10-Coltre di Sospetti.
Xavier.
La mia visuale era leggermente offuscata, abbassai di poco lo sguardo notando quanto fossero divenute piccole le mie mani.
A circondarmi vi erano soltanto fiamme e travi di legno adagiate al suolo che, fino a poco prima, facevano parte delle strutture presenti all’interno del villaggio.
Le grida agghiaccianti dei genitori giungevano ben chiare alle mie orecchie causandomi istintivamente un pianto, «Va tutto bene, Xavier. Ti porteremo al sicuro» quella voce era profonda e roca, ma riuscivo soltanto a percepire una dolcezza smisurata provenire da essa.
Alzai di poco il capo incontrando un sorriso smagliante, un uomo mi sorreggeva tra le sue braccia con cura.
Il suo viso era contornato da un lieve strato di barba, i suoi capelli color mogano erano abbastanza lunghi ma raccolti accuratamente.
Mi scrutò qualche istante con le sue iridi verde smeraldo, in quell’istante compresi che quella persona non fosse altro che mio padre.
Desideravo parlargli, comunicargli in qualche modo ma le mie labbra non furono attraversate da alcuna parola.
Le mie dita si appoggiarono delicatamente sul suo viso, «In quanto guerriero difenderò la mia terra, ma soprattutto la mia famiglia. Ora andate» pronunciò con autorità, il tepore che avvolgeva il mio corpo scomparve e mi ritrovai tra le braccia di mia madre.
L’uomo si avvicinò un’ultima volta schioccandomi un dolce bacio sulla fronte, poi infilò la mano in tasca estraendo la collana dorata e la mise intorno al mio collo.
Allungai le mani nella sua direzione come se fosse una supplica silenziosa, avrei fatto qualsiasi cosa per impedirgli di andarsene, se soltanto il mio corpo avesse risposto correttamente ai comandi.
I Drafer si avvicinarono con noncuranza, scorsi l’ultima immagine che mi condusse ad incrementare notevolmente il pianto.
Mio padre mi rivolse un sorriso colmo d’amore, poco prima che il suo stesso corpo sanguinante venisse avvolto dalle fiamme come il resto del villaggio.
«Ehi, Xavier» una voce famigliare mi accarezzò dolcemente le orecchie, venni scosso debolmente comprendendo all’istante di essermi addormentato.
Le mie palpebre si schiusero con una lentezza disarmante, tentai di mettere a fuoco la persona situata accanto a me.
Mi stropicciai gli occhi per una manciata di secondi credendo di star ancora sognando, «Lasbert?» farfugliai.
La mia mente traboccava di pensieri e immagini confuse, «Quante ore sono passate?» biascicai con la voce ancora impastata dal sonno.
Portai una mano sul viso, «Non molte» rispose il corvino senza degnarmi di uno sguardo. Con una rapida osservazione dedussi che fosse tardo pomeriggio e tutti riposavano beatamente, mi sedetti appoggiando la schiena al muro retrostante.
Scrutai maliziosamente il ragazzo situato al mio fianco, assottigliai lo sguardo non comprendendo il motivo di tale vicinanza.
Portò le ginocchia al petto cingendole con le braccia, «Beh… ecco… mi sono comportato da stupido con te, ci ho pensato su e… volevo chiederti scusa» mormorò ruotando il capo.
Spalancai le palpebre incredulo per le sue parole, un piccolo sorriso prese forma sul mio volto stanco.
«Non penso sia colpa di nessuno in fondo, restare chiusi qui dentro non può portare altro che confusione. Siamo costantemente sotto pressione ed è difficile restare lucidi, senza contare gli esperimenti» il mio viso si incupì pronunciando la conclusione del mio discorso.
Trovavo sospetto il fatto che non mi fosse accaduto nulla, d’altronde avevo disobbedito alle guardie e quella punizione non era di certo ritenuta sufficiente da loro.
Trassi un respiro, «Già il fatto che tu sia riuscito a rendertene conto e ad ammetterlo, significa tanto» mormorai in aggiunta al discorso precedente.
Per la prima volta ammirai le sue labbra incurvarsi leggermente, rivolse quel piccolo sorriso a me suscitandomi dello stupore.
Non potei fare altro che ricambiare.
Portò una mano tra i suoi capelli corvini prima di parlare, «Gard e Redda non sono brutte persone, sai? Anche se probabilmente l’avrai pensato pure di me» ridacchiò nervoso portando la nuca all'indietro.
Non mi concesse nemmeno il tempo di rispondere, «Ormai è trascorso un po’ di tempo da quando siamo giunti qui, ognuno di noi vorrebbe tornare alla vita che conduceva prima. La verità è che più il tempo trascorre, minori sono le probabilità di ritrovare i nostri famigliari vivi. So che metterci l’uno contro l’altro non aiuterà ma stiamo conservando fin troppa frustrazione dentro noi stessi e-» lo interruppi.
Faticai a seguire e comprendere ciò che volesse dirmi con esattezza, «Sta notte c’è ne andremo, Lasbert» mormorai con convinzione, «Non importa ciò che è accaduto fino ad ora» conclusi sospirando.
