il suo umore peggiorasse ulteriormente, non mi avrebbe giovato in alcun modo. Inserì le chiavi nella toppa incitandomi ad uscire dalla cella, incrociai gli occhi di quell'uomo per un solo istante: così perforanti da riuscire a percepire il suo sguardo ardere sulla carne.
Mi ritrovai immediatamente la sommità della sua spada puntata nella schiena, era intrisa di potere tanto da riuscire ad avvertirlo con semplicità «Lo so, lo so» pronunciai a fior di labbra, prevedendo cosa stesse per dirmi.
Ricevetti una leggera spinta come sollecitamento a proseguire per il lungo corridoio cupo, le poche chiazze di luce erano dovute a delle lanterne in pessimo stato che erano posizionate casualmente. Delle goccioline d'acqua cadevano frequentemente sul pavimento umido formando delle pozzanghere, le stesse con cui i miei piedi entravano in contatto.
Un pungente odore di muffa mi pizzicava il naso con insistenza, «Vedi di impegnarti, ti ricordo la posta in gioco» asserì con un ghigno sulle labbra.
Serrai la mascella e corrugai la fronte non riuscendo più a tollerare quegli atteggiamenti, eppure non avevo la possibilità di fare nulla se non mettere a repentaglio la mia vita.
Non avevo mai compreso il vero motivo per cui delle persone come lui si erano uniti ai Drafer, di certo non erano stati costretti dato che provavano piacere e gusto nell'eseguire gli ordini. Non concepivo come fosse possibile provare indifferenza di fronte a tutte quelle vittime, vite prematuramente strappate e torture a dir poco raccapriccianti.
Sui muri di pietra, oltre al muschio, erano ben visibili a occhio nudo delle chiazze di sangue e ognuna di loro simboleggiava un individuo. Quell'osservazione mi fece accaponare la pelle, chissà quale sorte era toccata ad ognuno di essi, avrei potuto esserci io al loro posto o sarebbe potuto accadere in un futuro non molto distante.
Accostammo e mi accorsi di essere giunto a destinazione, delle porte di metallo massiccio troneggiavano di fronte a noi, il mio sguardo si concentrò sull'incisione situata affianco: stanza test.
Bastarono dei colpi ben assestati e le porte si spalancarono nella nostra direzione mostrandoci l'interno, un forte senso di nausea si impossessò del mio corpo sapendo cosa mi attendeva.
Ci addentrammo nella stanza illuminata, le pareti erano completamente composte da mattoni rossicci mentre il pavimento era come un'enorme lastra di cemento. Al fondo erano situati due Drafer che attuavano la sorveglianza e annotavano i progressi, erano presenti anche parecchie guardie e qualche prigioniero.
Il mio sguardo scorreva intorno a me, alcuni erano miei coetanei e altri rappresentavano dei visi familiari. Soltanto chi possedeva il collare argenteo aveva accesso in quel luogo, i presenti si potevano contare sulle dita «Prosegui» asserì la guardia con fare poco amichevole.
Il test in sé si distingueva dagli altri poiché non ci procurava del dolore fisico, al contrario degli esperimenti che si celavano dietro ad esso per poter migliorare ulteriormente le nostre capacità.
Mi misi in posizione mentre la guardia si tenne pronta a cronometrare il tempo, le mie gambe iniziarono a prendere velocità e tutto intorno a me sembrava andare a rallentatore.
Soltanto quando correvo, in quei brevi attimi, percepivo sulla mia pelle quello che per me poteva essere riconducibile alla libertà. Sentivo il cuore leggero e la mente libera da ogni catena, ma erano momenti sfuggenti di breve durata.
Subito dopo venivo scaraventato nuovamente in quell'inferno, «Un vero prodigio» una voce roca e profonda pronunciò quella frase con freddezza, intuii che fu una delle guardie in fondo.
Percepivo costantemente lo sguardo del mio interlocutore trafiggermi come se fosse una lancia affilata.
Voltai di poco il capo per portare lo sguardo altrove ed entrai in contatto con uno scenario ancora più raccapricciante.
Mi catapultai verso il bambino, che era crollato a terra, senza pensarci due volte lo raggiunsi.
Mi frapposi tra il riccioluto e una delle guardie senza timore, non potevo sapere come avrebbe reagito quest'ultima ma poco importava.
L'uomo si avvicinò al mio orecchio sussurrando con tono minaccioso «Soltanto perché vieni definito un prodigio, non credere che io abbia le mani legate» mantenni la mia posizione, in fondo cos'avevo da perdere?
Nessuno attendeva il mio ritorno.
Un cumulo di ira si stava plasmando dentro di me allontanando sempre di più le altre emozioni, era l'ennesima scena a cui assistevo all'interno di quella stanza e ormai stavo raggiungendo il mio limite di sopportazione.
Mi chinai di fronte alla loro vittima sacrificale nonché un mio coetaneo, anno più, anno meno.
La sua pelle era ricoperta di lividi e sul palmo della sua mano erano presenti delle macchie di sangue, avrei desiderato conversare con altre persone ma non avrei saputo come comportarmi. Mi avevano tenuto in isolamento fin dal giorno del mio arrivo in quel posto, senza spiegazioni e senza alcun rapporto esterno.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro