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Capitolo 5


Svenne. Rinvenne un paio d'ore innanzi.
Gli occhi della fanciulla che continuavano a vagare nell'oscurità più assoluta, in quella tenebra indicibile che si faceva più impenetrabile dell'inchiostro nero tipico del cielo notturno.
Poi insoliti scossoni. Uno scalpitare violento di zoccoli tale da ferire le orecchie, abituate alla discrezione del silenzio e non all'urlo della violenza. Allungò le mani, nel vano tentativo di aggrapparsi ad un appiglio, uno qualsiasi. Le dita scivolarono sulla ruvidità di una stoffa troppo grezza per non ferirle le dita.
Tremori più violenti la fecero sobbalzare.
Il respiro venne meno. E fu di nuovo buio.

***

Rosalyn si svegliò solo alcune ore dopo, con la percezione fastidiosa di qualcosa di appiccicaticcio premuto contro gli zigomi, una flebile brezza intrisa di salsedine che le soffiava sulla pelle percettibilmente compromessa su più punti, gli occhi ancora immersi nell'oscurità più assoluta.

Il mugugnare continuo che riverberava nell'aria la indusse a socchiudere le palpebre, quel tanto che bastava da lasciar trapelare un fiotto di luce improvvisa fin sotto la corolla scura delle ciglia, ritrovandosi senza fiato nel riscoprire l'immensità dell'oceano innanzi a sé, lo sguardo che si spalancava sulla superficie increspata dell'acqua che si allungava a perdita d'occhio fino a confondersi con il buio dell'orizzonte.

«È proprio come dicono». La ragazza distinse nettamente una voce, una voce femminile, di una dolcezza tale da indurre chiunque a perderci la testa.

«È così piccola...»

«Tanto basta» si sentì dire, per tutta risposta, l'accordo carezzevole di quella voce stranamente sgualcito da un sentore di malignità appena percettibile, un'incrinatura dell'anima che solo un orecchio attento avrebbe potuto cogliere. «Ma guardala la bella delle favole, bianca come la neve e rossa come il sangue, lo sguardo sognante di chi attende il ritorno di un amante, che la salvi dalla trappola mortale. Povera sciocca».

Il tono perentorio con cui le aveva parlato, il sentore beffardo di cui la sua voce era intrisa, furono semplicemente troppo. Rosalyn affondò le dita contro la stoffa carezzevole degli indumenti, le unghie confitte contro la trama sottile, la rabbia trattenuta a stento dalla tempra del proprio autocontrollo.

Sollevò lo sguardo solo in quel momento, seguendo l'impulso di un istante e il fluire incessante di parole e cantilene che l'aveva costretta a ridestarsi a forza dal riposo in cui era precipitata, raggelandosi subito dopo alla vista di quanto le si era parlato davanti.
Busti di donna si ergevano dalla superficie tempestosa dell'acqua, la pelle ricamata con venature d'azzurro che raccoglievano le sfumature più eteree e turchine del mare, il volto di una beltà tale da portare alla pazzia. Da perderci il cuore. Se non fosse per quegli occhi che oltre alla prima luce impressa nelle iridi conservavano un sentore di malignità tale da ottenebrare anche l'anima soltanto a guardarle.
Lunghe code che ondeggiavano alle loro spalle le rilegavano all'acqua; la superficie lucente dei preziosi ventagli poste sulle loro estremità che catturava la luminescenza gelida del plenilunio rimandando mille riverberi di luce, frammenti di uno specchio andato in frantumi.

«Sirene» sibilò Rosalyn, rammentando le fiabe che la madre le narrava la sera quando la portava all'esasperazione rifiutando di concedersi al sonno, e malcelando in quel soffio di voce un sentore di puro disgusto per quelle creature senz'anima né dio che avrebbero potuto essere capaci di qualsiasi crudeltà. «Favole oscure per i fanciulli che nel capriccio non vogliono concedersi al sonno. Devo dedurre che non siete solo uno spauracchio per infanti».
Finì quella frase con misurato disprezzo, incurante delle conseguenze che sarebbero potute seguire.

«Nessuna favola è mai solo una fantasticheria, almeno non del tutto» si sentì dire, per tutta risposta.

«Avete tutto, la vostra fama vi precede» sbottò Rosalyn di colpo. «Non capisco cosa possiate volere da me».

«Abbiamo tutto, tranne quello di cui più abbiamo bisogno» commentò sarcastica probabilmente la più arrogante di loro. «Devo dedurre che il tuo intelletto non supera la tua grazia, ma forse puoi arrivarci anche da te».

Stranita e confusa, Rosalyn si trincerò in silenzio assordante e quasi imbarazzante, in quelle parole ostili ed incomprensibili in cui la stavano lasciando a dibattere.
Poi comprese, comprese tutto, non appena lo sguardo scivolò dabbasso, sulle estremità affilate che sporgevano da sotto il labbro superiore, ricamando col bianco le sfumature rosee della bocca livida dell'aria intrisa di salsedine e delle continue maree che le richiamavano agli abissi; lasciandole presagire il cattivo destino toccatole in sorte.

Non sarebbe più tornata indietro, si disse, col il cuore che batteva a precipizio e che avrebbe potuto esplodere da un momento all'altro per quella rivelazione agghiacciante.

«Leggende» si ritrovò invece a sussurrare senza nemmeno avvedersene, cercando di respingere quel tremolio che avrebbe potuto compromettere la sua voce, più di quanto già non lo fosse. «Narrano il potere oscuro celato nel fascino del vostro canto, che sfida la razionalità della mente con l'estasi della lussuria. Ogni marinaio ne rimane irrimediabilmente attratto».