Il mio sguardo scorreva nella cella, percorreva ogni centimetro e si soffermava di tanto in tanto su quei visi scavati, avvolti da un piacevole sonno.
Nessuno sarebbe rimasto indietro e tanto meno avrei permesso che mettessero a repentaglio la loro vita, «Come trascorrevi il tempo in isolamento?» la voce di Lasbert mi riportò nella realtà.
Trovai strana quella domanda ma non ci attribuii peso, di certo voleva creare una conversazione.
«Possedevo una pallina, ormai rovinata. La facevo rimbalzare ripetutamente contro al muro» biascicai, «Intendi questa?» riconobbi all’istante quella voce roca e istintivamente spostai lo sguardo.
«Zalen?» domandai balzando in piedi, colmo di stupore.
L'uomo incastonò le sue iridi nero pece nelle mie, accostò di fronte alla cella guardandomi severamente.
Mi lanciò la pallina attraverso le sbarre metalliche e la presi al volo.
Compietti alcuni passi avvicinandomi, «Idiota! Non chiamarmi per nome» mi ammonì all'istante, «Desterai sospetti e ci faranno fuori entrambi» proseguì poco prima di sospirare profondamente.
Le mie dita si serrarono intorno alle sbarre, lui si chinò fingendo di legarsi gli scarponi «Ti sei ripreso?» nella sua voce vi era una nota di preoccupazione, scrollai le spalle.
«Cosa sei venuto a fare?» domandai curioso, «Mi hanno mandato a prelevare la bimba bionda» strinsi i denti.
Notò all'istante il mio turbamento, «Prenditi cura di lei, ti prego» biascicai mantenendo il contatto visivo.
Estrasse la chiave dalla tasca e la inserì nella toppa, aprì la cella e mise una mano sulla mia spalla.
Sobbalzai lievemente a quel contatto improvviso, «Farò ciò che posso» si limitò a quella risposta.
Nutrivo della fiducia in quell'uomo, sicuramente sapeva recitare alla perfezione la sua parte eppure avevo colto qualcosa in lui. Era differente dalle altre guardie, mai nessuna aveva tentato di aiutarmi o instaurare una conversazione con me.
Mi chiedevo cosa lo spingesse a tanto, cosa c'entrava lui in tutto quello ed ero certo che avrei indagato ulteriormente.
Le sue iridi in quel momento trasmettevano tranquillità, appariva come un pesce fuor d'acqua in quell'edificio.
Laphia si alzò stropicciandosi gli occhi, «Dobbiamo andare o si insospettiranno» la voce roca mi riportò nella realtà.
Accompagnò dolcemente la piccola al di fuori della cella e richiuse la porta, «Ho paura» mormorò scrutandomi.
Accennai un sorriso, «Andrà tutto bene, vedrai» non ero certo delle parole che erano appena uscite delle mie labbra.
Zalen si rivolse ancora una volta prima di proseguire per la sua strada, «Xavier» iniziò cogliendomi di sorpresa.
Era il primo a usare i nomi con noi, eravamo sempre stati ritenuti bestie da macello e nulla di più.
Probabilmente aveva letto il mio fascicolo ma risultava comunque strano da udire, «Stai allerta, hanno in mente qualcosa» concluse prima di sparire dalla mia vista, lasciandomi con l'amaro in bocca.
«Chi era quello?» domandò Keadel, mi voltai e gli sguardi nei miei confronti erano colmi di sospetto.
Trassi un respiro, «Se non fosse stato per lui l'altro giorno sarei morto» ammisi e andai a sedermi al fondo della cella.
«So che non dovrei nutrire fiducia per lui, eppure ha qualcosa di diverso. Inoltre in otto anni non l'ho mai visto su questo piano, è come se fosse umano» proseguii.
«Cosa intendi?» mi girai verso Gard, colui che mi aveva appena rivolto quella domanda.
Le sue iridi nocciola mi scrutavano minuziosamente, «É intervenuto quando una guardia ha tentato di strozzarmi, poi quando siamo usciti ho notato che se era certo di non avere nessuno attorno, e che nessuno lo stesse ascoltando, si mutava improvvisamente. Mi ha portato sulle spalle per almeno metà strada dato che faticavo a reggermi in piedi, si è preoccupato per me finché non è apparsa un'altra guardia e ha dovuto afferrarmi bruscamente. Subito dopo ha allentato la presa» spiegai.
Keadel mi scoccò un'occhiata, «Cosa intendeva con l'ultima frase?» mormorò flebilmente.
D'istinto strinsi le labbra a quel quesito, prima di proferire parola, «Probabilmente faceva riferimento all'esperimento imminente» deglutii rumorosamente essendo consapevole di ciò che mi attendeva.
×××
Eccoci qua, perdonatemi per la lunghissima attesa.
Mi ci è voluto un po' di tempo per riuscire a incastonare tutti gli impegni di quest'ultimo periodo.
Spero possa piacervi!
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