4. Impronte di sangue e carbone
Parte 2
Le impronte sulla spiaggia avevano incominciato a farsi più esitanti e sporadiche, in periodo di guerra. Il capitano le rincorreva spesso in sogno, dove la sabbia era intrisa di un luccichio opaco, che rendeva la distesa bianca sfocata, quasi surreale. Spesso, il percorso delle orme s’interrompeva bruscamente a metà baia. Prima di sparire, però, le impronte cambiavano colore: s’imbrattavano di un rosso scuro e denso.
Si sporcavano di sangue e a quel punto il capitano si svegliava sussultando, atterrito e madido di sudore.
Finnick sfregò con insistenza la suola degli scarponi sul pavimento, cercando di ripulirle. Il sangue di Boggs e quello di Mitchell, misto al gel maleodorante scatenato dal baccello, imbrattava l’appartamento sotto forma di impronte, le loro impronte. Sue e dei suoi compagni di squadra.
Distolse lo sguardo, sforzandosi di ignorare il cadavere mutilato di Boggs o i colpi disperati di Peeta contro le ante dell’armadio.
Ripensò al sogno che aveva fatto la notte precedente: si trovava alla Baia delle Impronte Dimenticate, la spiaggia in cui amava andare a giocare da ragazzino. Lo stesso posto in cui aveva portato spesso Annie, per distrarla dai ricordi che la tormentavano. Nel sogno era un bambino e stava passeggiando assieme a Mags e ai suoi genitori. Era corso fino alla riva per bagnarsi i piedi, ma quando era tornato indietro, si era accorto che la sua famiglia era scomparsa. Al loro posto erano rimaste tre serie di impronte, che si interrompevano nel punto esatto in cui incominciavano quelle di Finnick. A quel punto, qualcosa di rosso e viscoso aveva incominciato a riempirle, imbrattandole. Il sangue, che non mancava mai nei suoi incubi, era riuscito a sporcare anche uno dei luoghi più felici della sua infanzia.
Ed ecco che tornava a tormentarlo, disegnando impronte scure sul pavimento di quella stanza.
Non era stato il solo a rimanere turbato di quel dettaglio; si sorprese, nel notare l’espressione assorta con cui Gale Hawthorne stava fissando le orme lasciate dai suoi stivali. Quando si accorse che Finnick lo stava osservando distolse lo sguardo e si allontanò dal soggiorno, per controllare le vie d’uscita. Aveva i modi composti e decisi di sempre, ma qualcosa nel suo sguardo aveva spinto il Vincitore del Distretto 4 a ipotizzare che quelle impronte avessero smosso qualcosa in Gale, proprio come era successo con lui.
Continuò a rimuginare su quel pensiero anche più tardi, durante il turno serale di guardia. Sia lui che Hawthorne si erano offerti di vegliare sui compagni per primi, mentre il resto della squadra riposava. Finnick si era proposto perché era sicuro che non sarebbe riuscito a prendere sonno: gli incubi erano ancora particolarmente frequenti e il ronzio insistente dei macchinari che riempiva lo stanzino in cui si erano fermati lo innervosiva.
Si voltò verso Gale, che in quel momento aveva lo sguardo rivolto verso un’addormentata Katniss. Qualcosa nei suoi modi, nella punta di apprensione che addolciva la sua espressione ferma e un po’ sfrontata, lo riportò con la mente a Annie. Alle serate trascorse a vegliare sul suo sonno, per assicurarsi che qualche incubo non la tormentasse.
Quando Gale si accorse che Finnick lo stava guardando, un accenno di fastidio velò il suo volto.
“Che hai da fissare?” chiese, indirizzando un’ultima occhiata a Katniss, prima di voltarsi verso di lui.
Finnick non riuscì a trattenere un sorrisetto.
“Io non ti piaccio molto, vero?” domandò poi.
Gale lo squadrò con diffidenza, prima di scuotere la testa.
“No” confermò, distogliendo lo sguardo. L’aria fiera e riservata che lo caratterizzava di norma tornò a modellare i suoi lineamenti.
“Ci avrei scommesso, capitano” commentò Finnick, guadagnandosi una seconda occhiata perplessa da parte del ragazzo.
Ai suoi occhi aveva davvero l’aria da capitano: si muoveva con la cautela di un cacciatore, ma aveva nello sguardo la sfrontatezza di un leader. Se avesse dovuto descrivere il vero volto della ribellione, probabilmente avrebbe pensato a lui, più che Katniss.
