You're losing me
Il demone Crowley avvertì la sua presenza prima ancora che suonasse il campanello. Spense lo stereo e rimase in ascolto, chiedendosi se si fosse solo sbagliato, ma non era affatto così: l'angelo era davvero sceso sulla Terra. Fu solo allora che udì il dlin-dlon della porta e si rese conto di non avere la più pallida idea di che cosa fare. Era abituato ad essere preso alla sprovvista, soprattutto quando si trattava di Aziraphale e dei suoi modi buffamente angelici. Eppure stavolta era diverso - d'altronde non lo vedeva da secoli.
Tre, per l'esattezza: tre lunghissimi secoli senza alcun contatto, senza nessuna missione di salvataggio, senza il suo partner. Non che non ce ne fosse stata occasione - semplicemente Crowley non voleva più avere niente a che fare con la creatura che gli aveva spezzato il cuore. Millenni di fiducia, millenni d'amicizia - millenni d'amore, sebbene non palesemente espresso in questi termini - erano stati buttati via con leggerezza per stare con i "buoni". E quel "Ti perdono" non era proprio riuscito a perdonarglielo.
Dlin-dlon e il demone avanzò a passo svelto tra le mura cremisi della sua nuova casa, dritto verso la porta a vetri che dava sul patio. Ignorò il modo in cui il cuore prese a battergli ancora più forte nel petto non appena vide la sua siluette appannata e scontornata, si aggrappò al pomello con tutta la forza che aveva in corpo e aprì.
"Buongiorno, Crowley" lo salutò Aziraphale con aria imbarazzata.
Era bello esattamente come se lo ricordava, meraviglioso nel suo essere impacciato, e stringeva una bottiglia di vino con le sue mani perennemente incapaci di stare ferme. Tremava e il demone con lui.
"Non mi aspettavo una tua visita" gli rispose l'altro con simulato distacco.
"Beh, chiedo scusa per l'improvvisata", sorrise nervoso l'angelo, "Ti avrei inviato un biglietto per avvisarti, ma non credo che l'avresti letto".
"No, infatti".
Aziraphale continuò con la sua smorfietta di disagio malcelato e, constatando che il suo vecchio partner non era nell'umore più congeniale al motivo della sua discesa, si guardò intorno alla disperata ricerca di qualcosa da dire per rompere il ghiaccio.
"Una giornata splendida oggi, non trovi? Il tempo perfetto per un pic-nic o per...".
"Aziraphale, perché sei qui?" gli chiese Crowley di punto in bianco per arrivare subito al punto.
"Che ne dici se mi invitassi ad accomodarmi e ne discutessimo davanti ad un bel bicchiere di vino?" gli propose l'angelo con falso entusiasmo.
Stavano parlando da appena qualche minuto, ma il demone non ne poteva già più: gli strappò il vino dalle mani e, in men che non si dica, il suo contenuto da rosso divenne trasparente. Finalmente Aziraphale abbandonò quella messa in scena a dir poco ridicola e si fece tristemente serio - talmente serio da non fare la battuta su Cana che gli era appena venuta in mente.
"Perché. Sei. Qui?" domandò di nuovo, stavolta quasi sibilando.
La rabbia stava velocemente prendendo sopravvento, facendogli stringere forte i pugni e imporporandogli il viso.
"Perché mi mancavi" ammise l'angelo quasi farfugliando.
"Ah, bene, ti mancavo?", gli fece eco con cattiveria, sebbene una minuscola parte di sé volesse gridare di gioia, "Beh, ora che mi hai visto, puoi pure ritornare dai tuoi amichetti in Paradiso!".
"Crowley" sospirò facendo un passo in avanti.
"Oh, non sospirare! Per l'amor del Cielo, non osare!" - la voce del demone era così forte e profonda che pareva riecheggiare dalle profondità del suo animo - "Tu mi hai abbandonato per stare con quegli idioti e ora ti presenti alla mia porta, dopo tre dannatissimi secoli, sospiri e mi dici che ti mancavo?".
"Crowley, io...".
"Cosa, angelo? Cosa?" domandò urlando.
E all'improvviso avvertì le labbra di Aziraphale sulle sue, morbide e dolci come se le ricordava - anzi, meglio. Tutta la tensione che aveva accumulato fino ad allora - in tutti quegli anni di solitudine e rancore - si sciolse non appena si sentì avvolgere dalle braccia dell'unica persona il cui amore avrebbe sempre desiderato. All'inizio non comprese che cosa stesse accadendo esattamente, ma si lasciò trasportare da quel bacio - stavolta vero, profondo, ricambiato - che aveva agognato sin dai tempi della Creazione.
"Possiamo parlare? Ti prego" lo supplicò l'angelo sottovoce.