«Miti e leggende, favole oscure da narrar sul far della sera» cantilenò una di loro. «A dirla tutta, non c'è storia più vera».

«Raggiungeranno il fondale degli abissi nel nostro abbraccio cordiale, dove l'oceano porterà a compimento la nostra opera fatale».

«Non abbiamo di che mangiare» concluse solerte una voce che sopraggiungeva solo in quell'istante.
Per un attimo Rosalyn pensò al peggio, che le sarebbero saltate addosso da un momento all'altro, strappandole brandelli di sé dal cuore ancora pulsante, nella percezione viva di sofferenze lancinanti e violenze inaudite, fino ad esalare l'ultimo respiro, che avrebbe trascinato via con sé i rimpianti di una intera esistenza.
Ma ciò non accadde.

Istintivamente la giovane si portò una mano al petto, quasi a trattenere le pulsazioni violente che battevano e ribattevano sotto la superficie vulnerabile della pelle, che avrebbe potuto disfarsi ad un battito appena più accentuato del sopportabile.

«Non avete di che temere» riprese la prima di loro che aveva parlato. «Ben altri progetti sono in serbo per voi».

«Diaboliche e subdole oltre ogni decenza, oltre ogni immaginazione, qualsiasi creatura è ai vostri...». "Piedi" avrebbe voluto dire, ma le parole le morirono tra le labbra non appena lo sguardo ricadde nuovamente sulle sfumature accecanti che ricamavano di fuochi fatui il ventaglio delle loro code. «Ogni creatura è perduta. Continuo a domandarmi cosa possiate volere da me. Da me, che non posso nulla a confronto del vostro oscuro potere».

«I vostri servigi, mia cara» si sentì dire, le estremità affilate che sporgevano dal labbro superiore che catturavano radi barbagli di luna che trapelavano dai merletti neri delle nubi, il volto contratto in una espressione indecifrabile e disarmante, che non lasciava presagire nulla delle parole che sarebbero seguite. «Nessun essere umano rimane indifferente ai propri errori: apprendono, si correggono, non cadono nuovamente in errore. I marinai ci temono, i velieri fuggono in direzioni avverse non appena intravedono la nostra ombra a ricamare l'orlo dell'orizzonte. Ma in te, così minuta e indifesa, cosa mai potrebbero temere?»

«Voi» sibilò Rosalyn, dopo un istante di assoluto silenzio che parve interminabile, i denti resi stretti dalla rabbia, la collera trattenuta a stento dalla tempra del proprio autocontrollo, caricando quell'unica parola di tutto il disprezzo che a fatica aveva arginato fino a quel momento dietro la grazia impartitale fin dalla giovane età, incurante del tremolio appena percettibile della voce che tradiva la morsa d'orrore che le aveva ottenebrato anche l'anima. «Non mi prostrerò mai alla vostra volontà, recando il gelo della morte a qualsivoglia creatura».

«Le distanze svaniranno...»

«...per scacciare la tua dannazione»
Ripresero a cantilenare quelle altre, la melodia che viaggiava di labbra in labbra, la voce centellinata in mille altre, confondendosi a tratti con il rinfrangersi delle onde che nella loro folle corsa dal mare finivano per schiantarsi contro gli scogli su cui Rosalyn era rimasta aggrappata.

«Il nostro canto mostrerà il proprio incanto...»

Incapace di proferire qualsiasi parola, si ritrovò a scuotere il capo, come a scacciare quella subdola possibilità tanto rapidamente così com'era comparsa.

«...e prigioniera diverrà la loro ragione».

«Nessuna salvezza per la nostra gabbia incolore».

«No no no!» Senza nemmeno avvedersene la ragazza si ritrovò a urlare a squarciagola, con quanto fiato le era rimasto in corpo, la testa che continuava a dibattersi in segno di diniego, dando percezione con tutta se stessa del proprio disaccordo.

«Il nostro canto mostrerà la sua magia».
Orde di melusine presero a riemergere dalle increspature turbolente del mare, per poi portarsi sul limitare degli scogli; la luminescenza gelida della luna che diffondeva il proprio riverbero sulla superficie dell'acqua, rendendo impossibile intravedere quante altre creature avrebbero potuto esserci sotto di essa.

«Di ragione, un ultimo bagliore.»
C'era qualcosa di sbagliato in tutto questo, qualcosa di maledettamente sbagliato nel loro canto. La percezione palpabile di un cattivo presagio che non le era dato conoscere, la sensazione devastante di un imminente inganno di cui si sarebbe ravveduta troppo tardi e dal quale non sarebbe stata più in grado di sottrarsi.

«E la vostra mente...»
Fu allora che capì, capì tutto, l'inganno intriso nell'accordo melodico della loro voce, che diffondeva il riverbero del proprio potere oscuro fin dentro ai pensieri, fin nell'anima.
Istintivamente si strinse le mani addosso, sulla testa, i palmi premuti con forza contro le orecchie per non ascoltare null'altro.

«E la vostra mente...»
Fu del tutto inutile.

«È già in nostra prigionia».
Un ultimo soffio di parole. Un dolore lancinante alla testa a premerle con violenza contro le tempie, al punto da disfare i pensieri e rendere torbida la vista. Al punto da ottenebrarle l'anima e lasciarla precipitare in una nuova e assoluta oscurità.

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