“Mi sono reso conto di non averti ancora ringraziato” mormorò poi Finnick, appoggiando la nuca alla parete. L’espressione confusa di Gale rinnovò un accenno di sorriso divertito sul suo volto.
“Per aver preso parte alla missione di salvataggio” specificò poi. “Annie e Johanna sono al sicuro anche grazie a te.”
Il suo interlocutore scosse la testa.
“Non è merito mio” rispose, passandosi una mano fra i capelli arruffati. “Io ero lì per cercare Peeta.”
“So che sei stato tu a trovare Johanna…” replicò Finnick, stringendosi nelle spalle. “… Mi ha anche detto che sei andato a farle visita, mentre era in ospedale. Tu le piaci, a proposito” buttò lì, sperando di riuscire a innescare una qualche reazione.
Gale non disse nulla; la sua espressione sembrava essersi fatta più impensierita, ma c’era troppa poca luce perché Finnick potesse esserne certo; non era nemmeno sicuro che il ragazzo lo stesse effettivamente ascoltando. Continuava a tenere d’occhio l’ingresso della stanzetta, con le braccia incrociate sul petto.
Il ragazzo del Distretto 4 sospirò, fissandosi le punte degli scarponi: macchie di gel nero incrostavano ancora la punta di quello sinistro. Lo sollevò, per controllarne la suola. Non si sorprese più di tanto quando si accorse che quell’operazione aveva attirato l’attenzione di Gale.
“Abbiamo una leggenda al Distretto 4…” rivelò d’istinto, premendo la scarpa sul pavimento. “…Riguarda le impronte. Si dice che le persone morte passeggino per la baia vicino al faro ogni sera e che al mattino sia possibile trovare le loro orme. Magari avete qualche tradizione simile, al Distretto 12” aggiunse, rivolgendosi al coetaneo.
Ancora una volta Gale non disse nulla, ma la sua espressione tornò a farsi distante, come se le parole del compagno di squadra avessero riportato alla luce qualche suo vecchio ricordo.
“Mags, la mia mentore, lo faceva ogni anno” aggiunse Finnick. “Cercare le impronte sulla spiaggia, dico. Era il suo modo di dire addio ai tributi che morivano nei Giochi.”
Il ricordo di Mags, della sua risata, delle tante passeggiate in riva al mare fatte assieme quando era bambino, lo colpì come un pugno allo stomaco. La nostalgia della sua spiaggia, dei riflessi di luce intermittenti che accarezzavano le onde per via del faro, incominciò a farsi tutto a un tratto più pungente; si sentiva vuoto, senza il suo mare. Era come un guscio, in apparenza resistente, ma sempre più incrinato. Aveva solo voglia di tornare a casa, stringendo protettivo Annie a sé durante l’intero tragitto. Portarla alla baia per cercare assieme a lei le impronte di Mags era la prima cosa che avrebbero fatto, una volta raggiunto il Distretto 4.
Tornò a voltarsi verso Gale, che non si era ancora sforzato di partecipare alla conversazione.
“Oh-come-sei-silenzioso” scandì con un ghigno, attirandosi un’occhiata innervosita del compagno. “Johanna me l’aveva detto che eri un po’ musone, capitano.”
“Puoi smetterla con quel ‘capitano’?” ribatté l’altro in tono di voce seccato.
Finnick fece spallucce.
“Perché? È un soprannome di tutto rispetto” lo punzecchiò, divertito dalla sua reazione infastidita. “Mio padre mi chiamava così...” aggiunse, abbozzando un sorriso malinconico.
Qualcosa nell’espressione di Gale cambiò. Il distacco rimase, ma venne mitigato da una punta di esitazione.
“È morto?” chiese, distogliendo lo sguardo.
Il compagno annuì.
“Come il tuo, no?”
Gale gli rivolse un’occhiata sorpresa, lasciandogli intuire che avesse indovinato. Finnick l’aveva visto più volte in compagnia della madre e di alcuni ragazzini che dovevano essere i suoi fratelli, ma non ricordava un signor Hawthorne. Inoltre, da quando Gannet era morto, il giovane aveva sviluppato un istinto infallibile nel riconoscere gli orfani. Avevano tutti la stessa espressione, quando venivano menzionati i genitori: sfinita e disillusa, da ragazzo sperduto. Il loro – il suo – era lo sguardo arrabbiato di chi veniva lasciato solo[1].
“È morto nei bombardamenti?” chiese ancora Finnick, consapevole di aver stuzzicato un nervo scoperto.
Il suo interlocutore scosse la testa.
“Esplosione in miniera” rispose, indirizzando una rapida occhiata a Katniss. “Sei anni fa, più o meno.”