Crowley, che in quel momento non ci stava capendo molto, annuì sovrappensiero e si fece da parte per lasciarlo entrare. Venne completamente sopraffatto dal suo profumo dolce, dal modo in cui i suoi vestiti logori e vintage sapessero ancora di casa, come se nulla fosse cambiato dal loro ultimo incontro.
"Terrorizzi ancora le piante, vedo" commentò Aziraphale accarezzando con premura le foglie lussureggianti di una monstera tremante.
"E tu compri sempre lo stesso vino" gli rispose il demone con voce calma.
"A proposito, ti dispiace?", sorrise accennando alla bottiglia, "Ho quasi dovuto compiere un miracolo per trovarlo di questi tempi!".
E il liquido ritornò del suo originario rosso scuro. Crowley fece all'angelo di accomodarsi e si preoccupò di versarsi due calici, ignorando deliberatamente come le mani avessero preso a tremargli. Fece un respiro profondo e provò a mettere in ordine i suoi pensieri, ma non servì a nulla: nel suo cuore si scontravano così tante emozioni e sensazioni che era perfettamente inutile cercare di fare chiarezza. Aziraphale gli faceva questo effetto.
Allungò il suo bicchiere all'angelo e si sedette di fronte a lui, accavallando le gambe come al suo solito. Bevve un sorso e poi un altro, aspettandosi che fosse l'altro a cominciare il discorso, concedendogli il tempo di trovare le parole giuste con cui cominciare. Ma taceva - taceva e lo osservava come se fosse in attesa di qualcosa, sostenendo a malapena i suoi occhi da serpente.
"Quindi?" lo incalzò allora il demone.
"Beh, ecco", cominciò finalmente a parlare, "Si tratta di un fatto piuttosto bizzarro! Davvero bizzarro! Ero affaccendato nelle mie questioni celesti e non riuscivo a non pensare... No, non riuscivo a non... Qual è il termine esatto per...".
"Angelo, smettila di tergiversare!" - Crowley era tornato ad essere il ritratto dell'irritazione - "Perché sei qui?".
"Te l'ho già detto, io...".
"Non ci vediamo da quella volta e tu non sei mai venuto, mai!".
"Crowley...".
"Non ti sei neanche premurato di assicurarti che io stessi bene! Ti rendi conto di quello che...".
"Sì, me ne rendo perfettamente conto e io...".
"E tu! E tu! Tu cosa!" - il demone stava ormai urlando - "Si può sapere che diavolo vuoi!".
"Io voglio te!".
Aziraphale aveva gridato quelle parole, scattando improvvisamente in piedi in preda alla foga.
"Io voglio te!", riprese quasi piangendo, "I miei piani non sono nulla senza di te! La mia esistenza è vuota senza di te! Mi manca mangiare insieme, mi manca bere insieme! Mi manca sentire i tuoi occhi su di me ogni volta che gusto qualcosa che mi piace! Mi mancano i tuoi occhi, diamine!".
Crowley era pietrificato in un'espressione di pura incredulità, non sembrava nemmeno respirare.
"Mi mancano le tue imprecazioni! Mi mancano le tue sfuriate! Mi mancano i tuoi capelli! Mi mancano i tuoi gusti musicali assurdi e il modo in cui parli della Bentley! Mi manca avere l'assoluta certezza che, qualsiasi cosa accada, per quanto brutta che sia, tu verrai ad aiutarmi! Che tu verrai a salvarmi!".
"Voglio delle scuse", riuscì finalmente a rispondergli l'altro, "Voglio delle scuse appropriate".
L'angelo inclinò il capo e lo squadrò per qualche istante prima di dirgli: "Scuse per cosa?".
"Stai scherzando" - la sua voce si incrinò - "Dimmi che stai scherzando".
Crowley non ebbe bisogno di una risposta, lo lesse nei suoi occhi: Aziraphale non aveva cambiato idea, era rimasto tutto come prima. La lacrime gli inumidirono gli occhi serpentini e poco ci mancò che non osassero rigargli il volto - odiava farsi vedere mentre piangeva. Si alzò e si allontanò dal salottino, ritornando dalla bottiglia di vino, abbandonata sul bancone della cucina.
"Vattene da casa mia!" gli ordinò versandosi un secondo calice.
"Crowley", mormorò l'altro quasi supplicandolo, "Per favore, ascoltami!".
"No, non voglio ascoltarti. Voglio che tu esca subito da casa mia".
"Lascia che ti spieghi: non è come sembra!" esclamò l'angelo avvicinandosi.
"Invece è perfettamente come sembra", sospirò tristemente il demone, "Non hai deciso di lasciare il Paradiso, no?".
