5. Impronte che viaggiano in coppia, senza mai separarsi.
*
A rivolta scemata il Distretto 4 era tornato ad animarsi, con la lentezza che caratterizzava l’andirivieni delle onde mattutine, quando il vento era ancora debole.
La spiaggia della baia riprese a riempirsi d’impronte, come un ponte navale ripopolatosi dopo una burrasca.
Era mattina presto, quando una fila di orme leggere incominciò ad avvicinarsi alla riva. Erano tracce fragili e irregolari, che a volte cambiavano rotta all’improvviso, colte da un moto di follia. Proseguivano fino a incrociare il tragitto di altre impronte più grandi – da uomo – e lì s’interrompevano.
La forma di due mani si impresse sulla sabbia, ad accarezzare le nuove orme. Erano le mani di una donna con un disperato bisogno di aggrapparsi a qualcosa – un sogno, un ricordo, una traccia sulla sabbia – per non lasciarsi travolgere dal dolore.
Le sue erano le impronte di una giovane che stava annegando in sé stessa, ma che ogni tanto riemergeva, appigliandosi al ricordo del suo capitano.
Un capitano che non era più tornato da lei.
Annie Cresta si accarezzò il pancione con tenerezza. Le lacrime le solcavano silenziose gli zigomi, mentre il suo sguardo vagava senza meta per la baia, alla ricerca di una serie di impronte.
Quella notte aveva sognato Finnick; arrivava dal mare, come se in tutti quei mesi non avesse fatto altro che nascondersi in qualche barca, abbandonandola al dolore sordo della solitudine. Nel sogno la raggiungeva sulla spiaggia con un sorriso e un fiore da appuntarle fra i capelli. Le aveva teso la mano, chiedendole di andare via con lui. Annie l’aveva quasi fatto, ma poi il pianto di un neonato aveva rotto disperato il silenzio della spiaggia e a quel punto lei aveva aperto gli occhi, precipitando ancora una volta nella realtà; era tornata alla sua casa vuota, al freddo pungente invernale e al suo ventre sempre più gonfio, per via del bambino che vi stava crescendo dentro.
Annie, a quel punto, aveva raggiunto la Baia delle Impronte Dimenticate, per cercare le orme di Finnick. Le aveva trovate quasi subito, vicine alla riva; avevano la forma dei sandali che aveva portato spesso lui, le volte in cui avevano passeggiato assieme sul lungomare.
In quel momento un gruppetto di ragazzini le passò accanto, brandendo spade immaginarie.
“In guardia, capitano!” stava esclamando uno dei bambini, duellando con un coetaneo.
Annie sgranò gli occhi e si appoggiò le mani sulle orecchie: tutto a un tratto i rumori che la circondavano incominciarono a sembrarle taglienti e le fecero del male.
Le tornarono in mente le proprie urla e il dolore sordo che le aveva impregnato la testa, quando qualcuno le aveva detto che Finn non sarebbe più tornato.
Ricordò il funerale, i volti deformati dal dolore, le lacrime, le grida dei tributi che le avevano tormentato la mente per tutto il tempo, senza che nessuno fosse in grado di acquietarli: solo Finnick sapeva farlo.
Ricordò la poesia, quella poesia, e la voce di uno dei soldati che la recitava con il capo rivolto verso la bara.
E ne recitò un pezzo anche in quel momento, tornando ad accarezzare le impronte umide di mare impresse a riva.
“Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito. Ma io con passo dolorante passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano.”
Chiuse gli occhi, sforzandosi di scacciare i versi restanti dalla sua testa e qualsiasi cosa che non fossero il ricordo del sorriso canzonatorio e degli occhi verdi di Finnick.
“Caduto, freddo e morto.”
Le sue mani tornarono a proteggerle le orecchie, mentre, nella sua testa, i pensieri dolorosi si battevano con quelli più fragili e preziosi, che sapevano ancora come portarla in salvo.
Ricordò il sapore dei baci di Finnick, le sue parole di conforto, la sicurezza che avvertiva quando si rannicchiava fra le sue braccia, sfuggendo ai rumori più dolorosi per ascoltare il battito del suo cuore.
Chiuse gli occhi, affidandosi completamente alla voce di Finnick, al tocco leggero delle labbra del ragazzo, sul suo collo.
“Dimenticali, Annie…” le mormorò lui in un orecchio, stringendola per la vita. “…Dimenticali tutti.[3]”
La giovane si lasciò cullare dalle sue braccia e, lentamente, i ricordi più dolorosi le scivolarono via di dosso. Caddero in mare e le onde li scacciarono a largo, restituendo alla ragazza un accenno di sorriso.
I due innamorati restarono in silenzio per un po’, aggrappati l’uno alla presenza dell’altro.
“Balliamo?” chiese poi Finnick, sciogliendo l’abbraccio. Annie gli scoccò un’occhiata divertita.
“Sei proprio un Peter Pan…” commentò, accarezzandogli il volto. Finnick si portò le mani sui fianchi, rivolgendole un sorriso presuntuoso.
“Forse volevi dire Capitan Peter Pan, mia dolce Wendy” la corresse, improvvisando un inchino.
Tornò poi a tenderle la mano e, quando Annie gli porse la sua, se la portò alle labbra.
La giovane rise, lasciandosi stringere dalla sua presa. Il suono della risata della giovane fu sufficiente a ravvivare ulteriormente l’espressione del fidanzato.
Finnick le fece fare una giravolta, prima di tornare a circondarle la vita con un braccio.
Il ricordo delle urla e dei rantoli soffocati di chi incespicava in cerca d’aria nell’arena, che fino a quel momento aveva tormentato la mente di Annie, si attenuò; venne mascherato dal soffio del vento e dal rumore delle onde, fino a diventare irriconoscibile.
La danza giocosa dei suoi ragazzi s’impresse sulla sabbia, ricamandola di impronte bianche.
Orme che viaggiavano in coppia, senza mai separarsi.
Annie sbatté le palpebre e si guardò attorno spaesata, mentre il ricordo sbiadiva. Le impronte dei due innamorati svanirono, lasciando il posto a quelle solitarie impresse nella sabbia sotto le sue dita.
“Dove sei, Finn?” mormorò la giovane, inseguendone il percorso con lo sguardo: proseguivano fino alle prime onde e lì s’interrompevano bruscamente, come se l’acqua le avesse prese per portarsele via con sé. “Ci stai guardando?” chiese ancora, portandosi una mano sul pancione.
Le rispose solo il vento, che soffiò dispettoso contro il suo volto, scompigliandole i capelli.
Si voltò per ripararsi dalla folata improvvisa e il suo sguardo ricadde sulle proprie impronte: si accorse che, lungo il tragitto verso la riva, proseguivano in parallelo a quelle che ricordavano le impronte di Finnick.
Sorrise.
Per un istante, scelse di credere che il suo capitano fosse davvero lì con lei. Scelse di credere che quelle fossero davvero le loro orme.
Orme che viaggiavano in coppia, senza mai separarsi.
[3] Le battute di Finnick sono un riferimento a una scena del film Peter Pan (2003). In quella scena Peter dice a Wendy: “Dimenticali Wendy, dimenticali tutti, vieni con me dove non dovrai mai, mai più pensare alle cose dei grandi.”
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