Finnick lo osservò mentre parlava, incuriosito dal modo in cui ancora si ostinava a tenere d’occhio la porta d’ingresso della stanzetta. Forse aggrapparsi al pensiero di dover vegliare sui compagni addormentati lo aiutava a tenersi alla larga dalle riflessioni scomode.
“L’abbiamo anche noi…” mormorò a un certo punto Gale, adagiando la nuca al muro e tornando a passarsi una mano fra i capelli.
Finnick inarcò un sopracciglio, non riuscendo a capire a cosa si stesse riferendo. Il compagno sbuffò e si voltò dall’altra parte.
“La questione delle impronte” specificò, indicandosi gli scarponi con un cenno del capo. “Per la gente del 12 sono le anime dei minatori morti in miniera che camminano per le strade del Giacimento, cercando di tornare a casa. Per questo, non le calpestiamo mai” aggiunse, socchiudendo appena gli occhi: incominciava a sembrare stanco. “È una questione di rispetto.”
Finnick annuì, ripensando alle impronte macchiate di sangue che avevano catturato l’attenzione di entrambi, quel pomeriggio. Era rimasto turbato per via dell’accostamento di quell’immagine a un ricordo d’infanzia e Gale doveva aver vissuto un momento simile. Non sapeva cosa gli fosse passato per la testa in quel momento e si guardò bene dal chiederglielo, ma non aveva dimenticato l’espressione atterrita che, per un istante, aveva velato lo sguardo del ragazzo. Forse quelle orme l’avevano riportato con la mente alla morte del padre, o forse le aveva associate ai lavoratori morti durante lo scontro nell’Osso, al Distretto 2. Forse erano state le prime avvisaglie di rimorso a portarlo ad avere quell’attimo di turbamento.
Finnick sapeva bene che la determinazione e l’istinto a resistere, a ribellarsi, a combattere per ciò che sembra giusto in una determinata situazione faceva marciare le persone per chilometri, senza mai farle vacillare: lui stesso ne era la prova. Ma prima o poi il senso di colpa arrivava sempre a braccarle, fino a stanarle del tutto. E mettere insieme i pezzi richiedeva dieci volte il tempo che serviva per crollare[2] - anche per i ribelli come Gale Hawthorne.
Abbozzò un sorrisetto amaro, incrociando lo sguardo fiero e circospetto del soldato del 12.
“In fondo non siamo poi così diversi, capitano” commentò infine, facendogli l’occhiolino.
Gale sbuffò e tornò a mettersi a braccia conserte, abbandonando la testa contro il muro. Finnick non poté fare a meno di rivolgergli un’occhiata compiaciuta nel notare un lieve sorriso rassegnato sul suo volto.
“Perché ‘capitano’?” chiese infine il ragazzo, tornando a vegliare la porta d’ingresso della stanzetta con lo sguardo.
Il sorriso di Finnick si estese.
“È partito tutto da una storia che mi raccontava spesso mio padre, quando ero bambino…” spiegò, intrecciando le dita dietro la nuca. Il ricordo delle serate trascorse accoccolato sul tappeto ad ascoltare i racconti di Gannet e a giocare con il suo veliero di legno gli infusero una punta di serenità.
D’un tratto si sentì meno vuoto, più vicino a casa. Per un istante, un istante solo, si sentì il bambino che era stato una volta, quel furfante che non voleva crescere e che riusciva a strappare sorrisi con poco, pronunciando qualche frase in modo buffo con le mani ben piantate sui fianchi.
Gli mancava, quella versione di se stesso.
“C’era una volta un capitano di nome Sebastian…” incominciò, sorridendo al ricordo del modo fiero e affrettato con cui amava ripetere quella storia da piccolo.
Gale gli rivolse un’occhiata perplessa, ma, ancora una volta, non disse nulla.
Così, Finnick continuò a raccontare.
“…Ed era un capitano coraggioso ed invincibile. Un giorno…”
Quella notte, nei sogni di Finnick, le impronte tornarono bianche e prive di chiazze di sangue. Le orme dei suoi genitori inseguivano il suo percorso lungo i tubi sotterranei e le loro voci si mescolavano al ronzio continuo dei macchinari. Gli sussurravano di essere forte. Lo supplicavano di resistere.
A quel punto, il capitano si svegliò. Quello fu il suo ultimo sogno; tre ore più tardi partì con il resto della sua ciurma, come un mattino di tanti anni prima aveva fatto suo padre.
E, proprio come Gannet, non tornò mai più.
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