"No, ma stavolta è diverso! Ascoltami!", incominciò a spiegarsi Aziraphale, "Le cose sono davvero diverse con me al comando! C'è più pace! C'è più tolleranza! Non è come ai tempi di Gabriele! Puoi tornare ed essere libero di...".
"Io non ho nessuna intenzione di tornare lassù" lo interruppe Crowley prima di scolarsi il suo drink e riempire di nuovo il bicchiere.
"Lo so, ma sarà comunque diverso! Altrimenti perché sarei qui!", continuò a parlare l'altro, "Ho trovato un modo per stare insieme!".
"Anche Gabriele l'ha trovato: mandare tutti al diavolo e stare con Beelzebub!".
"In Paradiso hanno bisogno di me! Perché non capisci?".
Il demone decise di non impuntarsi su quello: sapeva perfettamente che sarebbe stata una guerra persa. D'altronde, l'aveva combattuta già una volta e il suo cuore ne era sopravvissuto a malapena.
"Possiamo comunque vederci, anche se resto in Paradiso! Ho controllato bene le leggi celesti e c'è un cavillo che fa proprio al caso nostro: posso scendere una volta ogni trecento anni, a patto che non resti più di tre ore! Nessun trucco, nessun miracolo! Potremmo essere un noi e...".
Aziraphale non smetteva per un istante di blaterare sciocchezze sulla genialità di quel piano e sforzarsi disperatamente di trasmettergli un po' del suo entusiasmo, ma invano: il cuore di Crowley era diventato di pietra. Credeva che il loro ultimo incontro alla libreria fosse stato il momento più basso della sua intera esistenza e che nessuno avrebbe mai potuto ferirlo e deluderlo così tanto: le parole dell'angelo non facevano altro che convincerlo del contrario. Quello era senz'ombra di dubbio il momento più brutto della sua vita.
"Aziraphale, esci da casa mia" gli ordinò di nuovo, stavolta con voce piatta.
"Crowley, io ti a-".
"No, non dirlo: non osare!" - il demone lo guardò dritto in viso e si concesse di piangere - "Se mi amassi, non dovresti aggrapparti ad un cavillo legale per stare come me! Un cavillo legale, diamine! Davvero pensi che saremmo davvero un noi vedendoci così poco? Davvero pensi che ci basterebbero tre ore ogni trecento anni per essere un noi? Per amarci? Per essere liberi? Io ti amo! Diamine, preferirei non farlo! Ma ti amo! Ti amo e ti voglio! Ma non a queste condizioni!".
"Allora non mi ami davvero", sbottò l'angelo, sebbene fosse perfettamente consapevole di quanto l'avrebbe preferito, "Se mi amassi davvero, faresti qualsiasi cosa pur di stare con me".
"Io ho un po' d'amor proprio, Aziraphale. Abbastanza da non stare in Paradiso, abbastanza da non stare con qualcuno che non mi ama e non mi rispetta per quello che sono e quello che voglio. Ora vattene da casa mia".
"Stai commettendo un grosso errore, impuntandoti così come un bambino" lo rimproverò l'altro con un'aria paternalistica davvero irritante.
"No, sei tu il bambino qui. Sei tu quello che non riesce a vedere al di là del suo naso. Sei tu quello che sta sbagliando, di nuovo, perché non vuole ammettere di aver commesso un errore".
Crowley si avvicinò a lui, portando con sé il bicchiere di nuovo pieno. Fece scorrere la mano libera tra i suoi ricci chiarissimi e si sporse ancora un po', cosicché le sue labbra fossero estremamente vicine al suo orecchio. Il respiro di Aziraphale si fece improvvisamente corto e pesante, come se stesse faticando a mantenere l'autocontrollo. Ma il suo mondo andò in frantumi non appena il suo demone pronunciò tre semplici parole.
"Ma ti perdono".
Crowley si tirò subito indietro, allontanandosi di nuovo dall'angelo, senza curarsi del fatto che anche lui ora stesse piangendo.
"Ora vattene" si limitò ad aggiungere.
"Ti amo!" urlò disperato l'angelo.
"Ti perdono. Ora vattene".
Aziraphale lo osservò, imprimendo nella sua memoria l'istante dell'ultima volta in cui aveva visto il suo amato. Non riusciva a credere di averlo perso per i suoi capricci da demone, ma non c'era nulla che potesse fare a riguardo: in fondo, c'era stato un motivo per cui Dio aveva deciso di condannarlo alla dannazione eterna.
Crowley, invece, non lo degnò di uno sguardo e, non appena sentì che l'angelo aveva lasciato la Terra, si scolò tutto d'un fiato il suo bicchiere. Nel giro di un'ora, la bottiglia giaceva già abbandonata sul pavimento. Era completamente vuota.
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